martedì 29 novembre 2016

Errando per Laitia - Episodio 9

De li Affamati, li Cavalieri et li Furfanti

Ne lo buio de lo magazzino si propagava irresistibile un buon odorino di salumi, caciotte, pagnotte et ogni altro bene che le Divinità Pristine vollero concedere allo omo di Rarte per allietare la sua triste et dolorosa esistenza.
Tra botti ricolme di vino et scaffali di conserve li nostri eroi non seppero resistere: Frandonato forse non si aspettava di ricever l'avallo de lo semper morigerato Magistro Alburno, ma non ebbe esitazione alcuna et in breve i tre ebber a saziarsi con provvigioni che sarebber bastate ad uno singolo omo per più di una settimana.
Così, con la panza ricolma di piacere et energia, li compari si appostarono in attesa de lo furfante, con occhio et orecchio ben concentrato verso la porta su lo retro de la stanza.
Invero trascorsero solamente poche clessidre et a destarli da uno minimo torpore cui si eran abbandonati non fu il sottile scatto d'una serratura, ma lo pesante sollevarsi d'una botola... Sorpresi più che mai li tre si affrettaron a far luce, giusto in tempo per veder sorgere, da tutt'altro punto de la stanza, la grossa e pelosa testa d'una immensa pantegana!

"L'Omo Topo!" Esclamaron.
Lo Magistro, forse stordito da lo troppo cibo cui non era abituato, si lasciò cader di mano l'intruglio con lo quale avea intenzione di fermare il malfattore et la nube che ne scaturì diede magicamente vita ad un galletto senza testa, appeso a le travi del soffitto, che iniziò a dimenarsi come un non-morto indemoniato.
Reazione più ferma ebbero per fortuna li suoi compari, et mentre lo Peregrino Scarlatto dimostrò di aver realmente appreso le vie dell'arcano formulando uno incanto protettivo a le tonanti parole di "Deretanum Protecto!", lo belligeroso Frandonato non esitò ad alzare lo suo maglio per poi calarlo pesantemente su la capa appena sporta de la bestia disumana.
Ne seguì uno clangore forte et rimbombante, de metallo contro metallo et la bestia ne fu talmente sorpresa et stordita che fece subito per difendersi et fuggir via, indietro ne lo cunicolo da cui era sbucata.

Ripresisi da la inaspettata intrusione et concordato che lo Omo Topo non fosse uno vero mannaro ma piuttosto uno furbacchione camuffato da gigantesco roditore, Frandonato insistette per partir subito a lo inseguimento et li altri due si fecer convincer, ne lo mezzo de la notte, a dargli la caccia ne lo fitto de lo bosco in cui lo cunicolo segreto conduceva.
Quella notte Alburno ebbe sempre modo di raccontarla come lunga et confusa, forse a causa de li fumi di Imago Mentis cui attinse copiosamente per seguir le tracce ne lo fango et le paludi et che a la fine, lo portarono a smarrirsi.
Sebbene lo inseguimento si rivelò inizialmente fallimentare, li tre eroi capitaron fortuitamente tra le rovine, immerse ne la vegetazione, di uno antico borgo, intuendo finalmente la posizione di Castel Vero, ove sarebbero tornati di lì a pochi girodì. Successivamente, smarrita la pista de lo Omo Topo, giunsero presso la capanna di uno piccolo omuncolo timoroso che avea ormai perso la brocca quasi del tutto, ma che riusciron a convincere a far loro da guida, giacché soli avean ormai abbandonato ogni speranza di orientarsi.
Il folle ma gentil Marziano, le cui uniche compagne eran ranocchie, alcune delle quali ormai già inquietantemente trapassate, seppe condurli ne lo bosco fino al punto in cui lo presunto mostro avea fatto tana, ma non volle proseguir oltre et corse via lasciando che ad avvicinarsi fosser solo i tre spavaldi, resi ancor più temerari da l'abuso del Cordial di Gelatodia de lo Peregrino, che era servito a rincuorarli durante la lunga e perigliosa escursione notturna.

In una radura v'era uno grosso olmo, tanto che lo suo immenso tronco nascondea l'ingresso ad una grotta sotterranea, sbarrata però da un pesante macigno che li tre dovetter faticar non poco per spostar quel tanto che bastava a garantir loro lo passaggio.
Mosso infine lo roccione, si ritrovaron ne lo spartano covo de la bestia, che di bestiale non avea poi così tanto: sembrava più la dimora di uno selvaggio.
Frandonato guidava lo gruppo, sembrava non esserci niuno, quando da le radici sul soffitto, con gran balzo et grosso tonfo, balzo a terra lo Omo Topo, ascia in mano, pronto a difender lo suo territorio a lo fianco di alcuni rattoni che attaccaron inferociti.
Li eroi si difeser come poterono ma l'omone era invero dotato di straordinaria forza et brutalità: Frandonato se la vide brutta, ferito malamente da uno fendente inarrestabile, et pure Alburno, dopo aver fatto arrosto et messo in fuga le pantegane con lo suo intruglio al mentolo letalmente infiammabile, subì un colpo furioso et si finse morto. Lo Peregrino riuscì a malapena a scalfire il bestione, rivelatosi null'altro di uno bruto vestito di pellicce et con uno pesante elmo metallico che potea ricordar lo cranio di uno topo, ma che per fortuna de li nostri eroi non avea intenzione a farli fuori et al primo graffio subito si guadagnò la via di fuga, lasciando i tre a leccarsi le ferite.
Lo Magistro non mancò mai occasione di delineare quanto le abilità sue et de li suoi compari fosser molteplici et complementari. Il ricucir le ferite est sicuramente ambito de lo eclettico alchimista che con filtri, garze et bende rimise a posto se stesso et il vigoroso frate.
Preferiron comunque dileguarsi prima che lo padrone di casa tornasse ancor più inferocito, notando accortamente che ne la tana non v'erano tutte le cibarie di cui Norberto denunziava la scomparsa: l'Omo Topo era si ladro, ma solo de la poca roba necessaria a lo suo sostentamento.
Li furti che minacciavan la Fiera di Borgoratto dovean esser frutto di altra, macchinosa et malvagia cospirazione.

