giovedì 31 marzo 2016

Errando per Laitia - Episodio 3

De li Intrugli et li Segreti


Lo Magistro Alburno est invero uno grande et nobile alchimista de lo antiquo populo.
Egli sòle dedicare ore et ore ogni girodì a lo perfezionamento della sua arte et a la scoperta, passando anche intere notti chino su lo suo laboratorio a prender appunti e note con lo fine della sapienza et forse, immagino, uno minimo de retribuzione pecuniaria.
Accadde una volta che durante li suoi esperimenti mattutini miscelò due filtri sbagliando le proporzioni (come pote accadere a chiunque, per esser li migliori occorre sperimentare et errare) et venne colto da cagotto fulminante.
Solerte dunque fuggì a la latrina, lasciando il sottoscritto solo con li suoi alambicchi et scartoffie.
Lo rispetto che nutro per la sua persona et lo suo lavoro est enormissimo et devoto, sì come la consapevolezza che niuno dovrebbe senza permesso sbirciar le formule di uno alchimista, non senza posseder lo suo esplicito permesso, la dovuta comprensione de li processi et opportuna perizia nel realizzarli.
Eppure la curiosità fu tale e tanta, di poter per una volta osservar le sillabe vergate da lo Magistro, trafugar qualche indizio e piccolo secreto, che non resistetti e srotolai le pergamene.


Li primi estratti che ebbi l'onore di visionare eran presi di pari passo da uno dei tomi più noti a chi si diletta ne lo settore: Lo Grande Libro de li Preparati Alchemici.
In esso contenute una moltitudine di formule su la Trasmutazione de le sostanze, la vera base di codesta arte arcana.
Li appunti et esperimenti di Alburno a tal riguardo sembravan variegati et alquanto sparsi: acqua in vino, indurir lo legno o arrugginire lo metallo; come fosser li compiti su cui avea costruito la sua conoscentia, preludio ai suoi veri et unici esperimenti, che trovai di lì a pocanzi.
Le seguenti pergamene su cui misi mano riportavano, in effetti, formule originali di nova inventiva de lo Magistro, descritte più ne lo dettaglio in un misto di laitiano et altre lingue che non tutte seppi decifrare:


Imago Mentis
Composto a base di vetriolo, volatilizzato et poscia circolato al pellicano, cui si aggiungono le mirabili proprietà del rebis in parti di uno a due assieme ad alcune gocce di alcol puro, deflegmati ne la storta. La sostanza sì ottenuta appare semiliquida, va tenuta sigillata et inalata appena aperta o perde d'ogni efficacia. Li effetti prodotti da tal fumi donano una sensazione d'inebriante benessere et lucidità mentale, oltre ad acuire le percezioni et tutti i cinque sensi in generale.
Solitamente l'effetto permane per circa una clessidra anche se sforzi mentali di una certa importanza posson causare allucinazioni, lasciando sempre intatta la sensazione di brio et benessere.
Note a margine:
Lo siero fabbisogna di alcuni perfezionamenti, ne lo specifico esso crea problemi di dipendenza su taluni soggetti. Lo problema vero est che lo sintomo si manifesta aleatoriamente et non è chiaro quale sia lo agente scatenante.
Dovessi riuscire ad isolarlo potrei cercare di rimuoverlo... o piuttosto renderlo maggiormente efficace.

Lo Respiro de lo Alchimista
Calcinare e mortificare zolfo, salnitro e vermiglio in parti eguali, mantenere a foco di ruota per uno quarto di clessidra e per un egual tempo ne lo circolatorio assieme a mentuccia, uno poco di olio d'oliva et una buona quantità di aceto. Deflegmare con cura, giacché anche il minimo residuo solido rende il composto estremamente volatile. La sostanza liquida sì prodotta non va assolutamente ingerita giacché reagisce con le secrezioni de li dotti salivari producendo lunghe lingue di fiamma alchemica et calore intenso che vengon naturalmente et istintivamente espulse dal cavo orale in una verde vampata letale. Ne la bocca permane una gradevole sensazione di freschezza a la menta per alcuni istanti dall'assunzione.
Note a margine:
La formula est mutuata da una simile da lo formulario de lo Dottor Pacubio et in origine pensata come arma di difesa, essendo essa in grado di produrre letali fiamme de li inferi.
Ne lo caso in cui si riuscisse a limitare fortemente, se non evitar del tutto, la combustione del composto potrebbe risultare utile come prodotto per la igiene de lo cavo orale et palliativo a lo mal di gola.

Le successive pergamene riportavano scabrosi dettagli di organi et corpi umani, et appunti et studi di varie anatomie.
Che lo Magistro Alburno fosse erudito persino in materia di medicina, confesso, mi era ignoto, ma la direzione de li suoi studi, da quel che appresi con una furtiva occhiata, era certamente orientata verso un concetto più universale da applicare ad essa che lui stesso definiva come La Grande Opera realizzata, o Crisopea.
Sempre più rapito da la profondità et complessità di quelli scritti ero curioso di sviscerarne ogni secreto, ma un roboante peto fori dalla porta mi destò, annunciando lo ritorno de lo Magistro da la latrina.
Mi affrettai a rimetter tutto a posto, ne lo preciso disordine de lo alchimista et tornai lesto a le mie faccende con la fame di chi ha annusato la torta ma non pote assaporarla.

