mercoledì 24 luglio 2019

La vita secondo Conchobar

La vita a Beddingham scorreva veloce, freneticamente i suoi abitanti popolavano di giorno e di notte la viuzze che si districavano tra le costruzioni tipiche in pieno stile sprigan. Fu così che molti anni fa i primi omini entrati nella Casa, sicuramente Sprighi e non Boggart, che raggiunsero il primo piano, vedendo la maestosità della camera padronale decisero di stabilirsi lì gettando le fondamenta di quella che sarebbe diventata una delle più imponenti ed importanti comunità della Casa.

Gli avi degli avi degli avi, insomma i bis, bis, bis avi, o tre volte bis avi, o come era solito dire Conchobar, i suoi "tribisavi", non riuscirono a resistere all'imperioso fascino di quella città. E così ben presto si industriarono per scolpire il loro nome in quella comunità, con il loro ingegno, spiccatamente soladino, misero al suo servizio le loro arti.

L'arguzia e la sveltezza di mano contraddistinguevano la sua famiglia da generazioni, generazioni e generazioni, insomma come vi ho spiegato prima, da tribisgenerazioni, non perdete il filo del discorso diamine, che non amo spiegare due volte la stessa cosa, e soprattutto io odio chi perde il filo del discorso.

Oh...cosa dicevamo.....a si...certo...da tanto tempo che le mani e l'intelligenza dei Wonder veniva adoperata per la vie di Beddingham. Chi costruiva strani ammennicoli, che sembravano avere dubbia utilità, chi si impegnava in maestose opere ingegneristiche, chi era abile nel campo dei preziosi, chi veniva contattato per ritrovare oggetti scomparsi, chi aveva avuto tanta fortuna da diventare improvvisamente ricco, ed altre cose così...
La costante comune era appunto che i Wonder erano meravigliosamente addentro alla società, li trovavi un po’ ovunque, e ce ne erano dappertutto, non potevi startene tranquillo un attimo che...apparivano. Soprattutto nei luoghi più prestigiosi della prestigiosa tra le prestigiose, detti anche i tribisprestigiosi....va beh erano ovunque al punto che i buoni omini di Beddingham erano soliti inneggiare al loro avvistamento con un laconico "Ecchetelitiè", che divenne un po’ il mantra della famiglia.

Non sto qui a dirvi che veniva ripetuto in ogni festa di famiglia, ogni volta che due Wonder si incontravano, in ogni strada o viuzza al punto che alla fine non si riusciva nemmeno più a capire quanti Wonder ci fossero, era tutto un "Eccotelitiè" e gente che freneticamente si spicciava a far largo, ovviamente per la tribismaestosità della famiglia, piuttosto che mettere mano al portamonete, per omaggiare cotale scienza infusa. Diciamocelo, concedetemelo, la "dinastia dei Wonder" era ormai famosa, apprezzata, temuta per la sua innegabile bravura nell'usar le mani a mo’ di lavoro.
Come che vuole dire?
Mamma omina santissima, tipica espressione di Conchobar, sapevano crear dal nulla un lavoro e soprattutto una fortuna.
Non era difficile no? State più attenti però che i Wonder non sono nati per pettinar le mini bambole, ne stiamo qui per smacchiar Gechi maculati eh...

Beh Conchobar non era molto differente dai suoi tribisavi, ma ben presto, per quanto tribismaestosa fosse Beddingham, e per via di un paio di affari non proprio riusciti, ma soprattutto per via del fatto che la calca che lo cercava per ringraziarlo dei suoi prestigiosi lavori si era fatta un po’ troppo insistente e facinorosa, colse il gentil consiglio dei gendarmini che una mattina lo scortarono fuori città. Chiedendogli la cortesia di non fermarsi a salutare nessuno dei suoi tribistanti estimatori che accorrevano verso di lui, agitando mini cucchiai di cheratina, bastoni lunghi ed oggetti appuntiti in genere. Tipica usanza di Beddingham, pare..., il saluto facinoroso, al quale la famiglia Wonder era bensì avvezza ma Conchobar troppo stanco per poterlo sopportare ancora, ancora ed ancora, tribisancora in poche parole.

Dopotutto da grandi mini poteri derivano grandi mini responsabilità, e quindi a malincuore Mastro Wonder, decise di andare a portar il suo ingegno altrove, lì dove nessun soladino era mai giunto prima. Dopotutto come si può confinare l'ingegno, non sarebbe giusto se altri luoghi ed altri omini buoni non potessero apprezzare l'arte Wonder. E' dura, lo so, lo capisco, ma gli eroi non si nascondono dietro a mezzuccoli né fuggono dai perirgli, gli eroi sono eroi, e noi lo vorremmo essere, anzi tribiseroi perlappunto.

E cammina che ti cammina, che cammina, tribiscammina raggiunse il lontanissimo Sottogradino, era una cittadina ridente, organizzata e pulita, ma mancava quel tocco Wonder, quel nonsoché di puro ingegno, strade tutte uguali, utensili comuni, nessun macchinario innovativo, nessun "Eccotelotiè", ma Mastro Conchobar non si perse d'animo e tirò fuori le sue mirabolanti mercanzie. Come potevano passare inosservate?
Ed infatti da lì a poco giunse un estroso Boggart, niente popò di meno che lo stimato e rinomato, Professor Tyrol Chesterfire, mente indubbiamente tribisfenomenale che riuscì ben presto a capire quanto rari e preziose fossero le mercanzie di Mastro Wonder. In men che non si dica due antichi manufatti, di indubbia utilità e rarità erano stati venduti. Ad un prezzo più che congruo per la conoscenza che imprigionavano al loro interno, un prezzo esiguo comparato con la loro enorme utilità. Ma quello che poi cambiò effettivamente la vita dell'ingegnoso soladino fu la stramba richiesta di trovare un libro assai raro quanto, probabilmente inesistente, che il Professor Chesterfire fece a Conchobar, pagandolo in anticipo. Ed ancor più strano fu il fatto che questo fantomatico e rarissimo libro, fu recapitato a Mastro Wonder il giorno dopo l'incontro con il professore, e che gli venisse anche indicato dove andare a consegnarlo.
Ma fedele alla sua parola data e poiché Sottogradino era alquanto noiosa al giovane soladino non rimase che avventurarsi, insieme ad una insolita compagna di viaggio, con cui condivideva la ricerca del Professore. Tale Arianne, fatina che si dilettava in duelli originaria di La Ruelle. Tipa veramente insolita, aggraziata e dolcemente premurosa da un lato, ma feroce e spietata spadaccina dall'altro, al punto che Mastro Conchobar rimase affascinato dalla bipolarità tipica di soggetti come lei, almeno da quanto rammentava dalle sue letture in campo medico.