Di ritorno alla locanda di Puccina, dopo l'estenuante nottata attraverso lo bosco et la palude, Alburno et li suoi compari vennero accolti da uno avventore assai particolare: l'omo, di origine iperborea, avea capelli lunghi, lisci et scuri, et un fiero portamento marziale reso ancor più evidente da lo equipaggiamento da cavaliero di cui vestiva, unico suo bene. Portava seco uno falcone da caccia, di nome Ombra, et rispondea a lo nome di Galvano, Cavaliere de lo Equilibrio.
Scongiurata da subito la possibilità che fosse lì per saccagnar di botte lo Peregrino per qualche dama offesa et abbandonata, i tre deciser che fosse degno d'esser ascoltato, dato che dicea di conoscerli et di aver esser tormentato in sogno da la loro medesima visione.
Galvano parlò de la figura di grigio ammantata et d'oro bordata, disse di percepire la importanza che lo gruppo riuscisse a trovarlo, perché in egli poteva esserci risposta ad uno grande male incombente et, sopra di ogni cosa, a lo ritrovamento de la mitica Spada de lo Equilibrio un tempo appartenuta a li più grandi Imperatori di Maro.
Lo Magistro ascoltò interessato, anche se non del tutto convinto, ma era vero che quel cavaliere sembrava esser familiare et d'istinto degno di fiducia. Decisero quindi di condividere con lui le informazioni in loro possesso et lo scopo de la loro trasferta in quel di Borgoratto, di contro, Galvano, notò una cosa che loro era sfuggita su la pergamena in possesso di Frandonato: la firma di un tal Magistro S. che subito rintoccò familiare ne le loro menti.
La destinazione sembrava chiara, le catacombe sotto Castel Vero sarebbero state lo punto di partenza per la lor ricerca, ma prima li eroi voller mantenere la parola data et riferire alla consulta cittadina de le lor scoperte.

L'onesto Norberto li accolse ne la sua fattoria, a qualche migliaio di cubiti da lo paese. Fu lieto di ascoltare le novità et la conferma che lo Omo Topo fosse et restasse sol leggenda. Eppure ebbe anche da rammaricarsi de lo fatto che lo vero sottrattore di cibarie non fosse stato ancor stanato, et ancor meno tollerò che venisser mosse accuse su lo stimato Balestrino in base a pettegolezzi che li tre sconosciuti, per quanto affidabili, giuravan di aver udito.
Decisi quindi a procurarsi prove tangibili et recuperar la refurtiva, tornarono a Borgoratto, ove anche Galvano riposava, per pungolar li due mercanti assai sospetti, ignari de la sorpresa che di lì a poco li attendeva.

Nel mezzo del cammin et de lo girodì, lo Magistro, a la guida de lo suo carretto, vide alzarsi un polverone et di lì a pochi secondi ben quattro uomini a cavallo piombar loro addosso ad armi sguainate!
Frandonato si frappose, temerario come suo solito, affrontando quel che sembrava esser lo loro condottiero, ben armato et corazzato in sella ad uno destriero. Senza poter parlamentare iniziaron a volar dardi, fendenti et mazzate; lo carretto usato come riparo da quadrelli di balestra et grandi roncolate date et subite da entrambe le parti finché non giunse alla ribalta lo Cavalier Galvano che in poche mosse stese li marrani et si lanciò a lo inseguimento de lo suo pari, che pavidamente scelse lo disonore de la ritirata a l'accettazione de la sconfitta.
Quando li due al galoppo spariron tra le frasche, li tre rimasti poteron leccarsi le ferite et rattoppar uno nemico sopravvissuto, che confessò d'esser mercenario a buon mercato assoldato per accoppare uno frate et uno musico (Alburno ebbe da rallegrarsi di non esser ne l'elenco).
Spogliatolo d'ogni avere, quanto meno per lo disturbo, lo lasciaron andar via con le pive ne lo sacco et rientraron in locanda chiedendosi che fine avesse fatto lo lor soccorritore.

Quella sera trascorse in abbuffate et riposo per Frandonato, tra fumi colorati et filtri sperimentali per lo Magistro, intenzionato a rimpinguar le proprie scorte, et accorte investigazioni di Tristano, determinato più che mai a smascherar li mercanti truffatori.
Lo buon Peregrino ebbe anche fortuna et li seguì fuori città, ove, tramutatosi in gatto prima et in faggiano poi a lo scandir di uno imperioso "Animalis Mutanda!", riuscì ad origliare una conversazione interessante: incontratisi ne lo mulino ad acqua, con il sospetto Balestrino, essi preser accordi per una ultima consegna ne lo giorno seguente et poi si sarebber dileguati.

Lo Peregrino tornò a sera tarda, Galvano era già rientrato senza esser riuscito ne l'impresa di inseguir lo suo nemico, che però avea avuto l'ardire di riconoscere in Tarquinio, un tempo Cavaliere de lo Equilibrio suo pari ma oramai rinnegato da lo ordine et da le buone maniere, visto come s'era presentato brandendo la sua spada. Disse che probabilmente era lì per impedir loro che trovasser lo misterioso Magistro S. et questo non poteva che sottolineare ancor di più la importanza de la loro cerca.
Ciononostante la promessa fatta a li villici di Borgoratto avea ancora priorità per li altri eroi che, sapute le scoperte di Tristano, deciser di tenere d'occhio i due mercanti et seguirli l'indomani per poterli coglier con le mani su la refurtiva.

