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martedì 15 dicembre 2015

Il Grido del Rapace




Il gelido vento penetrava nelle ossa di Warwic, l'attesa nella foresta non avrebbe aiutato con un clima così rigido, i suoi compagni sparsi sapientemente all'incrocio poco prima dell'entrata nella tenuta dei Buchvold, tutto era pronto per la riscossione del debito con Pate.
Il momento di ripulire il nome della banda dello Straniero era finalmente giunto, era arrivato il momento di ridare il senso che avrebbe dovuto avere alla banda di Pate. Le bande si erano formate liberamente ed autonomamente per richiedere con i fatti un indipendenza ed un trattamento più equo per la popolazione gundarakita, era stata tentata la via diplomatica ma senza successo, a pochi dopotutto importava il destino di una minoranza seppur corposa del popolo di Barovia. Poco importava se quella minoranza erano in effetti i veri abitanti indigeni del luogo. Così pochi valorosi decisero di formare delle piccole bande per impegnare dove possibile gli eserciti del Conte, i primi successi, dovuti principalmente al fatto che fossero battaglie inaspettate ed alle quali l'esercito di Barovia non era pronto, diedero gran voce a quell'ideale. L'esempio della banda dello Straniero fu da stimolo per la vessata popolazione gundarakita, e la banda raddoppiò il proprio numero ed i propri sostenitori. Le bande così come erano conosciute nella valle del Gundar erano organizzazioni con un fine, con un ideale, che rispecchiavano il fiero popolo gundarakita e che miravano alla sua indipendenza. A seguito degli eventi tristemente noti e della persecuzione delle stesse bande, le stesse dovettero disperdersi, portando con se gli ideali che le avevano formate.

Di tutto questo Pate non proseguì nulla, quel mezzo cane bastardo, convinse e riunì un manipolo di delinquenti e disperati e si proclamò imperatore degli straccioni, andando ad occupare un posto che non gli competeva e strumentalizzando il concetto di banda per i suoi loschi fini criminali. 

Warwic nel freddo e nella lunga attesa pensava a come tutto questo fosse stato possibile, a come un mentecatto avesse avuto modo di continuare ad esercitare tale attività, era chiaro che fosse in combutta con qualcuno, che qualcuno avesse dato il proprio benestare, altrimenti gli eserciti del Conte avrebbero potuto spazzare via quella feccia senza esitazione ne perdite. Ma ancora una volta l'interrogativo pesante riecheggiava "A chi in realtà interessava il fato della povera gente gundarakita ? ". Non erano questi i problemi a cui Barovia doveva oggi pensare, era piuttosto una cospirazione nata dal suo stesso ventre, alimentata dal suo flaccido seno e fomentata da un morbo di antica era, una "malattia" che non conosceva padroni ne riconosceva ideali se non quello della propria esistenza e prosecuzione della propria progenie.

Warwic doveva ogni notte mandare giù quell'amaro boccone, la libertà del suo popolo raggiunta grazie ai "notturni", come a lui piaceva definirli, raggiunta solo ed esclusivamente grazie a loro, un prezzo molto alto al quale i comandanti della rivolta della valle del Gundar dovevano far fronte. Warwic eseguiva gli ordini come ogni altro soldato, sebbene di soldato aveva ben poco, ma non poteva far a meno di avere un peso sulla sua coscienza. Lo definiva un salto dalla brace alla padella, e quindi un miglioramento, aveva imparato che le rivoluzioni non si costruiscono dal nulla, e lo aveva imparato sul sangue dei suoi fratelli ed amici.

Non era stata una vita facile quella del giovane Maestro, era cresciuto con la morte nel cuore, ad iniziare dalla sua stessa famiglia che lo abbandonò fin da piccolo, si era sempre chiesto chi fossero e dove questa vena artistica che albergava in lui avesse avuto origine, erano troppo oscure le nebbie intorno al suo passato né oggettivamente aveva avuto un momento di calma per pensarci, nè tanto meno per indagare sulla sua vita.

Il combattimento si svolse freneticamente, benché non tutto andò come programmato, le ottime abilità dei suoi compagni si rivelarono preziose, così come il loro sapiente uso della trama e non mancò nemmeno la fortuna ad assisterli, in pochi minuti Pate era agonizzante in terra. Un forza improvvisa permeo la mente ed i pensieri del bardo, le sue mani tremavano dalla rabbia, il dolore gli diede la forza di non vacillare. Mentre la corda tesa vibrando rilasciava la mortale freccia un suono vibrò nell'aria e ben presto si tramutò in un sibilo sussurrante antiche parole. La loro musicalità lasciò di stucco Mastro Warwic, mai avrebbe potuto comporre versi di tale linearità, mai nella sua vita avrebbe potuto eguagliare i suoni di quella lingua incomprensibile, eppure nella sua mente risuonavano le parole del giuramento e le sue labbra lo ripeterono afone per non disturbare quel suono che sospinse la freccia fin dentro l'orbita oculare del Segugio, di fatto concludendo la Vendetta.

Warwic rimase attonito per lo spettacolo di cui si sentiva spettatore più che esecutore, benché la sua perizia con l'arco, seppur non dichiarata era ben al di sopra della normalità, mai avrebbe potuto scoccare con tale precisione, mai aveva visto una delle sue frecce descrivere una parabola tanto precisa quanto inumanamente perfetta la rotazione con la quale vibrava nell'aree.

L'arco era ben più di quel che gli era stato detto, quell'arco quasi gli sussurrava all'orecchio, aveva quasi una sua volontà, ma il bardo impugnandolo non riusciva a considerarlo uno strumento esterno bensì come parte delle sue articolazioni, un estensione del suo stesso braccio. Il dolore lo sprofondò in un umore grigio e nero, benché fosse stato vendicato in quel preciso momento il lutto per la morte di Rannarth lo pervase completamente, come una diga che si infrange per il vigore di un fiume, la diga che tratteneva le sue emozioni si polverizzò, cercò di contenersi ma scoppiò in un pianto liberatorio, del quale non volle mettere a conoscenza i compagni. Per questo si defilò e dovette prendersi qualche minuto per tornare in se stesso. 

La razionalità tornò sovrana dei suoi pensieri e gli suggerì che non c'era tempo da perdere il resto della banda andava sgominato.    



lunedì 7 dicembre 2015

L'Ultimo Volo dell'Aquila




La trovò rannicchiata in un fosso, inerte, tumefatta, con le vesti lacere e ricoperta del suo stesso sangue rappreso. Rannarth temette che fosse morta.
Aveva seguito le ultime istruzioni dello Straniero, aveva condotto i suoi ranger al sicuro, preparandoli a difendersi al Pinnacolo dal nemico in avvicinamento, ma non era riuscito a rimanere lì con loro ad attendere al pensiero che lei non aveva ancora fatto ritorno.
Ridiscese a valle da solo, cercandola disperatamente, seguendo le indicazioni che la stessa Leda aveva condiviso prima di mettersi sulle tracce di Pate.
Il Segugio era quello della banda che si trovava più a suo agio in ambienti urbani, nascosto tra la folla piuttosto che nel fogliame. In qualsiasi borgo persino l'Uccisore avrebbe avuto più difficoltà di azione, non potendo invaderlo apertamente con il suo esercito di spiriti dannati; eppure anche Pate andava avvertito, andava messo in guardia. La banda era stata tradita: il nemico conosceva ogni loro nascondiglio, ogni rifugio e punto di raccolta, i nomi di tutti i Capocaccia.