Decise quindi di studiare da vicino tale fenomeno, perché non riusciva a concepire come una perfetta massaia, tutta lavoretti di casa, cucina da leccarsi le antennine e bucato tribisesageratamente profumato, potesse essere la controparte ad una abile spadaccina che sembrava saper ricamare con la sua lancetta d'orologio come con un piccolo ago faceva su un calzino. Arianne la rammendatrice, pensò di chiamarla, ma non ebbe il coraggio di dirglielo, si sa le donne son sempre suscettibili a certi concetti, sia mai che pensasse che fosse un soladino retrogrado inneggiante al motto "omina schiava zitta e lava" o concetti simili...
Omina santissima SIAAAA MAIIII eh ancora sentiva risuonare i famosi "paccheri Wonder" dati con tribisprecisione dalle soladine, che con precisione chirurgica lanciavano le ciabattine inesorabilmente contro il testone dei maschi di famiglia.
No no questa cosa sarebbe rimasta tribissegreta, Sprigo si, ma mica scemo.


Dal diario di Mastro Conchobar

Capitolo 1.1 - Il Ragno Meccanico

Glassburg, Ottobre VI A.C. (97 s.P.)

Mon cher frère,
ti sto scrivendo da un delizioso appartamentino di Teller, nel livello più alto della Città Vetrata, da qui la vista sulla Sala da Pranzo è magnifica e, nonostante La Ruelle sia così distante, quando cala la sera si vedono le luci della soglia e mi sembra tra queste di riconoscere quella di casa nostra. Anche Astraviya da qui offre uno spettacolo incredibile all'alba e al tramonto.
Vorrei raccontarti cosa sto facendo e come sono finita quassù, sai che esiste una clinica di Fabergè anche a Glassburg? Non saremo obbligati a tornare a Nerolucido quando avremo raccolto i soldi necessari, possono aiutarti anche da qui! 

Ormai è passato quasi un mese da quando ci siamo salutati per la seconda volta, la mia è stata solo una visita di passaggio perché eravamo sulle tracce di quel bizzarro boggart, lo ricordi? Il Professor Tyrol Chesterfire che conobbi a Sottogradino.
Beh... sono successe alcune cose davvero assurde da quando mi sono messa sulle sue tracce!

Avrai trovato il crì che ti ho lasciato nella scarpa sul muro, era per le emergenze, parte di un anticipo per l'incarico che mi ha assegnato un tale Armand Le Jaque, di Mont Guignol, collega del professore. Mi ha chiesto di ritrovare il suo caro amico, atteso da settimane e mai giunto. Allora mi sono messa in viaggio da Sottogradino insieme a quel soladino che ti ho presentato, ricordi Mastro Conchobar? Ci siamo conosciuti lì, a La Posada di Dona Miranda e abbiamo viaggiato assieme fin quassù, seguendo le tracce di Chesterfire che, purtroppo non abbiamo ancora rintracciato.

A Sottogradino abbiamo parlato con gente per bene, come Ser Algibert Vanderhause del Club di Caccia locale e altri tipi meno raccomandabili, come Goldfinger, un droghiere boggart di nome Leopold Grislow che gestisce traffici poco chiari. Da loro abbiamo scoperto che il Professor Chesterfire aveva assoldato una guardia del corpo, tale Frederick Legeirs e si era diretto verso il Reame, dove aveva avuto problemi con il visto alla dogana ed era stato quindi costretto a cercare una via d'ingresso dalle intercapedini, sai quelle che si dice siano usate dai contrabbandieri che sbucano vicino alla Culla di Cera?
E così quando abbiamo lasciato La Ruelle siamo andati verso gli allevamenti di bombi, per vedere se qualcuno avesse per caso incrociato e riconosciuto il professore, scoprendo però qualcosa che forse è arrivata in qualche modo anche da voi.

Molti allevatori e fattori avevano dovuto abbandonare i loro terreni e dimore a causa di una recente invasione di vespe, dovuta, a quanto raccontavano persino i gendarmi di pattuglia, alla comparsa di un ragno enorme, gigantesco, rimasto incastrato in una crepa sul muro proprio ai margini dei territori delle api. Praticamente il ragno aveva spaventato i calabroni, che si erano spostati scacciando le vespe, che erano infine migrate fuori dalla riserva causando un gran macello.
Alcuni cacciatori si stavano così organizzando per abbattere questo ragno, ma non erano gli unici interessati...

Caro Hectòr, non voglio farti preoccupare, ma dopo aver lasciato La Ruelle il nostro viaggio è stato molto più pericoloso di quanto avrei mai immaginato, niente a che vedere con le quattro blatte che abbiamo cucinato assieme (le Cafard Royale della cena di Mabon era buonissimo!), siamo stati assaliti di notte da un gruppo di briganti e per la prima volta ho sfoderato la lancetta del Maestro Coriolo per difendere la mia vita, non solo per onore o qualche trofeo... e purtroppo devo ammettere di non essere stata all'altezza.
Tu mi hai vista allenare giorno e notte e sai che non demordo, lo sanno tutti, glielo sento sussurrare durante le gare, non mi arrendo perché ho uno scopo, e tu sai bene quale sia. Eppure levar la lama contro un altro omino che vuole ucciderti, o combatte per la sua vita, non è la stessa cosa.
Quando ci sono saltati addosso ho evitato facilmente una prevedibile cucchiaiata e ho risposto come mi è stato insegnato, senza trattenermi come in una gara, ed il sangue è zampillato: sangue dorato di fata, denso e copioso... e lì ho avuto un blocco, ero impietrita e forse non sarei più nemmeno riuscita a difendermi se non fosse stato per i miei compagni di viaggio: stavo veramente per uccidere qualcuno?
Conchobar è un soladino dalle mille risorse, un combattente addestrato e feroce... che si fa passare per commerciante ed inventore; credimi, in combattimento è una furia... non è alle prime armi come me.
L'altro era un enorme cacciatore boggart, sarà stato alto almeno due minimetri, tutto muscoli e... poco cervello, si chiama Mac John o qualcosa del genere, parlava male persino il domestico, si è fatto assoldare per una miseria, però è stato onestissimo ed ha svolto il suo lavoro di guida in maniera impeccabile, proteggendoci e combattendo valorosamente al nostro fianco.
Hanno pensato loro due ai briganti, mentre io ero lì imbambolata... mi sono sentita veramente stupida ed inadeguata e ho continuato a pensarci anche per tutto il giorno dopo!

Insomma, le Brute che mi aveva aggredita lo abbiamo preso vivo, altri due son scappati e Mac voleva farlo fuori ma li ho convinti a patteggiare la sua liberazione. Sono stata un po' subdola forse, ma alla fine è convenuto a tutti, il brigante ha firmato un accordo in base al quale non ci avrebbe più infastidito e avrebbe tenuto i suoi compari alla larga da noi ed i nostri beni e ci ha fornito anche altre informazioni sul ragno gigantesco ed il suo capobanda, tale Leòn Le Roi, che era anch'egli sulle tracce del Professor Chesterfire. In cambio l'abbiamo lasciato andare ed il giorno dopo ci siamo spinti nella riserva di caccia in cerca di questo Le Roi e della sua banda.