La notte passò lesta et l'alba giunse presto. Li nostri eroi s'accorser un po' tardi de la scomparsa dei due mariuoli ma lesti saltaron in sella e riuscirono a raggiungerli prima che fosser troppo lontani.
Colti sul più bello i due tentarono una breve fuga, prima di abbandonare muli et maltolto et svanir ne la boscaglia. Li eroi non li inseguirono, avevan salvato le cibarie et con esse la fiera di paese, restava solo da incastrare Balestrino.
Per la consulta cittadina et Norberto, abile calcolatore, fu facile far la conta de li beni trafugati et capir che qualche cosa era sparito durante la notte appena trascorsa. Li tonti figli del mugnaio, lasciati di guardia, vennero quindi chiamati a testimoniare et facilmente indotti a tradirsi l'un l'altro et confessar li crimini de lo loro genitore.
L'impresa eroica fu allor completa, forse non all'altezza de la sconfitta de la Lupa Abba ma portata ancor più in alto da le note de lo Peregrino Scarlatto, che consacrò con una magnifica ballata durante la grande Fiera di Borgoratto lo suo abile trio, oramai divenuto uno quartetto, portando onori et fama che li mercanti itineranti contribuirono a sparger per buona parte di Laitia nei girodì a seguire.

Et fu così che per la prima volta anche io, che ho l'onore di trascriver le sue memorie, ebbi modo di sentir parlare de lo Magistro, l'Aureo Alburno, come ne li suoi momenti di maggiore vanità amava appellarsi. Et quelli di cui la prossima volta andrò a narrarvi saranno li incredibili eventi accaduti ne le dimenticate sale sotterranee de la abbandonata rocca di Castel Vero.

giovedì 17 novembre 2016

Errando per Laitia - Episodio 8

De lo Santo Maglio, la Pietra su lo Palo et lo Zufolo Incantato

Lo Magistro, dopo mesi di totale devotione a lo studio et perfetionamento de la Scientia Arcana, ebbe infine modo di veder riconosciuti li propri sforzi.
Memorizzata la formula de la Regola Aurea, initialmente concepita da Ottavianus Firminus, ma realizzata solo et esclusivamente gratie a la collaborazione con Alburno, et manufatto lo suo primo prototipo di Pietra Filosofale, o Crisopea, ancora vacua d'ogni potere a causa de la mancanza di un ultimo ingrediente, lo Magistro capì che li tempi de la sua permanenza in quel di Zena eran ufficialmente volti al termine.

Quasi in concomitanza, come se divine entità intendessero de la importanza de le sue scoperte et volessero lasciarlo concludere, lo strano sogno iniziò a presentarsi, ne lo corso de le notti, sempre con maggior ricorrenza.
La diafana figura di grigio ammantata e d'oro merlata appariva indistinguibile in una antica grotta abbandonata. Li suoi tratti eran poco distinguibili ma decisamente familiari et la sua voce gentile appellava: "Venite! Venite meco!"
Specie quel verbo, plurale, destò curiosità in Alburno che ne li suoi sogni soleva viaggiar solo... e manco a farlo apposta, la mattina successiva, ne la piazza antistante lo laboratorio de lo Magister Firminus, apparve a predicar menate come suo solito una vecchia conoscenza a lungo attesa: lo virile Frandonato.

Lo frate poco pio sembrava aver finalmente trovato la sua via. Vigoroso et pasciuto come se nemmeno uno giorno fosse passato da la sua partenza, indossava sempre la stessa tunica, forse neppur lavata da allora, che astutamente nascondeva la fitta maglia metallica da battaglia. Predicava dinnanzi uno piccolo altarino, null'altro che una croce tau alta più di tre cubiti che opportunamente ribaltata et impugnata fungeva da grosso et pesante maglio da guerra. Raccoglieva offerte in un secchiello in terra, metallico ma di cuoio rivestito, null'altro che uno solido et pesante elmo.
Frandonato ebbe modo di spiegare al buon Alburno che ne li mesi passati si unì ad una compagnia mercenaria, portanto la Nova Fede in giro per la Laitia occidentale a suon di mazzate ne lo nome di Santa Starnazza.
Ciò che realmente destò l'attenzione de lo Magistro fu che lo suo compare ebbe in visione lo stesso sogno, anche se ne la sua versione la figura ammantata era donna, et forse pure di facili costumi. Alburno attribuì quella differenza di particolari a la perversione latente de lo frate et gli diede poco peso, ma insieme voller appurare se anche Tristano, fuggito da le guardie de lo Conte Gualfero di Epilorna in quel di Pelopia, avesse ricevuto lo medesimo presagio et così gli spediron una missiva.

Frandonato porto a la attentione de lo Magistro anche la pergamena che a lungo avea tenuto seco, lasciatagli in eredità da li ignari frati di uno de li monasteri in cui avea militato. Li antichi papiri descrivean un loco, in terre vicine geograficamente ma storicamente assai lontane, in cui uno tesoro era ancor sepolto et attendea l'avvento di un'anima coraggiosa, avventurosa et dalla incrollabile fede.
Riconoscendo in Frandonato sicuramente due delle tre virtù richieste Alburno decise che potea valer la pena di trovar codesto tesoro, tanto più che l'ingrediente mancante per la sua Crisopea l'avrebbe ottenuto solamente viaggiando.
Tosto preparò lo carretto, lo fido mulo Grullo et si commiatò con rimpianto da li suoi ospiti di Zena, lo Magister Ottavianus Firminus et li suoi stipendiati: lo scriba Alceste et lo soprammobile Fidenzo.

Lo Peregrino Scarlatto giunse poco prima de la partenza, arrivando con tale tempestività che non si potè far a meno di pensare che non vedesse l'ora di ricever notizie da li suoi compari; e disse d'esser mago.
Tristano era lo stesso, identico, esuberante, chiassoso fanfarone di prima. Si presentò intonando uno motivetto con lo zufolo, che avea sostituito la sua storica zampogna, et si dichiarò pronto a partire per nuove avventure. Sull'esser mago lo Magistro ebbe subito a dubitare, ma con suo grande stupore dovette presto ricredersi...

Ignorando momentaneamente li sogni che i tre compari avean condiviso, non avendo altri indizi, lasciata Zena, si diresser al confine con la Tauria, verso le pendici de li monti ove la antica pergamena de lo frate indicava esister un tempo il podere di un Pio Conte: la dimenticata landa di Castel Vero.
Le indicazioni esplicite parlavano di uno loco da cui initiare le ricerche: uno piccolo borgo noto per una grande fiera, appellato Borgoratto.