Ode a Xeriana



Lo letto mio ancor rimembra lo profumo de cotal donna 
rossa de chioma et ribelle de core rese lo sbatacchio mio colonna

Al cospetto suo la lingua per favellar non serve,
perchè la usa talmente bene che finisci tosto ma inerme

le corde non servon a colei per fissarti a lo letto
lo sguardo suo tramuta te in docil et ubbidiente cagnetto

Con gran sollazzo et godimento 
due corpi nudi avvinghiati sul pavimento

Lo vigore et lo spirito nelle tue stanche membra ritorna
come lo Sole rischiara lo morbido manto de cervo con le corna

Una promessa fatta a lei è debito a buon bisogna
che tu ad aprir la porta vai ignudo senza vergogna 

La scelta è ben presto fatta 
la statua de Xeria in salvo va tratta  

                                                                                                                              Tristano 
lo scarlatto peregrino

martedì 29 marzo 2016

Pestaggio al Formaggio




Correva lo anno dello Signore senza tempo nummero decimoquarantaquattresimo lo sole ne lo cielo risplendea l’aria era fresca el padulo canteva.

Li nostri eroi incedean su lo carro der formaggiaro pe lo sentiero che tra le fratte si incuneava; accorse la notte co lo cielo de stelle pieno e li grilli cantevano fieri per allietar la serata.

Lo gruppo de eroi et formaggiari scelto lo posto pe la notte se coricaron montand la guardia pe evità le botte. D’un tratto lo cavaliero gridò “Ci attaccheno svejateve fioli “, da la fratta sortirono fetenti et oscuri li briganti, che minacciosi et cattivi spararon quadrelli de balestra come se fossero complimenti ad una bella donna.
Lo sangue scorreva a fiotti, lo Cavaliero si fece strada tra le fila de li malcapitati briganti mietendoli, come se fossero grano pe li campi durante il tempo di raccolta, ma senza dubbio alcuno l’inceder repentino e funesto de lo Peregrino Scarlatto, tra le fratte in lontananza, fu quel che agevolò la manovra de li suoi compagni, dopotutto la paura per l’accorrente mastro de frusta, fu tanta che lo sgomento fu perno in cui infilar la spada e la mazza per toglier la vita a codesti mentecatti.
Quando da la fratta accorse lo usignolo de noantri non v’era più traccia de li briganti troppo impauriti da la possanza e fierezza de la frusta che aveva mietuto vittime pe intere generazioni. Frusta che fu donata a lo nonno de lo nonno de lo padre de lo figlio de lo nipote de Tristano niente de meno che da lo Duca de Aquisgronna loco indo se magna et semper pien de gran donna.

Ma li briganti manovra de aggiramento avevan fatto e de la figlia de lo formaggiaro, Mariolina, aveva fatto ratto. Un’ intesa sola bastò a li nostri eroi che senza alcuna domanda ne favella si inerpicaron per lo sentiero de li boschi co tre pigne e na padella.

Li briganti eran torre arroccati et da la torre si udivan grida de donna, e che gran pezzo de donna, lo Cavaliero non potè resister a lo richiamo de la donzella in periglio et pertanto sortì da lo nascondiglio. A noialtri non restò che smoccolar et invocar lo Santo ed inceder a lui appresso.

Lo Magistro Alburno, co lo frate eremita e la stagliante figura scarlatta, si incunearono tra le fila de li briganti, passando larghi larghi, ma veramente larghi, pe non esser scorti s’intenda, pe raggiunger lo dietro de la Torre. Li compagni d’arme pe lo salvataggio de la donzella scelsero Tristano il quale non fece in tempo a proporsi, noto com’era per lo suo coraggio cristallino, e si ritrovò a scalar, timido il pino albino.
Scaltro come un gatto e feroce come un ermellino con du balzi era già quasi sul comodino, giusto in tempo de mette in fuga Robolone et il suo nero porcone. D’altronde la paura per l’accorer de lo musico inferocito fu talmente tanta che lo capo de li briganti scese in fretta et furia le scale pe non doverlo fronteggiare.
Ne fece le spese lo brigante rimasto che nulla potè contro lo pugnalo scagliato da abile mano che in un sibillo lo passò da parte a parte, lasciando di stucco Mariolina a cosce aperte mentre se ricomponea li vestiti a parte.
Da li a "poco" se ritrovaron di nuovo a lo piano terra, visto “l’esil” corpo de la figlia de lo formaggiaro, donne che mangian formaggio è risaputo che con cul si dan coraggio, et vista la perizia de lo musico, acrobata et poeta, che dovette resister da l’impeto di seguire e finire lo brigante e lo suo porco.
Furtuna loro che lo salvataggio de Mariolina avea maggior prescia de lo sbatacchiaggio de la banda intera de briganti, altrimenti niuno avrebbe potuto arrestar l’ira funesta del poeta domatore di anime, donzelle et imbonitor de santi. 