Non so che storie arriveranno su questa faccenda fino a La Ruelle, ma quella che ti scriverò di seguito è la versione reale e completa di ciò che è accaduto nella Culla di Cera questo settembre.
La riserva è un posto molto più pericoloso di quel che noi sappiamo, il miele in alcuni punti rallenta il cammino al punto di rischiare di tenerti intrappolato e oltre alle vespe e calabroni ci sono altri predatori in agguato: noi ci siamo imbattuti in un topo domestico!
Avevo ancora la testa al giorno prima e la carica della bestia mi ha sorpresa, ancora una volta, per fortuna, Mac e Conchobar si sono fatti avanti e ce la siamo cavata con pochi graffi, mi sono ripromessa di non farmi mai più cogliere impreparata e da una parte il trovarmi di nuovo di fronte ad una bestia del genere mi spaventa, dall'altra invece sono talmente insoddisfatta dalla mia reazione che non vedo l'ora di potermi rifare ed essere io a difendere i miei compagni!
Non preoccuparti, non andrò a cercar rogne, ma la prossima volta non mi farò trovare impreparata!

Dopo lo spiacevole incontro col grosso topo ci siamo spinti sempre più in profondità verso la parete. I miei compagni erano ricoperti di miele dalla testa ai piedi ed hanno attirato l'attenzione di un paio di vespe. Seminarle è stata dura e non ci siamo resi conto di esserci avvicinati più del previsto alla crepa del ragno: ce lo siamo trovati davanti all'improvviso, ancora più grande di quanto immaginassi, per fortuna incastrato come si diceva in giro... ma qui viene il colpo di scena!
Dalla testolina del ragno spuntavano un clavischetto e diversi moschetti ed una voce ci ammoniva di tener le mani bene in vista. Capisci? Era finto!
Costruito con legno e funghi, ricoperto di muschio e mosso da complicati ingranaggi, il ragno meccanico serviva per allontanare vespe e calabroni e liberare la zona per raccogliere il miele in sicurezza. Annunciandoci come amici in cerca di Tyrol Chesterfire gli occupanti del mostro ci fecero entrare e raccontammo di quel che la loro creazione aveva causato nella riserva e nelle zone attorno. L'idea era buona, la realizzazione magnifica, ma l'ovvio effetto ottenuto non era stato minimamente calcolato!

In due ci accolsero all'interno: Gustav Shneider, inventore e amico del Professore (autore dei progetti del ragno meccanico) ed il cacciatore assoldato a Sottogradino, Frederick Legeirs.
Ci dissero che il Professore era stato costretto a fuggire, assieme alla compagna di Frederik, una sluagh di nome Carlotta, che doveva scortarlo da queste parti, verso Unter per sottrarlo alle mire di quel brigante, Le Roi, che aveva intenzione di appropriarsi del ragno meccanico per farne il suo covo e dei progetti per costruirne altri simili in altre parti del Reame.

Mentre decidevamo il da farsi proprio Leòn Le Roi e la sua banda arrivarono ad intimarci di consegnargli Chesterfire, non sapevano se ne fosse andato.
Di comune accordo con herr Shneider decidemmo di allontanarci da un passaggio sul retro e demolire il ragno alle nostre spalle. Usammo i due topi shire che trainavano i grossi ingranaggi che servivano a far muovere in maniera realistica la testa e le zampe del mostro, li legammo a delle assi portanti e li spronammo a correr via. Al resto pensò, mostrando ancora una volta più coraggio che cervello, il prode Mac John, che decise di restare indietro e sbroccare (si! ho visto un boggart che sbrocca! è gigantesco!) e spaccare più cose possibili.
Fuggendo dalle macerie vedemmo anche Le Roi impegnato a sedare una sorta di rivolta nella sua banda, le Brute,  che avevamo liberato stava rispettando l'accordo e li tenne impegnati abbastanza da consentirci di allontanarci indisturbati.
Da quel momento la situazione è rimasta più tranquilla.
Ci siamo separati da herr Shneider e Frederick e diretti verso Unter in cerca di alcuni contatti da cui Carlotta avrebbe potuto cercar riparo.

Giunti alla credenza però abbiamo scoperto che il Professor Chesterfire aveva già lasciato la città verso chissà quale meta, su per le tubature.
Abbiamo salutato Mac John che è ripartito in direzione della Culla di Cera, Conchobar invece ha insistito per proseguire la ricerca, sembra molto interessato a trovare Tyrol il prima possibile, è stato pagato per riportargli un libro in suo possesso ed ora è ansioso di consegnarlo (a pensarci bene, il libro gli è stato pagato in anticipo e poi recapitato per posta da Chesterfire stesso, forse proprio per costringerlo ad andarlo a cercare... furbo quel boggart!).
Per quanto mi riguarda ho preferito quanto prima farmi strada fino ai livelli superiori, a Glassburg, qui a Teller sono ospite di Aaron Volikov, che già mi fece da mecenate nella gara di Astraviya e per un po' lavorerò per lui, frequentando la gente per bene della Città Vetrata e cercando occasioni per mettere da parte qualche soldo.

A tal proposito. Ho scritto anche a Messieur Le Jaque informandolo degli esiti delle nostre ricerche e rassicurandolo sulla sorte e sulle capacità di cavarsela del professore. Gli ho chiesto se è ulteriormente intenzionato a proseguire le ricerche dandogli un recapito e chiedendogli di inviare parte del pagamento per i servigi svolti e prossimamente richiesti a La Ruelle. Se ti arriva del denaro cerca di metterne da parte un po', ma non trascurare te stesso e la nostra casetta, sai quanto ci teneva la mamma che fosse sempre tutto pulito e in ordine?
Io passerò a trovarti al più presto e nel frattempo continuerò a scriverti regolarmente per aggiornarti sui miei spostamenti. Se dovesse ricomparire il Maestro Coriolo Guasta aggiornalo su tutto e dammene subito notizia, ti farò sempre avere un mio recapito.

Ti voglio bene vespetto,
cerca di badare a te stesso e se non l'hai ancora fatto chiedi all'assistente del sarto di uscire con te per Sahmain, sono sicura che le piaci!

une douce étreinte
Arianne

Prologo - Arianne Lòrene Vudruille



Reginald Vars raggiunse l’indirizzo che gli era stato indicato, una misera abitazione della periferia di La Ruelle, in una via popolare e chiassosa in cui bambini di popoli differenti si rincorrevano chiassosamente all’inseguimento di un grasso bombo ammaestrato.
Salì i tre gradini che conducevano all’ingresso e notò il piccolo campanello al lato della semplice porta, ne tirò delicatamente la catenella ed ottenne in risposta un garbato tintinnio che annunciava il suo arrivo.
Durante la manciata di secondi che trascorsero prima che la porta gli venisse aperta si soffermò ad osservare i piccoli dettagli attorno a lui: gli ottoni finemente lucidati, la ghirlanda di muschi profumati sulla balaustra del piccolo portico, le tendine ricamate che lasciavano solo trasparire l’ordinato arredo interno. Una fata, se di buone maniere, resta sempre una fata.

