Visualizzazione post con etichetta ErrandoPerLaitia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ErrandoPerLaitia. Mostra tutti i post

venerdì 2 novembre 2018

La Fine de lo Viaggio

«Magister Latinus! Magister Latinus» sussurravan li vendemmiatori in taverna stanchi, al vederlo comparir sull’uscio e farsi strada tra li suoi banchi.
«Ma chi è sto Magister Latinus?» chiedeva uno bischero forestiero, «Lo signore dei campi a nord dello lago» rispondeva un nostrano faccendiero
«Ma è quello che alleva li capibara?» chiese uno collo naso immerso nella zuppa, «Semmai li coltiva...» rispose un tal che si da arie con in mano una gran coppa
«Ma non andò a Maro da più di un lustro?» chiese dal fondo un rustico locale, «Macché! fu qui sino un par d’anni fa» rispose un avventore seduto sul bancale
«La taverna l’è piena - disse l’oste Pitro - ma una ciotola e del vino non si nega ad uno Magister come voi sommo» pulendo sul bancone con uno straccio, che n’avea un gran bisogno
«Solo verdure, e agnello di Tartaria, per lo vostro delicato palato, ma la casa v’offre anche uno vinello fermentato»

Lo magister si sedde attendendo l’abbondante e popputa bionda figliola dello oste Pitro, che con sorriso e grandi occhi, portò una gran ciotola di calda zuppa e mescette una coppa di vin fermentato, tipico di codesti posti del Sacanto.
«Siete invero voi la Mara? - chiese lo Magister accennando un sorriso - manco da tant’anni se noto solo ora che vi siete fatta donna» assaggiando lo vino che friccicava un poco in bocca.
Ella arrossì, abbassò lo sguardo e rispose «Io son sempre stata qui e quivi cresciuta, ma voi… voi avete visto Maro e li posti de Laitia, per così tant’anni! Dite dite, come fu lo viaggio?»
«Visitai lo Magistro Samael a Maro, dove anche fui in passato e studiai per anni, e fu lui a guidarmi e poi a mandarmi verso li suoi bizzarri e affascinanti amici che mi furon compari:
«Lo Magistro Alburno, maestro di pozioni, che sa essere forte come un drago ma c’ha uno cuore… un’acume d’oro
«Lo robusto e inaffondabile Frandonato, forse un frate o uno prete, mai capito, maestro di padella sia per cucina che a darla in fazza a qualche avverso astante
«E lo Peregrino, che a definirlo in qualche modo lo si svilisce, esperto di magilla e di favella, musico, lanciatore e combattente, svelto de mano… e de bacino»

«E ciò che portate indosso, è gran bottino?» indicando gli ornamenti lustruosi che s’appendevano alle vesti logore di gran viaggio, mentre da una pitta riempì a nuovo la ciotola di zuppa.

«Codesto allo mio collo è uno globo del potere, preso dallo Valente ma che invero fu per noi arcanista infame che innanzi ci si oppose in angusta cripta; fermammo li suoi incanti e li suoi sgherri, mentre lo frate lo spadellava e di lui e delli altri rimase solo una gran frittata.
«Ed esta è treccia di guerriero Murias; dicono che più son forti e più sono lunghe le loro trecce, e codesta, come vedete, mi fa da cintola e ne avanza pure un frego; con la mia frusta lo fermai mentre lo bardo lo distrasse con li suoi trucchi, che più dello demonio ne conosce.
«Con questa mia frusta! Che vien guidata dalla saggezza dello spirito de chi la usa, e può esser letale contro nemici troppo avventati, che sian essi murias, banditi, cavallier o biro biro, seppur con li demoni e le avverse presenzae, forse è meglio usar d’altre arti.
«La cerbottana che spunta dallo zaino, non la guadagnai ma mi fu invero donata dallo Magistro Alburno per uno anonimo atlante, e seppur non potente come li suoi intrugli che san di menta e rendon viva la pietra, può tirare luci che bucan le cotte e li giachi, e quel di vivo che v’è in mezzo.
«L’elmo e lo pugnale son doni divini, e la fascia mi fu data dallo Magistro Pirreo, che fu Alburno trent’anni fa pria di diventar pietra, per un alambicco, mentre per lo falcetto… beh… questa è un’altra storia...»

La Mara s’appoggiò allo bancone, mento posato sulle mano, petto strabordante e otre de vino in davanti alla ciotola dello Magister, e con l’occhi spalancati «Dite dite, Magister, quindi ne avete fatte di avventure?» Un bel sorso, qualche cucchiaiata, e riprese
«Chiamar avventure le nostre imprese, è sminuirle! Potrei parlar voi de lo libro che proferisce solo bestemmie, o di quando lo Magistro Alburno si fece leone e sbranò lo Belloveso. De li ilcisiani lohm di Orbizzana, che anche se hanno musici non li chiamarei “lohmbardi”, o di quando ci addentrammo nelle paludi guidati dallo vendramino; de li pelosi puzzolenti e delle loro flautolenze, o della Torre Caldara dove avvenne lo storico incontro. Della chiesa de li pellegrini, ove lo Peregrino trovò lo sacro osso del nonno e poi col suo gran lampo de li infami mostri fece uno scempio. Di quando lo Frandonato si aprì la strada tra li demoni, scambiando padelle e spade sacre con lo sè stesso Gaudente. Di quando le schiere di Prol ci portaron in salvo oltre il baratro spinoso, ove lo stesso frate cadde ma tranquillo vi si rialzò. Delle esplosive pozioni di Alburno buone sia per esplodere la pietra che per curare malanni, al retrogusto di menta, o di quando bandii in un angusto antro l’entità che teneva uno blasfemo artefatto.
«Infine di come lo divino Xul fu d’appoggio nelle critiche ore di scatenar anatema, passando ad aiutar me o lo Magistro mio, mentre di divina possanza, Lami, Aba e Genio empivamo l’atrio, Sir Tristano spanzava demoni e lo bardo a cavallo dello Drago Alburno schiacciavano Asmodeo e le sue schiere. Di come evocai la luce per spazzare li demoni nell’ora più angusta di Maro, mentre li compagni miei e loro doppi che di pietra non furon più, facevan la storia falciando empie figure al comando da lo maledetto Emmeus.
«Ma non solo di pugna furon le nostre avventure; ricordo, anche un po’ con dolore di recchie, delle abboffate da li vendramini, ovvero, con gioia, delle tre dame in quel di Ertama; di quando auscultai lo bardo che si ricongiusse con li rossi parenti del nonno, o dello piatto di frandonara per lo drago in Lycaonia. Di quando lo frate provò per più volte a parlar con Dama Sicoi, l’entità ancestrale, o del drago di Nirte dalli bruciori di stomaco; de li ori alchemici da cui lo Magistro Alburno si separava sempre con dolore ma che sembrava averne una fonte inesauribile, quasi li potesse produrre, e che pure alla fine donò alla Scola de lo Fosso. Oppure raccontarvi delle bizzarre creature, dai Cuccafratti ai Bestacci, che nel nostro cammino non ci furon ostili ma anzi si rivelaron alla lunga dei validi alleati...»

«Perdonatemi, mia cara Mara, del mio divagar. Ogni ricordo si aggiunge ad un altro e ogni racconto si impreziosisce di altri racconti, seppur rimanendo troppo limitato nei particolari, perché intere giornate non basterebbero a tesser le lodi de li compagni miei, e a narrar le nostre gesta in queste terre, di come facemmo la storia e riscrivemmo il passato, e lo futuro dello passato» bevve l’ultimo sorso di vino fermentato, accompagnato, avendo finito la zuppa, da qualche secco biscotto.
«Non scusatevi, Magister, starei ore e giorni solo ad ascoltare de li vostri viaggi e delle vostre gesta; de li vostri bizzarri compagni, che magari un dì potrei pure conoscere se passassero in questi luoghi. Non viaggio mai, e sentir li vostri racconti mi fa immaginar di esservi stata...»
«Potrei raccontarvi delle nostre storie anche stasera stessa - asciugandosi il baffo sporco di vino con un fazzoletto - se non vi duole di viaggiare a dorso dello mio mulo fino alle mie terre, a nord, pria che lo sole scenda e si faccia buio. E se v’aggrada l’indomani, ve farovvi vedere le mie piantagioni di capibara, che son piante molto festose e si diverton a giocare con nuovi e vecchi visitatori»
Mara si alzò dalla sua postura, abbassò un attimo lo sguardo verso manca a riflettere, e infine rispose «Ne sarei ben lieta, se mi deste qualche minuto per ripulirmi dello sporco di cucina e salutar lo babbo»

E così al tramontar del sole s’allontanaron Magister Latinus di Pelopia con la sua futura dama, verso le di lui terre. Niuno lo vede passar nuovamente per la taverna, anche se lo vecchio Pitro qualche volta andò a trovar la figliola, e tornò pieno di nuovi racconti, di lui e de li suoi compagni, che ogni tanto salivano a trovarlo nelle sue terre. E si narra di baccanali e di orgie, di lungo disquisire tra Magistri, di sperperi di cei tra piaceri mondani e tomi ed arti di conoscenza che solo i più saggi potevan capire. Si narra di gente che arrivò in carovane, di monache avvenenti e senza sottane, di esplosioni arcane nella notte e un odore di menta lungo le rive dello lago. Ma anche di sagre per la povera gente ove si offriva carne di capibara e abbondati piatti di frandonara, e senza fine giornate intere di canzoni, mentre carretti si aprivan e vendevano al pubblico le loro pozioni.