Lo Cavaliero se fece distrazione e lo corpo suo a scudo de li compagni donò, mentre lo frate anch’egli coraggioso se la vedeva con il grasso et nero porco aggressivo ed imperioso.

Da li a poco la fuga fu repentina e senza troppi intoppi, a parte ceffoni vari et ingroppi. Lo ruscello amico de li briganti li salvò da li nostri eroi sopravvissuti, che per l’urgenza de salva la donzella dovetter rinunciar de tirar fori a li briganti le budella.


Questa volta la fortuna arrise a Robolone et i suoi ladroni, a missione compiuta la festa iniziar poteva, li compagni d’arme caduti su lo campo furon ricordati con brindisi, abbuffate et canzoni.

lunedì 28 marzo 2016

Errando per Laitia - Episodio 2

De lo Honore et de la Fede


Illo tempore interrogai lo Magistro Alburno a proposito de lo suo passato, de le sue origini e de li studi de lo antiquo popolo che lo resero così sapiente et illuminato, eppur egli aggirò solerte le mie questioni divagando lo argomento su uno tema a suo veder più degno d’esser menzionato.
Lo Magistro volle quindi narrarmi dello initio delle sue peregrinazioni e de li compagni de lo novo popolo con cui divise lo sentiero e di come essi lo colpirono proprio per la moltitudine di modi differenti che essi avean di venerar lo Signore Senza Tempo.

Lo primo dei tre era uno Cavaliere, nobile se non di origini, certamente ne li intenti e di spirito e valore sol pari alla di lui presunzione e cocciutaggine. Tale Messer Giorgius avea una corazza lucente et scudo et mazza e dovea la sua devozione alla Santa Starnazza. Avea anche un gran cuor co li animali: Salia, suo destriero da battaglia, et uno segugio, mezzo cane et mezzo lupo, lo cui nome Alburno non ricorda. Messer Giorgius morì pestato a sangue dalli banditi di Robolone, preferendo la morte alla resa, nello eroico tentativo di salvare Mariolina. Invero lo suo sacrificio servì a far fuggire la fanciulla, ma la di lui morte rimase, a dir de lo Magistro, futile come una sciarpa di lana in una torrida giornata estiva.

Lo secundo dei tre devoti era uno Frate, o almeno così aggradava nominarsi: Fra Frandonato da Tauria, homo virile e gioviale, la cui fede apparve invero assai labile et di comodo. Tale Frandonato avea passione per la ciccia: fosse essa di animale o di giovane pulzella, lo suo scopo era sempre farne uno spiedino. Mai conobbe lo Magistro un uomo, dichiaratosi di fede, con tale inclinazione per vizio et perdizione, accompagnata da degna sfacciataggine et alcuna minima vergogna. Lo Frate avea una parlantina spedita, usava lo saio come amo et la fede come lenza, professava lo nome dello Signore Senza Tempo per suo vil sollazzo. Anche lui finì nelle grinfie de lo brigante Robolone, dopo esser stato ingroppato da lo suo porco da guerra Zompo. Quando chiesi quale fu lo di lui fato, ricevetti per risposta un’alzata di spalle ed un segno di diniego..

L’ultimo dei tre fu quello che maggiormente colpì lo animo e lo interesse de lo Magistro Alburno, sebbene fu invero breve il tratto di via che percorsero assieme. Lo Eremita Iulianus, avea fatto dell’ascesi la sua vita e dell’astensione lo suo fioretto quotidiano, dello convertir anime allo suo dio la sua missione. Errava a piedi scalzi, quasi muto e serafico, seguito di presso da uno gatto e dal cinguettar de li uccellini. Parea invero uno Santo. Rifiutò di rincorrer li briganti per curarsi dello spirito ferito di Oresteio e per questo, forse, fu l’unico de lo novo popolo a scampar a Robolone. Allo ritorno de lo Peregrino et lo Magistro, contriti e malandati, seppure vittoriosi, mostro lo verò potere de lo Signore Senza Tempo, soffiando fresca brezza guaritiva ne le loro narici e rimettendoli allo mondo. Quando li scampati a li briganti ripartiron per Requagna su lo carretto del formaggiaro, Iulianus si inoltrò ne lo bosco, sereno et silente, in cerca de li suoi compagni di credo, per dar loro degna sepoltura. Alburno lo definì un illuminato ma al contempo estraneato et incomprensibile.