Ad accoglierlo fu un giovane fae, nel pieno dei focosi anni della sua adolescenza. Senza troppe cerimonie gli diede il benvenuto e lo invitò ad entrare, indicò un archetto che conduceva ad una stanza sul retro della modesta ma adorabile abitazione, dalla quale proveniva un delizioso profumo di cucinato, poi tornò di corsa presso il piccolo focolare presso cui lo attendeva un grosso libro fittamente illustrato: “Ci sono ospiti!”
Lo sprigo estrasse dalla borsa e rigirò tra le mani la piccola pergamena che era venuto a consegnare poi alzò lo sguardo prestando attenzione alla figura che adesso si era affacciata allo stipite innanzi a lui: “Bonsoir messieur...” la fata salutò in fae nobile e gli sorrise cordialmente, vestiva un abito semplice di un pallido colore azzurro, portava un fazzoletto in fronte a raccoglierle i capelli ramati ed un candido grembiule da cucina deliziosamente ricamato con vivaci ricami di api e miele.
“Madame...” rispose Reginald ricordandosi frettolosamente di togliersi il cappello in segno di saluto e rispetto “...mi chiamo Reginald Vars, messo incaricato di recapitare questo invito alla vostra padrona” si accorse quasi subito dell’errore, sentendosi gli occhi di entrambi i suoi ospiti addosso ma non fece in tempo ad arrossire per l’imbarazzo che la ragazza non trattenne una risata divertita, allentando la tensione, poi si ricompose pulendosi le mani sul grembiule: “Credo cerchiate me, Messieur Vars: Arianne Lòrene Vudruille, dovete sinceramente perdonarmi per avervi accolto in queste vesti, non attendevo di certo visite…” lui cercò di scusarsi ma appena aprì bocca venne interrotto dall’indice alzato della sua interlocutrice “...ma siete invero giunto in un momento eccellente, il pasticcio è pronto ed ho bisogno di un assaggiatore assai più imparziale del buon Hectòr…” ammiccò al fratellino seduto con il libro tra le gambe “...venite vi prego, accomodatevi, sarete stanco, giungete da Astraviya?”
Inatteso, informale, improvviso. La giornata era stata lunga per Reginald Vars e quell’invito suonò tanto bizzarro quanto accogliente. Si chiese se quella fata che avrebbe duellato per Ser Volikov si sarebbe battuta a colpi di spillo o di timballo, ma poi decise di godersi l’invito e la squisita ospitalità che gli era stata offerta e non ebbe a che pentirsene.

[...]

La luce diurna aveva da poco smesso di far splendere Astraviya, lontana all’orizzonte, dei colori di mille arcobaleni. Le ombre della sera erano padrone delle vie de La Ruelle e fate diligenti si apprestavano ad accendere i lampioni ai lati delle larghe vie commerciali della cittadina di frontiera. Un centinaio di minimetri più in là, dove le casette si facevano più fitte ed i lumi più tenui, un’esile figura ammantata nell’oscurità armeggiava di fronte alla fragile porticina di una piccola ma ben tenuta casetta.
La sacca da viaggio sulle sue spalle sembrava un pesante fardello mentre armeggiava nelle ampie vesti in cerca di qualche cosa. Quando infine trovò le chiavi tirò un sospiro di sollievo, aprì la porta e si infilò all’interno lestamente, facendo bene attenzione a non far troppo rumore.
Arianne superò il salottino osservando affettuosamente con un sorriso la fragile figura di suo fratello, addormentatosi ancora una volta con la Storia Illustrata della Guerra Domiciliare tra le braccia. Arrivata in cucina posò in terra la sacca da viaggio e con premura ne estrasse un lungo fagotto, ripiegato con estrema cura che si affrettò a riporre in alto, sopra la credenza, poi dalla sacca estrasse delle vesti, anch’esse ripiegate a dovere, accese un lume ed uscì sul retro, fino ad un catino ricolmo d’acqua, dove le spiegò ed iniziò a pulirle: la manica era strappata e la grossa ed intensa macchia dorata era in esatta corrispondenza della vistosa fasciatura che le stringeva l’avambraccio. Rimosso il sangue si occupò di rammendare la manica della camicia e solo una volta riposto l’abito da duello nella cassapanca, insieme a pantaloni, stivali e corsetto, si occupò di cambiare le bende alla ferita. Infine svuotò il sacchetto che portava alla cintura su un comodino, contò una ad una le piastre guadagnate, ne nascose una buona parte dentro una vecchia scarpa appesa alla parete, lasciandone solo un paio a portata di mano per le necessità quotidiane.
La grande finestra iniziava già ad illuminarsi nuovamente della splendente luce del giorno quando infine, esausta, crollò sulla brandina.

[...]

Era tardo pomeriggio e suo fratello non era ancora rincasato. La cena era fredda ed Arianne iniziava a spazientirsi, o forse era solo in pensiero.
Avrebbe voluto sedersi a tavola ed immaginare che tutto fosse come gli altri giorni, che dopo cena sarebbero andati a coricarsi ed il giorno dopo di nuovo a lavorare, lui in bottega e lei alla locanda, mettere da parte i granelli per tirare a campare un giorno ancora e vivere di quel che avevano, dimenticando il passato, vivendo il presente e senza pensare al futuro. Invece conosceva suo fratello, Hectòr Leòn viveva nel rimpianto e nella disperazione, si rifugiava nei libri illustrati in cui cercava di rivivere le gesta del padre, anonimo eroe per cui aveva perso ogni cosa pur di difenderne il nome. Arianne invece lo faceva per lui, perché potesse tornare ad aver speranza, perchè potesse rialzare il capo, perché potesse tornare ad essere un Figlio delle Stelle.
Uscì a cercarlo, chiedendo ai bambini del vicinato se l'avessero visto, chiamandolo a gran voce e destando la curiosità di più di un vicino ed infine lo trovò seduto su di grosso fungo, con le gambe raccolte al petto e lo sguardo rivolto alla parete nord della sala da pranzo, verso i monti di Nerolucido.
"Hectòr! Hectòr Leòn scendi subito! Sai da quanto tempo ti sto cercando?"
Non ottenendo risposta la fata non ebbe altra scelta che spiegare le ali e sollevarsi fino ad intercettare lo sguardo del ragazzo: "Hector… dai andiamo a casa… ho preparato i biscotti al miele…"
"Perchè vai via?" rispose finalmente, mestamente il ragazzo.
"Lo sai, non c'è altro modo… è l'unica occasione che abbiamo…"
"Non c'è modo Arianne, non c'è bisogno, davvero…"
"No! Non voglio sentirtelo dire maledizione! Abbiamo una possibilità e vorrei tanto che invece di compiangerti anche tu cercassi di venirne fuori!"
"Ma io non voglio che tu ti faccia male per me! Non voglio Arianne! Mi sei rimasta solo tu!"
Mentre gli occhi color muschio e rugiada della fata si inondavano di lacrime gli porse le mani: "Vieni, andiamo a casa"
"Scendo da solo…"
Rapidissime le ali della ragazza battevano fino a portarla a posare di nuovo i piedi al suolo, il giovane fae invece discese dal fungo calandosi a fatica dal cappello e poi scivolando lungo il fusto.
Arianne lo attese a terra, osservando fugacemente i moncherini delle ali crudelmente segati via dai Tristellati, poi insieme tornarono a casa.