A lo intraprendente Alburno la destinazione et la lontananza de la meta importavan poco, se v'era di mezzo uno tesoro, avventura et ricchezze tanto meglio, ma lo suo vero scopo era coglier l'ultimo tassello, con l'avvento de le belle e soleggiate giornate di primavera, per la realizzazione de lo suo più magno experimento. La sua Crisopea era pronta ne la sua forma materiale: una pietra irregolare, poco meno grande di uno pugno, da lo colore paglierino pallido; quel che le mancava era una buona dose di energia naturale arcana, la più pura et potente che le Divinità Pristine avean partorito: la calda et eterna luce de lo Sole.
Così lo Magistro avea accroccato la sua pietra su la punta di una lunga pertica, ben fissata con lunghi intrecci ramati, et la tenea sempre in bella mostra su lo carretto, orientandola di volta in volta lungo il corso de lo girodì perché li raggi de lo fulgido astro potesser sempre giunger ad essa perpendicolari. Si trattava solo di attendere per assistere a lo prodigio.

Borgoratto era invero uno minuscolo paesino. Poche case et fattorie arroccate su di un colle a le pendici de li monti, lungo li confini di una vasta foresta et palude.
La modesta locanda era retta da una ligia vedova di nome Puccina et le due sguattere Lina et Pina. Ospitava come di consueto la consulta cittadina et un paio di mercanti itineranti.
La discussione de lo girodì verteva intorno la annuale fiera di paese, commemorativa de la cacciata de la iperborea Regina Pedoca et le sue orde, che rischiava di saltare a causa di ripetuti furti ne lo magazzino ove li solerti paesani accumulavan le libagioni da lo anno precedente.
Li più timorosi attribuivan la colpa a lo Omo Topo, figura storica che diede nome a lo abitato quando, rubando uno poco per volta tutte le provviste dell'invasore iperboreo, costrinse loro a la ritirata et rifocillò li assediati rintanati in Castel Vero.

Aguzzate le orecchie et colta al volo l'occasione, lo saggio Alburno convinse facile li suoi compagni a proporsi per indagar sui misteriosi accadimenti, guadagnandosi in avanzo la possibilità di dormir e mangiar a sbafo per qualche giorno et magari far le giuste domande per capire ove fosse situato lo loco descritto ne la pergamena di Frandonato.
Discussa la questione con lo capo de la consulta, tal Norberto, che ne la storia de lo Omo Topo proprio non credeva, l'avventuroso trio solerte si diresse ad ispezionar lo magazzino, pieno zeppo d'ogni cibaria et libagione, sorvegliato notte e dì da uno paio di nerboruti imbecilli bravi a dir "Nessuno Entra! Nessuno Esce!" quanto a russar di grosso durante li turni al chiar di luna.

E così, mentre lo scaltro Peregrino Scarlatto origliava in giro pel paese, scoprendo una probabile combutta tra li mercanti ospiti in locanda et Balestrino, lo fattore responsabile de lo magazzino, l'attento Alburno et lo fiero Frandonato scoprirono una via d'accesso ben nascosta sul retro dell'antico magazzino, ricavato invero da una antica torre risalente a li tempi de le invasioni iperboree, forse la stessa da cui l'Omo Topo avea rubato le provviste de la Regina Pedoca durante l'assedio di Castel Vero!

Scoperto lo modo in cui lo vile ladro trafugava il cibo nottetempo, l'astuto Magistro Alburno suggerì che lo modo migliore per acciuffarlo sarebbe stato coglierlo con le mani nel sacco.
Così, accertatisi che nessuno eccetto Norberto sapesse de lo loro piano, dopo il tramonto, i tre eroi si intrufolaron di nascosto ne lo magazzino in attesa de lo intruso...

Lo ricongiungimento de li "allegri" viandanti





Lo tempo era buio e tempestoso, li venti soffiaveno forti e fu così che lo Peregrino decise de rimettese in cammino, giammai curante de li tempi avversi. Con il core in gola si fece sull’uscio, mentre lo Magistro suo e li altri della scuola lo salutaveno sull’uscio piagnucolanti. Lo scarlatto Peregrino sapea che in cor suo non lo avrebbero mai fatto partir e per questo decise a suo malincuore di dover insistere e prender coraggio per varcar la soglia, la sua vita era sempre stata pregna di difficili decisioni. Sarebbe stato bello accontentare quella folla festosa, sarebbe stato bello rimaner il fiore all’occhiello dello Magistro suo. Ma il mondo anelava e scalpitava necessitando le virtute e la conoscentia, enorme aggiungerei, de Tristano lo musico dello popolo laitiano.

Vinse le emozioni e strappandosi letteralmente le mani dello Magistro suo di dosso
prese il volo dalla finestra della scuola senza rompersi del collo l’osso.
Mise in pratica l’arte appena appresa
tramutandosi in falco con l’ala tesa
La giovine sguattera Geraldina a cui avea rubato la virtute e lo core
Mandò a prender in cantina er vino bono dello suo padrone e signore
 Colse l’occasione spiccando il volo come falco non a caso
Lasciò la poveretta con un bicchiere in mano ed un palmo di naso
Lo Magistro suo invero fu sollevato
Di vederlo andar via tutto d’un fiato
Non vi fu gran rammarico per lo Mago invero
Visto che gli avea svuotato delle provviste l’armadio intero
Con Pelopia alle spalle ed una nuova arte in borsa
Lo Scarlatto Peregrino se ne andò via e di gran corsa

E così tra il lasco ed il brusco con il suo cavallo, Fausto di nome e di fatto, si mise in cammino per raggiungere ancora una volta il suo destino. Pochi giorni prima avea ricevuto una missiva da li suoi compari, che lo invitaveno a presentasse presso lo borgo de Zena. Indubbiamente furono tutti felici e contenti de rivedè la faccia sua allegra e bontempona, scene di panico e giovinette ammiccanti non appena si apprestò a metter lo piede, e non solo lo piede, nello antico borgo. Lo musico era ormai abituato a tali sentimenti, non capiva come mai però tra i suoi sostenitori vi fossero più donne che omini, anzi a dire il vero l’omini non lo poteveno proprio vedè…Che bislacca coincidenza e proprio mentre rifletteva su questo tema si ritrovò tra le braccia de li amici sua pronto per una nuova e mirabolante avventura. Ecco li li…il trio…il gruppo….la compagnia….ma come era possibile che niuno nome avean scelto si domandò e disse tra se e se…così entrando nella locanda dove avventori assonnati e mezzi avvinazzati rovinavano sui tavoli esclamò in un impeto di gioia , ad alta voce…..va bene quasi urlando….in effetti urlando a squarcia gola…LO NOME LO NOME DE LO GRUPPO INVERO DOVEMO DA TROVA’……