De lo cavaliere Giorgius oggi resta la su cavalla che traina lo carretto che fu di Oresteio, che riuscì così a tenersi almeno il bove. De lo frate gaudente Frandonato si ignora lo destino, ci auguriamo che non sia finito lui a placar li piaceri de lo brigante in vece della innocente Mariolina. De lo eremita Iulianus non ci preoccupiamo, quelli come lui vanno e vengon come spettri, la fortuna arride chi l’incontra ma guai a tenerli vincolati, come una coccinella scelgon loro a chi sfiorar la mano...

domenica 27 marzo 2016

Errando per Laitia - Episodio 1

De la Virtute et lo Formaggio


Lo Magistro Alburno est homo di somma virtute et conoscentia.
De le sue origini non c’è ancor dato modo d’apprendere ma è altresì certo che lo suo nome iniziò ad essere udito in quel della Gruilia. Giunse ne lo piccolo paesino di Requagna accompagnando Oresteio, contadino et mercante di formaggio, su lo suo carretto trainato da un bove.
Lo compagno di viaggio dello Magistro risponde al nome di Tristano, lo Peregrino Scarlatto, zampognaro e favellante d’eccezione, compose la Ballata de la Figlia e lo Formaggio che fece il giro della fiera nel giro di pochi giorni narrando le gesta de lo gruppo che avea affrontato e sconfitto lo temibile brigante Robolone, la sua banda e lo suo porco Zompo, per salvar la vita, e soprattutto la virtute, de la piacente Mariolina, figliola del formaggiaro.
La verità presentava ovvie et lievi differenze, giacché lo Magistro e lo Peregrino erano li unici scampati, per lo rotto della cuffia et fuggendo dalla pugna, dalli feroci banditi e avean perso ben due compagni nello scontro. Eppur lo succo della vicenda rappresentava il vero: Mariolina era stata liberata e portata via da sotto il naso a Robolone, lasciandolo gabbato e furente e probabilmente collo batacchio ne la mano.

Quando lo Magistro Alburno et lo Scarlatto Peregrino lasciarono Requagna, lo fecero sul carretto di Oresteio, scambiato come da accordi per il salvataggio della fanciulla et assieme a loro presero un giovane e volenteroso villico, lo cugino della stessa Mariolina, di nome Serafino, pronto a ripagar l’atto di eroismo con li suoi devoti servigi.
Bastaron pochi metri per capire che l’altruismo e la riconoscenza del ragazzo mascheravano intenti invero più egoistici: lo nome di Serafino era già noto nel villaggio e forse in tutta la regione per lo pestaggio et probabile uccisione di un mercante, rendendolo ricercato e fuggitivo.
Li suoi compagni di viaggio decisero però di reggergli lo gioco, abbisognando nell’immediato di un braccio armato al proprio fianco ed insieme preser lo sentiero.

Lo Magistro Alburno avea trovato una nota poco leggibile sul fondo di uno degli scomparti dello suo laboratorio portatile, poche parole eppure eran chiare: la Regola Aurea, de lo celeberrimo Ottavianus Firminus. Tanto bastò per suscitar curiosità, solleticando la sua ambizione et brama di sapere. Ogni alchimista degno di tal nome fa dello studio e della scoperta lo suo motivo di vita, la ricerca de la Pietra Filosofale et de la Medicina Universale. La smania di Alburno a tal riguardo est invero paragonabile a quella d’un gatto dinnanzi ad un’aringa e lo scoprir in maniera accidentale la formula incompleta di uno de li Magister più noti di Laitia, era occasione troppo ghiotta per essere ignorata.
Allo Peregrino interessava trovar nuovi luoghi per narrar le sue gesta e concupir donzelle, allo ignorante Serafino bastava sol far perdere le proprie tracce, e così la meta era facilmente stabilita: l’ultima residenza nota di Firminus era a Zena, a pochi giorni di cammino. Lo Magistro tracciò la via che ritenea più sicura a dispetto della più rapida, non volendo rischiare di ritrovarsi per accidente ad incrociar di nuovo lo passo di Robolone.

Dopo appena due giorni di viaggio, sereno e senza inconvenienti, lo carretto li condusse nella sorprendentemente quieta, seppur agghindata a festa, cittadina di Leceria, proprio alla vigilia della tradizionale Corsa dei Sacri, in cui li devoti di San Varallo e della pristina Xeria si contendean lo diritto di esporre le rispettive icone nella chiesa sullo Monte Guardiamare...

giovedì 4 febbraio 2016

PROGETTO HYDRA



Day one

Derivando la forza cinetica elettrolitica del neutrino quantico contenuta da un campo a rarefazione neutronica ho ottenuto uno sciame con fattore di resistenza elevato. Avevo pensato di amplificare il raggio di propagazione per ora con scarsi risultati.
1 Mese dopo…
Ho provato ad applicare un prototipo della cinta a “Jesp” mi è sembrato molto felice del nuovo gingillo se ne andava in giro per il labirinto delle cavie tutto fiero, lo è stato un po’ meno quando ho attivato la cinta stessa. La spinta è leggermente sproporzionata ma tutto sommato gli è andata bene l’ho dovuto ripescare sul divano dopo un volo di 30 metri.

