giovedì 14 febbraio 2019

La perla del deserto



Tra le dune del Deserto Rosso, incastrata e protetta tra i crepacci della vicina catena montuosa si estende Quollaba, nata per essere un avamposto delle rotte commerciali dirette verso Kyros. Popolata per lo più da genti del deserto e caldeiani non inclini a rispettare la monarchia di Caldeia.

La perla del deserto è stata governata da un monarca che regnò per anni creando consenso intorno a se.
Sua figlia Zamira, si preparò una vita intera per divenire una regina amata e rispettata almeno quanto il padre.

Per via della posizione strategica a metà strada tra Caldeia e Kyros, il commercio, era fiorente, ma gli interessi dei  potenti dei domini si rivolsero a Quollaba quando furono scoperti i giacimenti di Lacrime del deserto, delle gemme di rara bellezza e valore.
Da quel giorno l'economia della cittadina fu completamente stravolta. Dopotutto rendeva molto più raccogliere le gemme che funzionare da snodo commerciale.

Fu così che Zanator, il tiranno, invase la città, uccise l'attuale regnante, e per legittimarsi sovrano indiscusso di Quollaba sposò Zamira. L'esercito di mercenari Caldeiani, al suo servizio spazzarono via la milizia fedele al vecchio re, ma qualcosa di non umano aiutò Zanator nella sua impresa
i vecchi parlano ancora di antichi ed oscuri rituali volti al dio Ulasha, Il Grande Divoratore.

Chi c'era al tempo ricorda molto bene il discorso con il quale Zanator si insidiò a capo della cittadina e della maledizione che scagliò contro chiunque mirasse a destituirlo. Oggi Quollaba è una prosperosa gemma che brilla tra le rosse dune del deserto come un faro durante il giorno.

Tra gli edifici si impone il palazzo del Re, la cui cupola contiene molteplici Lacrime del Deserto incastonate che riflettono la luce del sole durante il giorno, inquietante è l'immagine proiettata sulla parete rocciosa antistante il palazzo reale di una grande testa di serpente. Monito per ogni cittadino che non fosse d'accordo con il regime di Zanator.

Quanto durerà la tirannia di Zanator ?
Chi avrà il coraggio di alzare la mano contro il despota per rivendicare la propria libertà ?
Chi avrà l'ardire di sfidare la maledizione di Ulasha pagandone il prezzo ?



venerdì 25 gennaio 2019

Diario de viaje - parte tercera

«Hijo de la puta mujera guapa...»
«Non sono un guaritore - specifica non senza la solita spocchia Lord Azamet, intento a ricucirle il fianco aperto da uno sgarro dall'ascella fin quasi all'ombelico - so solamente ricucire gli schiavi danneggiati...»
«Asì asì - digrignando i denti - muchas gracias Señor Lord... guardo rencor por el pentarcos... los insultos son par el burdel donde la madre... AAAAAAAGH!!!!» mordendo una cinghia in bocca per non sentire il dolore.
E mentre la voce di Lord Azamet che puntualizzava «E' solo "Lord" Azamet...» va dissolvendosi nelle sue orecchie ripensa a come sono finiti in questo posto...

Ritorna con la mente a pochi giorni prima, quando sono sbarcati al porto di Teyerana; il vento caldo e secco proveniente dal deserto aveva un ché di rassicurante. Forse a causa dell'incontro con il suo maestro, Lord Azamet sembrava uscire dal periodo di broncio e riprendere la sua spocchia di sempre. Nergui aveva baciato, letteralmente, la terra una volta in porto e Knut si era interessato all'abbondante mercato suk locale, girando continuamente tra i banchi alla ricerca di "cose interessanti", per sparire poi la sera nei diversi locali attorno alla piazza principale.

Trovare a chi rivendere le gemme non fu facile e costrinse la jalizariana a trascinarsi nei vicoli più oscuri e polverosi, trattare incessantemente con presunti venditori ambulanti, e anche ungere un po' qualche ricettatore allungando qualche moneta, gentilmente fornita da Lord Azamet anche per trovare la dimora del suo maestro.
Ma alla fine ripagò parecchio e permise loro di spartirsi un decoroso bottino, e mentre il Don tricarniano si confrontava con il mentore, portando anche interessanti novità riguardo al maleficio che aveva invaso Mantello Nero, e indicando una via per il futuro, lei attese il momento di riprendere il viaggio trascinandosi la sera nei caratteristici piccoli locali, poco più di grandi stanze semi interrate nelle case di fango, ma caratterizzate da ottima birra, cameriere dai fianchi sinuosi e sodi glutei, e begli avventori interessati a divertirsi con una bellezza esotica come Lejanne. Che fosse abbracciata ad un boccale di birra o ad un bel maschio locale, o entrambi, era comunque solitamente un bel risvegliarsi.
Non quel giorno.
Quel giorno si svegliò con la bocca impastata e piena di sabbia, i polsi dolenti, la testa pesante. Come lei i suoi compagni di viaggio. In gabbie e depredati di molti loro beni. Erano stati drogati da un becero con il naso adunco, e portati all'Arena del Pentarcos Lucretios, al fine di "farlo divertire" entrando a combattere contro bestie feroci e bizzarre.