Ci mancò poco che non lo percuotessero per bene, e che il vecchio Tobia per poco n’infartasse, e così fu costretto pe placà l’animi a fa un mezzo balletto. Quello che accadde poi non ve lo svelerò oggi ma lo potrete sicuramente scoprir nelle prossime novelle. 

lunedì 26 settembre 2016

Ritorno a Caribdus




la nave salpava, la salsedine si alzava
mentre il sole all'orizzonte sorgeva
Nella baia intanto scorreva a fiotti 
il putrido Grog dalle botti

Il fato avverso 
il vento di traverso
l'amore la musica e le puttane 
possono risanare ferite ormai lontane

Non c'e' donna che possa star tranquilla
se Yanez l'ispanico nel porto sguscia come anguilla
Il burbero capitan Black Sam la via ci mostra
Non v'e' angolo di terrà che non possa essere nostra
Fiero sul castello di poppa al timone 
c'e' J.J. che aspetta il suo momento sornione

L'acqua costantemente sale ogni giorno
speriamo che del pesce non finirem contorno.

domenica 18 settembre 2016

Nel Mare dei Pirati

La discussione era piuttosto animata, J.J. e Poh erano gli unici ancora svegli sul ponte della Enfanta mentre le acque quiete del Mare dei Pirati cullavano il sonno del resto della ciurma durante la notte:
"Sono più che convinto che il nome corretto sia Ranos" asserì fermamente il giovane ispanico "No! No! Lanos è nome velo!" replicò il rozzo marinaio orientale. "Dite tutti così, il posto l'avete colonizzato voi, ma non fa testo! Voi cinesi le R non sapete pronunciarle! Chi ti dice che non fosse Ranos in origine?" Poh scosse la testa rassegnato "Io va a dolmile. Tu convinto, tu contento. Flega niente."
J.J. lo salutò con un cenno e si mise ad osservare fuori dal parapetto, il tenue bagliore che proveniva da oltre l'orizzonte indicava che il loro viaggio era giunto al termine, l'indomani sarebbero finalmente approdati alla Baia del Brigantaggio: "Sono sicuro che si dica Ranos..."

Sebbene il siparietto l'avesse distratto il giovane marinaio non poteva ignorare la gamba fasciata che ancora gli doleva e la bizzarra avventura vissuta solamente poche ore prima.
Si voltò ad osservare il punto in cui il fantasma del Capitano Iago Alfonso De Toledo era svanito nel nulla e si chiese se la faccenda avesse realmente avuto un lieto fine.
Decine di leghe sotto la Enfanta il relitto del Principe Nero custodiva ancora gli scheletri degli schiavi trasportati, condannati dalle catene che li legavano l'un l'altro e alla nave, insieme a loro i cadaveri dannati dei marinai spagnoli avevano custodito per anni il gioiello che legava, in una eterna maledizione, lo spirito del loro malvagio capitano ai mari in cui era annegato.
J.J. e Yanez si erano immersi, avevano recuperato l'oggetto affrontando squali mangia-uomini e sfuggendo alla ciurma dannata e avevano infine deciso di permettere allo spirito di essere libero, perdonando lo sterminio dei poveretti in cattività.
All'altro capo del ponte, a prua, Equias riposava. Lo scurriliano aveva partecipato all'immersione e rischiato la sua stessa vita al fianco dei due spagnoli, probabilmente in due non ce l'avrebbero fatta.
Quando BlackSam li ritirò su erano tutti e tre feriti, J.J. alla gamba, per via del morso di squalo che faceva ancora un accidenti di male, Yanez al braccio ed Equias ad un paio delle sue misteriose appendici...

Le condizioni del Capitano BlackSam Morgan non erano ancora rassicuranti. Il proiettile beccatosi nell'entroterra di Lanos l'aveva quasi sventrato ed il lungo viaggio in mare non facilitava la sua guarigione.
Per questo motivo la Enfanta era stata affidata per la prima volta alla guida del giovane J.J. temporaneamente promosso a Nostromo.
Negli undici giorni di viaggio da Cuwajo alla Baia la Enfanta era stata docile come una puledra, il ragazzo aveva saputo cavalcare i venti e le correnti come un vero capitano e leggeva con soddisfazione l'approvazione negli occhi dei suoi compagni.
Aveva sempre avuto l'esempio del Capitano Do Santos, l'uomo che considerava un padre ed il migliore capitano di tutto il Dominio Spagnolo, ma probabilmente gran parte delle sue attuali conoscenze e capacità in fatto di navigazione le aveva carpite dal burbero Samuel Morgan, che aveva sempre capitanato con capacità e perizia la loro agile monoalbero negli ultimi anni.

J.J. era molto legato ai suoi vecchi compagni anche se non sopportava quando BlackSam sminuiva Do Santos e quando Yanez lo trattava come uno sbarbatello. Loro erano la sua famiglia, come lo era stato Ottamedì. Che riposi in pace.
L'ultimo aggiunto alla loro ciurma era invece il bizzarro Equias, appartenente ad una razza di giganteschi crostacei intelligenti chiamati scurriliani. Aveva l'aria di essere un po' svampito ma anche di averne viste parecchie in vita sua.
Nonostante gli altri non gli avessero dato molto peso, J.J. aveva ascoltato con molta attenzione la storia riguardo il sortilegio delle Streghe, il pericolo dell'innalzamento del livello delle acque e la leggenda della Arcimaga Tressa la Rossa che viveva isolata in una sperduta isola a sud di Torath Ka.
Alla Baia del Brigantaggio si sarebbero finalmente liberati dal loro carico illegale di oppio, avrebbero lasciato al loro Super, Yanez, tutte le faccende burocratiche e BlackSam avrebbe sicuramente cercato qualche occasione per darsi nuovamente alla pirateria, gli mancavano così tanto i tempi trascorsi sulla Endevour al fianco di Mudface Molly, ma forse, nel frattempo, J.J. avrebbe potuto accompagnare Equias e capire se le sue storie avessero un fondo di verità e se anche altri fossero al corrente o preoccupati per la situazione ed intenzionati a risolverla...