Tre giorni dopo la sua partenza Leda era lì, riversa in terra ed in fin di vita.
Rannarth la individuò grazie alla vista acuta di Itzya, la regina del suo stormo, sollevò la ragazza tra le braccia e le baciò la fronte, poi intraprese nuovamente il cammino verso le montagne.
Sostò al vecchio Campo Roboris, dove il Grande Cacciatore riorganizzava una squadra di volontari:
"Galiena e i suoi sono caduti, Vas e gli altri esploratori non hanno fatto ritorno. Cosa è successo alla ragazza? Che ne è di Pate?"
"Non lo so Hugo, ma intendo scoprirlo, è viva per miracolo. Del Segugio nessuna traccia, spero sia riuscito a dileguarsi almeno lui."
"Attireremo l'Uccisore a nord, daremo il tempo agli altri gruppi di radunarsi e nascondersi e attenderemo lo Straniero come da programma, hai bisogno di una scorta?"
Rannarth scosse il capo: "Ho occhi su tutta la valle, raggiungerò i miei sui monti e ci barricheremo al Pinnacolo, devo prendermi cura di Leda."
"Allora buona fortuna amico mio, ci ritroveremo al ritorno dello Straniero oppure saremo di nuovo compagni di caccia nelle sconfinate foreste dell'aldilà. Qualsiasi cosa succeda, non permettergli di strapparti l'anima..."
"Mai fratello e nemmeno tu!"

Con passo lento ma fermo, attraverso sentieri che molte guide definivano impercorribili, Rannarth portò in spalla Leda fino alle vette dei monti Sawtooth.
Itzya ridiscese dal cielo in tempesta recando infauste notizie: nel becco stringeva un frammento di stoffa grigia e verde dei ranger dei monti intrisa di sangue. Di lì a poco le prime impronte, in salita ed in discesa, di un nutrito gruppo di persone.
Rannarth aveva bisogno di tornare nel rifugio per medicare Leda, pur sapendo che sarebbe potuto finire in una trappola mortale, ma fu sollevato dal dover prendere una decisione quando di fronte a lui si palesò il nemico.
Percepiva lo sguardo della creatura su di se, nonostante l'elmo fosse un teschio metallico privo delle orbite. Il silenzio fu rotto dopo lunghi attimi di tensione dal Maestro delle Aquile:
"Sei qui per me."
La voce dell'Uccisore era atona e metallica: "Soltanto per te, se è quello che ti preme sapere."
"E allora perché sterminare tutti gli altri?"
"Perché ho subito delle perdite e mi servivano rimpiazzi."
"Voglio che la ragazza viva."
Il nemico si fece di lato, liberando la via per il Pinnacolo. Rannarth la percorse e ad ogni passo sentiva gravargli maggiormente il peso della disfatta, l'avvicinarsi della sua ora, man mano che attorno, tra la neve e le rocce, si affacciavano i volti svuotati della vita e dell'anima dei suoi compagni di un tempo, ora marionette in mano all'Uccisore.

Nessuno dei suoi ranger era morto nel capanno di caccia sulla cima del monte, avevano tutti perso la vita combattendo o forse qualcuno, si augurava Rannarth, era riuscito a scampare sia alla morte che al ben più crudele destino che il nemico riservava loro.
Adagiò Leda sul giaciglio e accese il fuoco, lasciò accanto a lei coperte e ciò che avrebbe potuto utilizzare per medicarsi al suo risveglio. Tornò all'esterno privo di ogni arma.

Il Pinnacolo era un gigantesco sperone di roccia sulla sommità del monte, un trampolino sul vuoto con la magnifica cornice dei monti innevati tutto attorno.
Rannarth percorse la roccia e percepì verso metà la presenza del nemico alle sue spalle, si volse per affrontarlo:
"Manterrai la parola?"
"Morirai senza combattere?"
"Non avrai la mia anima."
"Gli accordi sono per la tua vita e quella degli altri comandanti."

...

L'Uccisore percorse i pochi passi che lo separavano dal ciglio del Pinnacolo e si affacciò oltre l'orlo.
Non ci fu nulla di epico né poetico nell'osservare attraverso l'elmo del teschio senza orbite il corpo del Maestro delle Aquile sfracellarsi al suolo, centinaia di metri più in basso.

domenica 6 dicembre 2015

Gelo e brama



Vassily riaprì gli occhi al buio, il respiro affannato: il freddo mordeva le sue carni come artigli di una fiera mentre penetrava sino al midollo. Bloccato sotto una slavina di neve, contuso ma vivo, cercò di muoversi all'impazzata nel tentativo di liberarsi mentre il panico cresceva dentro di lui. Non poteva morire così, aveva sempre immaginato di morire in mille altri modi:  pugnalato alle spalle da un presunto alleato, torturato da uno dei nemici dei Romanov, giustiziato per uno dei suoi tanti crimini, divorato da una delle immonde creature del Conte, persino avvelenato o ucciso nel sonno da una laida donna dopo aver giaciuto con lei. Tutti modi più consoni alla sua vita da sgherro, da bastardo cresciuto a pane, furti e coltelli: tutte morti cruente, infami, velate da tradimenti, complotti e scontri. Ma una morte così banale, come quella di qualunque commerciante sprovveduto colto dal maltempo, non l'aveva proprio mai immaginata.



Non si sarebbe arreso facilmente, non era nelle sue corde di bastardo,  avrebbe lottato fino al suo ultimo, gelido respiro. Iniziò a scavare come un indemoniato con le mani, la neve gli arrivava sul viso, nella bocca aperta mentre urlava chiedendo aiuto, congelandogli il fiato sin dentro i polmoni. Scavò per lunghi interminabili minuti finché le sue mani, ormai ridotte a pezzi di ghiaccio insensibili e mero strumento di salvezza, non grattarono via l'ultimo strato di neve. I suoi compagni videro la sua mano guantata spiccare nella neve e lo tirarono fuori, mezzo congelato, ferito e distrutto ma vivo. Aveva ancora tempo per morire in un modo a lui più consono.


Continuarono la loro marcia nella bufera, con tre cavalli in meno, con Feldon più morto che vivo a causa della slavina che li aveva sorpresi, finché la fortuna non arrise loro nella forma di un casino di caccia. La porta era mezza scardinata ma per il resto il rifugio era quanto di meglio si potessero augurare per trovare riparo dal freddo.

Mezzo nudo davanti all'ampio camino che scaldava il capanno, Vassily desiderò ardentemente che avvolta sotto la grossa coperta che lo copriva ci fosse anche Juliska. La bella, testarda e pericolosa donna che aveva lasciato a Zeindenburg a combinare chissà cosa a sua insaputa. Era ancora infuriato con lei per la vicenda di Feldon, ma non per questo non bramava le sue forme: l'avrebbe presa con forza, trattandola rudemente, per sfogare la sua rabbia, per ricordarle che le doveva obbedienza. Poi si sarebbe accasciato su di lei, scaldandosi tra i suoi seni. Si svegliò invece con la voce di John che cercava di metterlo in allerta riguarda a chissà quale pericolo, mentre lo scuoteva bruscamente. Esausto Vassily biascicò qualcosa al mercenario e si rigirò nelle coperte incurante dei reclami di John, del freddo e dei pericoli che si annidavano fuori del capanno. Quella sera i suoi compagni dovevano fare a meno di lui, era troppo stanco, non voleva pensare a niente, desiderava soltanto riposarsi tra le braccia di Juliska, inebriarsi del suo odore, della sua pelle per ricordarsi di essere ancora vivo. Si riaddormentò cercando invano nel sonno le calde carni della sua focosa ed imprevedibile amante distante miglia e miglia da lui, stringendo tra le mani la grezza lana della coperta.

giovedì 5 novembre 2015

Nostalgici ritorni

La prima volta che Kuzja uscì dalla Radura dei Sogni Infranti il suo cuore era in lutto per la scomparsa dei suoi fratelli di fede e la presa della Radura da parte del demone. In quel momento si sentì solo, ma consapevole di poter contare sui suoi compagni: Andrej, Mircej, Astrid, Mira e Martha. Non ebbe molto tempo per riflettere sulle conseguenze e sul futuro: incontrò i Romanov appena mossi pochi passi fuori dal portale ed in quel momento finì la sua vita per iniziare una nuova esistenza. Le preoccupazioni che assillavano il Kuzja umano e fedele di Hala scomparvero, ma su di lui gravò l'immane peso della sua condizione inumana ed innaturale di morto viventi in cui si ritrovò ingabbiato.