Fu quasi immediato il primo scontro contro dei lupi, legati tra di loro a coppie ed equipaggiati solo con rozze spade arrugginite, armature riassettate alla buona e scudi pieni di troppi graffi e spaccature. Knut dimostrò subito la sua rabbia spaccando la catena che lo legava ad un vecchio, mentre Lord Azamet divenne una cosa sola con il suo possente Mosul, uno la mente (e lo scudo) e l'altro la possanza. Lejanne avrebbe dato per spacciato Nergui senza il suo arco, e lei che a lui era incatenata, ma avrebbe sbagliato: usò lo scudo sia per tirare la terra addosso ai lupi, sia per spingerli verso il loro ultimo destino nella foggia del barbaro del nord, allo stesso tempo permettendole di volteggiare con il mantello e punzecchiarli con quella rozza spada che le avevano dato. Nonostante a nessuno piacesse essere comandato, il tricarniano si dimostrò in grado di gestire l'intera fila senza ricorrere all'uso della frusta, con una visione di battaglia che i singoli non avrebbero saputo avere. E come fossero un solo uomo, o l'equipaggio di una ciurma affiatata, i cinque nell'arena ebbero la meglio sulle bestie. Ma era solo il primo scontro.

Il vecchio incatenato con loro si scoprì essere un sacerdote di Hulianos, il dio cui era dedicato il tempio che Lucretios ha trasformato in arena, e che le colonne dell'arena avrebbero celato un mistero. Sarebbe stato importante per lo scontro a venire di dedicarsi ad ispezionarle. Fu così che entrarono nuovamente nell'arena. Ma stavolta disarmati, e contro due leoni. Il lord e il suo obeso schiavo si gettarono su una colonna per arrampicarvisi sopra, allettati dalle armi appese su di essa, mentre Lejanne su quella agli antipodi. Knut, dalla cui mano spuntava a malapena uno stiletto che Lejanne era riuscita a trafugare, avanzava verso le bestie attirandole a sè mentre dietro a lui Nergui impugnava fieramente una frombola immprovvisata poc'anzi con dei lacci e un lembo di camicia.
Il primo felino si gettò sulla povera Lejanne, e pronto a balzare avrebbe fatto scempio di lei se non fosse stato colpito diretto da una pietra scagliata dal valk. Il secondo leone saltò verso il barbaro, che si abbassò di colpo e gli piantò la minuscola lama nell'addome sfruttando il suo movimento per aprirlo, e poi ricoperto di sangue si gettò sull'altra fiera, afferrandola al collo e piantandogli l'arma nell'occhio, spingendola col palmo, fino a farlo stramazzare. Mentre sfotteva il padrone dell'arena incitandolo a fare di meglio, i letterati della squadra decifrarono nelle colonne di pietra delle lettere nell'alfabeto imperiale.

Sfruttando la calma del dopo scontro, decisero che era momento di agire; la vecchia serratura arrugginita si aprì di scatto sotto le dita e gli strumenti improvvisati di Lejanne, e poterono nascondersi nell'oscurità. Oscurate delle torce, Mosu e Knut tesero un agguato alla ronda di guardia mentre Nergui li attirava sull'altare al centro della stanza e Lejanne si preparava per un assalto dall'ombra. Lord Azamet intanto decifrava le arcane scritte per aprire il passaggio, dentro il quale si infilarono immediatamente altri due prigionieri, destinati a perire nelle trappole che riempivano le catacombe.
Eliminate fulmineamente le guardie, e recuperato il loro equipaggiamento, venne il momento di infiltrarsi nell'angusto passaggio, mentre il plotone di guardia rumorosamente si gettava all'inseguimento; il vantaggio fu fondamentale, e mentre le guardie perdevano tempo negli anfratti sotterranei, i non-più-prigionieri raggiunsero la fine delle scale e si trovarono di fronte un massiccio granchio grosso come un carro da quattro cavalli. Circondarlo fu fondamentale per fargli aprire la guardia, e permettere ad un'azione combinata di colpirlo al centro degli occhi, unico punto ove la corazza era assente, ma non prima che con una possente chela aprisse l'addome di Lejanne.

Mentre si riprende dal dolore e i sensi si riattivano, ancora sente il brusio dei suoi compagni di viaggio. E il rumore delle guardie dietro di loro la spingono a rialzarsi e risistemarsi rapidamente: la loro fuga si tramuterà rapidamente in un inseguimento...

giovedì 24 gennaio 2019

Delle Città Indipendenti e dei suoi luoghi

 

Lucretios 

Pantarkos , l’equivalente a Faberterra di un conte è l’ultimo erede della sua incredibilmente ricca
famiglia originaria del sud di Faberterra. Fisicamente fragile, ha sviluppato una grande passione per i giochi gladiatori e sperperato fortune scommettendo sui combattimenti nell’arena. Non contento si è trasferito nella zona delle città indipendenti costruendo una sua rocca fortificata arroccata su di un promontorio. Qui organizza giochi privati per il suo divertimento personale. Da qualche tempo , aiutato da Corvus, un maestro del Loto al suo servizio il nobile rapisce gli stranieri che viaggiano sulle sue terre e li usa per i suoi giochi. Grazie alle sue ricchezze può permettersi di assumere un gran numero di mercenari e servitori per la sua incolumità e per proteggerlo.