giovedì 25 agosto 2016

Cresciuto su Caribdus


Juan Jesus Navarro Blanco era nato su una nave, era cresciuto in mezzo al mare ed i suoi primi ricordi erano legati al Capitano Do Santos ed al suo Cerdo de Agua.
Aveva avuto il suo battesimo come membro effettivo della ciurma in una mite notte estiva, nel Mar dei Caraibi, quando ebbe il permesso di incidere le sue iniziali sul castello di poppa, accanto al nome del Capitano e del resto dei marinai: J.J.
Nel giro di poche settimane da quel magico momento il ragazzo ebbe anche il suo battesimo del fuoco quando il Cerdo si lanciò all'inseguimento della Endevour, un brigantino pirata al comando della famigerata "Mudface" Molly. L'intera situazione ebbe un risvolto inaspettato, dato che la criminale si rivelò essere una vecchia conoscenza del Capitano Do Santos impegnata in una lotta continua con la Corona Inglese per la liberazione degli schiavi tenuti in cattività nelle piantagioni caraibiche. Così il giovane J.J. alla tenera età di 12 anni, si trovò coinvolto in un'avventuroso assalto al fortino delle Giubbe Rosse, al fianco di valorosi marinai, intrepidi pirati e coraggiosi schiavi in cerca di salvezza.

Fu questa la scintilla che mise in moto gli incredibili avvenimenti che seguirono.
Al termine dell'assalto gli Inglesi riuscirono infatti a risalire, grazie alla soffiata di un traditore, al nascondiglio di Mudface Molly dove il Cerdo era alla fonda per riparazioni. Do Santos ed i più valenti delle due ciurme unite salparono sulla Endevour all'inseguimento della nave giunta in esplorazione prima che questa potesse tornare a riferire quanto scoperto al resto della flotta.
Dopo pochi giorni di inseguimento le due navi finirono coinvolte in una violenta tempesta in cui il vascello inglese venne inghiottito tra i flutti. Do Santos riuscì invece a domare la bufera e quando i venti finalmente si placarono la Endevour si ritrovò a navigare in acque ignote, in uno sconfinato cimitero navale. J.J. ed altri marinai giurarono di aver sentito il richiamo di aiuto di una fanciulla in mezzo al marasma, ma di lei nessuna traccia.

Mentre Do Santos nella cabina del Capitano scandagliava le carte nautiche cercando di capire dove si trovassero la nave venne urtata da qualcosa sotto il pelo dell'acqua. Anche se inizialmente tutti pensarono ad uno scoglio, si resero presto conto che si trattava di una immensa creatura marina che in pochi attimi replicò l'assalto danneggiando gravemente lo scafo. Il secondo di Mudface Molly, Samuel BlackSam Morgan, rimasto a governare la Endeavour insieme a Do Santos, riuscì miracolosamente a portarla a terra, sulle sponde di un'isola selvaggia, immensa e lussureggiante.

Fu così che Do Santos e la sua ciurma, di cui J.J. faceva orgogliosamente parte, approdarono per la prima volta sul suolo di Caribdus, per loro sfortuna però proprio in uno degli arcipelaghi più pericolosi: Torath-Ka.
La breve e violenta avventura vissuta sull'isola degli uomini rossi diede subito misura alla ciurma della Endevour della pericolosità e straordinarietà del luogo in cui si trovavano, alcuni giorni dopo i pochissimi superstiti alle creature preistoriche, ai sacrifici Ugak e le loro divinità primordiali riuscirono ad abbandonare l'isola su una piccola monoalbero rattoppata, lasciandosi alle spalle il relitto della Endevour e molti compagni caduti.
Do Santos perse entrambe le gambe in quella occasione, i sopravvissuti a Torath-Ka vennero tratti in salvo dal resto dell'equipaggio tra cui il giovanissimo J.J.

Cuwajo si dimostrò un'isola molto meno ostile e gli indigeni di Tulago ospiti molto più accoglienti e misericordiosi. Fu grazie a loro e presso di loro che i feriti riuscirono a ristabilirsi ed iniziarono ad orientarsi in un mondo che scoprirono essere assai distante e profondamente diverso, sebbene affine, al Mar dei Caraibi dal quale provenivano.
J.J. dovette adattarsi e crescere in fretta per aiutare il Capitano e la sua ciurma a trovare un posto in quel nuovo Nuovo Mondo.

Quando le ferite fisiche e spirituali iniziarono a guarire, Do Santos mise a disposizione la sua esperienza per entrare in affari con la gente di Tulago. Lasciò il comando della nave a BlackSam e la responsabilità dei commerci a Yanez. J.J. rimase però sempre il suo uomo più fidato.

Il ragazzo aveva una vera e propria venerazione per l'uomo che l'aveva cresciuto, per lui Do Santos era come un padre e la ciurma i suoi fratelli maggiori, non conosceva legami più profondi di quelli.
In pochi anni divenne un abile marinaio, dall'animo avventuroso e pronto ad obbedire ad ogni ordine, lesto ad arrampicarsi ed ansioso di dare il proprio contributo.
J.J. scoprì che Caribdus era un luogo assai più variegato e misterioso del mondo da cui provenivano. Conobbe le razze intelligenti che lo popolavano, a partire dai pittoreschi Masaquiani fino alle etnie più assurde e bizzarre.

Vivere la vita e le esperienze del viaggio e del mare era tutto ciò che il giovane potesse desiderare. Ogni viaggio attorno all'isola di Cuwajo che il piccolo schifazzo intraprendeva portava nuove entusiasmanti esperienze e J.J. non chiedeva di meglio che poterle vivere a pieno al fianco dei suoi compagni.