3 Mesi dopo…

Temo che Jesp non sia molto felice di vedermi ma questa volta il test è andato bene azionando la microcinta ho provato a tirargli del formaggio che è stato fermato dal campo gravitazionale. Jesp si è irritato un pochino perché non riusciva a capire come mai non riuscisse a raggiungere i pezzetti di formaggio, alla fine però si è girato camminando all’indietro ed è riuscito nell’impresa direi che tutto sommato era felice, stranamente quando sono andato ad accarezzarlo è scappato. Strani questi topini veramente.

5 Mesi dopo…

Ho incrementato proporzionalmente i generatori delle forze ed ovviamente le misure della cinta oggi l’ho provata su di me pare funzionare molto bene in sostanza respinge i corpi lanciati che cercano di attraversarla, ha qualche malfunzionamento ma penso proprio che la userò una volta fuori di qui. La MOLECULAR BELT OF MODULAR DEFLECTION è finalmente pronta ho deciso di chiamarla HYDRA.

giovedì 7 gennaio 2016

Appunti del Dottor Zemeckis



Questo è il diario del Dottor Zemeckis, ho deciso di appuntarmi a grandi somme i miei successi in modo che nella malaugurata evenienza saltassi in aria insieme al mio laboratorio qualcuno potrebbe usufruire della mia ricerca. Riporrò il diario in un luogo sicuro all'interno di una scatola testata per resistere alle intemperie e ad esplosioni del tutto “accidentali”.

PROGETTO TOSTAPANE TERMICO PHASER

Primo giorno
Combinando i raggi fotonici attraverso la rarefazione del pulviscolo lamellare è possibile stabilire che la propagazione spazio temporale del neutrino termico può essere influenzata se sottoposta a sollecitazione molecolare di tipo Gamma Ray. Il progetto tostapane a sollecitazione molecolare è appena iniziato.


1 Mese dopo…
L’energia così generata ha la malsana abitudine di espandersi sotto forma di raggio , ho quindi abbandonato l’idea di applicarla uniformemente ad una superficie e provato a convogliarla in un tubo riflettente per enfatizzarne il comportamento e crearne un vero e proprio raggio.Il soggetto “Jesp“ è stato sottoposto ad una breve illuminazione da parte del raggio così generato ed ha sviluppato delle bruciature superficiali dell’endoderma e del pelo. Jesp è vivo e vegeto ma stranamente non è molto contento di vedermi, la bruciatura è insolitamente dolorosa, immagino che sia andata parecchio in profondità, benché nello strato esterno sembra di piccola entità. Il progetto mi sembra valido continuerò a sforacchiare materia organica.

2 Mesi dopo
Le bruciature si sono rivelate atipiche, molto simili a quelle causate da un grande calore ma hanno la propensione a propagarsi in profondità più che a riscaldare la materia di primo contatto. Sono riuscito a convogliare il raggio in un amplificatore fasico che ne ha ampliato la frequenza e la portanza rendendolo però instabile.

1 anno dopo
Finalmente sono riuscito a rendere stabile l’oscillazione fasica generata dall'amplificatore e rendere così il raggio omogeneo, curiosamente ha assunto un colore blu metilene. Ho provato a sparare il raggio sulla solita zucca questa volta non è esplosa, ma anzi la parte attraversata dal raggio è stata bruciata istantaneamente non lasciando residuo se non un gran puzzo.

17 mesi dopo

Ho montato il raggio su di un residuo bellico che mi ha procurato Johnson, sono riuscito a rimodellare il meccanismo di innesto non più meccanico ma elettronico, riuscendo ad alimentare il raggio con delle batterie a condensazione che si ricaricano con il tempo in maniera automatica, inserite nell'alloggiamento delle munizioni. Devo dire che Joshep ha fatto un ottimo lavoro con il calcio in legno del fucile siamo riusciti insieme a montarlo su un perno richiudibile. Il fucile ora è molto più maneggevole e si ripone facilmente nella sua custodia dietro la schiena in più grazie ad un comodo bottone di rilascio l’energia cinetica usata per impugnarlo agevola lo scatto del calcio. Sono molto soddisfatto di “Betsy”, ho deciso che chiamerà il progetto PHASER.