 Corvus

Maestro del Loto, originario delle città indipendenti, di etnia nomade, ha deciso di farsi chiamare Corvus, pur non essendo il suo vero nome. Si vocifera che è stato costretto a collaborare con Lucretios, che lo paga profumatamente affinché non si faccia troppi scrupoli, pur di sfuggire dal suo terribile passato. Nessuno sa cosa sia successo e perché ha deciso di cambiare nome, o meglio chi lo ha scoperto non ha avuto il tempo di raccontarlo.











domenica 30 dicembre 2018

Diario de viaje - parte primera

Il vento che viene da sud le agita i capelli, alzandoli e smuovendoli come la brezza marina che veniva da levante quando levavano l'ancora prima dell'alba per intercettare le prime navi di pescatori col favore della bruma. Chiude gli occhi e per qualche minuto il rumore dell'acqua del fiume echeggia tra le cime, e nel silenzio degli animali le fa ricordare le onde. Pochi istanti, ed è ancora lì come un tempo.

Un respiro profondo, poi apre nuovamente gli occhi, sulla vallata bianca innevata che si vede per intero dal tetto della stalla, la postazione prescelta per la guardia mattutina durante la settimana; e i primi raggi di sole illuminano interamente i pendii e le pareti rocciose, trasformando il paesaggio in una gigantesca coltre dorata, riportandola come un'impetuosa ondata di luce all'attuale realtà e al suo compito di guardia. E pensa alle vicende degli ultimi giorni.

Sembrava una ventata di freschezza, dopo tanto tempo ad ammuffire al freddo nelle tende, una semplice operazione di qualche ora di marcia all'aria fresca non poteva che fare del bene. Troppo facile.
La carovana con cui stava arrivando Kara, la giovane donna tanto bella quanto inutile figlia del capitano dell'accampamento, era stata attaccata, lei e le sue guardie del corpo sparite, in mezzo a segni di lotta e tracce che portavano oltre al fiume, nelle terre di Caled. Lo spirito di avventura, il senso di giustizia, e la ricompensa di 30 monete per ogni orecchia di guerriero caled li spinse all'inseguimento.
Il valk, dall'odore selvatico come un animale dei boschi e e che preferisce il pagliericcio della stalla ad un letto, dimostra di avere in comune con gli animali selvatici anche il modo di muoversi e le capacità di seguire le minime tracce di una preda o un nemico ed orientarsi nella folta foresta. Con sè porta un arco valk dalla foggia strana, di cui ogni freccia è una sentenza di morte.

E di morte se ne ebbe a pacchi già dal primo scontro nell'accampamento dei caled; una decina di soldati che sembravano non andare giù nonostante le numerose ferite, lo stesso "capo" infilzato più volte dalle frecce nel volto è andato giù solo dopo essere stato aperto da lei da parte a parte, e i cadaveri delle guardie del corpo della donzella impaurita avvinghiati e quasi rianimati con strani rampicanti. Un volto giurante vendetta comparve nel fuoco del falò a preannunciare i malefici che li avrebbero perseguitati nei due giorni a venire.
Un rumore di tamburi, il maltempo, la bruma e qualche maleficio hanno appesantito il viaggio trasformando l'escursione di alcune ore in una vera odissea di quasi due giorni, superando l'attacco di una creatura di puro fango animato, la testa parlante del defunto N'Goba infilzata su un palo, dei salici magici attraverso i quali degli assassini si spostavano per attaccare di sorpresa. Oltre alle frecce del valk, il massiccio nordico liberato dal suo ceppo nell'accampamento ha dimostrato di essere tanto forte e robusto quanto rozzo e incolto, e di poter falciare ugualmente uomini e alberi incantati con una tempra micidiale, rapido ad arrabbiarsi ed a rispondere con brutalità. Sebbene non direttamente utile con un'arma in mano, cruciale fu anche il lord tricarniano: fu mentre attraversavano il fiume in piena che aveva travolto il guado rendendo necessario costruire una zattera, che per la prima volta il lord dimostrò di avere anche una cultura nelle arti oscure che non si limita a riconoscere i malefici altrui ma anche a professarne alcuni, e che oltre a saper usare la frusta e dare ordini alla sua guardia del corpo sovrappeso, questa capacità si aggiunge alla sua indubbia cultura, sapienza e rispettabilità nascoste da una insopportabile spocchia.
Arrivati al forte tuttavia, questi si dimostrò essere diventato una tomba per gli uomini accampati, ridotti ad una pila di cadaveri in fiamme. Un massiccio orso posseduto e reso quasi immortale dal druido Gulta Morn si dimostrò fatale per Pontios, e mentre il Nergui e Lord Azamet cercavano di armare la ballista, dimostrata inutile rispetto all'arco valk che alla fine abbattè l'orso, disorientato dal volteggiare del mantello rosso e nero, e severamente indebolito dallo sforzo combinato di Mosu, Knut e Leos, questi ultimi vivi per miracolo e con qualche cicatrice in più sul corpo.