Un tenue e timido calore sembrò invece pervadere il petto di Kuzja quando uscì per la seconda volta nella sua vita dalla Radura dei Sogni Infranti. Nel suo petto non batteva più il suo cuore umano, ma si sentì per un breve momento felice per ciò che aveva fatto. Aveva liberato il Ministro e pur non riponendo più nessuna fede ultraterrena in lei, rimaneva una figura colma di vitalità e potere. Una volta che Andrej e Kuzja la liberarono dal pozzo la presenza del Ministro fu sufficiente a riportare la Radura al suo originale splendore, scacciando il demone che ne aveva corrotto la natura. Kuzja ora sapeva che il potere che permeava la  Radura non aveva nulla a che fare con la dea che in passato idolatrava, ma in ogni caso era affascinato dal potere che essa emanava. La sua mente era già proiettata su come sfruttare quell'enorme potere e su come attingervi ora che aveva trovato nuove vie per usare la Trama.



Ma una piccola parte di Kuzja, nel profondo, era contenta di aver dato una seconda possibilità ai suoi vecchi fratelli ed al culto di Hala. Anche se per rendere possibile ciò aveva probabilmente perso definitivamente i suoi ultimi compagni di quel folle viaggio iniziato pochi mesi fa. Agli occhi di Mircej ed Astrid era una creatura infida ed inaffidabile. Aveva una volta di più tradito la fiducia di Mircej, gettandolo nel pozzo per far si che la creatura immortale che camminava nascosta dentro il divinatore mezzo vistani finisse nel pozzo, liberando il Ministro. Dopo questo avvenimento Mircej e la sorellastra Astrid non si sarebbe più fidati, ammesso lo abbiano mai fatto, di Andrej e Kuzia: non più due compagni ma due cinici  morti viventi.
Kuzja lo comprendeva chiaramente: d'altronde anche lui non sapeva più di chi fidarsi. Bodo era morto da tempo e dopo di lui anche Mira. Lukan da tempo era distante e probabilmente non si era mai troppo interessato ai destini dei suoi compagni tanto da scappare con la coda fra le gambe: chissà alla fine forse è stato il più saggio.
Andrej era sempre più freddo e sanguinario, un cacciatore a tratti irrazionale solo desideroso di sangue senza altri apparenti fini. Martha era sempre più glaciale ed inumana: non parlava quasi più e si limitava a scrutarlo con i suoi occhi terrificanti. Prima Kuzja cercava la sua compagnia, vivevano la loro condizioni in modo simile e si supportavano vicendevolmente. Ormai era distante ed irragiungibile ed aveva abbandonato ogni rimasuglio di umanità per legarsi a doppio filo a Cornel. La presenza delle due inquietanti figure, ormai inseparabili, incuteva un profondo timore in Kuzja. Cornel e Carmilla, i suoi mentori, genitori e padroni lo trattavano come un bamboccio, un burattino nelle loro mani da cui si aspettavano soltanto che obedisse agli ordini senza dar troppo fastidio.

Kuzja si sentì nuovamente solo, ancora paradossalmente troppo attaccato alle sue vestigia umane per i suoi fratelli vampiri, una bestia immonda per i suoi compagni umani. Stava cercando di trovare un cammino che gli portasse un minimo di serenità, anche se gli sembrava ogni giorno un'impresa sempre più improba. Per questo ha deciso di dedicarsi alla riuscita della Congiura, unico pilastro cui aggrapparsi nella timida speranza di portarla a compimento e di riguadagnare se non altro almeno un minimo di libertà.


lunedì 5 ottobre 2015

Lettere a Clea





Mia dolce Clea,
Ancora una volta ti scrivo dalla penombra di questa angusta dimora, nascosta tra i sudici palazzi della parte più decadente della mia città. Eppure, cara Clea, ho il sentore che questa sarà l’ultima lettera sporca di polvere e fuliggine che scriverò di mio pugno. Finalmente il fato mi arride.
Qui in città regna il caos, è inverno e fa freddo, in molti sussurrano con terrore l’avvento della Notte delle Bestie, la gente muore per il gelo e la fame e molti miei fratelli minacciano di prendere le armi e sollevarsi contro le nobili casate che si fanno lotta tra loro invece che impegnarsi a governare… eppure io con queste lotte tra Baroviani e Baroviani, Baroviani e Gundarakiti o Baroviani e Mostri non ho proprio nulla a che fare, anzi, ne ho ben preso le distanze e questo spero potrà farti star tranquilla, mia dolce Clea.
Il mio nuovo lavoro procede bene, il dottore di cui ti ho scritto nella lettera precedente mi ha accettato come suo aiutante ed apprendista, il suo nome è James Nathaniel ed è molto ricco, è giunto in città meno di un anno fa e messo su famiglia. A volte mi chiedo perché scegliere un posto così remoto ed inospitale come Barovia se si è così abituati a viaggiare come lui dice di aver fatto, ma poi penso che la risposta sia l’Amore. Si è sposato ed ha avuto una figlia da una giovane fanciulla baroviana ed ora ha avviato la sua attività per garantir loro una vita agiata. Mia amata Clea mi sento così fortunato ad averlo incontrato! Nessun ricco baroviano avrebbe voluto un assistente gundarakita, ma il Dr.Nathaniel viene dall’occidente, dal regno chiamato Mordent, ed in cambio del mio aiuto mi permette di studiare sui suoi testi e persino di esercitarmi nelle sezioni dei cadaveri nel suo laboratorio.
Hai capito bene cara Clea… diventerò un chirurgo! Un medico! Chi l’avrebbe mai pensato? Il dottor Nathaniel dice che ho talento e imparo in fretta ed io non ho altra aspirazione che imparare la sua arte e guadagnare abbastanza per venire da te a Cuzau e chiedere la tua mano. Posso fingermi baroviano, davanti ad una ricca dote i tuoi non esiteranno e finalmente potremo sposarci!

Domattina di buon’ora dovrò aprire la bottega e pulirla per bene prima che il maestro arrivi, a volte quando fa particolarmente freddo rimango a dormire lì, è più calda del rudere da cui oggi, spero per l’ultima volta, ti scrivo…