E si narrava e cantava delle imprese
Degli impavidi eroi e di chi le fece
Che fecer la storia di queste lande
E divenner leggende fino alle sponde
E non so come né perché finirono
Perché leggendarie imprese furono
E le Leggende son viaggio ch’oggi si inizia
e mai vien il giorno ch’esso finisca

venerdì 5 ottobre 2018

Errando per Laitia - Episodio 25

De la Peste Viola et Giochi di Potere

Lo nostro viaggio iniziò varcando quella soglia nebbiosa.
Nessuno di noi poteva però immaginare quale sarebbe stata la nostra destinazione.
Rimanemmo tutti spossati ne la transizione, et una volta ripreso fiato scoprimmo di trovarci ne la medesima sala da la quale eravamo dipartiti, con solo lievi cambiamenti che notammo man mano che decidemmo di farci strada di nuovo fuori da li cunicoli.
Ad alcuni di noi apparve chiaro sin dai primi istanti che lo Peregrino indossava abiti alquanto desueti rispetto a lo solito, così come ciascuno di noi altri, iniziammo ad ipotizzare di trovarci ne lo stesso medesimo loco, ma in un altro tempo, uno non remoto, ma nemmeno troppo prossimo, lo tempo di cui ci aveva parlato lo Magister Samael, lo tempo in cui li Viandanti fecero assieme la loro prima apparizione su Laitia et in cui secondo le parole de lo anziano saggio li loro spiriti erano ancora intrappolati: Maro, tre decine di estati addietro, era reduce da la epidemica piaga de la Peste Viola.
Lo Magistro Alburno, mentre ripercorrevamo li dedali sotterranei de lo Cimitero dei Pellegrini, mi spiegò qualche storia riguardo quel periodo. Mi disse de li tre Signori che si spartivano competenze et influenze su la città tutta, de la feroce malattia portata da li barbari invasori, de le Entità Contrarie che pesantemente facevano pendere la bilancia de lo Equilibrio da la parte de la oscurità, et de la leggenda circa la isola artificiale di Licaonia, loco in cui, di lì a poco, scoprimmo di doverci recare.
La Spada de le Trame era la chiave per risolvere la questione, passata, presente et futura.


Le catacombe celavano un accesso a li sotterranei de le Carceri Catalavine, sorvegliate da uno paio di manticore prontamente messe a riposo da pochi colpi di frusta et padellone ben assestati. Mentre li tre magistri discutevano il da farsi et le probabili implicazioni che uno viaggio ne lo tempo avrebbe avuto su le loro esistenze, Tristano et Frandonato pensarono bene di liberare tutti li prigionieri trovati lì sotto a marcire: nanacci borsaioli, donne di malaffare et persino uno vendramino avvezzo a la cleptomania di nome Sugherello, che se non altro simpatizzò con lo Scarlatto Peregrino decidendo di farci da guida per le riscoperte vie di questa Maro da lunghi anni dimenticata.
Fu di nuovo a la luce de lo sole che incontrammo ciò che rimaneva de lo Arcimago Tomenabolo, consunto da la fatica et la frustrazione per aver cercato la Spada dell'Equilibrio tanto a lungo senza alcun lieto fine. Samael sperava ne lo suo consiglio et questi, prima di spirare, ripose tutte le sue speranze et ambizioni ne le mani de li eroi venuti da lo futuro, parlando di come tutti li suoi studi et calcoli portassero a la fine ne la misteriosa Isola de la Peste, o Licaonia, luogo senza ritorno perennemente celato da la nebbia tra li flutti de lo fiume Albula, in cui si dice che uno tempo sorgesse maestoso il tempio di Alupescio, divinità pristina de la guarigione, presso cui li deformi, malati et appestati a morte trovavano rifugio et forse una cura per le loro afflizioni.
Magister Samael ci condusse poi presso lo palazzo de lo Signore del Sapere, il sommo Derpa, presso cui ci avrebbe atteso et che avrebbe potuto poi prendere in consegna la Spada dell'Equilibrio per officiare uno incantesimo et rimettere a suo posto la Entità Contraria.
Scoprimmo con grande sgomento infatti che le forze oscure avevano in quella epoca una influenza talmente grande da poter infliggere una gravissima maledizione in grado di opprimere li poteri arcani di Tristano, confondere le formule alchemiche di Alburno, rendere inudibili a le Entità le evocazioni di Latinus et, sicuramente, di rendere insipide et stoppacciose gran parte de le mie ricette culinarie.
Derpa ci accolse come amici et offrì lo equipaggiamento di cui necessitavamo per la spedizione verso Licaonia, raccomandandosi di non cedere a la tentazione di consegnare ad altri lo artefatto qualora ne fossimo venuti in possesso, giacché soltanto lo Signore del Sapere et li suoi accoliti avrebbero potuto custodire la Spada delle Trame garantendo lo ritorno de lo giusto Equilibrio.
Lo prendemmo tutti sul serio, incredibilmente, poi ci separammo. Io rimasi con lo Magister Samael, che prima di salutare li suoi amici et compagni consegnò loro alcuni artefatti lasciatigli a suo dire da lo Magistro Alburno di quel tempo: una formula alchemica et ingredienti sufficienti per realizzarla una volta sollevata la maledizione de la Entità Contraria, et uno bizzarro artefatto sferico pulsante di energia arcana, ma a noi completamente alieno per quanto riguardasse lo suo scopo che prese in consegna lo Magister Latinus.
Frandonato et Tristano, che già iniziavano ad annoiarsi per via de lo continuo parlare di massimi sistemi, destino de le loro anime et de lo Equilibrio stesso, seguirono Sugherello ne lo campo de la sua gente lungo le sponde de lo Albula, dove ebbero uno ottimo banchetto a base di racchino et la fortuna di convincere una guida vendramina, Dozy, fratello di Sugherello, a scortarli oltre la palude che conduce a Licaonia. Li magistri, Alburno et Latinus, si procurarono in giro per botteghe lo occorrente per la impresa et effettuarono una perlustrazione de la zona.
Decisero poi insieme di trascorrere la notte ne lo accampamento et a la alba de lo giorno dopo fecero infine rotta per la Isola de la Peste.


Narrerò li seguenti accadimenti come mi vennero riportati, dato che non fui presente perché lo Magistro Alburno volle tenermi al sicuro (dimostrando immensa dose di saggezza et premura ne li miei confronti, visto tutto ciò che di lì a poco sarebbe avvenuto), ma non pensate ch'io voglia romanzarli, dato che le gesta de li Eclettici Viandanti non hanno bisogno di essere ricamate come farebbe lo Peregrino, esse sono già epicissime et assurde così come avvengono ne la realtà de li fatti.
A poca distanza da lo inizio de la traversata, lo gruppo di eroi seguiva Dozy quando venne incrociata et interrotta da una delegazione de lo sommo Eduk, secondo de li tre governanti di fatto di Maro et appellato come Signore del Potere. Egli li invitava a recarsi in sua presenza per ascoltare una offerta, certamente riferita a lo recupero et consegna de la Spada de le Trame ne le sue mani, ma lo Magistro Alburno, memore de li avvertimenti di Samael et Derpa et spavaldamente spalleggiato da li compari, non volle saperne di accettare et allora li soldati farabutti si ritirarono indignati, lasciando lo passo a chi per loro avrebbe dovuto punire li eroi per lo rifiuto: Tarquinio de Belloveso, sgherro senza onore di Emmeus, riversò per la via una feroce brigata di mercenari murias, con lo intento di finirla una volta per tutte.
E così fu.
Lo scontro fu feroce et senza esclusione di colpi. Tarquinio si dimostrò maestro d'armi senza eguali, mettendo in seria difficoltà sia lo Magistro Alburno che lo ben più coriaceo Frandonato, ma la giusta ira de li Eclettici Viandanti, una volta messi in fuga i murias et riunitisi per affrontarlo fianco a fianco, seppe infliggergli la sconfitta che da lungo tempo egli meritava: pesante come non mai et definitiva.
Tarquinio de Belloveso venne azzannato da lo Magistro tramutato in leone da la sua purpurea Crisopea, bloccato et disarmato da le lunghe et sferzanti fruste di Tristano et Latinus et infine spadellato con violenza contro uno muro da lo agguerrito Frandonato.
Gli venne generosamente offerta la resa, che ostinato rifiutò parandosi dietro lo nome de lo padrone suo Emmeus et infine venne giustiziato da Tristano et Frandonato, rabbiosi nei suoi confronti et ansiosi di levarselo di torno una volta per tutte, mentre lo Magistro Alburno si voltava da lo altro lato tristemente cosciente che una ennesima vita era stata sprecata a lo servizio di una causa meschina et deprecabile.

Li eroi ripartirono di fretta, prima che altri potessero interferire, diretti a Licaonia, a la ricerca de la Spada dell'Equilibrio.
Si presero solo la licenza di lasciare una nota di monito su la corazza ormai ammaccata fino ad essere inservibile de lo nemico abbattuto:

"Tarquinio de Belloveso avea da tempo SMARRITO lo EQUILIBRIO, et ora, infine, è CADUTO"

venerdì 21 settembre 2018

Errando per Laitia - Episodio 24

De le Ambre Riunite et Arcani Rituali

Da lungo tempo non calco mano su codeste pagine, non perché qualcosa di brutto mi accadde, né perché iniziai ad indugiare in vizi che distraggono la mente, ma perché ne avemmo di strada et lavoro da fare insieme allo mio novo amico et collega apprendista Pagnotta et la alacre fucina di idee che est, et sempre stato, lo mio mentore: lo Magistro Alburno.

Insieme con li Eclettici Viandanti ci eravamo lasciati che si addentravano in quel di Maro, ne lo abbandonato Cimitero dei Pellegrini (che tanti scongiuri et gesti apotropaici suscitò ne lo bravo Tristano) loco ne lo quale si imbatterono in uno tetro figuro, anzi, a dir lo vero in almeno tre tetri figuri: lo primo fu lo misero et anziano guardiano de lo luogo, che venne messo a riposo prima di potersi lamentare per la intrusione, lo secondo fu lo Magister Latinus, Evocatore de le Entità Luminose et contatto di Magister Samael, che preoccupato de lo incredibile ritardo ne la raccolta de le ambre (sicuramente ignaro di tutti li imprevisti et ostinati antagonisti che ci ostacolavano con determinata solerzia) aveva deciso di mandar rinforzi, et lo terzo fu una vecchia conoscenza de la nostra comitiva, Paulus Valente, pelatissimo Evocatore de le Entità Oscure et braccio destro di Tarquinio de Belloveso, che finalmente, a lo termine di questa sortita, trovò giusta fine et punizione per la empietà de lo suo operato.