All'età di 17 anni Juan Jesus Navarro Blanco era già un vero lupo di mare, divenne inoltre un incredibile nuotatore e tuffatore, in grado di impressionare persino alcuni Doreen e la maggior parte della gente dei porti visitati con audaci tuffi acrobatici da oltre 20 metri d'altezza.
I Masaquiani ed i locali iniziarono ad applaudire le sue bravate acrobatiche e salutarlo come Blanco, o El Blanco, il secondo dei suoi cognomi ed anche riferito al tatau che nel corso degli anni aveva iniziato a disegnare con inchiostro bianco sul suo braccio destro, a partire dal fortino delle Giubbe Rosse in fiamme fino agli elementi più significativi delle più recenti avventure vissute per i mari di Caribdus.




venerdì 19 agosto 2016

Cronistoria degli eventi




  • ·        Anno 1690 Passaggio su Caribdus, nel mezzo di una feroce tempesta la nave Endevour viene trasportata in una nuova dimensione, alcuni membri dell'equipaggio durante il passaggio hanno sentito una voce femminile suadente chiedente aiuto. Alcuni giurano anche di aver visto tra gli spruzzi d'acqua della tempesta una donna camminare sulle acque, il resto dell'equipaggio pensa che sia uno scherzo della loro mente.


  • ·     Evitando i detriti di molti relitti, e sentendo degli strani tonfi sotto la chiglia della nave, l'equipaggio di Do Santos riesce grazie alle abili manovre del secondo Samuel Morgan ad approdare, dopo inevitabili urti su di una spiaggia, l' Endevour purtroppo però è inservibile.

  • ·     Dopo l'incontro con i primi "indigeni locali" il resto dell'equipaggio riarma un relitto ( uno schirazzo, ad un albero ) in buono stato rinvenuto sulla battigia e parte verso Ovest, il capitano Do Santos ha entrambe le gambe spezzate ed una febbre molto alta.

  • ·     L'equipaggio sotto la guida del neo promosso Capitano Samuel "Black Sam" Morgan prende il largo. Nel frattempo le condizioni cliniche di Do Santos sono peggiorate vistosamente, nonostante le incessanti cure di JJ. Do Santos è in preda a deliri e vaneggiamenti, parla di streghe e di aver visto tra le onde una donna insanguinata che lo chiamava e nel sonno ripete a tratti "Non si ferma sta salendo, sta salendo, dobbiamo fermarla".

  • ·   Lo schirazzo impiega circa 3 settimane per arrivare in vista della prima terra. Scopriranno in seguito che si tratta dell'isola di Cuwayo [pronuncia dei locali Suwayo], nello specifico arrivano in un villaggio composto di case perlopiù di legno, abitata da una popolazione di pelle scura, molto simile agli africani. Il villaggio si chiama Tulago.


  • ·         L'equipaggio viene a conoscenza che il capo villaggio, Benga Mamoto, è noto tra la sua gente per essere un capo spirituale ed un curatore, il cui compito è anche quello di guidare la popolazione, circa 400 anime, e funge da autorità per dirimere dispute o in genere interviene nelle decisioni importanti, benché nel villaggio non vi siano forme di governo.

  • ·         Gli indigeni sembrano ben organizzati in una piccola colonia, che produce una grande quantità di cibo e legname, la produzione viene suddivisa tra la gente in modo equo il surplus viene invece stoccato in grandi magazzini rialzati da terra per evitare che topi o altri parassiti lo danneggino. I Tulagani sono grandi lavoratori ma non hanno dalla loro l'esperienza e le capacità manuali per rendere le materie prime in prodotti finiti da esportare e sono quindi costretti ad aspettare che qualcuno venga a far commercio da loro.


  • ·         Il capitano Do Santos viene salvato grazie alle cure del santone, ma perde entrambe le gambe che gli vengono amputate e necessita di riposo assoluto per almeno 3 mesi. L'equipaggio decide di rimanere e si rende utile come può ringraziando per l'ospitalità ricevuta.


  • ·         Narra la vicenda che nel lontano 1632 una banda di schiavi si ammutinò al largo della Costa D'Avorio costringendo gli schiavisti a riportarli a casa, ma la nave si smarrì tra le nebbie giungendo su Caribdus. Il vascello degli schiavisti si fece strada combattendo fuori dal Mare dei Relitti verso sudovest per approdare nel punto dove ora sorge Tulago. Gli africani processarono e giustiziarono i loro carcerieri come prevedevano le loro usanze, ma non essendo in grado di manovrare la nave la smantellarono usando il materiale ricavato per costruire le prime dimore. Poco dopo iniziarono a coltivare la fertile terra divenendo oggi una delle più prospere tra le comunità agricole di Cuwayo. Dato il loro passato ogni uomo si considera libero e non esiste alcun governo. L'atmosfera di Tulago è un atmosfera piacevole per chi è abituato ai grandi ed operosi porti. Il villaggio è costruito attorno ad una piazza centrale, non prevede edifici ufficiali: ogni abitante è responsabile delle proprie azioni, e se qualcuno commette un crimine l'intero villaggio emette la sentenza. Il fulcro dell'attività del villaggio è la fossa del grande falò. Oltre ad essere il luogo di raduno delle feste notturne, è anche il punto in cui gli abitanti del villaggio si radunano per discutere delle questioni importanti. Dopo una dura giornata di lavoro la gente di Tulago si raduna attorno al grosso falò per bere, mangiare cantare e danzare. Gli abitanti del villaggio si cimentano in danze tribali per ricordare il loro popolo perduto e raccontano storie delle loro famiglie e di ciò che si sono lasciati alle spalle. I tulagani adorano anche ascoltare le storie degli altri popoli e li invitano volentieri a sedersi al falò con loro se amichevoli.