Con Amore.
Gyula


Cara Clea,
Anche oggi la giornata è stata lunga e faticosa, vorrei scriverti ancora molte cose, dato che d’inverno le consegne della corrispondenza sono più rare e non potrò farti pervenire notizie così spesso come vorrei, eppure sono molto stanco e condividerò con te un solo pensiero sul mio maestro.
Inizio a conoscerlo un po’ meglio, è un uomo vitale, ha buoni modi ed è molto convincente, mi accorgo solo ora, dopo settimane che passo con lui ogni giorno, che probabilmente lascia trasparire di se un’immagine che non corrisponde totalmente alla realtà.
Passo intere giornate a spolverare e mettere a posto i suoi unguenti, le sue misture e poi di notte, chiuso nel retrobottega con un qualche cadavere imbalsamato a leggere libri di medicina e botanica e mai e poi mai mi è capitato di notare qualcosa che si avvicini a ciò che lui vende. Oggi gli ho chiesto per la prima volta informazioni ma sono stato liquidato con un “non puoi ancora comprendere certe cose”. Eppure mia dolce CLea, tutto si può dire tranne che il tuo Gyula sia un fesso o uno sprovveduto e così durante la mia pausa, gli ho fatto qualche domanda di medicina, libro in mano, chiedendo conferma di frasi che fingevo di leggere dai suoi stessi volumi ma che in realtà distorcevo dandogli il significato opposto.
Non ci crederai, ma il Dr.Nathaniel mi ha confermato con le sue risposte vaghe o logorroiche di non conoscere molte delle basi della medicina moderna, come l’esatta collocazione delle viscere nell’addome.
Ho pensato potesse essere solo stanco, o poco interessato… eppure poi lo vedo parlare con un cliente e dargli consigli che documentandomi definirei a dir poco “azzardati”. Per un istante il mondo mi è crollato addosso ma poi ho pensato a te, e a me, e al fatto che anche se James Nathaniel si finge medico ma è in realtà un ciarlatano io ho comunque la possibilità di imparare tutto ciò che serve dai suoi libri! E poi se lui con così poche nozioni è riuscito a diventare così schifosamente ricco pensa a quanto potrei diventarlo io perfezionando l’arte della medicina!

Nei prossimi giorni dormirò in bottega, il gelo torna a farsi più pungente e di notte si sentono sempre più ululati, mi sento più al sicuro nel quartiere della torre che in questo buco. Tornerò presto a prendere le mie lettere e le consegnerò al messo viaggiatore per la metà del mese, dovrebbero giungerti entro pochi giorni.

Siamo così vicini mia amata Clea eppure così lontani.
Ma non temere, molto presto staremo insieme, io e te, per sempre.

Con Amore.

Gyula

sabato 3 ottobre 2015

Metallo e nebbia


Astrid non capiva ancora quali strani eventi del fato l'avessero mandata lì. 

Si trovava in una città grigia, piena di mendicanti e borseggiatori, sovrastata da un'altissima e tortuosa torre da dove facevano capolino una dozzina di mostri di pietra arricciati che sembravano dover attaccare da un momento all'altro. Di avventure ne aveva passate tante per essere una giovane Ragazza di Barovia, ma non riusciva proprio a sentirsi a proprio agio in quel luogo.  Per non parlare del borgomastro che li aveva accolti in casa, una misteriosa donna di nome Rebeka Ditrau. Permettere a personaggi come Antonija di educare i bambini del posto a rubare e borseggiare per strada...che assurdità! Bisogna avere mille occhi a Teufeldorf. Ed è proprio per lei che Astrid e la compagnia dei Romanov sono finiti qui. La Ditrau e la sua milizia avrebbero preso parte alla rivolta contro il Conte se il gruppo mandato dai Romanov avesse scovato l'assassino di un terribile omicidio. "Facile", pensava Astrid; "dopo tutti gli orrori ai quali ho dovuto assistere finora questo sarà solo una passeggiata". Ma non poteva ancora sapere cosa avrebbe visto di lì a poche ore. Il luogo dell'omicidio era la casa delle vittime. Dalla descrizione di Vassily poche cose erano rimaste di quelle povere anime. Secondo i dirimpettai la famiglia appena trucidata non era originaria di Teufeldorf. Il marito, scomparso da qualche ora, era un medico, barbiere o qualcosa di simile; la moglie, casalinga, badava alla bimba a casa. L'unica informazione che erano riusciti a tirar fuori da quelle persone era l'indirizzo dello studio dell'uomo. Poveri di informazioni e con un Mirsej poco presente andarono allo studio. La scena che si trovarono davanti era ben poco distante dalla precedente. Il garzone della bottega si trovava esanime a terra immerso in una chiazza di sangue. Profondi solchi causati presumibilmente da due grosse mani solcavano la gola del ragazzo, il quale aveva ancora stampata nel volto un'orribile espressione di terrore. Ormai convinti della colpevolezza del congiunto delle vittime si avventurarono nella casa del garzone. La porta era stata rotta. Un brivido percorse la schiena di Astrid. L'oscurità al di là del solco sulla porta, la cruenta scena appena vista...quale abominio aveva causato tutto questo. John rimase fuori a guardargli le spalle. Al di là della porta la mano esanime di un uomo spiccava sul fondo di un piccolo corridoio. Astrid prese coraggio e si avventurò nella stanza seguita dal resto del gruppo. Il corpo senza vita del presunto assassino giaceva a terra ed in piedi, dietro la vittima, si ergeva una figura incappucciata con le mani giunte di fronte all'inguine. Sembrava coperta da una pesante armatura metallica. La stanza buia, l'innaturale silenzio, lo scintillare del petto metallico. 

Astrid prese coraggio facendo un passo verso l'ignoto essere. In quell'istante la figura levò il capo scoprendo il volto completamente metallico. La ragazza non aveva mai visto un essere del genere. Sembrava un'umana, proprio come lei, ma al posto della pelle aveva una meravigliosa armatura cosparsa di ghirigori. Le mani erano dei guanti metallici completi di giunture ed il mantello che prima la nascondeva, marrone e consunto dalle numerose battaglie, ormai le copriva ben poco. Il gelo si diffuse nella stanza. Persino Vassily che abitualmente gestiva le situazioni con prontezza e sangue freddo, pareva ibernato dalla gelida figura di metallo che gli si era da poco palesata. La figura, in silenzio, iniziò ad avviarsi verso l'uscita. Nessuno provò a fermarla. Astrid non sapeva che fare. Mentre il costrutto si trovava nel piccolo corridoio della casetta Vassily provò a fermarla senza successo. Astrid seguì la figura che si allontanava a passo sempre più svelto verso una densa coltre di nebbia seguita dal resto del gruppo. 
Le nebbie...qualcosa di familiare se così si può dire. All'interno del bianco paesaggio John si trovava accasciato a terra con delle evidenti ferite che gli avevano imbrattato le vesti di sangue. Nonostante tutto brandiva ancora le due grosse pistole fumanti che portava sempre con lui. Fu un attimo... Un colpo di pistola, la figura metallica su di lui. John riversava a terra senza dar segni di vita. Astrid e gli altri corsero da lui accertandosi del fatto che fosse ancora vivo. Ma la figura metallica svanì nel nulla seguito da Mirsej che tornò fortunatamente poco dopo. 
Cos'era quell'essere? Chi era il mandante? E soprattutto, cosa stava cercando? Solo domande riecheggiavamo nelle menti degli avventurieri. In quel momento Astrid pensó che lo stufato di Lavinia, per quanto terribile possa essere stato, era la cosa che le mancava più di tutti in assoluto.



venerdì 2 ottobre 2015

La sinfonia


Le notti del sud Barovia si assomigliavano immancabilmente l'una con l'altra il freddo pungente e le copiose piogge gli echi di una città che sta per venir avvolta dall'oblio della notte, l'incertezza su quel che avverrà il giorno dopo. Incertezza su chi ci sarà il giorno dopo.

Warwic se ne stava pensieroso alla finestra, il vetro rigato dalle gocce di pioggia che scorrevano giù, qui e la il cielo nero si illuminava con qualche lampo improvviso colorandosi di viola. 

"Il suono del violino, stridulo e potente, freddo ma intenso ". 

Quelle gocce sul vetro se avessero prodotto un suono sarebbe stato proprio quel suono li, pensava fra se e se.

