domenica 16 giugno 2019

Una storia di due donne - parte II

Con un sibilo continuo, la porta della cabina va a chiudersi. Un tonfo sordo e si riapre, come se qualcosa ne interrompesse la chiusura.
Nuovamente va a chiudersi, sbatte sulla testa di uno dei membri dell'equipaggio e si riapre, mostrando il resto del corpo del cadavere riverso nella stanza in un lago di sangue.
A fianco alla porta, un altro cadavere, il sangue colato via dagli occhi gli contorna il viso contorto in un'espressione di dolore.
In sottofondo una voca di donna che parla, interrotta saltuariamente da una voce maschile.

Pochi, singoli e precisi schizzi di sangue alla parete e lungo le scale portano al piano superiore, dove un superstite in mutande si aggira tremolante nei corridoi impugnando un fucile acceleratore. Guarda a destra: nessuno. Guarda a sinistra: nessuno. Gira a destra. L'ombra alle sue spalle si deforma e si "apre" rivelando un uomo con una tuta da combattimento grigia e una dupatta nera a contornargli una maschera tattica nera anch'essa.
Lo afferra, chiudendogli la bocca, mentre una lama mercurium gli trapassa la cassa toracica. Il corpo si accascia al suolo, mentre l'uomo in grigio si dirige a passo spedito verso il ponte.
La voce femminile si fa più forte, precisa, comprensibile.

«...e questo è tutto, Fratello Superiore Izmael»
Amira sta al centro del ponte, inginocchiata di fronte ad un uomo seduto sulla poltrone del capitano, vestito con una divisa militare tattica grigia con massicci guanti corazzati neri, e una shemag nera e oro attorno al volto. Questi annuisce: «Ben fatto, Iniziata» e si alza, invitando la donna ad alzarsi anche essa. Un pugnale jambiya al suo fianco con il tipico fodero ornamentale, una massiccia pistola a mesoni all'altro fianco; come tutti quanti, una fascia nera al centro del petto con una grossa struttura circolare piena di circuiti e led.
Dietro di loro, due uomini in grigio e nero stanno piazzando delle cariche esplosive, mentre uno sposta i cadaveri mutilati dell'equipaggio precedente e accenna una piccola preghiera davanti ai loro cadaveri.

«La strada per la Purificazione è costellata di Sacrifici, Iniziata - mentre con passo lento e attento si sposta a seguire le operazioni degli altri - e se la Carnefice ha chiamato a sè l'Adepta Magistra Naadira non possiamo esserne tristi. Pregheremo per lei e per tutti i valorosi combattenti caduti, sulla pira di questa nave e del suo equipaggio incapace di compiere i compiti più semplici» poi si rivolge ad un altro soldato «dopo che avremo smontato e recuperato la nostra tecnologia, ovviamente». Il soldato annuisce e va trafelato verso il ponte principale della nave.

«Nonostante le loro morti - riprende a parlare e a camminare lentamente osservando la console dei sensori che un soldato ha aperto e sta analizzando con un apparecchio - o forse proprio grazie ad esse, e soprattutto grazie a lei, Iniziata Tarsch, la missione si è trasformata in un parziale successo» porge la mano verso Amira che gli porge una fiala contenente un bocciolo di colore violaceo e una piccola tabula, di quelle usate per prendere appunti veloci senza bisogno di stilo.
Il Fratello Superiore osserva la fiala, girandola verso la luce per vedere bene il minuscolo fiore ancora chiuso; i suoi occhi azzurri accesi si fanno blu scuro e violacei per qualche secondo mentre la pupilla si accende con un minuscolo reticolo verde, e poi ritornano normali. Poi mette la fiala in una tasca alla cintura e osserva la tabula scorrendo rapidamente una serie di glifi. Si sofferma su un paio di essi, poi spegne la tabula e la mette anche essa nella cintura.

Rimane pensoso nel silenzio interrotto solo dal rumore del posizionamento delle cariche esplosive dei soldati e in lontananza della litania di preghiera per i cadaveri dell'equipaggio, recitata nella stanza accanto. Lunghi interminabili secondi dopo si volta nuovamente verso Amira scostandosi leggermente il bavero della shemag senza peraltro scoprire il volto: «E per quanto riguarda gli altri uomini? I civili che hanno recuperato il professore?»
«Mi hanno salvata. Vedo nella loro opera la mano delle Icone»
«Certamente, mia cara. Raccontami quello che sai di loro...»

Una storia di due donne - parte I

«La morte, non è che una lunga notte senza giorno, illuminata da una stella lontana
Mai le parole del Profeta Zaahir nelle sue Lettere Perdute mi sono sembrate così vicine, figli miei. Eppure... eppure da questa lunga notte, sorgerà un nuovo giorno. Una nuova alba.»
Nell'oscurità, la figura cammina, quasi trascinandosi.