Il rumore di passi lungo la scala di accesso alla sua postazione le fa fermare i pensieri, mentre scorre la mano lungo la cinta ad impugnare l'elsa della spada; la chioma castana di Leos resa dorata dalla luce dell'alba si erge dal parapetto, dove si ferma per qualche istante a fissarla.
«Che hai da sorridere stamattina?»
«Non sto sorridendo, yo tengo solo un pochito frio» tirandosi su la pelliccia di lupo, mentre volge lo sguardo nuovamente verso la vallata, a cancellare il sorriso che le si era formato spontaneamente. Il tricarniano si avvicina a lei cingendole le spalle con le sue possenti braccia. «Non tener strane idee - mentre affettusamente ricambia l'abbraccio - nosotros si divide il giacilio solo per scaladarce la noche... està bien?» e si volta ad incrociare il suo sguardo e stringerlo in un abbraccio più intimo.
Poi si ferma di colpo, e si separa dal suo amante per guardare verso l'orizzonte che si apre oltre al parapetto alle sue spalle; strizza gli occhi, le mani ai lati del volto per focalizzare l'attenzione, come fanno le vedette sulla prua delle navi, cerca di focalizzarsi dove le valli si aprono attorno al passo, nella piena luce dell'alba.
«Lo refuerzos - indicando una piccola serie di punti scuri a sud, al limitare dell'orizzonte in marcia verso l'accampamento - saranno aquì prima di sera, e per mañana potremo partire verso sud, verso tierras mas calidas. Vamonos, dobbiam svegliar los otros...»

venerdì 7 dicembre 2018

Lupi nelle Marche di Confine



Anno 2513, anno della Figlia del Sole, Forte Avanguardia, una fortezza piccola ma robusta, si erge proprio nelle vicinanze del ponte che attraversa il fiume Scure Divina al limitare delle Marche di Confine molto vicino alla Foresta Nera. A capo della piccola guarnigione c'e' il Comandante Voorhess, un uomo tutto d'un pezzo, veterano delle guerre contro il Northeim. 
Da qualche anno nel forte è stato stanziata una grossa compagnia di mercenari che presta servizio  nella zona da tempo, I Lupi di Confine.


I Lupi di Confine furono fondati vent’anni fa da Skragos lo Sfrontato, un ex bandito delle Terre dei Tumuli che ricevette una grazia ufficiale dal Conte di Felantium. Oggi sono noti come una delle compagnie più spietate del nord e anche i barbari li temono. Uomini di ogni razza e posizione possono arruolarsi nei Lupi, finché combattono con coraggio e obbediscono agli ordini. Sono riconoscibili per la pelliccia di lupo, testa compresa, che indossano sopra l’armatura e dal loro temibile grido di battaglia. Il forte è in subbuglio, fervono i preparativi per l'arrivo della bellissima figlia del comandante, che ogni tre mesi si mette in viaggio da Faberterra, luogo dove vive con la madre, per far visita al padre. La piccola carovana è composta da tre soldati, come scorta e dalla schiava personale della giovane donna. Sarebbero dovuti arrivare nella tarda mattinata ma sembrerebbero in netto ritardo....


Cronistoria degli ultimi anni : 

2511 
La guerra civile scoppia a Kyros e la carestia la colpisce.

2512 
Grande incendio di Gis.

2513 
"La spada di Hulian" appare nel cielo. 
 Eku, Re di Ekul, ultimo figlio vivente di Dhaar, muore. Yasmine, nipote del Re appena morto, viene proclamata Regina di Ekul. 
L'illuminato di Lhoban svanisce, Re Caldaios scappa da Caldeia per raggiungere una destinazione ignota.

L'inverno sta per volgere al termine, la bufera che ha sconquassato le Marche da giorni sembrerebbe essersi placata durante la giornata di ieri, il freddo pungente ha lasciato il passo ad un pallido sole. La luce che si riflette sul bianco manto ed infastidisce la vista, l'aria dei respiri si converte in vapore a contatto con il freddo. La robusta porta di abete si spalanca d'un tratto " Hei voi il Comandante mi ha mandato a chiamarvi,  a quanto pare sembra che sia arrivata l'ora  di guadagnarvi la paga... finalmente".

martedì 6 novembre 2018

De la Magna Pugna de Maro e dello sacro rituale



Nelle ore del periculo l'animo nobile viene fori
e così che li nostri eclettici recitarono il memmento mori

Impavidi e gajardi varcaron la soglia dello tempio
vuoto lo trovaron con l'altare pronto per scacciar l'empio

Li compiti eran ben divisi, ognuno sapea il fatto suo e cosa fare
non v'era tempo per chiacchiere, risate o inutili fanfare

Nelle pertinenze dello sacro portone
ce se appostarono li frati armati de spadone e padellone

Vicino all'ara sacra v'era lo posto per celebrar lo rituale contro lo spirito risorto
non ve fu dubbio era lo posto de li evocatori  Samael, Derpa e da Latinus come supporto

Li due alchimisti se miseron nascosti tra le colonne
tra alambicchi pozioni, aste invocando le sacre madonne

Allo centro dell'immenso stanzone se piazzò l'impavido ser Tristano
libero da incarichi precisi er Peregrino variava pronto a dar una mano

Lo momento era topico ed era facile dar di matto
uno squarcio bucò il soffito tutto d'un tratto

Calarono dall'alto li demoni forzuti
Li nostri risponderon tosti e cazzuti

Non ve fu tempo de tergiversare
armi sguainate se doveva menare

Innumerevoli nemici calaron dal soffitto scadenzati come rime di una sciarada
Obiettivi lo sacro rituale interrompere e prender possesso della magica Spada