Andando con ordine, lo Scarlatto Peregrino aveva individuato la ambra Rufescens in una cripta sotterranea ne lo cimitero, li altri lo raggiunsero et, conosciuto Latinus et stabilito che di lui ci si potesse fidare, si intrufolarono ne lo sotterraneo sorprendendo Valente all'opera in rituali di dubbia moralità. Sistemato lo nemico e la sua scorta a suon di fiamme, fulmini et sonore padellate, poterono tornare in quel di Ertama, padroni di due gemme su tre, solo dopo aver recuperato in Brumia, con lo aiuto de lo mastodontico drago Tyrus, lo ultimo ingrediente mancante per la creazione di quella mancante.
Nuovamente in Calbatisia infine fu lo Magistro Alburno a salire in cattedra dando sfoggio de la alta scientia di cui si fa ambasciatore. Io et lo buon Pagnotta avemmo lo onore di fargli da assistenti ne la creazione de la ambra Caeruleus et ne la trasformazione di pietra in oro, grazie a la Pelle di Basilisco recuperata ne li Fossi sotto la città.
A lo termine de lo processo, dopo molti giorni di lavoro, lo oro fu diviso tra Frandonato, Tristano et Alburno che ne destinò gran parte a la ricostruzione de la Scuola dei Fossi et ripresa economica di Ertama, riuscendo anche a prendere accordi con li Cuccafratti de lo sottosuolo per scambi commerciali et la liberazione di Epirone da Piretro, consegnato ad uno immensamente grato Pagnotta che prese in carico le sue sorti dopo la nostra nuova partenza.

Avremmo voluto rilassarci, la emozione era tanta per le innumerevoli scoperte et progressi, per tutti li esperimenti riusciti, ritrovamenti et formule, ma dovemmo subito ripartire perché Samael attendeva brontolando et ora le ambre erano finalmente tutte e tre in nostro possesso.
Alburno sembrava aver trovato uno degno compagno di conversazione in Latinus, che ospitava volentieri su lo nostro carro, mentre Frandonato et Tristano preferivano svuotare boccali et gonadi in ogni locanda di via presso cui sostavamo.
Giungemmo infine nuovamente in Zolia, su la costa da le parti di Zanio et Viniola, presso la Torre Caldara in cui finalmente ci ricongiungemmo con lo Magister Samael.
Frandonato si convinse solo ora, vedendo lo vecchio amico, che egli non fosse la dama popputa apparsa in sogno di cui mille volte ci aveva narrato, et lo anziano Magister sospirando dimostrò di conoscere ne lo profondo la natura goliardica de li Eclettici Viandanti, professandoli come suoi amici di vecchia data, ma soprassedette dato che la missione era quasi compiuta: andavano solo affrontate uno altro paio di eroiche sfide, probabilmente mortali, per poi finalmente... bé... quel che si stava rischiando ho avuto la impressione che non fosse ben chiaro a nessuno de la compagnia, che preferiva bere et scorreggiare mentre con aria grave lo Magister Samael parlava di ricordi perduti, anime imprigionate, la Spada dell'Equilibrio et lo Libro del Comando.

Glisserò su lo ritrovamento di questo ultimo artefatto, dato che trovo scurrile anche solo descrivere tale tomo parlante, in grado di proferire oscenità tali da appestare le nostre orecchie durante tutto lo viaggio di ritorno. Dirò solo che venne recuperato da una caverna celata ai mortali da lungo tempo cui giungemmo patteggiando con una tribù di ferali Lhome et sconfiggendo una piccola congrega di ominidi puzzolenti et Pelosi che tanto ricordavano la Orzabotta che conoscemmo sotto li Fossi di Ertama.
Fatto sta che sto Libro del Comando servì a Samael per lo passo successivo de la sua, et nostra, missione.

Tornati ne lo Cimitero dei Pellegrini, ne la stessa cripta in cui legnammo Paulus Valente et la sua scorta di Biro Biro arrivammo a lo primo vero punto di svolta de la nostra cerca.
Alburno piazzò in una apposita nicchia, su la sommità di uno arco di pietra, il portagemme di platino con su incastonate le tre ambre: Rufescens, Caeruleus et Chryselectrum.
Ci tappammo le orecchie et lo anziano Samael con lo Libro del Comando iniziò a salmodiare, a lungo et costantemente, fino a che le gemme splendettero et una fitta nebbia occupò lo spazio sotteso da lo arco di pietra, che divenne uno portale tra li mondi.

Lo varco era aperto, et era forse tempo per li Eclettici Viandanti di smettere di cazzeggiare per Laitia et raccogliere le idee, capire lo loro scopo et oltrepassare la soglia che li avrebbe condotti incontro a lo loro destino.

giovedì 5 ottobre 2017

Errando per Laitia - Episodio 23

Di chi Lotta et di chi Fugge

Li girodì in quel di Ertama, finalmente scevra da la folle maledizione di Piripicchio, trascorsero incredibilmente tranquilli et proficui per le ingegnose attività de lo mio Magistro, tornato in forma umana con dozzine di nuove idee per la mente.
Io (Arcadio) et Pagnotta seguimmo pedissequamente le sue istruzioni rimettendo a lustro la intera Scuola de li Fossi, predisponendo lo laboratorio et riordinandolo come fosse nuovo, mentre lo sapiente Alburno focalizzava li suoi sforzi ne le medicazioni de li suoi compagni feriti, passando lo tempo restante, spesso anche fino a notte fonda, ne lo studiare li tomi di Epirone da Piretro in cerca de le formule di creazione de le ambre ormai perdute.

Lo nerboruto Frandonato, incassatore di professione, picchiatore veterano et predicatore a fin di lucro, nonostante fosse decisamente malconcio, si rimise in piedi in poco tempo et prese lo impegno di viaggiare per li pressi de la città, in cerca de le dimore estive de li signori che abbandonarono Ertama a la alba de lo vile incantesimo che ne aveva avvelenato le falde acquifere. Sparse in giro la nuova che li Eclettici Viandanti avevano spezzato lo sortilegio et che dimore et botteghe potevano finalmente essere ripopolate. Infine tornò a farsi rifare le fasciature ne la attesa che una delegazione giungesse a riscontrare quanto detto.
Galvano invece ebbe qualche problema in più, non ne lo fisico, che robusto quanto si addice ad uno cavaliere guarì bene et rapidamente, ma ne la mente, dimostratasi non per la prima volta assai più labile di quanto richiesto a la sua figura. Lo cavaliere asserì di avere smarrito lo suo equilibrio, la sua ragione di vita, sentendosi sconfitto sotto ogni aspetto da la baldanza et destrezza di Tarquinio de Belloveso, su la carta rinnegato, ma ne lo fatto assai più dedito di lui a li suoi scopi, decise quindi di avere bisogno di ritrovare se stesso, li suoi insegnamenti, la sua giusta via, partendo solo, verso non si sa dove, forse la Gelatodia da cui proveniva et abbandonando li suoi compari ad una battaglia lo cui esito era ora più che mai incerto.
Ebbi modo di parlare con lo Magistro di questa scelta, et tra li brontolii di delusione mi disse che la debolezza poteva essere manifesta in molti modi: Galvano non la aveva dimostrata perdendo a duello, ma mostrando paura, incertezza et egoismo, voltando le spalle a li compagni di molte avventure ne lo momento di massimo bisogno. Se non altro Frandonato lo fece sentire uno poco in colpa et prima che partisse si fece consegnare la Lama da le Tre Dita donata da la città di Nirte a li eroici salvatori.

Ne lo mentre, li cuccafratti continuavano a tenere confinato lo folle et depresso Epirone ne lo loro villaggio sotto li Fossi. Curuccu rifiutò di liberarlo perché lo suo popolo non avrebbe accettato di lasciare andare come nulla fosse colui che, ne li panni de lo Cuciniere Nero, li aveva ridotti in schiavitù. Alburno allora cercò di proporre uno scambio, avrebbe parlato a le genti di superficie et interceduto affinché si potesse stabilire una qualche sorta di scambio commerciale, che avrebbe permesso a quelli di sopra di arricchirsi con li beni de li fossi, et a quelli di sotto di condurre una esistenza meno misera et banale.
Quando però giunse la delegazione de li nobili di Ertama non vi fu molto tempo per contrattare, né su li scambi né su la liberazione de lo alchimista Piripicchio, giacché quasi contemporaneamente arrivarono le tanto agognate nuove di Tristano.

Lo Scarlatto Peregrino aveva con solerzia viaggiato come pattuito su le tracce de la ambra trafugata, inseguendo la arcana scia de la sua invisibile nota in compagnia di Rafiseno. Quest'ultimo però si fece beccare in una locanda a metà de lo viaggio da le guardie di Polisnea et venne pestato et catturato per li crimini lì commessi. Lo buon Tristano capì con rammarico che poco poteva esser fatto se non voleva che la sua missione fallisse et quindi sgattaiolò via et proseguì ne lo inseguimento.
Una volta che lo viaggio de la ambra trafugata sembrò infine terminato diede appuntamento a li suoi compari presso la capitale Maro, et li attese, non disdegnando finalmente tutti li piaceri cui si era malvolentieri sottratto durante lo lungo et estenuante viaggio.
In Ertama apprestammo la partenza in poco tempo, lo Magistro aveva compreso li complicati processi alchemici a la base de la creazione de le ambre, et grazie a li ingredienti presenti ne la scuola et ne li Fossi aveva con impeccabile successo riprodotto la prima delle tre, chiamata Chryselectrum, di colore giallognolo. La seconda era quella che ci apprestavamo a riconquistare da lo nemico, chiamata Rufescens, bruna di colore. Produrre poi la terza, la Caeruleus da li verdi bagliori, sarebbe stata una nuova et impegnativa sfida, a tempo debito.
Pagnotta protestò perché partivamo senza avere ancora liberato lo suo mentore Epirone, allora Alburno, che aveva invero a cuore la sorte de lo collega, con cui empatizzava per numerosi et validi motivi, gli diede parola di tornare et lasciò la faticosamente ottenuta Chryselectrum come rassicurazione. Partimmo con solerzia, lasciandoci la Calbatisia a le spalle per tornare nella labirintica Maro, soggiogata sotto uno tetro manto di nubi da uno enigmatico imperatore et da alate potenze occulte et misteriose.