Un botto, un lampo le illumina il volto di donna di mezza età dalla carnagione pallida, i lunghi capelli neri raccolti in ciocche adornate da fiori viola scuro. Con gli occhi languidi guarda verso il corridoio, avvolto tra le fiamme. Un gesto, e una muraglia di rami e rampicanti cresce rapidamente a sigillare l'ingresso mentre l'aria viene risucchiata via dalla falla.

Di nuovo l'oscurità, in cui si trascina.
Il corpo di una creatura per terra, oramai priva della volontà da esso ottenuta. E che lei gli aveva donato. Si china quasi a raccoglierne la testa irta di radici, appena formata nella foga di avere nuovi corpi. «Avete servito il vostro scopo. Un guscio rigido protegge il seme e gli permette di attecchire al terreno...» e con una presa salda gli pianta la mano nella gola estraendone quello che sembra un piccolo seme

Poi si alza, come a rivolgersi verso l'altro cadavere, quello femminile, a pochi metri di distanza «...così come il guscio sottratto alla vostra nave, mi porterà su un nuovo terreno fertile»
Riprende a muoversi, a trascinarsi, a camminare, a correre lungo i corridoi immersi nel buio, mentre le pareti tremano per le esplosioni. Supera i cadaveri dei suoi "avatar", dai corpi deformati dalle piante e dai fiori e raggiunge la sala macchine. I tubi di refrigerante lungo le pareti iniziano a fischiare; uno salta; un altro si deforma picchiettando rumorosamente, mentre lei supera delle porte coperte di olio per macchine e rampicanti.

Uno, l'ultimo dei suoi assistenti ancora in grado di muoversi e il primo dei suoi rinati figli, l'attende con lo sguardo vacuo, i capelli rossi e le foglie verdi che compaiono dietro le orecchie e lungo la nuca. Le porge un libro rilegato con delle scritte in Dari sulla copertina, una grossa e antiquato terminale, antenato delle moderne tabula, un faldone con degli scritti a mano che ne escono fuori, e una scatola con dei glifi incisi sopra.

Lei apre la scatola e ne controlla il contenuto, poi la ripone nella navetta di salvataggio, delicatamente. Ripone poi il faldone e la tabula. Prende il libro, ne accarezza la copertina e infine ripone anche quello insieme al resto.
Lei guarda a lungo, il suo muto assistente; gli accarezza il viso, con il volto triste quasi a piangere. Poi gli infila una mano in bocca e la estrae bruscamente con uno strattpone come a strappar via qualcosa. Infine entra nella navetta. Un ultimo sguardo alla stanza vuota, a quel che resta dell'intera stazione mentre le pareti tremano e macerie iniziano a crollare dal soffitto. Poi chiude il portellone.

Un'unica grossa esplosione avvolge l'intera struttura. Le fiamme divampano consumando quel poco di ossigeno presente e si spengono mute mentre i rottami si spargono nel Grande Vuoto.
E poi il silenzio.

lunedì 8 aprile 2019

La Volpe del Deserto

Lubau.
Dalla finestra di vetracciaio temprato della nave si vede la sagoma del pianeta già perfettamente riconoscibile, mentre la grossa e calda stella Kua inizia a sparire fuori dalla vetrata.

Il pianeta presenta molte particolarità, dall'insolitamente forte campo elettromagnetico che non permette stazioni spaziali in bassa orbita, all'inclinazione di 45° e l'esposizione della stessa faccia alla stella, risultando in un emisfero sud carbonizzato dalla continua esposizione e un emisfero nord gelato nell'ombra perenne. La vita e la colonizzazione è presente quindi solo nella temperata fascia centrale, dove il giorno e la notte si alternano regolarmente. Qui sorgono città e villaggi di vario genere, per lo più immersi in oasi nel vasto deserto o sulle rive dei laghi grandi e piccoli. Uno di questi, l'area conosciuta come Oasi di Mahanji, è la vostra meta. E l'ultimo viaggio di Rashid, il vostro capitano, amico e fratello, le cui ceneri andranno sparse in un luogo sacro al suo popolo.

في الصحراء رائحة الثعلب الماء
Nel deserto la volpe sente l'odore dell'acqua

Ricordate questo detto dei nomadi beri, che Rashid era solito dire di tanto in tanto. Lo diceva anche piuttosto spesso, a ben pensarci, e l'aveva tatuato lungo il braccio, anche se oramai non ci facevate più molto caso. Vi ha spiegato che la volpe del deserto, un animale spazzino simile a un grosso roditore che vive ai margini delle città, può indicare la via per l'acqua e quindi per la salvezza ai nomadi persi nelle dune del deserto; il detto indica che anche chi normalmente viene considerato più un fastidio che una risorsa, può essere fondamentale al momento giusto e nel posto giusto. Avete cercato diverse volte di dargli un altro significato, soprattutto quando lo usava in un contesto differente e troppe volte avete avuto l'impressione che l'interpretasse diversamente a seconda della situazione. Lo avete pure sfottuto a lungo, sulla cosa, e lui alzava le spalle e sorrideva dicendo "E' la saggezza degli anziani". Così tipico di lui...