Frandonato roteava padelle e spade manco fosse un esercito intero
schivando, contrattaccando e resistendo alle ferite con piglio fiero

Derpa perì all'istante Samael e Latinus entraron in scena velocemente
efficaci, perfetti nelle movenze, senza sosta lavoraron alacremente

Lo Magistero Alchimista Pirreo con mille pozioni, tutti aiutò
e quando fu disperato lo momento Alburno in drago se trasformò

Ser Tristano rispondeva colpo su colpo, fu scudo per gli evocatori ed indomito baluardo
lo Peregrino, saltava qui e lì portando aiuto lanciando magie insomma facendo il bardo

D'un tratto lo portone si spalancò ed altri nemici nel tempio sciamarono
Guidati da Emmeus ed Asmodeus sull'infame cavalcatura scompiglio portarono

Come se fossero un unica mano gli Eclettici Viandanti risposero compatti i ranghi serrando
tagliando, rintuzzando, travolgendo, resistendo, sbatacchiando e li nemici ciancicando

Più volte caderono, feriti malamente e sanguinanti li fratacchioni
per rialzarsi subito, più forti de pria e con girati pure li cojoni

Alburno lo Drago de demoni e padroni fece scempio
scuotendo fin nelle fondamenta lo sacro Tempio

Ser Tristano se pose a difesa dello circolo arcano, invocando MARTE ad ogni nemico ferito 
Peregrino fu supporto a li compagni, piaga per li nemici ed invocatore de Lampi con lo dito

Latinus impavido a velocità sovraumana eseguì lo rituale
aiutato dalle entità da lui evocate per i nemici fini male

Cambiata la sorte avversa e spezzata la maledizione
Con l'orgoglio ed il valore spazzaron via la disperazione

Scemaron gli Eclettici su li poveri nemici superstiti come saette
cambiaron le sorti avverse de una città ormai costretta alle strette

Un raggio de sole squarciò le oscure nubi, illuminò lo tempio bruciando i demoni cornuti
riportando li giusti Dei ed illuminando gli eroi de tale impresa artefici, da Samael voluti

Dalle strade di una Maro devastata sortì il suo esercito e si riversarono per le vie le genti inneggianti
uno solo coro si alzò nel cielo "IMMORTALI" da oggi e per sempre sia reso grazie agli Eclettici Viandanti

venerdì 2 novembre 2018

La Fine de lo Viaggio

«Magister Latinus! Magister Latinus» sussurravan li vendemmiatori in taverna stanchi, al vederlo comparir sull’uscio e farsi strada tra li suoi banchi.
«Ma chi è sto Magister Latinus?» chiedeva uno bischero forestiero, «Lo signore dei campi a nord dello lago» rispondeva un nostrano faccendiero
«Ma è quello che alleva li capibara?» chiese uno collo naso immerso nella zuppa, «Semmai li coltiva...» rispose un tal che si da arie con in mano una gran coppa
«Ma non andò a Maro da più di un lustro?» chiese dal fondo un rustico locale, «Macché! fu qui sino un par d’anni fa» rispose un avventore seduto sul bancale
«La taverna l’è piena - disse l’oste Pitro - ma una ciotola e del vino non si nega ad uno Magister come voi sommo» pulendo sul bancone con uno straccio, che n’avea un gran bisogno
«Solo verdure, e agnello di Tartaria, per lo vostro delicato palato, ma la casa v’offre anche uno vinello fermentato»

Lo magister si sedde attendendo l’abbondante e popputa bionda figliola dello oste Pitro, che con sorriso e grandi occhi, portò una gran ciotola di calda zuppa e mescette una coppa di vin fermentato, tipico di codesti posti del Sacanto.
«Siete invero voi la Mara? - chiese lo Magister accennando un sorriso - manco da tant’anni se noto solo ora che vi siete fatta donna» assaggiando lo vino che friccicava un poco in bocca.
Ella arrossì, abbassò lo sguardo e rispose «Io son sempre stata qui e quivi cresciuta, ma voi… voi avete visto Maro e li posti de Laitia, per così tant’anni! Dite dite, come fu lo viaggio?»
«Visitai lo Magistro Samael a Maro, dove anche fui in passato e studiai per anni, e fu lui a guidarmi e poi a mandarmi verso li suoi bizzarri e affascinanti amici che mi furon compari:
«Lo Magistro Alburno, maestro di pozioni, che sa essere forte come un drago ma c’ha uno cuore… un’acume d’oro
«Lo robusto e inaffondabile Frandonato, forse un frate o uno prete, mai capito, maestro di padella sia per cucina che a darla in fazza a qualche avverso astante
«E lo Peregrino, che a definirlo in qualche modo lo si svilisce, esperto di magilla e di favella, musico, lanciatore e combattente, svelto de mano… e de bacino»

«E ciò che portate indosso, è gran bottino?» indicando gli ornamenti lustruosi che s’appendevano alle vesti logore di gran viaggio, mentre da una pitta riempì a nuovo la ciotola di zuppa.