Lo Peregrino attendeva come promesso, et noi ci recammo in città restando quanto più inosservati possibile. Io rimasi come mi compete a custodire lo carro mentre Frandonato et lo Magistro incontravano lo fido compagno et si recavano a rendere pan per focaccia a li sgherri di Tarquinio de Belloveso.
La loro meta erano le catacombe sottostanti lo oramai sconsacrato Cimitero dei Pellegrini, lo cui nome suscitò innumerevoli gesti apotropaici da parte de lo buon Tristano.
Ne lo frattempo, come appresi in seguito, li movimenti de li Eclettici Viandanti non erano passati del tutto inosservati come sperato, ma stavolta, più per causalità che per casualità, qualcuno volle seguirli per offrire loro uno aiuto benaccetto et inaspettato.

mercoledì 20 settembre 2017

Errando per Laitia - Episodio 22

De le Promesse di Drago et Vittorie a Metà

Inizierò codesto resoconto scusandomi con li miei improbabili lettori per la lunga attesa. Comprendendo la massima apprensione cui posso avervi abbandonati latitando da piuma et calamaio per un sì lungo periodo, mi scuso et mi accingo a rassicurarvi che, fino al giorno in cui sto scrivendo codeste righe, le avventure de li Eclettici Viandanti sono lungi da lo essere terminate.

Le ultime parole che sigillai con inchiostro su codeste pergamene risalivano a quando li nostri eroi avevano appena compiuto la somma impresa, una de le molte, spezzando la beffarda maledizione di Piripicchio, lo Cuciniere Nero, Epirone da Piretro o come più vi aggrada apostrofarlo, et li cuccafratti furono molto grati, vedendo infine ripagata la somma pazienza dimostrata ne lo ospitare li eroi et accudire li loro feriti.
Ebbene, mentre lo mio mentore Alburno, ancora vincolato da lo potere sfuggito a lo controllo de la sua Crisopea, riprendeva lentamente le forze ne le profondità de lo insediamento sotterraneo, lo buon Arcadio, lo sottoscritto, si dava da fare ne la sede de la Scuola de li Fossi, ne la città di sopra, cercando di mettere ordine et reperire uno qualunque scritto che avrebbe aiutato ad invertire lo incantesimo.
Fu allora che ad Ertama giunse lo bellimbusto Tarquinio de Belloveso, et con lui uno esercito intero. Lo cavaliere rinnegato aveva colto la sfida lanciata da li eroi in quel di Polisnea et, vile come ci si aspetta da uno de la sua nomea, si era portato appresso decine di armigeri et persino una buona dozzina di mercenari, uno tempo combattenti votati a lo Equilibrio.

Preso come ero da li affari di laboratorio nemmeno mi accorsi di Tideo et Anfiaraio, li Bronzi di Batrace posti a guardia de la scuola, che affettarono carni et cotte d'arme prima di crollare in pezzi, ma sobbalzai quando li sgherri de lo nostro nemico irruppero in stanza, frantumando in terra con alambicchi et ampolle interi girodì di devoto lavoro et minacciandomi con le lame.
Poco potei fare io, uomo non di azione come lo colosso Frandonato, non di eccelso acume come lo lungimirante Alburno, et non paraculo come lo Peregrino da le mille risorse, et così venni prelevato et incaprettato.
Tarquinio de Belloveso mi interrogò a lungo et io fui costretto a dire lo poco che era a me noto, circa la maledizione di Piripicchio et la eroica spedizione ne li Fossi per salvarci da la balbuzie et restituire Ertama a la sua gente. Lo malevolo cavaliere decise così di attendere, senza infilarsi in cunicoli buii che li nostri eroi conoscevano sicuramente meglio, tenendo me come ostaggio et moneta di scambio per mettere le grinfie su la seconda ambra in nostro possesso, quella avuta in ricompensa da lo spirito imperituro de lo primo re: Laitiano.
Sperai a lungo che lo Magistro fosse riuscito a porre fine a la sua condizione et che fosse lui a salvarmi da lo suo carro in cui ora ero tenuto prigioniero, maledicendomi per essermi fatto cogliere impreparato et non averlo potuto mettere in guardia.

Le milizie de lo nemico occupavano la piazza antistante la Scuola de li Fossi, armigeri ben schierati et balestrieri su le balconate. Quando infine li eroi giunsero non ebbero timore a palesare la loro presenza et lo scambio venne proposto et accettato.
Capii vedendo Frandonato et Galvano avvicinarsi a lo cavaliere rinnegato, a sua volta scortato, che Alburno doveva ancora essere prigioniero di fattezze pipistrellesche, giacché mai avrebbe permesso ad altri di trattare in sua vece per la salvezza mia, di gran lunga lo migliore, nonché unico, allievo suo.
Di Tarquinio de Belloveso possono esser dette molte cose, la maggior parte de le quali sono insulti et parolacce, ma di certo non che sia uno fesso sprovveduto, né che sia uomo di parola. Lui voleva la agognata ambra, ma di stare ai patti, uno che già ha rinnegato persino lo suo cavalierato, nemmeno ci tiene più di tanto.
Fu così che iniziò la battaglia: non appena la pietra venne consegnata spade et padelle vennero sguainate et tutto, vista la schiacciante disparità numerica, avrebbe lasciato presagire rapida estinzione per la intera combriccola di Eclettici Viandanti.
Ma d'improvviso, ne lo carro, apparve lo mio salvatore: gatto, roscio et sornione, come solo lo Scarlatto Peregrino potrebbe mai apparire. Si intrufolò da lo spioncino ne lo carro, tornò immantinente in umana forma, mi slegò et poi prese da la parete lo Dente di Drago.
Soffiò in esso come fosse uno possente corno, come lo stesso Tyrus ci aveva indicato di fare, et tutti l'udirono in Ertama, ma nessuno di loro si aspettava realmente quel che di lì a poco sarebbe accaduto.

Ne lo frattempo a le porte de la Scuola de li Fossi la tenzone infuriava: Galvano sfidò a singolar tenzone lo farabutto Tarquinio, ma iniziò ad incassar legnate et subito dopo, lo nero cavaliere, mai pago di nefandezze et oscenità, si fece pure aiutare da li suoi uomini giusto per stare sicuro di non perdere. Frandonato sventolò lo padellone cercando di farsi strada verso lo carro, riuscì a salirci et spronò li ronzinanti. Lo Peregrino et io, dentro, cercavamo di tenere fuori li armigeri che ci assediavano da ogni lato, assistiti da lì a poco da lo arrivo de lo alato Alburno, ancora, purtroppo et per fortuna, sotto forma di pipistrello, che iniziò a strappare via li stolti che cercavano di assaltare la carrozza da li fianchi. Infine Rafiseno, rimasto in ombra fino a quello momento, scagliava sassi con la sua fionda sgradena, con grande maestria et violenza, cercando comunque di non esporsi più de lo stretto necessario.
Era palese che li nemici non ci temevano et fin troppo chiaro che saremmo stati sopraffatti a breve, eppure essi non sapevano ciò che noi attendevamo impazienti et che avvenne di lì a pochi istanti quando con terrificante tonfo lo possente Tyrus, lo Drago di Fiume che aiutammo in quel di Nirte, piombò minaccioso su la piazza, pronto a combattere a lo nostro fianco.
Fu allora che le sorti de la battaglia si ribaltarono: meno de la metà de li uomini di Tarquinio, lui compreso, fuggirono a gambe levate, li altri finirono inceneriti da lo soffio, sventrati da li artigli o spappolati da li colpi di coda de la inarrestabile creatura, et in pochi minuti non solo la nostra vita fu salva, ma la battaglia stessa fu facilmente vinta.

Notizia brutta fu che Tarquinio de Belloveso era fuggito et era comunque riuscito ne lo suo intento di sottrarci la seconda ambra, dopo la prima già estortaci da lo sicario Manunta ne la Selva Piamanca, nullificando di fatto tutte le nostre gesta finora compiute per raggiungere lo Magistro S.
Notizia buona fu che, non del tutto sprovveduti, li Eclettici Viandanti avevano scaramanticamente previsto lo infausto evento et avevano tracciato su la pietra stessa lo sigillo arcano de lo Peregrino, sotto forma di nota magica di colore scarlatto visibile soltanto a lui et da lui sempre rintracciabile a molte miglia di distanza.
Inoltre mancava a la conta ancora una terza ambra, più difficile ancora da ottenere, perché occorreva fabbricarla come uno tempo aveva fatto per uno misterioso committente lo magister Epirone da Piretro qui in Ertama. Lo Magistro Alburno che non gli era di certo inferiore in quanto a perizia alchemica, era lo unico di noi in grado di decifrare li suoi appunti et riprodurre lo processo, et malauguratamente era ancora vittima di perenne incantesimo metamorfico.