  • ·         Per il recupero completo del Capitano Do Santos serviranno in realtà 4 mesi, durante i quali l'equipaggio rimastogli fedele esplora le vicinanze di Tulago, venendo a conoscenza a grandi linee della morfologia geografica dell'isola di Cuwayo. Scopre così che a nordest dell'isola sorge l'imponente città di Baltimus, sua capitale, mentre a nordovest si erge il villaggio di Maroa, abitato pare, da una strana razza alata. Ad ovest dell'isola invece c'e' un mastodontico insediamento noto come Deiking abitato esclusivamente da orientali, che alcune leggende narrano che siano discendenti del popolo cinese, altri li identificano come popolazione locale.


  • ·        Durante i 4 anni successivi  ,ripresosi e riorganizzatosi Do Santos fiutando l'imperdibile occasione, e capendo di essere giunto il momento per lui di mollare l'ancora, con l'aiuto dell'equipaggio superstite e degli amici Tulagani ormai diventati alleati, fonda una piccola compagnia di commercio marittimo, stipulando con il capo Benga Mamoto, un contratto di collaborazione commerciale a prezzi vantaggiosi per entrambi e pone le basi per la creazione di un insediamento ad ovest di Tulago. L'equipaggio ingrossatosi leggermente con l'adesione di alcuni Tulagani curiosi di esplorare i mari inizia quindi a commerciare tra le coste di Cuwayo, comprando dalle colonie di produzione e rivendendo nei grandi mercati di Baltimus e Daikin. Do Santos lascia definitivamente il comando dell'equipaggio e della nave al Capitano Morgan occupandosi di gestire la piccola compagnia con sede ad Albatros's Nest, che per ora vanta poco più di una decina di case.

    Albatros's Nest
  •  ·        Sono passati circa 5 anni, le vostre vite sono irrimediabilmente cambiate e la vostra casa ormai è Albatros's Nest, l'avventura attende solamente voi, mollate le cime razza di fannulloni da stiva...

sabato 6 agosto 2016

Novembre 1879

California Arriviamo!
Tregua ripristinata tra Union Blue e Black River. Sebbene non sia ancora stata fatta completamente chiarezza sulle circostanze dell'assalto di settembre sulla tratta Dodge City - Little Rock, entrambe le compagnie si sono dichiarate disposte a chiudere un occhio pur di raggiungere un accordo con la Denver Pacific.
La compagnia del Colorado, di proprietà della Smith&Robards, e la sua tratta già stesa di binari che arrivano fino in California, è la soluzione per riprendere la corsa al fianco di Iron Dragon, già inoltrata nel labirinto, e Bayou Vermillion e Dixie Rails in lotta con le difficoltà del deserto del Mojave.
Se Mina Devlin o Joshua Chamberlain riuscissero ad annettere o giungere ad un accordo definitivo ed esclusivo con la Denver Pacific si ritroverebbe aperta la via per Lost Angels, ben altro discorso per le porte della città, che probabilmente rimarrebbero ben sprangate con il Reverendo Ezekiah Grimme in persona pronto a prendere a bastonate ogni Barone delle Ferrovie in circolazione.
Amen fratelli!

Wasacht fuori gioco
Dopo l'incidente delle merci difettose, nelle quali i convogli Denver Pacific si sono sbarazzati di tutti i macchinari Wasacht destinati alla costruzione dei nuovi binari che trasportavano, i rapporti tra le due compagnie sono rimasti congelati.
Possibile ci siano altri interessi dietro l'inimicizia tra i due cartelli? In fondo Darius Hellstromme, proprietario della Wasacht, ed i signori Jacob Smith e Clifton Robards, titolari della Denver Pacific, sono i più noti e riconosciuti mecenati e promotori della tecnologia a pietra fantasma e, come tutti i più geniali inventori che non trovano modo di collaborare, non possono proprio fare a meno di pestarsi i piedi a vicenda.
Ad ogni modo chi ci perde in tutta questa faccenda è sicuramente la compagnia di Hellstromme. La Wasacht è infatti impossibilitata a portare le sue truppe ed i suoi binari fino a Lost Angels nei tempi previsti ed il suo abbandono della corsa al Caffé della California è ormai scontato.
Fuori uno!

Strage senza fine
Ricorre questo mese il quindicesimo anniversario del primo scontro avvenuto lungo le sponde del Sand Creek, Colorado.
Il 29 Novembre 1864 l'esercito dell'Unione sconfiggeva (qualcuno dice "massacrava") le tribù Cheyenne e Arapaho in una sanguinosa battaglia in cui si stima persero la vita quasi 200 nativi.
Sul luogo sorse un insediamento che nel corso del decennio di conflitti successivo venne più volte distrutto e ricostruito fino ad essere abbandonato per sempre nell'ultima battaglia del '75.
La notizia è di pochi giorni fa, sembra che il ranch fantasma sia stato teatro di un ennesimo scontro a fuoco tra i Texas Ranger ed una banda di fuorilegge. A testimoniarlo le voci giunte a Santa Fe, Nuovo Messico, al ritorno dei militari confederati e le decine i corpi lasciati a marcire tra le rovine.
R.I.P.

Oro Nero nel Midwest
Notizie inebrianti dai territori contesi: Prosperity, Kansas, nasconde una vena di pietra fantasma!
Il giacimento sembra essere affiorato a seguito di una scossa di terremoto avvenuta ormai diversi anni fa, ma fino ad oggi nessuno si era mai accorto di avere un vero e proprio tesoro a due passi e mezzo da casa.
Prosperity venne abbandonata molto prima della scossa, durante l'infuriare della Guerra Civile e, nonostante le voci su un presunto tesoro sepolto, nessuno aveva ancora portato notizie certe a riguardo.
Presumiamo dunque che l'oro di cui si parla nelle leggende fosse di colore nero, bruciasse a temperature altissime e fosse il minerale più bramato dei nostri tempi.
A James Adam Perry l'onore della scoperta: l'uomo ha caparbiamente ingaggiato ed equipaggiato una posse per esplorare l'area, successivamente ha venduto l'informazione e preso accordi con la Black River per la costruzione di una nuova stazione di carico lungo la linea Dodge City - Little Rock e l'istituzione di uno snodo commerciale in diretto collegamento con la miniera.
La nuova cittadina, nemmeno a dirlo, prenderà il nome dal suo fondatore, Perry, e vedrà probabilmente la luce entro primavera.
Excelsior!