La vostra nave rallenta il suo viaggio e approccia all'unica stazione spaziale in orbita alta del pianeta. Non essendoci una concorrenza, le tasse di attracco sono più elevate di quello che la decenza imporrebbe e le navette per la superficie sono esose, soprattutto a chi serve un viaggio verso posti meno turistici e commerciali, come Mahanji. Fortunatamente, potete contare sulla vostra navetta personale e vi limitate a pagare il minimo necessario per lasciare la nave sicura in orbita e scendere.


Mentre i motori a gravitoni della piccola navetta sobbalzano nell'attraversamento del campo elettromagnetico iniziate a puntare verso il vasto deserto scendendo secondo il vettore di atterraggio per Mahanji che avete scaricato dal computer di navigazione, mentre a bordo rimanete in un religioso silenzio.
Quando il grosso lago reso azzurro scintillante dalla presenza di minuscolo plancton fotoluminescente inizia a farsi vedere tra la sabbia, stringi tra le mani l'urna cineraria. Mentre la nave decelera e dolcemente piega la forza di gravità per atterrare, ti scopri sussurrare flebilmente
«Siamo arrivati, Rashid. Sei a casa ora»

venerdì 8 marzo 2019

Lo schiavo ed il suo padrone

I due tricarniani uscirono trafelati dal tempio che crollava: Azamet insolitamente davanti a Mosu, il quale stringeva al petto l'avvenente principessa Zamira al fine di proteggerla.
Sporchi, feriti, gli abiti sdruciti e strappati, le labbra spaccate e la pelle riarsa dal sole cocente del deserto: a guardarli in quel momento sembravano così simili. A distinguerli solo le evidenti differenze fisiche: slanciato e fiero Azamet, con lunghi capelli scuri e luridi ; pelato ed imponente Mosu con il ventre rigonfio che spunta sotto l'armatura.
Due avventurieri o a pensar male due furfanti, sicuramente due poveracci male in arnese.

Solo pochi mesi prima chiunque avesse incontrato i due tricarniani in una qualunque occasione avrebbe assistito ad una scena assai diversa: Mosu vestito con pantaloni di lino ed una giubba di cuoio bollito che lascia scoperto l'ampio ventre ed il torace flaccido quasi a mostrare le vistose cicatrici, a completare il tutto una spada di bronzo sempre appesa alla cinta e soprattutto un grosso collare di cuoio la cui fibbia rappresenta uno scarabeo dorato con le ali spiegate; Azamet vestito con raffinati abiti di seta ricamati, i capelli neri e lucidi che ricadono fluenti sulle spalle, due anelli con pietre vistose alla mano sinistra ed un bracciale d'oro intarsiato sui cui è riportato il medesimo scarabeo con le li spiegate che sorregge un grosso rubino.

Nessun dubbio sui loro ruoli e la loro appartenenza: Mosu che incede guardingo, a proteggere con la sua stazza il suo nobile padrone Azamet. Il collare indossato da Mosu a testimoniare a tutti la sua condizione di schiavitù e a ricordare che lui è proprietà della famiglia Arak.
Più precisamente ormai, a seguito degli sanguinosi eventi accaduti nel palazzo della famiglia, il suo unico padrone è Kher-heb Azamet Arak, ultimo erede e futuro Principe della casata Arak di Val Toraasa
. Costretto ad abbandonare lasua città natale ed il suo ricco palazzo a seguito dell'attacco infame scagliato dalla famiglia Xalarian che ha colpito nel cuore la famiglia Arak, praticamente sterminandone i membri nei loro letti. Azamet fu salvato proprio dal provvidenziale intervento della sua guardia personale di lunga data, Mosu che lo fece sgattaiolare di soppiatto da palazzo per poi fuggire da Val Toraasa
. Mosu ha poi seguito fedelmente il padrone nella sua ricerca di vendetta nei confronti degli Xalarian, ricerca che li ha portati in giro per i Domini seguendo la sete di potere di Azamet, assecondata da oscuri riti arcani. 

Dopo mille peripezie, i due tricarniani, sono arrivati a Qollaba nel tempio di
Ulasha per salvare al principessa Zamira dopo aver ucciso la manifestazione terrena del dio Ulasha.
Era stato proprio Mosu a strappare la principessa dalle enormi spire del serpente in cui si era incarnato il demone, prima che la gigantesca creatura demoniaca fosse finita da Nergui e Knut, due degli spietati compagni di viaggio dei tricarniani mentre Lejanne si occupava di un seguace alato di Ulasha. A quel punto le fondamenta del tempio iniziarono a tremare facendo crollare tutto.



Una volta in salvo, fuori dal tempio e tornati alla torre della principessa Zamira,  finalmente Mosu ed Azamet poterono riposarsi. Nella sua stanza il futuro principe aveva appena finito di lavarsi, mentre il suo schiavo era di guardia alla porta.
"Vai tu ora" ordinò indicando la vasca. Mosu iniziò a svestirsi rimanendo solamente con il collare. Mai avrebbe osato toglierselo: a Tricarnia un tale gesto avrebbe facilmente comportato la morte, dal momento che nessuno schiavo può levarsi di sua sponte il collare, simbolo della sua condizione di schiavitù come fosse un marchio apposto sul bestiame.