«Codesto allo mio collo è uno globo del potere, preso dallo Valente ma che invero fu per noi arcanista infame che innanzi ci si oppose in angusta cripta; fermammo li suoi incanti e li suoi sgherri, mentre lo frate lo spadellava e di lui e delli altri rimase solo una gran frittata.
«Ed esta è treccia di guerriero Murias; dicono che più son forti e più sono lunghe le loro trecce, e codesta, come vedete, mi fa da cintola e ne avanza pure un frego; con la mia frusta lo fermai mentre lo bardo lo distrasse con li suoi trucchi, che più dello demonio ne conosce.
«Con questa mia frusta! Che vien guidata dalla saggezza dello spirito de chi la usa, e può esser letale contro nemici troppo avventati, che sian essi murias, banditi, cavallier o biro biro, seppur con li demoni e le avverse presenzae, forse è meglio usar d’altre arti.
«La cerbottana che spunta dallo zaino, non la guadagnai ma mi fu invero donata dallo Magistro Alburno per uno anonimo atlante, e seppur non potente come li suoi intrugli che san di menta e rendon viva la pietra, può tirare luci che bucan le cotte e li giachi, e quel di vivo che v’è in mezzo.
«L’elmo e lo pugnale son doni divini, e la fascia mi fu data dallo Magistro Pirreo, che fu Alburno trent’anni fa pria di diventar pietra, per un alambicco, mentre per lo falcetto… beh… questa è un’altra storia...»

La Mara s’appoggiò allo bancone, mento posato sulle mano, petto strabordante e otre de vino in davanti alla ciotola dello Magister, e con l’occhi spalancati «Dite dite, Magister, quindi ne avete fatte di avventure?» Un bel sorso, qualche cucchiaiata, e riprese
«Chiamar avventure le nostre imprese, è sminuirle! Potrei parlar voi de lo libro che proferisce solo bestemmie, o di quando lo Magistro Alburno si fece leone e sbranò lo Belloveso. De li ilcisiani lohm di Orbizzana, che anche se hanno musici non li chiamarei “lohmbardi”, o di quando ci addentrammo nelle paludi guidati dallo vendramino; de li pelosi puzzolenti e delle loro flautolenze, o della Torre Caldara dove avvenne lo storico incontro. Della chiesa de li pellegrini, ove lo Peregrino trovò lo sacro osso del nonno e poi col suo gran lampo de li infami mostri fece uno scempio. Di quando lo Frandonato si aprì la strada tra li demoni, scambiando padelle e spade sacre con lo sè stesso Gaudente. Di quando le schiere di Prol ci portaron in salvo oltre il baratro spinoso, ove lo stesso frate cadde ma tranquillo vi si rialzò. Delle esplosive pozioni di Alburno buone sia per esplodere la pietra che per curare malanni, al retrogusto di menta, o di quando bandii in un angusto antro l’entità che teneva uno blasfemo artefatto.
«Infine di come lo divino Xul fu d’appoggio nelle critiche ore di scatenar anatema, passando ad aiutar me o lo Magistro mio, mentre di divina possanza, Lami, Aba e Genio empivamo l’atrio, Sir Tristano spanzava demoni e lo bardo a cavallo dello Drago Alburno schiacciavano Asmodeo e le sue schiere. Di come evocai la luce per spazzare li demoni nell’ora più angusta di Maro, mentre li compagni miei e loro doppi che di pietra non furon più, facevan la storia falciando empie figure al comando da lo maledetto Emmeus.
«Ma non solo di pugna furon le nostre avventure; ricordo, anche un po’ con dolore di recchie, delle abboffate da li vendramini, ovvero, con gioia, delle tre dame in quel di Ertama; di quando auscultai lo bardo che si ricongiusse con li rossi parenti del nonno, o dello piatto di frandonara per lo drago in Lycaonia. Di quando lo frate provò per più volte a parlar con Dama Sicoi, l’entità ancestrale, o del drago di Nirte dalli bruciori di stomaco; de li ori alchemici da cui lo Magistro Alburno si separava sempre con dolore ma che sembrava averne una fonte inesauribile, quasi li potesse produrre, e che pure alla fine donò alla Scola de lo Fosso. Oppure raccontarvi delle bizzarre creature, dai Cuccafratti ai Bestacci, che nel nostro cammino non ci furon ostili ma anzi si rivelaron alla lunga dei validi alleati...»

«Perdonatemi, mia cara Mara, del mio divagar. Ogni ricordo si aggiunge ad un altro e ogni racconto si impreziosisce di altri racconti, seppur rimanendo troppo limitato nei particolari, perché intere giornate non basterebbero a tesser le lodi de li compagni miei, e a narrar le nostre gesta in queste terre, di come facemmo la storia e riscrivemmo il passato, e lo futuro dello passato» bevve l’ultimo sorso di vino fermentato, accompagnato, avendo finito la zuppa, da qualche secco biscotto.
«Non scusatevi, Magister, starei ore e giorni solo ad ascoltare de li vostri viaggi e delle vostre gesta; de li vostri bizzarri compagni, che magari un dì potrei pure conoscere se passassero in questi luoghi. Non viaggio mai, e sentir li vostri racconti mi fa immaginar di esservi stata...»
«Potrei raccontarvi delle nostre storie anche stasera stessa - asciugandosi il baffo sporco di vino con un fazzoletto - se non vi duole di viaggiare a dorso dello mio mulo fino alle mie terre, a nord, pria che lo sole scenda e si faccia buio. E se v’aggrada l’indomani, ve farovvi vedere le mie piantagioni di capibara, che son piante molto festose e si diverton a giocare con nuovi e vecchi visitatori»
Mara si alzò dalla sua postura, abbassò un attimo lo sguardo verso manca a riflettere, e infine rispose «Ne sarei ben lieta, se mi deste qualche minuto per ripulirmi dello sporco di cucina e salutar lo babbo»