Nel suo cuore invece suonava, già da tempo una melodia, che diventava ogni mese sempre più complessa. Da principio una semplice arpa solitaria nel silenzio della creatività, un motivetto pieno di speranza, voglia di cambiare gli eventi intorno a se, epicità, suoni forti squillanti potenti, si unirono ben presto piccoli corni, tintinnii di triangoli, tamburi. Man mano che passavano i giorni con l'evolversi degli sfortunati eventi quel motivetto cambiava ritmo, cambiava intensità sonore, cambiava la musica al cambiare degli scenari intorno a lui. Amici che partivano per il lungo viaggio senza ritorno, piccole gioie per piccole scaramucce trasformate in successi del tutto stuprate e cancellate e da battaglie perse in malo modo. La speranza tema portante di quella prima sinfonia, lasciava il passo alla rabbia, alla delusione allo sconforto. Quando il motivo era ormai diventato quasi un sibilo, ecco arrivare il suono di quel violino freddo, sinistro, ma potente, minaccioso, impetuoso che avvolgendosi a quel sibilo rimasto lo trasformò lo invigorì, gli fece da controcanto ed il sibilo tornò sinfonia. Si aggiunsero altri archi, timpani, piatti, i corni diventarono strumenti a fiato, arrivarono gli ottoni a dar corpo a quel motivetto che tale più non era. 
In fine si aggiunse una flebile voce che divenne ben presto coro, quello che , nel suo primo pensiero era un semplice tronco dove il Maestro stava suonando divenne un palco, il morbido e caldo velluto rosso sangue delle tende aperte, i cordoni d'oro che le tenevano spalancate. I pochi curiosi animali che ascoltavano il motivetto iniziale adesso erano folle, acclamanti, rumorose ed ansiose di poter battere le mani...

La musica suonava rigogliosa come una foresta in piena primavera, si sentivano suoni di sottofondo, la notte ora non era più buia, l'idea non era più tale ma trasudava realtà in ogni suo piccolo particolare, il motivetto ora era un concerto, potente, vibrante, il cuore gli batteva nel petto, il sangue ribolliva nelle sue vene, tutto quello che aveva sognato e sperato poteva diventare realtà. 
Su quel palco le sue mani stanche avevano ritrovato nuova vita, ed ora si agitavano e venivano seguite dai suoni emessi da ogni singolo strumento, alzandosi ancora suonando la sua arpa si guardò intorno ed una lacrima gli solcò il viso quello per cui aveva tanto studiato e lottato era li quella sera il suono era talmente perfetto che gli faceva male il cuore per tanta emozione.

Dal pubblico un sibilo si innalzò, impercettibile pian piano divenne sempre più scandito, più chiaro e più intenso...."vendetta vendetta vendetta vendetta"  

domenica 6 settembre 2015

Teufeldorf





Teufeldorf si trova nella parte meridionale di Barovia, dove i Balinok discendono velocemente verso il limitare della Foresta di Tepurich lungo la Strada Cremisi. La città si estende a nord e sud del fiume Gundar, all'interno delle massicce mura cittadine è divisa simbolicamente in distretti: della Torre, dei Giardini, Fluviale o Commerciale, del Tempio e Popolare.
Presumibilmente, il sito è stato abitato sporadicamente fin dall'età della pietra, quando brutali uomini tribali eressero dolmen per il pagano dio orso della caverna. In tempi storici, le perenni invasioni delle tribù barbare vicine suggerirono ai primi duchi di fortificare pesantemente Teufeldorf e permearla con tunnel e passaggi. Il fatto poi che il Conte Von Zarovich in passato l'abbia così facilmente annessa testimonia quale anarchia ha sempre, fino ad oggi, caratterizzato la città.
Teufeldorf attualmente non ha un borgomastro, ed è governata dal kapetan delle guardie, la severa Rebeka Ditrau.



Il Conte stesso ha giustiziato il precedente borgomastro, Shaithis Vosrovna, per aver istigato ingenui avventurieri ad assassinare un Vistani locale. La Ditrau ha da lì in poi preso temporaneamente il controllo della città, fino a quando non fosse stato trovato un sostituto, cosa non ancora avvenuta e nel frattempo le principali forze in campo cercano di aumentare la loro influenza per salire al potere.
Rebeka Ditrau è categorica sul preservare la legge e l'ordine in città, ma non ha interesse per le macchinazioni da borgomastro, si ritrova semplicemente a disagio con i compiti politici e gli uomini della milizia della città non sono felici di dover condividere i loro spazi nella guarnigione con impiegati e magistrati.
Cosa insolita per un centro abitato di Barovia, Teufeldorf ha una comunità religiosa discretamente forte. Qui si trova il Rifugio della Quieta Obbedienza, il Tempio di Ezra da cui prende il nome il distretto che lo circonda. Il Culto di Erlin è sempre presente tra i bassi ceti gundarakiti mentre il Signore del Mattino è raramente nominato. Sfortunatamente la città deve affrontare anche il dilagante problema dei mendicanti e dei borseggiatori, che pullulano specialmente nei distretti Popolare e del Tempio.
La caratteristica architettonica più impressionante di Teufeldorf è indubbiamente la Torre Serpeggiante. Ha il profilo di un cavatappi e, dal punto più alto, gargoyle mostruosi guardano verso la città. Sebbene presumibilmente una volta abbia ospitato una congrega di maghi oscuri schiavi di Gundar, la strana fortezza è ora usata per allenare una manciata di soldati Baroviani nelle tattiche militari e di spionaggio. Rebeka Ditrau ha inoltre restituito l'oscura fortezza al suo originale uso di prigione militare.
Le forze che si contendono il controllo di Teufeldorf sono fondamentalmente tre, volendo considerare la milizia della Ditrau come super-partes: le nobili famiglie baroviane Velikov e Katskys hanno iniziato a detta di molti una vera e propria lotta sotterranea, fatta di intrighi, tradimenti ed assassinii, nel tentativo di guadagnare influenza a discapito dei rivali, vantando per titolo il diritto di governare in nome del Conte. Il caos che ne consegue tra le personalità di spicco fomenta ulteriormente la popolazione, che animata da bande di borseggiatori e piccole cellule di resistenza gundarakita diventano via via meno gestibili dall'autorità. La Chiesa di Ezra fa da terzo polo, il Toret Oblemenco si è fatto carico dell'improbabile missione di riunire i consensi del popolo per far si che accetti una guida religiosa. Estendere il potere temporale della fede in Ezra in un luogo ostile come Barovia sarebbe sicuramente un'impresa degna di nota.
Voci inquietanti inoltre sembrano testimoniare il ritorno in città di un'antica setta di assassini, il Ba'al Verzi, che in antichità cercò di assassinare il Conte Strahd Von Zarovich I. Il loro ruolo ed i loro scopi restano un mistero, così come, per ora, la loro effettiva esistenza.

Per i viaggiatori la maggior parte delle locande della città sono poco costose, situate nel distretto Fluviale e circondate dalle squallide tenute dei Gundarakiti. Teufeldorf ne ha fortunatamente almeno una che si distingue: la Locanda della Vedova Piangente offre stanze di buona qualità e cibo discreto, lussuosa e situata al centro del distretto dei Giardini.