Il mattino seguente Arianne Lòrene attraversò zaino in spalla la frontiera del Reame, diretta a Sottogradino, in cerca di un ingaggio da duellante che le avrebbe fruttato quei maledetti 50 crì con cui un giorno poco lontano sarebbe finalmente tornata insieme ad Hectòr Leòn nella città natale di Mont Guignol e avrebbe pagato i tanto decantati e miracolosi servigi del Maestro Auguste Fabergè.

domenica 16 giugno 2019

Una storia di due donne - parte II

Con un sibilo continuo, la porta della cabina va a chiudersi. Un tonfo sordo e si riapre, come se qualcosa ne interrompesse la chiusura.
Nuovamente va a chiudersi, sbatte sulla testa di uno dei membri dell'equipaggio e si riapre, mostrando il resto del corpo del cadavere riverso nella stanza in un lago di sangue.
A fianco alla porta, un altro cadavere, il sangue colato via dagli occhi gli contorna il viso contorto in un'espressione di dolore.
In sottofondo una voca di donna che parla, interrotta saltuariamente da una voce maschile.

Pochi, singoli e precisi schizzi di sangue alla parete e lungo le scale portano al piano superiore, dove un superstite in mutande si aggira tremolante nei corridoi impugnando un fucile acceleratore. Guarda a destra: nessuno. Guarda a sinistra: nessuno. Gira a destra. L'ombra alle sue spalle si deforma e si "apre" rivelando un uomo con una tuta da combattimento grigia e una dupatta nera a contornargli una maschera tattica nera anch'essa.
Lo afferra, chiudendogli la bocca, mentre una lama mercurium gli trapassa la cassa toracica. Il corpo si accascia al suolo, mentre l'uomo in grigio si dirige a passo spedito verso il ponte.
La voce femminile si fa più forte, precisa, comprensibile.

«...e questo è tutto, Fratello Superiore Izmael»
Amira sta al centro del ponte, inginocchiata di fronte ad un uomo seduto sulla poltrone del capitano, vestito con una divisa militare tattica grigia con massicci guanti corazzati neri, e una shemag nera e oro attorno al volto. Questi annuisce: «Ben fatto, Iniziata» e si alza, invitando la donna ad alzarsi anche essa. Un pugnale jambiya al suo fianco con il tipico fodero ornamentale, una massiccia pistola a mesoni all'altro fianco; come tutti quanti, una fascia nera al centro del petto con una grossa struttura circolare piena di circuiti e led.
Dietro di loro, due uomini in grigio e nero stanno piazzando delle cariche esplosive, mentre uno sposta i cadaveri mutilati dell'equipaggio precedente e accenna una piccola preghiera davanti ai loro cadaveri.

«La strada per la Purificazione è costellata di Sacrifici, Iniziata - mentre con passo lento e attento si sposta a seguire le operazioni degli altri - e se la Carnefice ha chiamato a sè l'Adepta Magistra Naadira non possiamo esserne tristi. Pregheremo per lei e per tutti i valorosi combattenti caduti, sulla pira di questa nave e del suo equipaggio incapace di compiere i compiti più semplici» poi si rivolge ad un altro soldato «dopo che avremo smontato e recuperato la nostra tecnologia, ovviamente». Il soldato annuisce e va trafelato verso il ponte principale della nave.

«Nonostante le loro morti - riprende a parlare e a camminare lentamente osservando la console dei sensori che un soldato ha aperto e sta analizzando con un apparecchio - o forse proprio grazie ad esse, e soprattutto grazie a lei, Iniziata Tarsch, la missione si è trasformata in un parziale successo» porge la mano verso Amira che gli porge una fiala contenente un bocciolo di colore violaceo e una piccola tabula, di quelle usate per prendere appunti veloci senza bisogno di stilo.
Il Fratello Superiore osserva la fiala, girandola verso la luce per vedere bene il minuscolo fiore ancora chiuso; i suoi occhi azzurri accesi si fanno blu scuro e violacei per qualche secondo mentre la pupilla si accende con un minuscolo reticolo verde, e poi ritornano normali. Poi mette la fiala in una tasca alla cintura e osserva la tabula scorrendo rapidamente una serie di glifi. Si sofferma su un paio di essi, poi spegne la tabula e la mette anche essa nella cintura.

Rimane pensoso nel silenzio interrotto solo dal rumore del posizionamento delle cariche esplosive dei soldati e in lontananza della litania di preghiera per i cadaveri dell'equipaggio, recitata nella stanza accanto. Lunghi interminabili secondi dopo si volta nuovamente verso Amira scostandosi leggermente il bavero della shemag senza peraltro scoprire il volto: «E per quanto riguarda gli altri uomini? I civili che hanno recuperato il professore?»
«Mi hanno salvata. Vedo nella loro opera la mano delle Icone»
«Certamente, mia cara. Raccontami quello che sai di loro...»

Una storia di due donne - parte I

«La morte, non è che una lunga notte senza giorno, illuminata da una stella lontana
Mai le parole del Profeta Zaahir nelle sue Lettere Perdute mi sono sembrate così vicine, figli miei. Eppure... eppure da questa lunga notte, sorgerà un nuovo giorno. Una nuova alba.»
Nell'oscurità, la figura cammina, quasi trascinandosi.

Un botto, un lampo le illumina il volto di donna di mezza età dalla carnagione pallida, i lunghi capelli neri raccolti in ciocche adornate da fiori viola scuro. Con gli occhi languidi guarda verso il corridoio, avvolto tra le fiamme. Un gesto, e una muraglia di rami e rampicanti cresce rapidamente a sigillare l'ingresso mentre l'aria viene risucchiata via dalla falla.

Di nuovo l'oscurità, in cui si trascina.
Il corpo di una creatura per terra, oramai priva della volontà da esso ottenuta. E che lei gli aveva donato. Si china quasi a raccoglierne la testa irta di radici, appena formata nella foga di avere nuovi corpi. «Avete servito il vostro scopo. Un guscio rigido protegge il seme e gli permette di attecchire al terreno...» e con una presa salda gli pianta la mano nella gola estraendone quello che sembra un piccolo seme

Poi si alza, come a rivolgersi verso l'altro cadavere, quello femminile, a pochi metri di distanza «...così come il guscio sottratto alla vostra nave, mi porterà su un nuovo terreno fertile»
Riprende a muoversi, a trascinarsi, a camminare, a correre lungo i corridoi immersi nel buio, mentre le pareti tremano per le esplosioni. Supera i cadaveri dei suoi "avatar", dai corpi deformati dalle piante e dai fiori e raggiunge la sala macchine. I tubi di refrigerante lungo le pareti iniziano a fischiare; uno salta; un altro si deforma picchiettando rumorosamente, mentre lei supera delle porte coperte di olio per macchine e rampicanti.

Uno, l'ultimo dei suoi assistenti ancora in grado di muoversi e il primo dei suoi rinati figli, l'attende con lo sguardo vacuo, i capelli rossi e le foglie verdi che compaiono dietro le orecchie e lungo la nuca. Le porge un libro rilegato con delle scritte in Dari sulla copertina, una grossa e antiquato terminale, antenato delle moderne tabula, un faldone con degli scritti a mano che ne escono fuori, e una scatola con dei glifi incisi sopra.