Lo Peregrino saltò in groppa a lo suo destrieto et partì di fretta, intento ad inseguire la scia incantata de la nota su la pietra fino a lo nascondiglio de li nostri nemici, con la specifica di non cacciarsi ne li guai et limitarsi ad osservare et riferire.
Noi altri invece decidemmo di stabilirci et riprenderci in quel di Ertama, usando ancora una volta la Scuola de li Fossi come campo base. Da li cuccafratti intanto Epirone era ancora fuori di zucca et inutile come alchimista, venne in sua vece lo suo discepolo Pagnotta, che doveva noi la vita et aiutò di buon grado me et Alburno, limitato ne le sue arti da le sue ferali fattezze, a miscelare la giusta dose di pozione che avrebbe funto da controincantesimo.
Ci volle qualche girodì ma fummo bravi, ci impegnammo tutti et tre stando molto attenti a le dosi et processi per non sprecare li rari et costosi ingredienti necessari, ma alla fine tutto ebbe esito più che positivo et, in uno sospiro di sollievo, lo mio mentore tornò a la sua forma umana. Poi si mise a correre nudo per lo laboratorio urlando di gaudio senza pudore né ritegno...
Ma in codesto caso lo si può certo capire et perdonare!
Li girodì trascorsero finalmente senza intoppi, ne la attesa de lo ritorno di Tristano o di sue nuove, auspicandoci fossero liete.

venerdì 2 giugno 2017

Errando per Laitia - Episodio 21

De li Prodigi de la Alchimia et sue Nefaste Conseguenze

Li Fossi di Etamar consistevano in uno sconfinato complesso sotterraneo di gallerie et grotte, naturali et non, completamente isolato da lo resto di Laitia, li cui abitanti erano mostri terribili, creature ancestrali et bizzarri soggetti che da tempo immemore avevano dimenticato vi fosse uno mondo sopra di loro, a la luce de lo sole.
Mentre li Eclettici Viandanti et lo mio mentore si addentravano ne le profondità di Rarte, io mi sistemai ne la Scuola de li Fossi che, protetta da li Bronzi di Batrace, sembrava assai più sicura di qualsiasi altro edificio ne lo borgo. Iniziai a risistemare lo laboratorio di Epirone, ignaro de li tragici avvenimenti che di lì a poco sarebbero accaduti. Tutto quanto sto per riportare non lo ho vissuto in prima persona, mi è stato riferito da Galvano et confermato da li altri compagni de lo Magistro Alburno che, ahimé, fu vittima di uno triste scherzo de lo fato.

Uno de li primi abitatori de li Fossi in cui li avventurieri si imbatterono fu una bizzarra donnicciola di nome Orzabotta. Viveva su lo fondo di una immane grotta cui si accedeva da uno pozzo di Ertama, in cui spazzatura et cianfrusaglie de lo borgo soprastante venivano solitamente gettate per non essere più riviste et le fungevano da sostentamento. Ricoperta di peli da testa a piedi, tanto fetente da annunciare la sua presenza a cento cubiti di distanza, ma tutto sommato gioviale et cortese, Orzabotta acconsentì ad aiutare li intrepidi in cambio di uno appassionato bacio da parte de lo fascinoso Peregrino Scarlatto che impavidamente, per lo bene de lo gruppo, si concesse et addirittura riuscì ne lo arduo compito di trattenere lo vomito. Orzabotta fornì loro uno stralcio di mappa, sebbene incompleta, che mostrava sia la conformazione de li Fossi che la posizione de li glifi piazzati da Epirone, o Piripicchio, ne lo suo folle piano di vendetta. Li eroi intrapresero quindi la via che conduceva a lo primo de li tre sigilli, quello recante lo simbolo di Aria.

La pericolosità de la grotta che dovettero attraversare traspariva persino da la mappa, essa aveva infatti vaga forma aracnoide et, manco a dirlo, si rivelò disseminata di viscide et appiccicose ragnatele. Li nostri si inoltrarono con grande cautela eppure non riuscirono in alcuno modo ad avere vantaggio quando uno nugolo di viscidi Ragni de li Fossi piombarono loro addosso da ogni direzione, ricoprendoli de la loro filamentosa bava appiccicosa. Lo scontro si mise male in pochissimi istanti, persino lo muscoloso Frandonato faticava a liberarsi et menar fendenti. Fu allora che lo prode Alburno ricorse a la sua ultima creazione: la Crisopea Viola.
Concentrandosi su la pietra che portava a lo collo ne uscì una nube che lo avvolse completamente, et in uno attimo si dissolse rivelando fattezze bestiali et feline, davanti a li occhi de li suoi compagni esterrefatti era mutato in una feroce et massiccia fiera leonina che iniziò a fare a brandelli li ragni ribaltando immantinente una situazione che si era rivelata estremamente pericolosa.
A la fine de lo scontro lo Magistro riprese le sue sembianze et si occupò, come sempre, de le ferite de li suoi compagni, stupiti et ammirati. Nessuno allora immaginava quale fosse lo rischio da correre per padroneggiare uno simile potere et quale caro prezzo di lì a poco sarebbe stato pagato.

Proseguirono et grazie a la mappa ottenuta da Orzabotta recuperarono in uno anfratto artificiale una curiosa pietra custodita su uno antico altare intitolato a Raim, entità pristina et oscura, in grado di assorbire lo calore intenso de le fiamme. Ovviamente Frandonato non ebbe remora alcuna a fare scattare la trappola che vegliava su di essa, ma ne sopportò anche le conseguenze et bruciacchiato proseguì lo cammino.
A uno tratto innanzi a loro si aprì una enorme grotta, in cui funghi sotterranei di variabili dimensioni sembravano letteralmente levitare a pochi metri da lo suolo, trattenuti da li filamenti de le loro radici et riempiti di una ignota sostanza gassosa più leggera de la aria et estremamente volatile.
Lo primo glifo de lo Piripicchio sembrava essere custodito su la cima di uno picco, isolato in uno immenso, profondissimo et tenebroso baratro, chiamato lo Orrido Nero, che da lì in avanti divideva li Fossi di Etamar in due. Ogni ponte precedentemente costruito sembrava reciso, di fatto tagliando fuori tutto ciò che c'era al di là da lo mondo di superficie.
Dopo lunghe discussioni et prove di galleggiamento Rafiseno tagliò i filamenti et si librò a cavallo di uno fungo, scoprendo di poterlo usare per levitare oltre lo baratro, sparì ne la oscurità.
Li altri invece legarono assieme due de li funghi più grandi, cercando di farne una piattaforma più stabile et coraggiosamente li diressero lungo la faglia, verso lo picco misterioso ove avvenne lo imprevedibile.

Quello che la mappa mostrava si rivelò essere veritiero et accurato. Ne lo mezzo de lo Orrido sorgeva uno pinnacolo su la cui sommità era stato costruito uno puzzolente nido di creatura che per fortuna sembrava essere altrove. Li eroi non avevano modo di approdarvi, già intenti a non cadere et manovrare li due funghi levitanti legati assieme, et così lo Magistro decise impavidamente di ricorrere di nuovo a la Crisopea mutandosi stavolta in creatura alata et avvezza a la oscurità di quelle sale. Dapprima si calò solo ne lo nido, frugò tra li resti umani et animali fino a trovare lo agognato medaglione argenteo di Aria et poi ricorse a lo suo potere.
Mutò in pipistrello gigante, la cui forma ricordava vagamente le sue fattezze, conservando pantaloni su le zampe posteriori et una frezza di pelo grigio su lo capo, et volò di nuovo dai compagni.
Quello di cui Alburno si rese subito conto fu la sfortunata contingenza de lo utilizzo de la pietra filosofale, giacché, per uno caso sfortunato, non calcolato, o forse per una semplice impurità non notata in precedenza, a lo scadere de lo effetto la sua forma non mutò: la trasformazione era resa permanente.
Ne li suoi studi aveva valutato questo genere di effetto collaterale, documentato da altri maghi, streghe et alchimisti prima di lui, ma ne aveva sottovalutato lo effetto o semplicemente reputato troppo rara la insorgenza in una opera raffinata da le sue sublimi capacità. Fatto stava che ora non poteva parlare, non poteva utilizzare li suoi strumenti et non poteva rimediare in alcuno modo, era prigioniero de lo suo incantesimo et ne le mani de li suoi compagni che avrebbero dovuto trovare uno rimedio.
Ad ogni modo non si diede per vinto et anzi, di lì a poco, la sua maledizione si rivelò provvidenziale giacché Frandonato su la via di ritorno perse lo equilibrio et precipitò ne lo Orrido, fu salvo solamente grazie a lo pipistrello Alburno che si gettò in picchiata et seppe afferrarlo et con fatica trascinarlo di nuovo a lo sicuro. Dopo di ciò la sua condizione fu chiara a tutti et concordarono che fosse lo caso di mettermene a parte.

Quando vidi Galvano apparirmi innanzi con tale bestia a lo seguito (mi perdoni lo saggio Alburno per averlo appellato in codesto modo) impallidii, ma quando seppi la verità fui veramente prossimo a lo svenimento! Occorreva fare qualcosa per porre rimedio et era chiaro che fossi io lo unico su cui lo Magistro contava realmente. Chiesi a lo mio mentore di rimanere ne lo laboratorio de la Scuola per guidarmi, in fondo possedeva ancora ogni facoltà mentale, sebbene non potesse comunicare se non con gesti semplici, ma lui volle tornare ne li Fossi di Etamar, capii dopo che aveva comunque intenzione di percorrere una seconda via, cioè trovare Epirone da Piretro, spezzare la Maledizione de lo Piripicchio et chiedergli supporto per riconquistare la sua forma originaria.
Rimasi così solo a finire di ordinare gli strumenti de lo alchimista di Calbatisia, sfogliando meticolosamente ogni suo tomo a la ricerca di uno filtro o controincantesimo adatto a lo scopo: lo mio maestro contava su di me.
Ne lo mentre li Eclettici Viandanti avevano fatto la conoscenza di Curucu, uno abitatore de le profondità, appartenente a lo popolo de li Cuccafratti, uomini da lo grosso naso che indossavano per lo più solo tuniche scure et vivevano da tempi immemori in uno villaggio sorto tra le rocce di una gigantesca grotta ne le profondità de li Fossi.
Curucu disse di essere la precedente guida de li Cuccafratti, spodestato da lo suo ruolo da quando le fonti di acqua de li Fossi vennero contaminate da la maledizione et giunse da la superficie uno figuro che si fece chiamare lo Cuciniere Nero, che aveva messo su uno enorme pentolone et dispensava uno antidoto temporaneo in grado di bloccare lo odioso "piripì" che si faceva altrimenti via via più presente in ogni forma di espressione.
Li Cuccafratti, incapaci di spezzare la maledizione, accettarono di portare offerte a lo Cuciniere Nero, lo elessero loro capo et quotidianamente facevano la fila dinnanzi a lo grosso calderone per una porzione di schifoso antidoto, preparato con vomitevoli sostanze. Quando li avventurieri rivelarono di conoscere lo modo per spezzare definitivamente la Maledizione de lo Piripicchio, Curucu decise di aiutarli come meglio poteva, fornendo loro nuove informazioni su li Fossi, sperando di riuscire così a scacciare lo usurpatore.