Sebbene lontana dagli avvenimenti destabilizzanti di Zeidenburg delle ultime settimane, la situazione di Teufeldor non è meno agitata. Ma, troppo presi nel pestarsi i piedi a vicenda, i nobili non hanno ancora realizzato che dagli squilibri attuali possano emergere sacche di ribelli gundarakiti pronti a rovesciare il regime, o che qualcuno dall'esterno possa approfittare della loro distrazione per soffiar loro la preda tanto ambita.

venerdì 17 luglio 2015

La Bara





Il feretro della bambina era lungo poco meno di un metro e mezzo, molto più pesante di quanto apparisse trasportato tra le possenti braccia di Andrej.
Venne poggiato su un piedistallo al centro della sala e liberato dal velluto bordeaux che ne nascondeva le fattezze.
Carmilla ne accarezzò delicatamente il coperchio con le dita pallide, affusolate e gelide. Il legno di ciliegio era uno dei più pregiati, importato dal Borca e altri dominii più remoti e finemente lavorato da un esperto artigiano. Le curatissime incisioni ed intarsi dorati raffiguravano intrecci di foglie e calendule lungo tutte le assi laterali, mentre sul coperchio compariva la sagoma di un daino a far capolino tra gli arbusti.
Le decorazioni richiamavano sempre elementi della vita passata del rinato, una simbologia per lui significativa o ad egli legata emotivamente. La bambina doveva adorare quei fiori ed avere un ricordo molto profondo legato all'animale sul coperchio o ciò che esso rappresentava.
Le unghie di Carmilla graffiarono crudelmente il muso disegnato della bestia poi, senza cura, il coperchio venne spinto di lato e cadde pesantemente in terra, scheggiandosi irreparabilmente.

La bara era vuota, ovviamente, il suo minuto ma feroce proprietario si nascondeva nel buio, da qualche parte là fuori, rifuggendo la mortale luce diurna, I raffinati pizzi all'interno erano di seta, adagiati attorno ad una morbida imbottitura che anche venne sfregiata dalle acuminate unghie smaltate di rosso della biondissima matrona dei Romanov.
Le dita nobili, splendidi artigli, si insinuarono tra le piume d'oca raschiando il fondo e raccogliendo nel pugno chiuso una manciata di terriccio che Carmilla portò poi al volto, odorò profondamente e lasciò di nuovo cadere nel piccolo sarcofago un granello alla volta.
Il terriccio conservato all'interno della bara era ciò che legava ad esso la creatura. Proveniva da un luogo profondamente significativo per la vita precedente della creatura o in altri casi era quello della sua sepoltura. Il terriccio di Lowenturm appariva anonimo, inodore, non aveva alcun che di particolare, soltanto il piccolo demonio avrebbe saputo riconoscerlo.

Nelle bare dei due Romanov era conservata una manciata di terra presa dal loro sepolcro, quando erano stati seppelliti e riesumati dal loro stesso padre. Carmilla riusciva a malapena a ricordare quanto tempo fosse passato da allora e dall'ultima volta che Cezar Romanov aveva posato il suo severo sguardo su di lei.
Cornel l'aveva preceduta di alcuni anni nell'oblio della dannazione e lei aveva ignorato il suo fato fino al giorno in cui suo padre l'aveva reputata pronta per compiere quello stesso passo. Persino Herr Locke non aveva osato opporsi al suo volere, nonostante la sua promessa d'amore ed eterna devozione. Era dovuto a quello il peso che Carmilla dava alla parola dei mortali, alla veridicità dei loro sentimenti, alla profondità dei loro intenti. Locke ora serviva lei e suo fratello senza un accenno di esitazione, senza un ripensamento, senza una menzogna né secondi fini. Schiavo nella morte perché incapace di sostenere in vita le proprie parole con azioni. In lei ogni sentimento era da tempo dimenticato.

Carmilla Romanov compativa Ylenia Trikskys perchè sentiva in fondo di comprenderla. Resa un mostro in prematura età, prigioniera di un corpo a metà tra una bambina e una donna, con una mente ed uno spirito che difficilmente avrebbero sopportato e razionalizzato la trasformazione e che di conseguenza poco si confacevano al ruolo che le sarebbe spettato nel loro ambizioso disegno. Trovava difficile immaginare che ci sarebbe stato un posto per l'erede di Sinise nella Barovia della Congiura, eppure la bara era lì, nelle loro mani, e la bambina vi avrebbe prima o poi fatto ritorno.

Come agire dunque? Fare a pezzi il feretro la avrebbe resa vulnerabile per un po', ma un essere in grado di soggiogare le menti altrui avrebbe trovato presto il modo di farne preparare un'altra. Una procedura lenta ed onerosa, dato che la nuova bara avrebbe dovuto essere molto simile, se non identica, alla precedente in qualità e decorazioni e contenere al suo interno i medesimi legami materiali. Una volta pronta la nuova bara e ben nascosta, i Romanov avrebbero perso ogni presa su di lei.
Avrebbe potuto Ylenia stessa chiedere al mortale soggiogato di distruggerla, ma sarebbe stato lui in grado di spingersi così in profondità nella villa? I guardiani non lo avrebbero di certo permesso.
Una valida possibilità era quella di sfruttare invece il suo ignaro servitore per attirarla allo scoperto... Ma poi..?
Distruggerla?
Soggiogarla sarebbe stato impossibile.
Scendere a patti alquanto improbabile.
Le creature figlie del caos non possono sottostare a lungo al giogo del padrone.
Non vi era altra soluzione probabilmente, Carmilla la cercava con determinazione, ma non riusciva a trovarne una che la soddisfacesse e che Cornel avrebbe sicuramente approvato.

Cornel, suo fratello maggiore, il vero e degno erede di Cezar Romanov e colui che le aveva insegnato a convivere con la sua nuova natura. Carmilla amava suo fratello fin da bambina, ora attendeva con ansia il suo ritorno dalla villa dei Von Zarovich. Aveva preferito Martha a lei come sua accompagnatrice senza prodigarsi in eccessive spiegazioni, l'incontro era in programma da giorni e di un'importanza cruciale per i loro piani: un "Si" della nipote del Conte avrebbe significato l'inizio della rivoluzione, un suo "No" l'ennesimo rimando se non direttamente il suo definitivo fallimento.

Uscì dalla stanza lasciando che i pesanti drappi purpurei si richiudessero alle sue spalle, ignorò lo sguardo cieco, fisso su di lei, dello schiavo Locke ed attraversò l'ingresso celato che conduceva alla cripta di famiglia.
Carmilla Romanov quella notte era tormentata, ansiosa, pensierosa e preoccupata. Decise di stomaco di recarsi ove non osava, per odio e timore, da lungo tempo. Avrebbe cercato il consiglio, destandolo dal suo sonno di morte, di Cezar, suo padre.

venerdì 10 luglio 2015

L'origine del suono


Le ferite dell'esplosione stavano guarendo, l'onda d'urto era stata tremenda ma la consapevolezza del suo arrivo e la buona salute della quale godeva da sempre il giovane bardo fecero la differenza sul peso nella bilancia che rappresentava la sua vita. Ancora una volta il piatto della vita era in leggero vantaggio su quello della morte. Ancora una volta a Warvic era stato concesso di vivere.

I giorni seguenti, da come gli era stato raccontato furono pieni zeppi di eventi, per lo più la situazione di apparente stallo si sbloccò improvvisamente e la lenta guerra politica divenne una guerriglia atta alla vendetta e per ripristinare l'ordine delle cose in favore dei Romanov.

Dovendo passare del tempo a letto, colse l'opportunità per riflettere, strimpellando sulla sua arpa, riguardo i recenti accadimenti su come la sua vita fosse cambiata negli ultimi anni e su come la faccenda si stesse facendo più intrigata di come avesse mai immaginato potesse essere una rivolta. Ripensò ai suoi compagni, figli di una ribellione soffocata sul nascere, ripensò alle serate di bivacco ed al calore tipico del folklore gundarakita, ripensò al fervore dei discorsi intorno al fuoco, pieni di voglia di rivalsa, di giustizia e di speranza. Ripensò a quanto fosse evidente con il senno di poi che quella rivolta, fatta di piccole schermaglie, in realtà non fosse nemmeno lontanamente efficace contro un regime radicato, potente e terribile come quello del Conte.