Lei apre la scatola e ne controlla il contenuto, poi la ripone nella navetta di salvataggio, delicatamente. Ripone poi il faldone e la tabula. Prende il libro, ne accarezza la copertina e infine ripone anche quello insieme al resto.
Lei guarda a lungo, il suo muto assistente; gli accarezza il viso, con il volto triste quasi a piangere. Poi gli infila una mano in bocca e la estrae bruscamente con uno strattpone come a strappar via qualcosa. Infine entra nella navetta. Un ultimo sguardo alla stanza vuota, a quel che resta dell'intera stazione mentre le pareti tremano e macerie iniziano a crollare dal soffitto. Poi chiude il portellone.

Un'unica grossa esplosione avvolge l'intera struttura. Le fiamme divampano consumando quel poco di ossigeno presente e si spengono mute mentre i rottami si spargono nel Grande Vuoto.
E poi il silenzio.

lunedì 8 aprile 2019

La Volpe del Deserto

Lubau.
Dalla finestra di vetracciaio temprato della nave si vede la sagoma del pianeta già perfettamente riconoscibile, mentre la grossa e calda stella Kua inizia a sparire fuori dalla vetrata.

Il pianeta presenta molte particolarità, dall'insolitamente forte campo elettromagnetico che non permette stazioni spaziali in bassa orbita, all'inclinazione di 45° e l'esposizione della stessa faccia alla stella, risultando in un emisfero sud carbonizzato dalla continua esposizione e un emisfero nord gelato nell'ombra perenne. La vita e la colonizzazione è presente quindi solo nella temperata fascia centrale, dove il giorno e la notte si alternano regolarmente. Qui sorgono città e villaggi di vario genere, per lo più immersi in oasi nel vasto deserto o sulle rive dei laghi grandi e piccoli. Uno di questi, l'area conosciuta come Oasi di Mahanji, è la vostra meta. E l'ultimo viaggio di Rashid, il vostro capitano, amico e fratello, le cui ceneri andranno sparse in un luogo sacro al suo popolo.

في الصحراء رائحة الثعلب الماء
Nel deserto la volpe sente l'odore dell'acqua

Ricordate questo detto dei nomadi beri, che Rashid era solito dire di tanto in tanto. Lo diceva anche piuttosto spesso, a ben pensarci, e l'aveva tatuato lungo il braccio, anche se oramai non ci facevate più molto caso. Vi ha spiegato che la volpe del deserto, un animale spazzino simile a un grosso roditore che vive ai margini delle città, può indicare la via per l'acqua e quindi per la salvezza ai nomadi persi nelle dune del deserto; il detto indica che anche chi normalmente viene considerato più un fastidio che una risorsa, può essere fondamentale al momento giusto e nel posto giusto. Avete cercato diverse volte di dargli un altro significato, soprattutto quando lo usava in un contesto differente e troppe volte avete avuto l'impressione che l'interpretasse diversamente a seconda della situazione. Lo avete pure sfottuto a lungo, sulla cosa, e lui alzava le spalle e sorrideva dicendo "E' la saggezza degli anziani". Così tipico di lui...

La vostra nave rallenta il suo viaggio e approccia all'unica stazione spaziale in orbita alta del pianeta. Non essendoci una concorrenza, le tasse di attracco sono più elevate di quello che la decenza imporrebbe e le navette per la superficie sono esose, soprattutto a chi serve un viaggio verso posti meno turistici e commerciali, come Mahanji. Fortunatamente, potete contare sulla vostra navetta personale e vi limitate a pagare il minimo necessario per lasciare la nave sicura in orbita e scendere.


Mentre i motori a gravitoni della piccola navetta sobbalzano nell'attraversamento del campo elettromagnetico iniziate a puntare verso il vasto deserto scendendo secondo il vettore di atterraggio per Mahanji che avete scaricato dal computer di navigazione, mentre a bordo rimanete in un religioso silenzio.
Quando il grosso lago reso azzurro scintillante dalla presenza di minuscolo plancton fotoluminescente inizia a farsi vedere tra la sabbia, stringi tra le mani l'urna cineraria. Mentre la nave decelera e dolcemente piega la forza di gravità per atterrare, ti scopri sussurrare flebilmente
«Siamo arrivati, Rashid. Sei a casa ora»

venerdì 8 marzo 2019

Lo schiavo ed il suo padrone

I due tricarniani uscirono trafelati dal tempio che crollava: Azamet insolitamente davanti a Mosu, il quale stringeva al petto l'avvenente principessa Zamira al fine di proteggerla.
Sporchi, feriti, gli abiti sdruciti e strappati, le labbra spaccate e la pelle riarsa dal sole cocente del deserto: a guardarli in quel momento sembravano così simili. A distinguerli solo le evidenti differenze fisiche: slanciato e fiero Azamet, con lunghi capelli scuri e luridi ; pelato ed imponente Mosu con il ventre rigonfio che spunta sotto l'armatura.
Due avventurieri o a pensar male due furfanti, sicuramente due poveracci male in arnese.

Solo pochi mesi prima chiunque avesse incontrato i due tricarniani in una qualunque occasione avrebbe assistito ad una scena assai diversa: Mosu vestito con pantaloni di lino ed una giubba di cuoio bollito che lascia scoperto l'ampio ventre ed il torace flaccido quasi a mostrare le vistose cicatrici, a completare il tutto una spada di bronzo sempre appesa alla cinta e soprattutto un grosso collare di cuoio la cui fibbia rappresenta uno scarabeo dorato con le ali spiegate; Azamet vestito con raffinati abiti di seta ricamati, i capelli neri e lucidi che ricadono fluenti sulle spalle, due anelli con pietre vistose alla mano sinistra ed un bracciale d'oro intarsiato sui cui è riportato il medesimo scarabeo con le li spiegate che sorregge un grosso rubino.

Nessun dubbio sui loro ruoli e la loro appartenenza: Mosu che incede guardingo, a proteggere con la sua stazza il suo nobile padrone Azamet. Il collare indossato da Mosu a testimoniare a tutti la sua condizione di schiavitù e a ricordare che lui è proprietà della famiglia Arak.
Più precisamente ormai, a seguito degli sanguinosi eventi accaduti nel palazzo della famiglia, il suo unico padrone è Kher-heb Azamet Arak, ultimo erede e futuro Principe della casata Arak di Val Toraasa
. Costretto ad abbandonare lasua città natale ed il suo ricco palazzo a seguito dell'attacco infame scagliato dalla famiglia Xalarian che ha colpito nel cuore la famiglia Arak, praticamente sterminandone i membri nei loro letti. Azamet fu salvato proprio dal provvidenziale intervento della sua guardia personale di lunga data, Mosu che lo fece sgattaiolare di soppiatto da palazzo per poi fuggire da Val Toraasa
. Mosu ha poi seguito fedelmente il padrone nella sua ricerca di vendetta nei confronti degli Xalarian, ricerca che li ha portati in giro per i Domini seguendo la sete di potere di Azamet, assecondata da oscuri riti arcani. 

Dopo mille peripezie, i due tricarniani, sono arrivati a Qollaba nel tempio di
Ulasha per salvare al principessa Zamira dopo aver ucciso la manifestazione terrena del dio Ulasha.
Era stato proprio Mosu a strappare la principessa dalle enormi spire del serpente in cui si era incarnato il demone, prima che la gigantesca creatura demoniaca fosse finita da Nergui e Knut, due degli spietati compagni di viaggio dei tricarniani mentre Lejanne si occupava di un seguace alato di Ulasha. A quel punto le fondamenta del tempio iniziarono a tremare facendo crollare tutto.