"Dimentichi qualcosa" disse Azamet con tono vago. Mosu perplesso si guardò in giro, per poi rivolgersi con tono di scusa al suo padrone: "Cosa, mio padrone?".
Azamet, nuovamente vestito con abiti più consoni al suo sangue nobile, si avvicinò in silenzio al suo schiavo, alzò le mani e con un gesto lento, fissando Mosu negli occhi, slacciò la fibbia del collare :"Non potrei mai ripagarti per tutto quello che hai fatto in questi anni al mio fianco, specialmente negli ultimi mesi. Non posso chiederti altro. Sei libero". Le guance ancora sporche di Mosu iniziarono a rigarsi, mentre il neo liberto fissava sopraffatto e sgomento il nobile decaduto, senza parole.
Azamet ruppe il silenzio prima che diventasse imbarazzante: "Ovunque tu decida di andare ora, sappi che ci  sarà sempre un posto per te nel mio palazzo a Val Toraasa" per poi aggiungere con un sorriso amaro "Sempre se riuscirò a tornarci". Mosu si scosse e con tono insolitamente deciso corresse il proprio principe "Quando ci torneremo insieme vorrete dire, mio Principe". 

Azamet aveva ancora in mano il collare, sospeso a mezz'aria tra lui ed il torace di Mosu, quando questi lo prese e con gesto solenne se lo allacciò al braccio destro : "Io sarò sempre al vostro fianco Kher-heb" disse Mosu da Val Toraasa nato schiavo, divenuto eunuco, poi guardia del corpo, soldato del confine, avventuriero giramondo ed ora infine uomo libero.

giovedì 7 marzo 2019

Il Leone e l'Ibis



--- Il sogno prosegue --- 

Nitari : "C’era una volta un Ibis grigio come l’acciaio che sfidò un grande leone nero, che si diceva essere capace di far diventare pazzi animali e uomini con il solo suo intenso sguardo. Il piccolo Ibis non aveva paura e con i suoi occhietti gialli lo sfidò con uno sguardo placido.


Il leone cercò di avvicinarsi all’ibis, incuriosito dal fatto che aveva tre occhi, non appena il leone si avvicinò, l’uccello spiccò il volo. Per un giorno intero il leone inseguì l’ibis, che continuava a scappare un momento prima che il leone fosse pronto a raggiungerlo, al crepuscolo l’uccello si andò a rifugiare in una caverna tra le montagne Tricarniane, ed il leone esausto lo seguì. Dentro l’oscura caverna, proprio sotto ad una piccola cascata si era formata una pozza di acqua, l’ibis era fermo nel mezzo. Il leone si avvicinò di soppiatto e sicuro di se stesso spiccò un grande balzo convinto di afferrare la sua preda.


In effetti atterrò nel mezzo del laghetto ma le sue fauci non trovarono le morbide carni dell’ibis, piuttosto il grigio volatile si sciolse come acciaio fuso mischiandosi con l’acqua del laghetto, forzando il possente leone a guardare la sua stessa immagine riflessa. Stordito il leone non riusciva a muoversi e sentì una voce familiare riecheggiare soavemente nella caverna: “Mio amato fratello, sei esattamente dove Io volevo che tu fossi, adesso divertiti nella tua nuova gabbia”. In quel momento il leone capì di essere stato ingannato, rimanendo imprigionato nelle mille immagini di se stesso, come se fossero schegge di uno specchio spezzato. "



lunedì 4 marzo 2019

Morte Strisciante

La Locanda del Serpente era stata gravemente danneggiata durante gli eventi, l'ultima scossa aveva fatto crollare in realtà gran parte degli edifici di Quollaba e soltanto le solide mura esterne ed alcuni locali interni erano ancora integri e sufficientemente sicuri da poter offrire alloggio.

Il valk uscì, accompagnato da una nube di vapore, dalla stanza in cui per la prima volta dopo settimane aveva potuto detergersi e lavar via sangue rappreso, polvere e schegge residue della tumultuosa avventura appena vissuta.
La tremenda ferita che gli aveva lacerato il fianco era in via di guarigione, cucita in maniera fin troppo vistosa dalle grezze arti mediche di lord Arak, ma quel che ora aveva più urgenza di medicazioni era il setto nasale e l'occhio livido. La sera prima avevano festeggiato la loro vittoria sul demone Ulasha.