Si chiese che fine avessero fatto i suoi compagni d'arme, Lo Straniero su tutti, un enigmatico personaggio di cui non era dato sapere più di tanto, che la sua stessa paranoia per la segretezza lo avesse salvato? Seppe parlando con la taciturna diurna che Kuzja , Andrej , Martha , Astrid e Mircej erano stati compagni di Bogdan. Warvic conosceva di sfuggita quel giovane esploratore, ma aveva avuto modo di apprezzare il suo animo schivo ma leale, sempre pronto a sacrificare se stesso per il bene della causa che aveva sposato con fierezza. Una delle poche volte che ci aveva parlato gli aveva confessato che per lui quel posto era una casa, la casa che gli era stata negata anni prima da una famiglia che lo aveva tradito, due volte, si era spaccato la schiena sui campi di quei contadini e nel momento del bisogno era stato venduto da quelli che credeva fossero i suoi genitori.

Il bardo ammirava il coraggio con il quale il giovane Bodo, invece di rassegnarsi al suo maledetto fato, aveva risposto con entusiasmo ed energia alla chiamata del popolo gundarakita, aveva guardato quegli occhi ed aveva tratto ispirazione proprio quando la speranza veniva meno nei suoi. 

Eppure a quel tempo non sapeva chi fosse Bogdan, i piani segreti dello Straniero non erano alla portata di tutti, ben che meno di un umile artista come lui. Oggi quel giovane avrebbe potuto dire la sua, oggi quel giovane così pacato sarebbe stato tramutato in qualcosa di differente. Chissà se la sua lealtà e bontà d'animo si sarebbe  tramutata in una bestia assai feroce, determinata e sopratutto spietata. Quel infausto destino che lo aveva colto forse lo aveva liberato dal peso di una non-vita piena di contraddizioni. 
Aveva sentito di integerrimi personaggi usciti di senno diventati dei nemici formidabilmente spietati, la mente umana deviata da un male così grande poteva diventare un arma piena di cattiveria e ferocia, esattamente come una belva ferita ed in pericolo di morte. Esattamente come un lupo. Chissà cosa avrebbe pensato di queste fantasie quel giovane, chissà come sarebbero stati oggi i suoi occhi.

Riflettendo le sue mani si erano fermate sulle corde della sua arpa, mentre l'eco del fiume di note ancora riecheggiavano nella stanza. Warvic posò lo strumento e rimase in concentrazione per qualche istante, poi disse a voce alta: " Si è così che farà La Ballata del Gundar ".



giovedì 25 giugno 2015

L'inquietudine di Mircej


Di nuovo quel bosco, di nuovo quell'ombra che lo inseguiva, fino all'arrivo nella radura, dove la nonna lo aspettava e dove nessuno poteva ghermirlo. Quello era il suo posto sicuro, l'ultimo rifugio della mente nel quale nessuno poteva nuocergli, lontano da ogni paura e da ogni incertezza. Era cambiato molto durante queste settimane, dal ragazzo freddo e distaccato quale era, la condivisione della sua vita con Madame Eva lo aveva mutato, lo aveva fatto aprire di più al mondo, lo aveva reso più sensibile, gli aveva permesso di acquisire una nuova forma di conoscenza, nella quale non contava l'intelligenza né l'esperienza ma solo l'empatia e la compartecipazione, ma tutto questo lo aveva anche indebolito, lo aveva reso più insicuro, aveva minato la fredda corazza dello studioso di arti arcane per rivelare il fragile e insicuro ragazzo che non aveva mai fatto uscire fuori in vita sua. Dov'era adesso la sicurezza di essere superiore alla madre? Dov'era il freddo calcolatore in grado di essere sempre un passo avanti agli altri? Finalmente stava facendo i conti col suo vero io, e soltanto accettando i propri limiti sarebbe riuscito a crescere davvero e a fondere i sogni del bambino con la determinazione dell'uomo che stava diventando. Madame Eva non gli aveva solo permesso di conoscere il passato, il presente e il futuro, ma gli aveva permesso di conoscere di più se stesso. Ormai aveva capito di essere ancora nel suo letto, a dormire, e quasi si stupiva di come persino i suoi sogni toccassero tematiche così profonde, che più si addicevano a una persona sveglia forse.


Non appena realizzò tutto questo si svegliò e si ritrovò per l'ultima volta nella stanza che lo aveva ospitato per tutti questi giorni. Era finito il suo "riposo" in casa Romanov, era finito il suo ruolo a Zeidenburg. Grazie alle sue risorse il patriarca dei Trikskys era stato definitivamente spazzato via da Barovia. Dopotutto aveva rischiato molto anche lui, e suo malgrado aveva comunque fatto la sua parte, Astrid non era stata l'unica a mettere in gioco la sua vita, non che la sfida lo interessasse, ma in futuro nessuno avrebbe potuto dire che Mircej era stato a guardare, per quanto avrebbe sicuramente preferito restare al sicuro nella villa che uscire di notte e essere toccato da quei non-morti e poi da... un brivido lo percorse, si guardò la manica sinistra della casacca da notte e lentamente la tirò su, quasi sperando che ricordasse male, che anche quello fosse parte di un brutto sogno, e invece no, era tutto vero, i quattro segni neri sul suo avambraccio gli ricordavano che era stato toccato da uno dei peggiori non-morti evanescenti che si potessero incontrare. Corse allo specchio cercando di vedere se la necrosi fosse in espansione o se fosse uguale al giorno precedente. No, sembrava essersi arrestata, forse non sarebbe più andata via, ma il pericolo ormai sembrava arginato. Quando sollevò lo sguardo li vide per un attimo, alle sue spalle, un riflesso fugace, un barlume, poi scomparirono subito, non appena si voltò. I peli delle braccia gli si rizzarono dalla paura, no, forse era stata solo la sua immaginazione, non era più nei sotterranei della fortezza, Andrej aveva messo in fuga quella creatura, era al sicuro in casa Romanov, quegli occhi gialli non potevano averlo seguito anche qui. Si guardò di nuovo allo specchio, si asciugò il sudore freddo che gli imperlava il viso e il collo col suo fazzoletto di seta e vide le occhiaie procurategli dai sogni inquieti delle ultime notti. Forse era un bene lasciarsi Zeidenburg alle spalle e con lei tutti i brutti ricordi degli ultimi giorni. Una voce femminile nella sua testa gli ricordò che non era quello il modo di superare le proprie paure, ma in quel momento non aveva bisogno della verità, desiderava solo una rassicurante bugia...

martedì 23 giugno 2015

Preparativi

Piazze affollate, attentati, riunioni, parole e funerali, una nuova dimensione di una vita alla quale era del tutto avulsa, Mira era stanca paradossalmente si stancava più con intrighi politici, riunioni affollate di quanto non potesse stancarsi dopo una giornata di allenamento nell’arena della Falange.
Estenuanti discorsi e congetture sul futuro, la ferocia spietata dei Romanov malcelata dietro una facciata di pacatezza e rilassatezza e gli ultimi colpi di coda di una famiglia rivale, la indussero a pensare se l’interesse vero fosse lo sgominare una dittatura per sostituirsi ad essa o quanto fosse valida la scusa del benessere dei Baroviani.