martedì 15 dicembre 2015

Il Grido del Rapace




Il gelido vento penetrava nelle ossa di Warwic, l'attesa nella foresta non avrebbe aiutato con un clima così rigido, i suoi compagni sparsi sapientemente all'incrocio poco prima dell'entrata nella tenuta dei Buchvold, tutto era pronto per la riscossione del debito con Pate.
Il momento di ripulire il nome della banda dello Straniero era finalmente giunto, era arrivato il momento di ridare il senso che avrebbe dovuto avere alla banda di Pate. Le bande si erano formate liberamente ed autonomamente per richiedere con i fatti un indipendenza ed un trattamento più equo per la popolazione gundarakita, era stata tentata la via diplomatica ma senza successo, a pochi dopotutto importava il destino di una minoranza seppur corposa del popolo di Barovia. Poco importava se quella minoranza erano in effetti i veri abitanti indigeni del luogo. Così pochi valorosi decisero di formare delle piccole bande per impegnare dove possibile gli eserciti del Conte, i primi successi, dovuti principalmente al fatto che fossero battaglie inaspettate ed alle quali l'esercito di Barovia non era pronto, diedero gran voce a quell'ideale. L'esempio della banda dello Straniero fu da stimolo per la vessata popolazione gundarakita, e la banda raddoppiò il proprio numero ed i propri sostenitori. Le bande così come erano conosciute nella valle del Gundar erano organizzazioni con un fine, con un ideale, che rispecchiavano il fiero popolo gundarakita e che miravano alla sua indipendenza. A seguito degli eventi tristemente noti e della persecuzione delle stesse bande, le stesse dovettero disperdersi, portando con se gli ideali che le avevano formate.

Di tutto questo Pate non proseguì nulla, quel mezzo cane bastardo, convinse e riunì un manipolo di delinquenti e disperati e si proclamò imperatore degli straccioni, andando ad occupare un posto che non gli competeva e strumentalizzando il concetto di banda per i suoi loschi fini criminali. 

Warwic nel freddo e nella lunga attesa pensava a come tutto questo fosse stato possibile, a come un mentecatto avesse avuto modo di continuare ad esercitare tale attività, era chiaro che fosse in combutta con qualcuno, che qualcuno avesse dato il proprio benestare, altrimenti gli eserciti del Conte avrebbero potuto spazzare via quella feccia senza esitazione ne perdite. Ma ancora una volta l'interrogativo pesante riecheggiava "A chi in realtà interessava il fato della povera gente gundarakita ? ". Non erano questi i problemi a cui Barovia doveva oggi pensare, era piuttosto una cospirazione nata dal suo stesso ventre, alimentata dal suo flaccido seno e fomentata da un morbo di antica era, una "malattia" che non conosceva padroni ne riconosceva ideali se non quello della propria esistenza e prosecuzione della propria progenie.

Warwic doveva ogni notte mandare giù quell'amaro boccone, la libertà del suo popolo raggiunta grazie ai "notturni", come a lui piaceva definirli, raggiunta solo ed esclusivamente grazie a loro, un prezzo molto alto al quale i comandanti della rivolta della valle del Gundar dovevano far fronte. Warwic eseguiva gli ordini come ogni altro soldato, sebbene di soldato aveva ben poco, ma non poteva far a meno di avere un peso sulla sua coscienza. Lo definiva un salto dalla brace alla padella, e quindi un miglioramento, aveva imparato che le rivoluzioni non si costruiscono dal nulla, e lo aveva imparato sul sangue dei suoi fratelli ed amici.

Non era stata una vita facile quella del giovane Maestro, era cresciuto con la morte nel cuore, ad iniziare dalla sua stessa famiglia che lo abbandonò fin da piccolo, si era sempre chiesto chi fossero e dove questa vena artistica che albergava in lui avesse avuto origine, erano troppo oscure le nebbie intorno al suo passato né oggettivamente aveva avuto un momento di calma per pensarci, nè tanto meno per indagare sulla sua vita.

Il combattimento si svolse freneticamente, benché non tutto andò come programmato, le ottime abilità dei suoi compagni si rivelarono preziose, così come il loro sapiente uso della trama e non mancò nemmeno la fortuna ad assisterli, in pochi minuti Pate era agonizzante in terra. Un forza improvvisa permeo la mente ed i pensieri del bardo, le sue mani tremavano dalla rabbia, il dolore gli diede la forza di non vacillare. Mentre la corda tesa vibrando rilasciava la mortale freccia un suono vibrò nell'aria e ben presto si tramutò in un sibilo sussurrante antiche parole. La loro musicalità lasciò di stucco Mastro Warwic, mai avrebbe potuto comporre versi di tale linearità, mai nella sua vita avrebbe potuto eguagliare i suoni di quella lingua incomprensibile, eppure nella sua mente risuonavano le parole del giuramento e le sue labbra lo ripeterono afone per non disturbare quel suono che sospinse la freccia fin dentro l'orbita oculare del Segugio, di fatto concludendo la Vendetta.

Warwic rimase attonito per lo spettacolo di cui si sentiva spettatore più che esecutore, benché la sua perizia con l'arco, seppur non dichiarata era ben al di sopra della normalità, mai avrebbe potuto scoccare con tale precisione, mai aveva visto una delle sue frecce descrivere una parabola tanto precisa quanto inumanamente perfetta la rotazione con la quale vibrava nell'aree.