Una volta in salvo, fuori dal tempio e tornati alla torre della principessa Zamira,  finalmente Mosu ed Azamet poterono riposarsi. Nella sua stanza il futuro principe aveva appena finito di lavarsi, mentre il suo schiavo era di guardia alla porta.
"Vai tu ora" ordinò indicando la vasca. Mosu iniziò a svestirsi rimanendo solamente con il collare. Mai avrebbe osato toglierselo: a Tricarnia un tale gesto avrebbe facilmente comportato la morte, dal momento che nessuno schiavo può levarsi di sua sponte il collare, simbolo della sua condizione di schiavitù come fosse un marchio apposto sul bestiame.

"Dimentichi qualcosa" disse Azamet con tono vago. Mosu perplesso si guardò in giro, per poi rivolgersi con tono di scusa al suo padrone: "Cosa, mio padrone?".
Azamet, nuovamente vestito con abiti più consoni al suo sangue nobile, si avvicinò in silenzio al suo schiavo, alzò le mani e con un gesto lento, fissando Mosu negli occhi, slacciò la fibbia del collare :"Non potrei mai ripagarti per tutto quello che hai fatto in questi anni al mio fianco, specialmente negli ultimi mesi. Non posso chiederti altro. Sei libero". Le guance ancora sporche di Mosu iniziarono a rigarsi, mentre il neo liberto fissava sopraffatto e sgomento il nobile decaduto, senza parole.
Azamet ruppe il silenzio prima che diventasse imbarazzante: "Ovunque tu decida di andare ora, sappi che ci  sarà sempre un posto per te nel mio palazzo a Val Toraasa" per poi aggiungere con un sorriso amaro "Sempre se riuscirò a tornarci". Mosu si scosse e con tono insolitamente deciso corresse il proprio principe "Quando ci torneremo insieme vorrete dire, mio Principe". 

Azamet aveva ancora in mano il collare, sospeso a mezz'aria tra lui ed il torace di Mosu, quando questi lo prese e con gesto solenne se lo allacciò al braccio destro : "Io sarò sempre al vostro fianco Kher-heb" disse Mosu da Val Toraasa nato schiavo, divenuto eunuco, poi guardia del corpo, soldato del confine, avventuriero giramondo ed ora infine uomo libero.

giovedì 7 marzo 2019

Il Leone e l'Ibis



--- Il sogno prosegue --- 

Nitari : "C’era una volta un Ibis grigio come l’acciaio che sfidò un grande leone nero, che si diceva essere capace di far diventare pazzi animali e uomini con il solo suo intenso sguardo. Il piccolo Ibis non aveva paura e con i suoi occhietti gialli lo sfidò con uno sguardo placido.


Il leone cercò di avvicinarsi all’ibis, incuriosito dal fatto che aveva tre occhi, non appena il leone si avvicinò, l’uccello spiccò il volo. Per un giorno intero il leone inseguì l’ibis, che continuava a scappare un momento prima che il leone fosse pronto a raggiungerlo, al crepuscolo l’uccello si andò a rifugiare in una caverna tra le montagne Tricarniane, ed il leone esausto lo seguì. Dentro l’oscura caverna, proprio sotto ad una piccola cascata si era formata una pozza di acqua, l’ibis era fermo nel mezzo. Il leone si avvicinò di soppiatto e sicuro di se stesso spiccò un grande balzo convinto di afferrare la sua preda.


In effetti atterrò nel mezzo del laghetto ma le sue fauci non trovarono le morbide carni dell’ibis, piuttosto il grigio volatile si sciolse come acciaio fuso mischiandosi con l’acqua del laghetto, forzando il possente leone a guardare la sua stessa immagine riflessa. Stordito il leone non riusciva a muoversi e sentì una voce familiare riecheggiare soavemente nella caverna: “Mio amato fratello, sei esattamente dove Io volevo che tu fossi, adesso divertiti nella tua nuova gabbia”. In quel momento il leone capì di essere stato ingannato, rimanendo imprigionato nelle mille immagini di se stesso, come se fossero schegge di uno specchio spezzato. "



lunedì 4 marzo 2019

Morte Strisciante

La Locanda del Serpente era stata gravemente danneggiata durante gli eventi, l'ultima scossa aveva fatto crollare in realtà gran parte degli edifici di Quollaba e soltanto le solide mura esterne ed alcuni locali interni erano ancora integri e sufficientemente sicuri da poter offrire alloggio.

Il valk uscì, accompagnato da una nube di vapore, dalla stanza in cui per la prima volta dopo settimane aveva potuto detergersi e lavar via sangue rappreso, polvere e schegge residue della tumultuosa avventura appena vissuta.
La tremenda ferita che gli aveva lacerato il fianco era in via di guarigione, cucita in maniera fin troppo vistosa dalle grezze arti mediche di lord Arak, ma quel che ora aveva più urgenza di medicazioni era il setto nasale e l'occhio livido. La sera prima avevano festeggiato la loro vittoria sul demone Ulasha.