A Mira questo interessava marginalmente, era diventato di suo interesse quando il culto le aveva richiesto di dare il suo apporto alla causa. Per la Dhampir il tempo a Zeidenburgh scorreva troppo lento, differentemente dal sangue nelle sue vene, aveva sempre avuto questa idea del suo corpo registrato su di una velocità differente in contrapposizione con la normale velocità della razza umana. Mira si spiegava così il suo essere diversa, era abituata a vivere più veloce al punto che in situazione normali doveva limitare la propria frenesia per non essere additata come differente, alla scuola però le avevano insegnato a lasciarla fluire e scorrere selvaggiamente nei momenti di bisogno. La contrapposizione tra il fingere di essere normale e la constatazione palese di non esserlo, un dualismo che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza. La morte per lei sarebbe stata una liberazione, la attendeva come un passaggio necessario come un corridore stanco vede il traguardo farsi sempre più vicino per potersi finalmente abbandonare al riposo. Mira non aveva paura perché non temeva la morte né la giudicava come un evento negativo e definitivo, voleva solo assicurarsi che il suo passaggio in questo mondo portasse più vantaggi che svantaggi e che quella scintilla che animava il suo corpo la portasse verso una morte giusta ed eroica degna fine di un discepolo di Irlek Khan.   
Così la vita scorreva tediosamente lenta per la diurna, nella gran parte della sua giornata e poteva concentrare la sua smania ed irruenza in brevi e feroci momenti, era stato l’insegnamento più duro al quale aveva dovuto far fronte, era la cosa tutt’ora più difficile da mettere in pratica. Non cedere alla bestia che era dentro di lei, non perdere la ragione e non deviare dal rigido cammino impartito dai dogmi del culto. Un lupo feroce ed affamato rinchiuso nel corpo di una giovane donna.
Pensando ai suoi “di nuovo nuovi” compagni, e vedendoli in azione non poté far altro che commiserarli, aver pietà della loro condizione, registrando al contempo cambiamenti in loro preoccupanti. Si era passato dal lutto per la condizione nella quale erano stati forzati, alla prepotenza ed alla spavalderia con la quale usavano e misuravano i propri poteri. D’altro canto il cambiamento repentino del proprio fisico e delle proprie abilità sarebbe stato inebriante ed incontrollabile anche per una mente abituata ad una ferrea disciplina. Andrej e Kuzja erano sì inquadrati in un culto che gli aveva fornito le basi di una disciplina erano sì avvezzi ad un potere magico o sacro, ma i loro culti davano un importanza alla disciplina insufficiente rispetto a quanto necessario. In poche parole Mira sapeva che non era no pronti, aveva paura che tutto quel potere nelle mani di un sacerdote e ancora peggio di un sacerdote con velleità arcane li portasse a diventare un pericolo per gli altri, un grande potere comporta una mente ferma, obiettiva e neutrale che rifugga dal piacere stesso generato dal suo uso che ben presto porterebbe alla corruzione della mente stessa. Un enorme responsabilità.
Pensando questo il giovane monaco richiudeva la porta della sua stanza dietro di se, all’interno la mobilia era sottosopra, un cuscino strappato e la lana al suo interno sparsa sul terreno, una flebile candela generava una luce tremolante per lo spostamento d’aria causato dall’apertura della porta della stanza.


In un angolo rannicchiata con le ginocchia strette al petto dalle sue stesse braccia, i lunghi capelli riversi sulle gambe fino a toccare il pavimento, il singhiozzo strozzato in gola, tremando giaceva Vivien.

Mira dopo essersi avvicinata con passo fermo ma lentamente, si sedette vicino alla giovane donna ed accarezzandole la folta chioma le disse: “E’ finito il tempo della disperazione e della rabbia, imparerai a convogliare tutto questo a tuo piacimento, è giunto il tempo della tua rinascita ti chiedo solo di fidarti di me.”

sabato 20 giugno 2015

Nuovo risveglio

Kuzja si risvegliò nel suo nuovo giaciglio: ormai trovava più confortevola la bara al letto tanto da farlo rimuovere dalla sua stanza. Aprì il coperchio con rabbia, infuriato con Cornell e Carmilla: per portare avanti la loro folle Ribellione lo avevano trasformato in un di loro, un non morto, un vampiro un essere maledetto. Avevano provato a spiegargli che lo avevano fatto per proteggerlo, per evitare altre inutili e dannose perdite. Gli avevano promesso e decantato nuovi poteri che la sua falsa dea non gli avrebbe mai garantito. Eppure in pochi secondi Trikskys lo aveva spazzato via, come un fuscello secco in un incendio che divampa, trasformando lui e Martha in cenere al vento.
Kuzja stava provando in ogni modo ad accettare quella sua nuova esistenza, scandita dal susseguirsi delle notti invece che dei giorni, dal cibarsi di esseri umani; vissuta al buio e nel freddo delle umide sale sotterranee di Villa Romanov. Un esistenza fredda, distaccata e silenziosa: assolutamente inumana. Ma lui non lo era più nel fisico ed anche la mente iniziava ad adattarsi e a cambiare facendogli prendere confidenza con la sua nuova natura e le sue nuove capacità. Ma una parte di lui si ribellava, facendolo ardere nel profondo seppur solo emotivamente. Ormai il suo corpo gelido si scaldava solo con il sangue umano.
Kuzja era furioso anche con il Ministro di Hala: lo aveva cresciuto riempendogli la testa di fandonie e di inutili storielle sulla dea, sulla sua infinita saggezza. Ora Hala non lo ascoltava più eppure Kuzja continuava a manipolare la Trama a suo piacimento, senza fronzoli, senza interecessioni: era lui a decidere, in modo diretto. Non gli serviva più la sua stupida dea, ammesso fosse mai esista.

Kuzja sentiva un ormai inusuale calore avvampare dal profondo del suo petto ghiacciato mentre, furente di rabbia, camminava nervosamente nella stanza tracimando insulti e rabbia,  stringendo le mani a pugno tanto da conficcare le unghie nei palmi. All'improvviso quell'intenso calore esplose in tutto il corpo, come se le sue membra non potessero più trattenerlo.  Kuzja riaprì le mani e dai palmi aperti  iniziarono a divampare fiamme. Con uno scatto d'ira inizò a scagliare le fiamme createsi nei palmi contro il muro, immaginando di colpire il Ministro, Cornell, Carmilla, Lucius, Pate e tanti altri demoni che affolavano la sua testa finché il fuoco smise di bruciare insieme alla rabbia di Kuzja.
L'impeto d'ira sfumò, ma Kuzja riuscì a manipolare nuovamente il fuoco tra le mani: ne poteva sentire il calore senza bruciarsi, come se le fiamme fossero un prolungamento delle sue dita.


La rabbia repressa, l'odio covato per anni sotto traccia, le sofferenze, le tragedie patite, i sentimenti di vendetta celati avevano trovato uno sfogo, plasmati dal raziocino di Kuzja. La cenere sotto cui aveva nascosto tutto ciò era stata spazzata via, ridando ardore alla sua rabbia interiore, risvegliando i suoi istinti. Era riuscito ad incanalare quella tempesta di sentimenti che lo bloccavano in energia. Ora dopo tanto vagare in cerca di risposte sapeva per cosa lottava: per se stesso. Non c'era più nessuno da aiutare o salvare, nessua causa da sposare, nessuna ribellione da portare avanti, nessuna dea da adorare o pregare. Solo se stesso ed un nuovo cammino solitario. Tutto il resto trascendeva davanti ad una vita immortale ed assumeva finalmente il suo vero significato: inezie, battibecchi tra persone limitate, quisquilie per comuni mortali. Kuzja doveva aspirare a qualcosa di più grande, più ambizioso per non restare intrappolato nella maledizione che gli era stata inflitta. Conoscenza, potere ed un giorno vendetta questi erano i pilastri della sua nuova esistenza. Sarebbe tornato alla Radura dei Sogni infranti con uno scopo ben diverso ora. Ma non adesso, doveva ancora prendere conoscenza del nuovo se stesso: non era più un umano ma un vampiro, un essere maledetto si, ma potente. Più vicino ad una divinità che ad un mortale.

Con una nuova tunica, nera come la sua anima, a coprirlo e con queste nuove certezze Kuzja sia apprestò a partire, desideroso di mettersi alla prova. Destinazione Lowenturm, la prima di tappa del suo lungo, forse eterno, cammino.