"Quando il deserto ci ha risputati fuori dalle sue labirintiche dune abbiamo subito capito che a Quollaba non avremmo trovato ristoro, morivamo di sete e la fame iniziava a farsi sentire, avremmo avuto bisogno di una sosta e invece ci siamo trovati a combattere con gli stessi abitanti che avremmo voluto aiutare assassinando Zanator, oltretutto mutati in orribili uomini serpente. Non credevo che il nostro gesto avrebbe causato tanto scompiglio e non avevo idea che la principessa facesse parte dei congiuranti... mi spiace per quanto accaduto."
L'odalisca che aveva giaciuto con lui quella notte era la più abile nelle arti mediche ed ora si preoccupava di tamponargli il viso, ancora pesto: "Nessuno di noi avrebbe potuto crederci, da una parte pensavamo che assoldando degli sconosciuti la Maledizione, se fosse stata vera, si sarebbe abbattuta su di loro e non su tutti noi... ognuno ha agito secondo il proprio interesse" replicò lei.
"Il Comandante ci ha tradito ed ha pagato con la vita il tentativo di sbarazzarci di noi, quel grasso vizir invece era diventato un'enorme bestia-serpente, ci ha inseguito dai primi momenti in cui siamo tornati in città, braccandoci fino alla torre della regina dove ci siamo barricati, questa ferita..." ribadì Nergui sfiorandosi il fianco "...me l'ha causata lui dopo che l'ho reso zoppo... e prima che lo spedissi nel regno delle anime perdute. Non sento il dolore, non mi ero nemmeno accorto mi avesse lacerato così in profondità finché non ho notato quanto sangue stessi perdendo, è merito di questa pietra che ho raccolto nel deserto, credo sia incantata, credo sia merito suo se non sono caduto."
La giovane donna osservò brevemente la ferita ricucita, soffermandosi più a lungo sul cristallo rosso rubino che al collo del valk sembrava pulsare con il lento ritmo di un cuore calmo: "Invero è una fortuna che tu, che voi, non siate caduti, avremmo perso tutto quanto altrimenti. Quando le serpi alate hanno rapito la principessa e siete andati via per salvarla ho temuto che nessuno sarebbe più tornato indietro e che saremmo morti, o ci saremmo anche noi trasformati in quelle bestie orrende."
Nergui annuì: "Avevamo solo un modo per uscirne, ed era tutti insieme, spezzando la maledizione, uccidendo Ulasha, ammesso che un demone possa realmente trovare la vera morte in questo mondo. Ve la siete cavata bene in quella torre, voi odalische, Unoch, gli eunuchi: le frecce li hanno tenuti a bada, e quando l'Enorme è caduto gli altri si sono dispersi, non potevamo immaginare fosse un diversivo per rapire Zamira."
Finita la medicazione l'odalisca rimase seduta accanto a lui, incuriosita: "Cos'è successo al tempio? Come avete fatto ad abbattere un dio?"
"Come si abbatte qualsiasi altra cosa, con le armi, astuzia e determinazione. Invero le persone con cui viaggio sono i più abili e temibili individui che io abbia mai incontrato: Lord Arak aveva scoperto tra i libri della regina che il Dio Ulasha trae vitalità dai cristalli del deserto rosso, la sua tana ne era piena e li abbiamo infranti come prima cosa. Lejanne, Mosu e Knut hanno assalito il demone prendendo tempo, il volto di Zanator sporgeva tra gli occhi della gigantesca bestia serpiforme, un mostro talmente grande da avvolgere con le sue spire contemporaneamente due persone, la principessa era sua prigionera e da essa la bestia traeva energia vitale, rigenerandosi ad ogni colpo subito. Quando lo abbiamo capito non è stato facile liberarla prima che venisse uccisa, Knut in preda all'ira continuava ad affondare le asce senza capire che ogni colpo inferto al serpente veniva in realtà subito da Zamira, è per questo che ho rivolto l'arco verso di lui ed ho scoccato." Il tono del valk si fece pensieroso "Per un attimo mi ha sfiorato l'idea di mirare al collo, o alla testa, quel barbaro del nord è un folle in preda al rancore e ad istinti omicidi e mi ha sfiorato il pensiero che per un'aggressione avrebbe potuto farmela pagare cara, non avrei speranze se rivolgesse la sua rabbia verso di me. Ma dovevo fermarlo in qualche modo e per fortuna mirando al braccio sono riuscito a distrarlo senza causargli danni. Ha inferto lui il colpo di grazia al mostro dopo che Mosu ha liberato la principessa, non volevo lei morisse ed ero disposto a tutto per restituirle il suo regno, o ciò che ne resta."
La fanciulla ascoltò attentamente ogni parola, rifletté per qualche istante mentre inumidiva nuovamente le garze, poi oso chiedere: "Perché? Per quale motivo dare tutto per salvarla? Non ti sarebbe bastato liberarti della maledizione ed andartene abbandonando Quollaba e noi superstiti al nostro destino?"
Il valk si lasciò sfuggire una breve risata: "Non è così semplice Jadja, sicuramente non è il desiderio di ricchezza a muovermi, né il potere, né la sete di sangue. Sapere che questo regno avrà una seconda possibilità e di aver fatto in modo che voi possiate sopravvivere è il tipo di ricompensa che preferisco, è per questo che faccio finta di niente quando Lejanne divide il bottino e a me spetta la quantità minore. Ti dirò che quel che riesco a racimolare dai lavori che facciamo non lo tengo nemmeno per me, c'è qualcuno, nel nord, che sto cercando di aiutare e proteggere, qualcuno che non desidera che io sia vicino per via delle colpe di cui mi sono macchiato in passato."
"Capisco..." fece lei e preferendo non indagare oltre cambiò argomento "Ma se nello scontro con Ulasha non sei stato ferito come hai fatto a romperti la faccia?"
Nergui sbuffò con aria rassegnata: "Direi che mi è anche andata bene, non crederai mica che un bruto come Knut di Northeim si dimentichi di chi ha osato alzare le armi contro di lui?"