E così al tramontar del sole s’allontanaron Magister Latinus di Pelopia con la sua futura dama, verso le di lui terre. Niuno lo vede passar nuovamente per la taverna, anche se lo vecchio Pitro qualche volta andò a trovar la figliola, e tornò pieno di nuovi racconti, di lui e de li suoi compagni, che ogni tanto salivano a trovarlo nelle sue terre. E si narra di baccanali e di orgie, di lungo disquisire tra Magistri, di sperperi di cei tra piaceri mondani e tomi ed arti di conoscenza che solo i più saggi potevan capire. Si narra di gente che arrivò in carovane, di monache avvenenti e senza sottane, di esplosioni arcane nella notte e un odore di menta lungo le rive dello lago. Ma anche di sagre per la povera gente ove si offriva carne di capibara e abbondati piatti di frandonara, e senza fine giornate intere di canzoni, mentre carretti si aprivan e vendevano al pubblico le loro pozioni.

E si narrava e cantava delle imprese
Degli impavidi eroi e di chi le fece
Che fecer la storia di queste lande
E divenner leggende fino alle sponde
E non so come né perché finirono
Perché leggendarie imprese furono
E le Leggende son viaggio ch’oggi si inizia
e mai vien il giorno ch’esso finisca

mercoledì 31 ottobre 2018

Li pietroni de Licaonia


De pietre nella vita mia assai ne incontrai
di lato ai selciati , pe li campi e nei pietrai

Mai diedi così importanza a tale infausto oggetto
fin quando non ne fui con incantesimo soggetto

Li girodì passarono, immobile ne rimasi scolpito
ma non con scalpello e martello bensì nel tempo assopito

La posizione mia rimase per girodì e girodì ferma
con mano protesa la spada sguainata a posa di scherma

Di tempo per pensare ne ebbi a iosa
la vita mia veloce scorrea copiosa

Pensai e ripensai a dove avrei potuto cambiare
per esser più virtuoso e la vita mia migliorare

De fanciulle indifese un gran numero ne salvai
storie de re e popolani a mille ne narrai

Lo maestro mio ancor oggi è fiero
della sua scuola fui musico e cavaliero

Giammai fui coinvolto in scandali e corruzione
il rispetto e l'onore furono la mia religione

De grande ringraziamento se levino oggi li canti
Agli eclettici viandanti che c'han liberato tutti quanti

La gioia mia d'un tratto s'e' arrestata
scoprendo che il collega musico è na lenza nata

Proprio a me doveva capità il Peregrino
grande musico cantore e giocoliere malandrino ?

Quest'onta dovrò ben presto ripianare
Ed alla gloria lo nome della famiglia riportare

Impresa tosta e gajarda ci aspetta all'orizzonte
c'e' poco tempo per lagnarsi che l'arme sian pronte

Orsù amici onorevoli e non uniamoci in coro
lo futuro de Laitia sia ricoperto d'oro

                                                                                                         
 
                                                                                                              Tristano l'altro.... Peregrino

Da "Lo Vangelo de lo Sacro Gaudente" - Capitolo VI - La donna adultera


Lo Sacro Gaudente andò al monte degli Ulivi. All'alba tornò nel suo tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva.

Allora i bigotti e quelli del Sacro ----- gli condussero una donna colta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, gli dissero: «Buon Gaudente, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Or lo Signore senza Tempo, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?»

Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma lo Sacro Gaudente, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. E siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e lo Sacro Gaudente fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo.
Questo, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» Ella rispose: «Nessuno, Signore». E lo Sacro Gaudente le disse: «Neppure io ti condanno, anzi; vieni con me e continua a peccare poiché nell’amore non v’è peccato».

La donna trasognata dopo aver conosciuto lo Sacro, uscendo dallo tempio, si chinò per vedere ciò che Egli poco prima e non si stupì nel leggere: “Viva la Vita”