L'arco era ben più di quel che gli era stato detto, quell'arco quasi gli sussurrava all'orecchio, aveva quasi una sua volontà, ma il bardo impugnandolo non riusciva a considerarlo uno strumento esterno bensì come parte delle sue articolazioni, un estensione del suo stesso braccio. Il dolore lo sprofondò in un umore grigio e nero, benché fosse stato vendicato in quel preciso momento il lutto per la morte di Rannarth lo pervase completamente, come una diga che si infrange per il vigore di un fiume, la diga che tratteneva le sue emozioni si polverizzò, cercò di contenersi ma scoppiò in un pianto liberatorio, del quale non volle mettere a conoscenza i compagni. Per questo si defilò e dovette prendersi qualche minuto per tornare in se stesso. 

La razionalità tornò sovrana dei suoi pensieri e gli suggerì che non c'era tempo da perdere il resto della banda andava sgominato.    



lunedì 7 dicembre 2015

L'Ultimo Volo dell'Aquila




La trovò rannicchiata in un fosso, inerte, tumefatta, con le vesti lacere e ricoperta del suo stesso sangue rappreso. Rannarth temette che fosse morta.
Aveva seguito le ultime istruzioni dello Straniero, aveva condotto i suoi ranger al sicuro, preparandoli a difendersi al Pinnacolo dal nemico in avvicinamento, ma non era riuscito a rimanere lì con loro ad attendere al pensiero che lei non aveva ancora fatto ritorno.
Ridiscese a valle da solo, cercandola disperatamente, seguendo le indicazioni che la stessa Leda aveva condiviso prima di mettersi sulle tracce di Pate.
Il Segugio era quello della banda che si trovava più a suo agio in ambienti urbani, nascosto tra la folla piuttosto che nel fogliame. In qualsiasi borgo persino l'Uccisore avrebbe avuto più difficoltà di azione, non potendo invaderlo apertamente con il suo esercito di spiriti dannati; eppure anche Pate andava avvertito, andava messo in guardia. La banda era stata tradita: il nemico conosceva ogni loro nascondiglio, ogni rifugio e punto di raccolta, i nomi di tutti i Capocaccia.

Tre giorni dopo la sua partenza Leda era lì, riversa in terra ed in fin di vita.
Rannarth la individuò grazie alla vista acuta di Itzya, la regina del suo stormo, sollevò la ragazza tra le braccia e le baciò la fronte, poi intraprese nuovamente il cammino verso le montagne.
Sostò al vecchio Campo Roboris, dove il Grande Cacciatore riorganizzava una squadra di volontari:
"Galiena e i suoi sono caduti, Vas e gli altri esploratori non hanno fatto ritorno. Cosa è successo alla ragazza? Che ne è di Pate?"
"Non lo so Hugo, ma intendo scoprirlo, è viva per miracolo. Del Segugio nessuna traccia, spero sia riuscito a dileguarsi almeno lui."
"Attireremo l'Uccisore a nord, daremo il tempo agli altri gruppi di radunarsi e nascondersi e attenderemo lo Straniero come da programma, hai bisogno di una scorta?"
Rannarth scosse il capo: "Ho occhi su tutta la valle, raggiungerò i miei sui monti e ci barricheremo al Pinnacolo, devo prendermi cura di Leda."
"Allora buona fortuna amico mio, ci ritroveremo al ritorno dello Straniero oppure saremo di nuovo compagni di caccia nelle sconfinate foreste dell'aldilà. Qualsiasi cosa succeda, non permettergli di strapparti l'anima..."
"Mai fratello e nemmeno tu!"

Con passo lento ma fermo, attraverso sentieri che molte guide definivano impercorribili, Rannarth portò in spalla Leda fino alle vette dei monti Sawtooth.
Itzya ridiscese dal cielo in tempesta recando infauste notizie: nel becco stringeva un frammento di stoffa grigia e verde dei ranger dei monti intrisa di sangue. Di lì a poco le prime impronte, in salita ed in discesa, di un nutrito gruppo di persone.
Rannarth aveva bisogno di tornare nel rifugio per medicare Leda, pur sapendo che sarebbe potuto finire in una trappola mortale, ma fu sollevato dal dover prendere una decisione quando di fronte a lui si palesò il nemico.
Percepiva lo sguardo della creatura su di se, nonostante l'elmo fosse un teschio metallico privo delle orbite. Il silenzio fu rotto dopo lunghi attimi di tensione dal Maestro delle Aquile:
"Sei qui per me."
La voce dell'Uccisore era atona e metallica: "Soltanto per te, se è quello che ti preme sapere."
"E allora perché sterminare tutti gli altri?"
"Perché ho subito delle perdite e mi servivano rimpiazzi."
"Voglio che la ragazza viva."
Il nemico si fece di lato, liberando la via per il Pinnacolo. Rannarth la percorse e ad ogni passo sentiva gravargli maggiormente il peso della disfatta, l'avvicinarsi della sua ora, man mano che attorno, tra la neve e le rocce, si affacciavano i volti svuotati della vita e dell'anima dei suoi compagni di un tempo, ora marionette in mano all'Uccisore.