Frandonato, Rafiseno et Tristano vollero infiltrarsi ne lo villaggio et esplorarlo, ma attesero lo ritorno di Galvano et lo pipistrello Alburno prima di proseguire verso la nuova meta. Ne lo mentre esplorarono altre vie fino a giungere ad uno antico belvedere, affacciato su la parte opposta de lo Orrido, in cui, incastonato ne la parete rocciosa, uno volto di pietra sembrava bofonchiare frasi incomprensibili. Scoperto che uno pezzo di stoffa ostruiva la sua bocca, et liberatala, questa prese a ringraziarli et offrirsi di rispondere a domande su li Fossi di Etamar a patto che avessero risolto li suoi indovinelli.
Inutile dire che lo Peregrino et Rafiseno ci presero la mano, ottenendo quanto speravano. Compresero quindi che lo glifo di Fuoco era nascosto tra le fiamme de lo calderone de lo Cuciniere Nero, che altri non era che Epirone da Piretro sotto mentite spoglie, et che uno grosso tesoro era nascosto sotto una fontana. Ricongiuntisi con i compagni decisero quindi di tentare la sorte, anche per aiutare lo Magistro a tornare umano, recandosi a lo villaggio de li Cuccafratti,
Lo Cuciniere Nero indossava uno elmo da cavaliere di ferro scuro che ne occultava completamente le fattezze, dominava la grotta da uno scranno posto in cima ad una ripida scalinata. Supervisionava la fila di Cuccafratti intenti a mendicare la loro porzione di antidoto, protetto da alcuni di essi armati et uno mostro accucciato a li piedi de la scala: una temibile Manticora, creatura mitica, in parte leone, in parte serpente et da lo volto vagamente umano. 
Lo pipistrello Alburno seppe tenersi occultato strisciando su lo soffitto buio de la grotta et volando silenziosamente di appiglio in appiglio senza rivelare la sua presenza; li altri invece vennero su domanda accolti a la presenza de lo oscuro sovrano, ma prima che riuscissero ad esporre le loro ragioni, per qualche motivo, la Manticora scattò aggredendo Frandonato.
Ne scaturì battaglia in meno che non si dica et li nostri se la videro brutta finché non riuscirono a stendere lo mostro, poi lo pipistrello Alburno riuscì a sollevare lo Cuciniere Nero et farlo cadere in mezzo a li suoi compari, ai piedi de la scalinata, et lì, nonostante una strenua resistenza, dovette infine arrendersi.
Quando gli fu tolto lo elmo di metallo scuro, Epirone da Piretro, sembrò finalmente rimembrare chi fosse et impallidì. Li eroi compresero che lo anziano alchimista aveva perso la testa in seguito a le prese in giro su Piripicchio et aveva osato più di quanto dovesse, poi la cosa gli era completamente sfuggita di mano et qualche incanto su lo elmo lo aveva portato a nominarsi Cuciniere Nero et sovrano de li Cuccafratti tenendoli in ostaggio con lo antidoto a lo "piripì".
Ora Epirone era uomo distrutto da lo rimorso, non in grado di ragionare, et, come tristemente scoprì Alburno, non in condizione mentale di ritramutarlo. Pensarono che forse spezzando la maledizione (che tra l'altro si faceva ogni girodì più grave, sostituendo in "piripì" quasi ogni parola scritta o pronunziata) avrebbero ridato fiducia a lo alchimista.
Lo glifo di Fuoco venne recuperato facilmente grazie ad una intuizione sulla Pietra di Raim, gettandola ne le fiamme de lo calderone esse vennero infatti spente, permettendo di mettere mano a lo disco d'argento senza troppa fatica. I Cuccafratti però, di nuovo guidati da Curucu, insistetterò affinché Epirone rimanesse loro prigioniero et la maledizione venisse spezzata in tempi brevi, giacché ora nessuno avrebbe più preparato loro lo antidoto et presto li effetti si sarebbero nuovamente manifestati.

Ne lo frattempo, ne la sede de la Scuola de li Fossi, io continuavo a scartabellare in preda ad ansia ed angoscia per lo triste fato de lo mio signore et insegnante, ignaro de le ulteriori disgrazie che ancora lo attendevano.
Rimaneva lo terzo glifo, quello di Terra, che stando a la mappa et le indicazioni di Curucu sembrava trovarsi più a nord de lo suo villaggio, in uno ennesimo intrigo di grotte et caverne. Li eroi scelsero una de le due vie segnate et si ritrovarono loro malgrado ne la tana di una creatura incantata, assai pericolosa ma allo stesso tempo assai agognata da chiunque ne conosca lo valore: uno Basilisco, piccolo rettile piumato da la letale capacità di trasformare le sue prede in pietra con lo sguardo.
Mentre le giunture de li suoi compagni iniziavano lentamente ad irrigidirsi a causa de la malefica creatura, Frandonato prese ad inseguirla et prenderla a padellate finché la bestia non cadde, poi lo pipistrello Alburno, resosi conto di ciò che avevano di fronte, si affrettò a difenderne la carcassa memore de lo suo valore. Si dice infatti che li resti di uno Basilisco opportunamente bruciati siano parte fondamentale de lo processo alchemico di creazione de lo oro a partire da li metalli vili, in mani sapienti come quelle de lo Magistro avrebbe significato ricchezza assicurata per tutto lo gruppo.

Da la tana, attraverso una porta segreta, venne aperto uno cunicolo che portava ad una stanza più ampia, una sorta di mausoleo sotterraneo ne lo quale riposavano le spoglie immortali di uno cavaliere senza testa da la nera armatura. Non era la prima volta che uno spirito de lo passato riposava tormentato, né la prima volta che li Eclettici Viandanti avevano a che fare con cose simili, et così, quando lo fantasma si palesò animando li resti di ossa et metallo, nessuno ne fu sorpreso.
Attanasio Attenore, Gran Cavaliere di Sassofrasso, cadde combattendo eroicamente a la testa de li suoi cento armigeri su lo ponte a le porte di Etamar in tempi da lungo dimenticati, Rimembrato da li più come Attanasio Senza Testa perché dopo la sua morte essa venne persa, fu sepolto comunque con armatura et elmo, ma ora lamentava che anche questo ultimo gli fosse stato sottratto, nonostante fosse da secoli vuoto. Per di più a lo collo portava lo terzo sigillo, quello con lo glifo di Terra, chiave ultima per spezzare la maledizione.
Lo pensiero di tutti andò immediatamente a Epirone da Piretro, il fu Cuciniere Nero et odiato Piripicchio, et la via per il villaggio dei Cuccafratti fu percorsa di gran lena per recuperare et rendere lo elmo perduto a lo suo legittimo proprietario.
Attanasio Senza Testa fu di parola, lo Peregrino gli promise anche di riportare in auge le sue gesta tra i moderni laitiani, et egli consegnò lo disco argenteo et benedì gli eroici avventurieri.
In ultimo, su la via de lo ritorno, mezzo morto in una sala dimenticata, trovarono Pagnotta, assistente di Epirone et lo trassero in salvo. Lo pipistrello Alburno sperò fortemente che riunirlo a lo depresso alchimista avrebbe dato sprone per mettersi a lo lavoro su lo rimedio per la sua condizione.

Ogni pezzo sembrava essere finalmente andato a posto, la Maledizione de lo Piripicchio poteva finalmente essere spezzata, bastava recarsi a la sorgente, gettare li amuleti et pronunciare la formula magica che li nostri eroi avevano imparato a memoria. Poi li Cuccafratti avrebbero liberato Epirone, egli avrebbe aiutato me a salvare lo Magistro da la sua condizione et gli avremmo finalmente chiesto informazioni su la ambra incantata vero scopo de lo nostro viaggio in quel di Ertama.
Peccato che la via per la sorgente fosse disseminata di trappole et qualcuno, preso da la depressione, si fosse dimenticato di rivelarlo.
Quando li Eclettici Viandanti arrivarono infine a la sorgente erano tutti stremati da massi rotolanti et lance acuminate, Frandonato ferito gravemente, anche se caparbiamente si ostinava a non mostrarlo. Li nostri si fermarono per riprendere fiato et avvenne lo disastro: da la fonte maledetta si levò una orrenda et gigantesca creatura composta di acqua, con ben nove teste da le letali fauci et letale soffio.
Lo pipistrello Alburno venne preso di sorpresa, investito da uno getto di acqua rovente che lo scaraventò indietro lasciandolo in fin di vita. Anche gli altri vennero ferocemente aggrediti et tutti quanti riuscirono a guadagnare la via di fuga non senza immane rischio.

Senza lo Magistro ad elargire unguenti, pozioni et fasciature, la guarigione fu lenta et dura per Tristano et Frandonato, ma soprattutto Alburno anche dopo dieci girodì ancora giaceva malconcio ne lo corpo non suo di uno acciaccato pipistrello gigante.
Dovettero quindi lasciarlo a le cure di Samasso, lo più saggio de li Cuccafratti, che poté far poco altro che lenire le sue sofferenze sperando in una sua ripresa.
Li altri, in pensiero ma tornati più o meno in forze, chiesero di nuovo consiglio a la bocca di pietra risolvendo lo ennesimo indovinello et scoprirono che la Pietra di Raim era arma potentissima contro lo spirito de la sorgente, risvegliato da la Maledizione de lo Piripicchio et che doveva essere sconfitto per potere finalmente risolvere la intera faccenda.
Tornarono coraggiosamente indietro, superarono facilmente le trappole ormai scattate et affrontarono la bestia. Tra tutti fu Rafiseno lo più spavaldo che, impugnata la sua fionda sgradena, la usò per colpire con la pietra direttamente la testa principale de lo mostro, sconfiggendolo con una unica, roboante esplosione di acqua et vapore.
Frandonato gettò li amuleti et pronunziò la formula et infine la maledizione fu spezzata.