[La Caduta di un Tiranno - FINE]

mercoledì 27 febbraio 2019

Il Sogno

Buio, gli echi dei passi rimbombano nella testa, un rumore tenue di acqua che scorre, flebile luce che squarcia l'oscurità.
Freddo, umidità e odore di marcio. Aria viziata, a fatica si respira.
Un flash, girandoti vedi oscure figure intorno a te, immobili ti guardano, immobile le guardi.
Oppressione, cupi ricordi di momenti buii.
Mosso dalla curiosità fai un primo passo, e le figure a loro volta fanno lo stesso, il cerchio si restringe.
Metti mano all'arma al tuo fianco, ed incedi, lo stesso fanno le figure intorno a te.
Si avvicinano, ad ogni tuo passo, la distanza ormai è colmata. Colpisci, le figure si infrangono, svanendo di fronte a te.

Una fetida massa oscura respira a brevi intervalli lunghi a pochi passi.
Intorno una parete fredda al tocco sembra essere trasparente, per quel poco che riesci a vedere, confusione, un passo verso la massa ti allontana, il passo
dopo ti trasporta a pochi metri da essa. Confusione, il terreno si fa scivoloso, cadi inzuppandoti i vestiti. Viscido, umido, tossisci, qualcosa ti cola lungo il viso, lacrime ? Acqua ?
Non riesci a vedere le tue mani, l'oscurità troppo avvolgente, ma l'odore della sostanza che insozza le tue mani è inconfondibile.
Sangue.


*Flash* 
La luce ti fa male agli occhi, il salto dal buio oscuro alla forte luce del giorno ti fa male agli occhi.
Vento fresco ti accarezza il viso, il sole è appena sorto, un rivolo d'acqua sgorga da una parete di roccia, diventa un fiumiciattolo si raccoglie in una piccola pozza
dalla quale nasce un fiumiciattolo. La bianca roccia fa da letto al fiumiciattolo, un uomo di colore si abbevera al fiume.
Adesso il sole è alto in cielo, un vento caldo ti avvolge, il frinire di insetti sembra un canto, l'uomo è steso in terra, sudore imperla il suo viso, si dimena agitando le mani, dorme, si desta
in un urlo che riecheggia per la vallata. Alza il braccio sinistro come per proteggersi da qualcosa, tre rosse macchie a forma di triangolo, bruciature ?
**Flash**


Nel buio totale gli altri tuoi sensi si acutizzano, non ti immaginavi capace di "vedere" non vedendo quel che accade intorno a te.
Metallo che tintinna, un passo affaticato, lento e strascicante, odore di pelle bruciata dal sole, sudore.
**Puff **
Una flebile luce di torcia illumina una figura lenta e ricurva che con passo incerto e lunghe soste si sta avvicinando.
Il tintinnio proviene dalla sua direzione.
Un vecchio, un fottuto vecchio che cammina lento in una caverna buia, un saio grigio lo avvolge, legato alla vita da una catena con chiavi attaccate ad essa.
Nervoso, odio, calma, il respiro si fa affannoso.

Il vecchio rompe il silenzio " Io sono Nitari..."

Ti svegli

martedì 26 febbraio 2019

La Maledizione di Ulasha

Allontanarsi verso nord era stato inutile. Dopo un estenuante giorno di cammino nel Deserto Rosso il sole non stava tramontando dove il valk si sarebbe aspettato.
L'angosciante senso di oppressione che aveva iniziato a provare da quando era stata pronunciata la parola "maledizione" per la prima volta iniziò a divenire la malaugurata certezza che il loro coinvolgimento con la caduta di Zanator, Tiranno di Quollaba, non era ancora concluso.
Avevano pochi giorni di razioni, e le sabbie immote del deserto non avevano intenzione alcuna di lasciarli andare.

Quella notte i loro sogni furono vividi richiami a luoghi misteriosi e memorie perdute, testimonianza di ciò che avrebbero di lì a poco vissuto e della sorte che sarebbe loro toccata se si fossero lasciati intimorire dalla minaccia del terribile Dio Ulasha.
Nergui vide la gente di Quollaba trasformarsi in orridi ibridi di uomo-serpente prima di contagiarlo dello stesso male ed il timore che ciò potesse avverarsi lo rese taciturno e scosso per tutto il viaggio, mentre il deserto continuava ad inghiottirli, facendoli girare in cerchio ed esaurendo le loro risorse, senza che potessero in alcun modo orientarsi.