"Quando il deserto ci ha risputati fuori dalle sue labirintiche dune abbiamo subito capito che a Quollaba non avremmo trovato ristoro, morivamo di sete e la fame iniziava a farsi sentire, avremmo avuto bisogno di una sosta e invece ci siamo trovati a combattere con gli stessi abitanti che avremmo voluto aiutare assassinando Zanator, oltretutto mutati in orribili uomini serpente. Non credevo che il nostro gesto avrebbe causato tanto scompiglio e non avevo idea che la principessa facesse parte dei congiuranti... mi spiace per quanto accaduto."
L'odalisca che aveva giaciuto con lui quella notte era la più abile nelle arti mediche ed ora si preoccupava di tamponargli il viso, ancora pesto: "Nessuno di noi avrebbe potuto crederci, da una parte pensavamo che assoldando degli sconosciuti la Maledizione, se fosse stata vera, si sarebbe abbattuta su di loro e non su tutti noi... ognuno ha agito secondo il proprio interesse" replicò lei.
"Il Comandante ci ha tradito ed ha pagato con la vita il tentativo di sbarazzarci di noi, quel grasso vizir invece era diventato un'enorme bestia-serpente, ci ha inseguito dai primi momenti in cui siamo tornati in città, braccandoci fino alla torre della regina dove ci siamo barricati, questa ferita..." ribadì Nergui sfiorandosi il fianco "...me l'ha causata lui dopo che l'ho reso zoppo... e prima che lo spedissi nel regno delle anime perdute. Non sento il dolore, non mi ero nemmeno accorto mi avesse lacerato così in profondità finché non ho notato quanto sangue stessi perdendo, è merito di questa pietra che ho raccolto nel deserto, credo sia incantata, credo sia merito suo se non sono caduto."
La giovane donna osservò brevemente la ferita ricucita, soffermandosi più a lungo sul cristallo rosso rubino che al collo del valk sembrava pulsare con il lento ritmo di un cuore calmo: "Invero è una fortuna che tu, che voi, non siate caduti, avremmo perso tutto quanto altrimenti. Quando le serpi alate hanno rapito la principessa e siete andati via per salvarla ho temuto che nessuno sarebbe più tornato indietro e che saremmo morti, o ci saremmo anche noi trasformati in quelle bestie orrende."
Nergui annuì: "Avevamo solo un modo per uscirne, ed era tutti insieme, spezzando la maledizione, uccidendo Ulasha, ammesso che un demone possa realmente trovare la vera morte in questo mondo. Ve la siete cavata bene in quella torre, voi odalische, Unoch, gli eunuchi: le frecce li hanno tenuti a bada, e quando l'Enorme è caduto gli altri si sono dispersi, non potevamo immaginare fosse un diversivo per rapire Zamira."
Finita la medicazione l'odalisca rimase seduta accanto a lui, incuriosita: "Cos'è successo al tempio? Come avete fatto ad abbattere un dio?"
"Come si abbatte qualsiasi altra cosa, con le armi, astuzia e determinazione. Invero le persone con cui viaggio sono i più abili e temibili individui che io abbia mai incontrato: Lord Arak aveva scoperto tra i libri della regina che il Dio Ulasha trae vitalità dai cristalli del deserto rosso, la sua tana ne era piena e li abbiamo infranti come prima cosa. Lejanne, Mosu e Knut hanno assalito il demone prendendo tempo, il volto di Zanator sporgeva tra gli occhi della gigantesca bestia serpiforme, un mostro talmente grande da avvolgere con le sue spire contemporaneamente due persone, la principessa era sua prigionera e da essa la bestia traeva energia vitale, rigenerandosi ad ogni colpo subito. Quando lo abbiamo capito non è stato facile liberarla prima che venisse uccisa, Knut in preda all'ira continuava ad affondare le asce senza capire che ogni colpo inferto al serpente veniva in realtà subito da Zamira, è per questo che ho rivolto l'arco verso di lui ed ho scoccato." Il tono del valk si fece pensieroso "Per un attimo mi ha sfiorato l'idea di mirare al collo, o alla testa, quel barbaro del nord è un folle in preda al rancore e ad istinti omicidi e mi ha sfiorato il pensiero che per un'aggressione avrebbe potuto farmela pagare cara, non avrei speranze se rivolgesse la sua rabbia verso di me. Ma dovevo fermarlo in qualche modo e per fortuna mirando al braccio sono riuscito a distrarlo senza causargli danni. Ha inferto lui il colpo di grazia al mostro dopo che Mosu ha liberato la principessa, non volevo lei morisse ed ero disposto a tutto per restituirle il suo regno, o ciò che ne resta."
La fanciulla ascoltò attentamente ogni parola, rifletté per qualche istante mentre inumidiva nuovamente le garze, poi oso chiedere: "Perché? Per quale motivo dare tutto per salvarla? Non ti sarebbe bastato liberarti della maledizione ed andartene abbandonando Quollaba e noi superstiti al nostro destino?"
Il valk si lasciò sfuggire una breve risata: "Non è così semplice Jadja, sicuramente non è il desiderio di ricchezza a muovermi, né il potere, né la sete di sangue. Sapere che questo regno avrà una seconda possibilità e di aver fatto in modo che voi possiate sopravvivere è il tipo di ricompensa che preferisco, è per questo che faccio finta di niente quando Lejanne divide il bottino e a me spetta la quantità minore. Ti dirò che quel che riesco a racimolare dai lavori che facciamo non lo tengo nemmeno per me, c'è qualcuno, nel nord, che sto cercando di aiutare e proteggere, qualcuno che non desidera che io sia vicino per via delle colpe di cui mi sono macchiato in passato."
"Capisco..." fece lei e preferendo non indagare oltre cambiò argomento "Ma se nello scontro con Ulasha non sei stato ferito come hai fatto a romperti la faccia?"
Nergui sbuffò con aria rassegnata: "Direi che mi è anche andata bene, non crederai mica che un bruto come Knut di Northeim si dimentichi di chi ha osato alzare le armi contro di lui?"

[La Caduta di un Tiranno - FINE]

mercoledì 27 febbraio 2019

Il Sogno

Buio, gli echi dei passi rimbombano nella testa, un rumore tenue di acqua che scorre, flebile luce che squarcia l'oscurità.
Freddo, umidità e odore di marcio. Aria viziata, a fatica si respira.
Un flash, girandoti vedi oscure figure intorno a te, immobili ti guardano, immobile le guardi.
Oppressione, cupi ricordi di momenti buii.
Mosso dalla curiosità fai un primo passo, e le figure a loro volta fanno lo stesso, il cerchio si restringe.
Metti mano all'arma al tuo fianco, ed incedi, lo stesso fanno le figure intorno a te.
Si avvicinano, ad ogni tuo passo, la distanza ormai è colmata. Colpisci, le figure si infrangono, svanendo di fronte a te.

Una fetida massa oscura respira a brevi intervalli lunghi a pochi passi.
Intorno una parete fredda al tocco sembra essere trasparente, per quel poco che riesci a vedere, confusione, un passo verso la massa ti allontana, il passo
dopo ti trasporta a pochi metri da essa. Confusione, il terreno si fa scivoloso, cadi inzuppandoti i vestiti. Viscido, umido, tossisci, qualcosa ti cola lungo il viso, lacrime ? Acqua ?
Non riesci a vedere le tue mani, l'oscurità troppo avvolgente, ma l'odore della sostanza che insozza le tue mani è inconfondibile.
Sangue.


*Flash* 
La luce ti fa male agli occhi, il salto dal buio oscuro alla forte luce del giorno ti fa male agli occhi.
Vento fresco ti accarezza il viso, il sole è appena sorto, un rivolo d'acqua sgorga da una parete di roccia, diventa un fiumiciattolo si raccoglie in una piccola pozza
dalla quale nasce un fiumiciattolo. La bianca roccia fa da letto al fiumiciattolo, un uomo di colore si abbevera al fiume.
Adesso il sole è alto in cielo, un vento caldo ti avvolge, il frinire di insetti sembra un canto, l'uomo è steso in terra, sudore imperla il suo viso, si dimena agitando le mani, dorme, si desta
in un urlo che riecheggia per la vallata. Alza il braccio sinistro come per proteggersi da qualcosa, tre rosse macchie a forma di triangolo, bruciature ?
**Flash**


Nel buio totale gli altri tuoi sensi si acutizzano, non ti immaginavi capace di "vedere" non vedendo quel che accade intorno a te.
Metallo che tintinna, un passo affaticato, lento e strascicante, odore di pelle bruciata dal sole, sudore.
**Puff **
Una flebile luce di torcia illumina una figura lenta e ricurva che con passo incerto e lunghe soste si sta avvicinando.
Il tintinnio proviene dalla sua direzione.
Un vecchio, un fottuto vecchio che cammina lento in una caverna buia, un saio grigio lo avvolge, legato alla vita da una catena con chiavi attaccate ad essa.
Nervoso, odio, calma, il respiro si fa affannoso.

Il vecchio rompe il silenzio " Io sono Nitari..."

Ti svegli