Li Eclettici Viandanti si dimostrarono eroi anche in Calbatisia, ne la storica città di Ertama, ma stavolta uno caro prezzo era stato pagato, lo mio Magistro, la saggia guida de lo intero gruppo, era intrappolato in forma aliena et in preda a spasmi di agonia. Solo lo tempo et la sua tempra avrebbero decretato lo suo fato...

sabato 6 maggio 2017

Errando per Laitia - Episodio 20

De Etamar, li Fossi et Piripi

Laitia in estate è splendida, da la Gelatodia a la Bralacia lo sole sontuoso irradia coste et monti, laghi et piane, villaggi et selve, riscaldando et sciogliendo le gelide nevi, scacciando le abbondanti alluvioni et violenti acquazzoni, rinverdendo le folte chiome de li alberi lasciati spogli da lo rigido inverno et durante lo nostro peregrinare lungo la Via Gulpia seppe tenerci caldo et compagnia ne lo arco de le lunghe et luminose clessidre trascorse in viaggio tra la alba et lo vespro.
Li borghi di collina et montagna godono de lo clima ideale, abbracciati da caldo tepore et accarezzati da rinfrescanti brezze estive. Lungo le coste li laitiani invece sono soliti refrigerarsi ne le acque de lo mare, da lo Missogeo a quello Ilcisio.
Et infine vi sono zone meno fortunate, lontane da li piacevoli venti et da copiose riserve idriche, ne le quali li inverni sono duri ma le estati non sono da meno visto che la afa et siccità ne fanno loro regno et la gente che vi vive si abitua sino da la tenera età a trovare rifugio et sostentamento ne li luoghi più impensabili.

Sfortunatamente nessuno di noi possedeva le doti et competenze adatte a la situazione et come se non bastasse lo Magistro Alburno si astenne da lo dispensarci li suoi inestimabili consigli rimanendo per tutto lo viaggio rinchiuso ne la sua carrozza da la quale uscirono ininterrottamente fumi alchemici multicolori ogni girodì, intento ne lo perfezionamento di una nuova, incredibile, scoperta.
Arrivammo ne le vicinanze de lo borgo roccioso di Etamar schiacciati da la calura, madidi di sudore et arsi da la sete ne le clessidre più interminabili et torride che io possa ricordare ne la mia ancora giovane esistenza; li profili de li muri, li tetti, le torri et le ombre da essi proiettati ci invitavano allettanti ma trovammo alquanto strano non incrociare anima viva ne lo nostro appropinquarci a li vicoli stretti.
Lo Peregrino Scarlatto coraggiosamente ci precedette in avanscoperta, raccontandoci poi de lo bizzarro et fugace incontro con uno singolo anziano abitante le cui risposte vaghe sembravano formulate in una lingua a noi sconosciuta. Reputata comunque la situazione sicura, ancorché strana, decidemmo di non indugiare et varcammo le porte de la città precipitandoci a dissetarci con le copiose et fresche acque che sgorgavano da la fontana ne la piazza antistante, ove Rafiseno ebbe addirittura lo ardire di immergersi.
Etamar continuava ad apparirci deserta et lo timore di essere finiti in trappola finì di lì a poco per sostituire lo ricordo de la arsura patita.

Lo primo che seppe darci spiegazioni fu uno vendramino completamente brillo di nome Remì che incontrammo ne la prossima locanda ove cercammo vitto et alloggio, egli ci rivelò che le acque di Etamar erano state maledette tempo prima proprio da lo illustre arcanista che andavamo cercando: lo Magister Epirone da Piretro.
La maledizione era alquanto infame ma volutamente non letale. Lo alchimista condivideva con Alburno la fastidiosa condizione di non essere rispettato come appropriato per uno uomo di grande potere et siffatta levatura intellettuale, et mentre lo Magistro veniva sovente preso in giro su la sua età, appellandolo anziano per via de la sua integerrima morale et lo grigiore prematuro de la sua ancora folta chioma, lo arcinoto Epirone da Piretro veniva deriso a causa de lo suo nome, sentendosi chiamare Piripicchio con tono scettico et dispregiativo sia da li popolani ignoranti che da li altezzosi signorotti locali.
Stufo de li continui bisbigli, spiegò Remì tra uno calice et lo altro di buon vino rosso, lo alchimista aveva scagliato uno astuto et spietato incanto su le acque cittadine, facendo si che chiunque le bevesse andasse a perdere con lo passare de lo tempo la facoltà di favellare in laitiano, farfugliando al posto de le comuni et note parole solamente uno confuso "Piripi" senza neppure rendersene conto.
Inutile dire che, assetati come eravamo, ci ritrovammo tutti sotto scacco et lo trovare la ultima ambra et lo suo cesellatore divenne contingente a lo rinvenire una cura per lo nostro male.
Etamar quindi si rivelò abbandonata da li suoi abitanti oramai non più in grado di comunicare lo uno con lo altro et Remì, furbescamente, era lo unico rimasto; libero di fare li suoi comodi beveva vino invece che acqua et, sebbene perennemente ubriaco, era lo unico a non essere ancora maledetto.

Tra uno "Piripi" et lo altro trascorse più di uno girodì, ne lo quale raccogliemmo provviste et rinforzammo uno robusto casolare ne lo quale barricarci in caso di attacco da parte de lo nostro instancabile inseguitore Tarquinio de Belloveso, poi iniziammo a cercare la soluzione de lo problema più impellente.
Epirone da Piretro era magister et primo esponente de li insegnamenti ancestrali di Ermete Trismegisto, et praticava la più scientifica de le arti arcane in quella che era nota come Scuola de li Fossi. Pensammo di iniziare da lì la ricerca et pensammo bene.
Lo cancello su la via conduceva ad uno chiostro interno, ove li studiosi solevano probabilmente passeggiare et disquisire de le loro ricerche et scoperte, da qui uno unico, massiccio portone conduceva a lo edificio interno, dimora et studio de lo deriso Piripicchio.
Lo nostro incedere venne inizialmente arrestato da due possenti guardiani, statue bronzee da lo nerboruto corpo di uomo et testa di rospo, che lo colto Alburno riconobbe come Tideo et Anfiaraio, li Bronzi di Batrace, opera scultorea antica assai rinomata et a quanto pare persino incantata!
Una volta capito come superarli senza combattere (giacché vi è modo per placarli ma non mi è concesso rivelarlo) grazie ad una eccellente intuizione di Frandonato, le porte de la Scuola de li Fossi ci furono spalancate.

Lo Magistro Alburno emerse assai soddisfatto da lo laboratorio di Epirone, avendo rinvenuto diversi tomi interessanti, formule et ingredienti, oltre che una fondamentale indicazione su come estirpare lo dannato "Piripi".
Usando uno complesso rituale arcano et alchemico erano stati infatti posti quattro glifi, uno per ogni elemento, in punti specifici ne li pressi de le falde acquifere sottostanti, et lo ultimo, ne la fonte, sigillava lo malefico incanto. Li glifi andavano rimossi uno ad uno et la formula magica, nascosta in piena vista, pronunziata al fine di spezzare lo ultimo sigillo.
Da Remì scoprimmo poi che in Etamar circolavano numerose leggende circa uno complesso di gallerie sotterranee, scavate in profondità ne lo suolo roccioso, chiamate I Fossi, che, antiche et misteriose come Rarte stessa, contenevano segreti da tempo dimenticati et la chiave stessa de la vendetta di Piripicchio.
Uno de li ingressi segreti era fortunatamente nascosto proprio ne lo laboratorio de lo permaloso alchimista, non abbastanza bene da sfuggire a la accurata analisi che lo scrupoloso Alburno aveva meticolosamente effettuato.
Per la mia incolumità lo Magistro mi ordinò di rimanere in città, protetto da Galvano, mentre li altri si sarebbero avventurati ne le profondità de la terra, in cerca di ambre, glifi et illustri alchimisti burloni.

mercoledì 19 aprile 2017

Errando per Laitia - Episodio 19

De la Splendida Polisnea et li suoi Torbidi Inciuci

Lo punto di incontro stabilito era la residenza di Ciro lo Mercante, ne la parte alta de la splendida civita portuale di Polisnea, prima per magnificenza et estensione in tutta la Piamanca.
Galvano et Rafiseno precedettero lo Scarlatto Peregrino et lo Magistro Alburno, giacché questi ultimi tornarono prima a Virnepro per avvertire lo sottoscritto Arcadio et lasciare avviso in locanda per Frandonato, ne la ipotesi che si fosse rifatto vivo dopo lo aspro inseguimento de lo villano che ci aveva sottratto la ambra di Re Laitiano.
La sera stessa, però, presso la ricca villa de lo mercante, ci presentammo solo noi in viaggio da Virnepro mentre de lo cavaliere et barbuto giovanotto non vi era traccia alcuna.

Ciro lo Mercante, conosciuto ne la selva pochi girodì prima con lo nome di Satollo lo puorc', aveva di buon grado ripreso le sue sembianze et le redini de li suoi affari. Si dimostrò di parola et diede cortese et ricca ospitalità a noi tre offrendoci vitto et alloggio.
Approfittando lasciando lo vardo de lo Magistro ne lo cortile de la magione, ma preferimmo non abusare de la gentilezza et dormimmo ne li nostri soliti giacigli.
A lo sorgere de lo sole de lo girodì successivo finalmente giunsero anche Galvano et Rafiseno, sporchi, affamati et alquanto provati da una nottata trascorsa a lo addiaccio dopo che, a loro dire, avevano avuto una baruffa presso una taberna de lo porto in cui persero una mano a carte ma riuscirono a raccogliere informazioni su lo furfante mascherato da frate che ci aveva rapinato: uno poco di buono et truffatore noto con lo soprannome di Manunta.