Quando venne la tempesta trovarono rifugio le crepe di un costone roccioso, costretti a rannicchiarsi insieme alle loro bestie e razionare il cibo perché il vento e la sabbia sferzante non cessò di ululare per due albe e due tramonti. Il terzo giorno avevano borracce e stomaci mezzi vuoti e la polpa di cactus di cui si nutrirono non fecero altro che dar loro nausea ed allucinazioni. I cavalli iniziarono a morire, rallentando ulteriormente il loro incedere senza meta.

Il quinto giorno parve loro di essere intrappolati in una realtà onirica, mentre il bagliore rosso tra le dune li faceva aggrappare ad un'ultima speranza di salvezza, infranta poi dalle urla di battaglia, mentre demoni di luce sgusciavano fuori da un campo di variopinti e vividi cristalli, loro anima e loro debolezza.
Lo scontro servì a fiaccarli ancora di più, ma sopravvissuti alla lotta il valk ebbe l'improvvisa consapevolezza che qualcosa stava cambiando: non percorrevano più gli stessi paesaggi, non camminavano in cerchio, qualsiasi cosa stessero affrontando li stava mettendo alla prova e loro stavano avanzando, deboli ma costanti, e infine ne sarebbero usciti.

L'ultimo dei cavalli cadde il sesto giorno, insieme all'ultima borraccia vuota, abbandonata tra la sabbia che si affrettò ad ingurgitarla in un vortice di vento. Un'altra duna e poi un'altra ancora.
Infine delle impronte.
Il vagabondo era ciondolante, ma quando li vide diede fondo alle ultime sue energie per raggiungerli, crollando loro innanzi: era il finto mercante di dolciumi che settimane prima li aveva ingaggiati per scoccare la freccia che aveva dato morte al tiranno e vita alla ribellione.
Disse loro che Quollaba era nel caos, il potere effettivamente rovesciato ma con un grande male redivivo, incombente su tutto il popolo, la Principessa, legittima regnante, prigioniera del suo stesso palazzo.

Consci di essere sopravvissuti alla prova del Deserto Rosso e di essere stati guidati dallo stesso fato che aveva condannato Zanator nuovamente alle porte della città in rivolta, gli assassini del tiranno raccolsero le loro ultime energie e seguirono le tracce lasciate loro dall'uomo morente, fino a scorgere innanzi a loro i portoni divelti di Quollaba.
Nergui aveva ripreso la guida del gruppo, rinfrancato dall'avere nuovamente una meta di fronte a se e modo per porre rimedio all'oscurità involontariamente scatenata, subito dietro di lui i suoi compagni preparavano le armi, gente a cui in battaglia si affidava e di cui iniziava a conoscere pregi e difetti.


Lejanne di Jalizar, impavida avventuriera ed impareggiabile assassina, mossa dalla sua avidità e dal desiderio di vendetta, tanto forte da portare sempre con se il pesante fardello di un amuleto maledetto da usare come arma contro il suo nemico immortale.
Knut dei barbari del Nord, spietato e ferale guerriero berserker, unico superstite della sua gente, animato apparentemente solo da rabbia ed istinti ferali, la cui unica dote ed unico scopo sembravano essere il nutrire col sangue le sue affilate asce gemelle.
Lord Azameth Arak dei Principi di Tricarnia, nobile decaduto in cerca di rivalsa e soprattutto occulto manipolatore delle energie occulte, il cui potere di giorno in giorno diveniva più forte, vincolando a se demoni e spettri che un uomo saggio non avrebbe mai osato disturbare.
Al suo fianco e sempre a sua difesa, il possente schiavo eunuco Mosu, il cui valore in battaglia e lealtà erano più volte state messe alla prova, sempre con esito inequivocabilmente positivo.

Erano persone estremamente differenti tra loro, e mosse dagli scopi più disparati. Erano coloro che ingaggiavano il nemico permettendo a Nergui di scagliare le sue letali frecce in sicurezza e che si affidavano alla sua guida nei lunghi viaggi tra le terre selvagge.
Il valk si chiedeva che idea loro si fossero fatta di lui, se anche loro avevano la chiara consapevolezza che le loro strade erano destinate a dividersi.

venerdì 15 febbraio 2019

La Caduta di un Tiranno

Cadde, il Tiranno cadde come un comune uomo, come un qualunque essere mortale.
Il valk aveva dato tutto se stesso in quel tiro, flettendo l'arco di legno e corno, tendendo la corda fatta con i crini argentei di una Valkyria, infondendo forza e letale precisione alla freccia che andò a colpire esattamente il punto da lui mirato, poco sotto la mandibola, lacerando la carotide, soffocando ogni urlo, ogni sussurro, ogni residuo di vita nel corpo del bersaglio.
Prima di scoccare il colpo, il valk vedeva nel suo bersaglio il terribile oppressore di un popolo vessato, adoratore di una divinità oscura e corrotta, sacerdote blasfemo di un culto oscuro e depravato; quando la freccia colpì, Zanator gli apparve improvvisamente come un vecchio, debole e inerme, appassito tra le braccia dei suoi sudditi.
Rimase per un solo istante ad osservarlo prima di svanire tra le ombre della balconata da cui avevano deciso di colpire, un istante in cui i loro sguardi si incrociarono, gli occhi del Tiranno morente non erano spaventati o pietosi come si sarebbe immaginato, erano fermi e accusatori e anche se in quel momento non lo capì, promettevano vendetta.