Nessuno dei suoi ranger era morto nel capanno di caccia sulla cima del monte, avevano tutti perso la vita combattendo o forse qualcuno, si augurava Rannarth, era riuscito a scampare sia alla morte che al ben più crudele destino che il nemico riservava loro.
Adagiò Leda sul giaciglio e accese il fuoco, lasciò accanto a lei coperte e ciò che avrebbe potuto utilizzare per medicarsi al suo risveglio. Tornò all'esterno privo di ogni arma.

Il Pinnacolo era un gigantesco sperone di roccia sulla sommità del monte, un trampolino sul vuoto con la magnifica cornice dei monti innevati tutto attorno.
Rannarth percorse la roccia e percepì verso metà la presenza del nemico alle sue spalle, si volse per affrontarlo:
"Manterrai la parola?"
"Morirai senza combattere?"
"Non avrai la mia anima."
"Gli accordi sono per la tua vita e quella degli altri comandanti."

...

L'Uccisore percorse i pochi passi che lo separavano dal ciglio del Pinnacolo e si affacciò oltre l'orlo.
Non ci fu nulla di epico né poetico nell'osservare attraverso l'elmo del teschio senza orbite il corpo del Maestro delle Aquile sfracellarsi al suolo, centinaia di metri più in basso.

domenica 6 dicembre 2015

Gelo e brama



Vassily riaprì gli occhi al buio, il respiro affannato: il freddo mordeva le sue carni come artigli di una fiera mentre penetrava sino al midollo. Bloccato sotto una slavina di neve, contuso ma vivo, cercò di muoversi all'impazzata nel tentativo di liberarsi mentre il panico cresceva dentro di lui. Non poteva morire così, aveva sempre immaginato di morire in mille altri modi:  pugnalato alle spalle da un presunto alleato, torturato da uno dei nemici dei Romanov, giustiziato per uno dei suoi tanti crimini, divorato da una delle immonde creature del Conte, persino avvelenato o ucciso nel sonno da una laida donna dopo aver giaciuto con lei. Tutti modi più consoni alla sua vita da sgherro, da bastardo cresciuto a pane, furti e coltelli: tutte morti cruente, infami, velate da tradimenti, complotti e scontri. Ma una morte così banale, come quella di qualunque commerciante sprovveduto colto dal maltempo, non l'aveva proprio mai immaginata.



Non si sarebbe arreso facilmente, non era nelle sue corde di bastardo,  avrebbe lottato fino al suo ultimo, gelido respiro. Iniziò a scavare come un indemoniato con le mani, la neve gli arrivava sul viso, nella bocca aperta mentre urlava chiedendo aiuto, congelandogli il fiato sin dentro i polmoni. Scavò per lunghi interminabili minuti finché le sue mani, ormai ridotte a pezzi di ghiaccio insensibili e mero strumento di salvezza, non grattarono via l'ultimo strato di neve. I suoi compagni videro la sua mano guantata spiccare nella neve e lo tirarono fuori, mezzo congelato, ferito e distrutto ma vivo. Aveva ancora tempo per morire in un modo a lui più consono.


Continuarono la loro marcia nella bufera, con tre cavalli in meno, con Feldon più morto che vivo a causa della slavina che li aveva sorpresi, finché la fortuna non arrise loro nella forma di un casino di caccia. La porta era mezza scardinata ma per il resto il rifugio era quanto di meglio si potessero augurare per trovare riparo dal freddo.

Mezzo nudo davanti all'ampio camino che scaldava il capanno, Vassily desiderò ardentemente che avvolta sotto la grossa coperta che lo copriva ci fosse anche Juliska. La bella, testarda e pericolosa donna che aveva lasciato a Zeindenburg a combinare chissà cosa a sua insaputa. Era ancora infuriato con lei per la vicenda di Feldon, ma non per questo non bramava le sue forme: l'avrebbe presa con forza, trattandola rudemente, per sfogare la sua rabbia, per ricordarle che le doveva obbedienza. Poi si sarebbe accasciato su di lei, scaldandosi tra i suoi seni. Si svegliò invece con la voce di John che cercava di metterlo in allerta riguarda a chissà quale pericolo, mentre lo scuoteva bruscamente. Esausto Vassily biascicò qualcosa al mercenario e si rigirò nelle coperte incurante dei reclami di John, del freddo e dei pericoli che si annidavano fuori del capanno. Quella sera i suoi compagni dovevano fare a meno di lui, era troppo stanco, non voleva pensare a niente, desiderava soltanto riposarsi tra le braccia di Juliska, inebriarsi del suo odore, della sua pelle per ricordarsi di essere ancora vivo. Si riaddormentò cercando invano nel sonno le calde carni della sua focosa ed imprevedibile amante distante miglia e miglia da lui, stringendo tra le mani la grezza lana della coperta.