Alla compagnia mancava solamente Frandonato, dato per certamente morto da Rafiseno, in qualche bordello per Tristano et sicuramente illeso per Alburno. Decisero di attenderlo a Polisnea per qualche girodì approfittando de la ospitalità di Ciro et ne lo frattempo di rintracciare lo villano Manunta per estorcergli informazioni su li suoi mandatari et impartigli una severa lezione.
Una volta che anche li ultimi due giunti si furono ripresi con una sana dormita et lauto pasto lo gruppo si divise nuovamente per scovare lo nascondiglio de lo marpione.
Alburno et Galvano interrogarono la milizia cittadina, per capire se lo tizio fosse già noto a le autorità et scoprirono che trattavasi di uno pesce piccolo, lo cui vero nome era Raffaele, noto per lo più per furti e truffe a ignari viandanti o gente di altri posti, probabilmente risiedente ne la zona de lo porto.
Tristano et Rafiseno preferirono invece visitare li bordelli, pensando fossero luoghi frequentati da gente di bassa lega come Manunta, et in effetti, tra cosce et tette di cui non si negarono le morbidezze, scovarono qualche lavoratrice che lo aveva avuto come cliente et ne conosceva la residenza: la zona più pericolosa di tutta Polisnea, la famigerata Piazza Piamasca. Tale luogo era infatti interamente in mano a la malavita locale con sgherri et sicari appostati in ogni angolo et su ogni tetto, inaccessibile a chi non fosse ne lo giro o espressamente invitato et non sicuro per la sua incolumità nemmeno in quel caso.
Occorreva quindi trovare uno modo per introdursi ne lo appartamento di Raffaele Manunta senza destare troppo clamore et ci venne in mente di chiedere uno favore a lo nostro gentile ospite.

Ciro lo Mercante smentì con vigore di avere qualsiasi conoscenza tra la criminalità organizzata di Polisnea, difendendo la legittimità de li suoi traffici da ogni ingerenza esterna, però, fedele a lo suo intento di sdebitarsi con li suoi salvatori, seppe metterli in contatto con uno suo collega che occasionalmente aveva necessitato di alcuni favori et contatti et avrebbe potuto avere accesso a la zona.
Lo piano era semplice. Lo commerciante avrebbe condotto lo suo carro quanto più vicino possibile a la abitazione di Manunta, li nostri sarebbero scesi al volo senza farsi notare et si sarebbero intrufolati ne lo palazzo, avrebbero interrogato lo mariuolo et se la sarebbero data a gambe levate ne la direzione opposta, senza mai mettere piede ne la malfamata piazza. Et effettivamente andò quasi tutto come preventivato, con giusto uno paio di piccolissimi imprevisti che andrò presto a descrivervi.

Io rimasi a custodir lo carro et riordinare li reagenti alchemici, come a lo solito. Lo Magistro aveva alacremente lavorato tutta la notte su uno nuovo composto, ripetendomi continuamente di doverlo finire prima de la missione perché avrebbe avuto una eccellente occasione per testarlo proprio in quella occasione.
Mi furono raccontati raccapriccianti particolari et gravissimi atti riguardo quanto accadde quella mattina, ma rischiammo grosso, di nuovo, proprio per non esserci adeguatamente guardati le spalle.
Manunta venne trovato ignaro ne lo suo appartamento, facilmente bloccato et severamente interrogato. Come previsto disse di sapere poco su li suoi mandatari ma scoprimmo che la nera figura che lo assistette ne la Selva Racchina era uno evocatore de le Potenze Oscure et che anche lo nero cavaliere Tarquinio de Belloveso era coinvolto. Lo mariuolo era stato profumatamente pagato per li suoi servigi et Alburno volle impartigli una crudele lezione: versò le poche gocce de lo nuovo composto direttamente su lo dorso de la mano sinistra de lo poveretto, che iniziò immantinente a bruciare, mutandosi in grezza pietra che lentamente divorò le carni fino quasi a lo gomito prima di arrestarsi. Manunta soffrì le pene de li inferi per quei lunghi istanti et poi svenì con una violenta mazzata in capa infertagli da Rafiseno.
Lo filtro funzionava bene, tramutava la carne viva in immota pietra, ma, come ebbe modo di rivelarmi in seguito lo Magistro, non immaginava che lo processo fosse tanto doloroso. Si consolò pensando che in fondo lo omuncolo di bassa lega la tremenda punizione se la era sicuramente meritata.

La fuga da Piazza Piamasca fu più turbolenta de lo preventivato, giacché li malviventi notarono li intrusi et li inseguirono per i vicoli, ma li nostri furono più lesti et riuscirono a dileguarsi. Poi però, abbassata la guardia, vennero colti da uno altro, inaspettato, accadimento.
Attraversavano ignari una via più trafficata, diretti a la villa di Ciro quando improvvisamente si ritrovarono soli et davanti et dietro due file di miliziani sbarrarono loro lo cammino. Lo banditore incaricato da Lodovico II del Vasto, Viceré de lo Regno di Polisnea et Signore de la Piamanca in persona, proclamò mandato di arresto per "Frandonato et lo suo compare, rei di aver commesso duplice omicidio ne la taberna dei Tre Sette" a seguito di una mano di carte finita male. Ognuno reagì a modo suo.
Galvano et Rafiseno, rei de lo crimine, se la diedero a gambe. Lo Peregrino Scarlatto si mutò in fringuello et volò sopra li tetti. Lo Magistro Alburno invece decide inaspettatamente di consegnarsi, sicuro de la propria innocenza et ingenuamente certo ci fosse uno malinteso.
Lo unico malinteso fu che lo vero nome de lo assassino era Rafiseno, ne la giornata in cui con Galvano avevano cercato di rintracciare Manunta, appena giunti a Polisnea. Lo ragazzo infame, oltre ad avere levato arma contro ignari giocatori di azzardo, aveva proclamato il falso nome di Frandonato per gettare fango, et sangue, su lo compagno. Lo cavaliere Galvano era invece stato suo omertoso et inaspettato complice.
Ciò che invece sorprese ancora di più fu quel che accadde dopo che lo Magistro venne ammanettato: li tre compari rinunciarono a la fuga, aggredendo selvaggiamente la milizia de lo Viceré con incanti, mazze et lame, trasformando lo arresto in una vera et propria carneficina ne lo mezzo de la via, dinnanzi una esterrefatta moltitudine di testimoni et lo sguardo attonito de lo mio mentore che si affrettò a farsi portare in gabbia per dissociarsi da quanto accaduto.

Ovviamente non accadde quanto sperato, giacché a lo termine di quella giornata li tre assassini erano liberi et al sicuro, anche se malconci, mentre lo Magistro chiuso in cella in attesa di giudizio, come compare et loro complice. Nonostante vi fosse vero et proprio risentimento, oltre che sbigottimento, da parte di Alburno per lo operato de li suoi amici, sorse presto anche la sgradevole consapevolezza che la giustizia di Polisnea aveva avuto uno notevole incentivo da parte di una terza presenza interessata a li loro affari.
La sera stessa si presentò infatti a la sua cella, in tutta la sua boriosa fierezza, lo cavaliere Tarquinio de Belloveso in persona, pronto a minacciare et ricattare, certo di avere stavolta la vittoria in pugno.
Lo ostico antagonista propose la libertà de lo Magistro in cambio de la ambra di Castel Vero, ancora in mano a li Eclettici Viandanti, assicurando in caso contrario una lunghissima et sofferentissima permanenza ne le temibili Carceri di Lucullanum. Dunque la milizia era corrotta, forse non era nemmeno vero che Rafiseno et Galvano avevano ucciso al tavolo da gioco, ma la mattanza per le vie non era certo stata una finzione et, sebbene passata in secondo piano a causa di guai nuovi et più pressanti, non sarebbe stata dimenticata né perdonata da la inflessibile moralità de lo alchimista.
Tarquinio de Belloveso era invece figuro risoluto et carismatico, per quanto Alburno lo ritenesse ottuso, poco astuto et in torto marcio. Disse di operare per lo bene di Laitia, ma rifiutò di fornire spiegazioni a riguardo, diede lo suo ultimatum et lasciò lo ostinato Magistro a meditare su come fargliela pagare.

Lo stesso messaggio per consegnare la pietra venne recapitato a me, Arcadio, presso la villa di Ciro lo Mercante, che saputo de lo accaduto non esitò a prendere da noi le distanze et cacciarci via.
Né noi, né lo saggio, virtuoso et coraggioso Alburno, volemmo però saperne di cedere a lo ricatto et iniziammo subito ad organizzare una evasione.
La parte più ardua fu sicuramente capire dove fosse tenuto lo Magistro prima de lo suo trasferimento a Lucullanum, ma lo Peregrino fu caparbio et fortunato et la mattina stessa de lo girodì in cui al tramonto sarebbe dovuto avvenire lo scambio si introdusse tra le grate usando lo suo proverbiale "Animalis Mutanda!". Alburno stava già preparando una fuga per suo conto, cercando di mettere mano a li suoi filtri, ma lo intervento di Tristano fu rapido, efficace et risolutivo, et in breve fummo tutti di nuovo insieme, lungo la Via Gulpia, giacché riapparve anche lo vero frate Frandonato, che ignaro di tutti li recenti accadimenti si era attardato ne li pressi di Virnepro per decantare lo vangelo di uno sacro mai sentito, tale San Gaudente, dedito ai baccanali più che al sacrificio et al pentimento.
Quella sera al tramonto, su lo colle in cui Tarquinio de Belloveso attendeva che gli venisse consegnata la seconda ambra, venne recapitato solamente uno messaggio, arrotolato ad una comunissima roccia, volutamente provocatorio:

"Anche stavolta t'è andata male.
La prossima ti andrà peggio.
Ci vediamo ad Ertama."