Nergui era il nome con cui il valk si faceva chiamare, ma chiunque parlasse la sua lingua, la stessa lingua pronunciata dalle empie entità demoniache, sapeva che quella parola non significava altro che Senza Nome, era il modo con cui aveva deciso di proteggersi quando camminava tra le genti ed i popoli dei Reami, il modo in cui aveva deciso di cancellare la sua esistenza anche tra quelli del suo popolo, dal quale si era da molto tempo allontanato, scegliendo una vita da vagabondo ed eremita, prima di essere coinvolto nella mastodontica impresa di restituire una speranza alle genti di Quollaba.
Con i suoi compagni di viaggio erano già lontani dalla città, mentre dense nubi di fumo nero si levavano dai luoghi in cui la rivolta aveva iniziato ad attecchire. Chi li aveva ingaggiati aveva provato ad eliminarli, ma era caduto assieme al Tiranno che desiderava usurpare e adesso altri si sarebbero spartiti la fetta di potere che gli sarebbe spettata. Raccolto il cospicuo pagamento dalle sue spoglie non restava altro che lasciare quelle terre prima che altri venissero ad incolparli o li usassero come capri espiatori per tutto ciò che di brutto sarebbe di lì a poco accaduto.

Viaggiarono tra le dune per giorni e notti, seguendo i percorsi tracciati dalle carovane di mercanti e nomadi fino a giungere ad un'oasi in cui per la prima volta consumarono un piatto decente e bevvero a volontà fino a che la tensione accumulata dal momento dell'assassinio non iniziò ad allentarsi.
I loro discorsi già parlavano della prossima meta, Kyros e poi Syranthia di ritorno verso nord, quando altri pellegrini varcarono in gran numero l'ingresso della tenda comune portando allarmati la notizia della morte di Zanator ed accusando gli stranieri lì presenti di aver scatenato su tutti loro una terribile maledizione.
Mentre nell'animo del valk iniziava a riaffacciarsi e spiegarsi l'inquieta sensazione provocata dal tetro sguardo del Tiranno morente, gli altri non seppero tenere a freno i bollenti spiriti per esser stati additati come colpevoli ed assassini e risposero agli insulti con la violenza.

Mentre avveniva la mattanza il valk si defilò, non volendo prender parte all'insensata strage, soltanto per ricomparire il mattino successivo, con il sole già alto ad est, sopra l'orizzonte.

giovedì 14 febbraio 2019

La perla del deserto



Tra le dune del Deserto Rosso, incastrata e protetta tra i crepacci della vicina catena montuosa si estende Quollaba, nata per essere un avamposto delle rotte commerciali dirette verso Kyros. Popolata per lo più da genti del deserto e caldeiani non inclini a rispettare la monarchia di Caldeia.

La perla del deserto è stata governata da un monarca che regnò per anni creando consenso intorno a se.
Sua figlia Zamira, si preparò una vita intera per divenire una regina amata e rispettata almeno quanto il padre.

Per via della posizione strategica a metà strada tra Caldeia e Kyros, il commercio, era fiorente, ma gli interessi dei  potenti dei domini si rivolsero a Quollaba quando furono scoperti i giacimenti di Lacrime del deserto, delle gemme di rara bellezza e valore.
Da quel giorno l'economia della cittadina fu completamente stravolta. Dopotutto rendeva molto più raccogliere le gemme che funzionare da snodo commerciale.

Fu così che Zanator, il tiranno, invase la città, uccise l'attuale regnante, e per legittimarsi sovrano indiscusso di Quollaba sposò Zamira. L'esercito di mercenari Caldeiani, al suo servizio spazzarono via la milizia fedele al vecchio re, ma qualcosa di non umano aiutò Zanator nella sua impresa
i vecchi parlano ancora di antichi ed oscuri rituali volti al dio Ulasha, Il Grande Divoratore.

Chi c'era al tempo ricorda molto bene il discorso con il quale Zanator si insidiò a capo della cittadina e della maledizione che scagliò contro chiunque mirasse a destituirlo. Oggi Quollaba è una prosperosa gemma che brilla tra le rosse dune del deserto come un faro durante il giorno.

Tra gli edifici si impone il palazzo del Re, la cui cupola contiene molteplici Lacrime del Deserto incastonate che riflettono la luce del sole durante il giorno, inquietante è l'immagine proiettata sulla parete rocciosa antistante il palazzo reale di una grande testa di serpente. Monito per ogni cittadino che non fosse d'accordo con il regime di Zanator.

Quanto durerà la tirannia di Zanator ?
Chi avrà il coraggio di alzare la mano contro il despota per rivendicare la propria libertà ?
Chi avrà l'ardire di sfidare la maledizione di Ulasha pagandone il prezzo ?