venerdì 5 ottobre 2018

Errando per Laitia - Episodio 25

De la Peste Viola et Giochi di Potere

Lo nostro viaggio iniziò varcando quella soglia nebbiosa.
Nessuno di noi poteva però immaginare quale sarebbe stata la nostra destinazione.
Rimanemmo tutti spossati ne la transizione, et una volta ripreso fiato scoprimmo di trovarci ne la medesima sala da la quale eravamo dipartiti, con solo lievi cambiamenti che notammo man mano che decidemmo di farci strada di nuovo fuori da li cunicoli.
Ad alcuni di noi apparve chiaro sin dai primi istanti che lo Peregrino indossava abiti alquanto desueti rispetto a lo solito, così come ciascuno di noi altri, iniziammo ad ipotizzare di trovarci ne lo stesso medesimo loco, ma in un altro tempo, uno non remoto, ma nemmeno troppo prossimo, lo tempo di cui ci aveva parlato lo Magister Samael, lo tempo in cui li Viandanti fecero assieme la loro prima apparizione su Laitia et in cui secondo le parole de lo anziano saggio li loro spiriti erano ancora intrappolati: Maro, tre decine di estati addietro, era reduce da la epidemica piaga de la Peste Viola.
Lo Magistro Alburno, mentre ripercorrevamo li dedali sotterranei de lo Cimitero dei Pellegrini, mi spiegò qualche storia riguardo quel periodo. Mi disse de li tre Signori che si spartivano competenze et influenze su la città tutta, de la feroce malattia portata da li barbari invasori, de le Entità Contrarie che pesantemente facevano pendere la bilancia de lo Equilibrio da la parte de la oscurità, et de la leggenda circa la isola artificiale di Licaonia, loco in cui, di lì a poco, scoprimmo di doverci recare.
La Spada de le Trame era la chiave per risolvere la questione, passata, presente et futura.


Le catacombe celavano un accesso a li sotterranei de le Carceri Catalavine, sorvegliate da uno paio di manticore prontamente messe a riposo da pochi colpi di frusta et padellone ben assestati. Mentre li tre magistri discutevano il da farsi et le probabili implicazioni che uno viaggio ne lo tempo avrebbe avuto su le loro esistenze, Tristano et Frandonato pensarono bene di liberare tutti li prigionieri trovati lì sotto a marcire: nanacci borsaioli, donne di malaffare et persino uno vendramino avvezzo a la cleptomania di nome Sugherello, che se non altro simpatizzò con lo Scarlatto Peregrino decidendo di farci da guida per le riscoperte vie di questa Maro da lunghi anni dimenticata.
Fu di nuovo a la luce de lo sole che incontrammo ciò che rimaneva de lo Arcimago Tomenabolo, consunto da la fatica et la frustrazione per aver cercato la Spada dell'Equilibrio tanto a lungo senza alcun lieto fine. Samael sperava ne lo suo consiglio et questi, prima di spirare, ripose tutte le sue speranze et ambizioni ne le mani de li eroi venuti da lo futuro, parlando di come tutti li suoi studi et calcoli portassero a la fine ne la misteriosa Isola de la Peste, o Licaonia, luogo senza ritorno perennemente celato da la nebbia tra li flutti de lo fiume Albula, in cui si dice che uno tempo sorgesse maestoso il tempio di Alupescio, divinità pristina de la guarigione, presso cui li deformi, malati et appestati a morte trovavano rifugio et forse una cura per le loro afflizioni.
Magister Samael ci condusse poi presso lo palazzo de lo Signore del Sapere, il sommo Derpa, presso cui ci avrebbe atteso et che avrebbe potuto poi prendere in consegna la Spada dell'Equilibrio per officiare uno incantesimo et rimettere a suo posto la Entità Contraria.
Scoprimmo con grande sgomento infatti che le forze oscure avevano in quella epoca una influenza talmente grande da poter infliggere una gravissima maledizione in grado di opprimere li poteri arcani di Tristano, confondere le formule alchemiche di Alburno, rendere inudibili a le Entità le evocazioni di Latinus et, sicuramente, di rendere insipide et stoppacciose gran parte de le mie ricette culinarie.
Derpa ci accolse come amici et offrì lo equipaggiamento di cui necessitavamo per la spedizione verso Licaonia, raccomandandosi di non cedere a la tentazione di consegnare ad altri lo artefatto qualora ne fossimo venuti in possesso, giacché soltanto lo Signore del Sapere et li suoi accoliti avrebbero potuto custodire la Spada delle Trame garantendo lo ritorno de lo giusto Equilibrio.
Lo prendemmo tutti sul serio, incredibilmente, poi ci separammo. Io rimasi con lo Magister Samael, che prima di salutare li suoi amici et compagni consegnò loro alcuni artefatti lasciatigli a suo dire da lo Magistro Alburno di quel tempo: una formula alchemica et ingredienti sufficienti per realizzarla una volta sollevata la maledizione de la Entità Contraria, et uno bizzarro artefatto sferico pulsante di energia arcana, ma a noi completamente alieno per quanto riguardasse lo suo scopo che prese in consegna lo Magister Latinus.
Frandonato et Tristano, che già iniziavano ad annoiarsi per via de lo continuo parlare di massimi sistemi, destino de le loro anime et de lo Equilibrio stesso, seguirono Sugherello ne lo campo de la sua gente lungo le sponde de lo Albula, dove ebbero uno ottimo banchetto a base di racchino et la fortuna di convincere una guida vendramina, Dozy, fratello di Sugherello, a scortarli oltre la palude che conduce a Licaonia. Li magistri, Alburno et Latinus, si procurarono in giro per botteghe lo occorrente per la impresa et effettuarono una perlustrazione de la zona.
Decisero poi insieme di trascorrere la notte ne lo accampamento et a la alba de lo giorno dopo fecero infine rotta per la Isola de la Peste.


Narrerò li seguenti accadimenti come mi vennero riportati, dato che non fui presente perché lo Magistro Alburno volle tenermi al sicuro (dimostrando immensa dose di saggezza et premura ne li miei confronti, visto tutto ciò che di lì a poco sarebbe avvenuto), ma non pensate ch'io voglia romanzarli, dato che le gesta de li Eclettici Viandanti non hanno bisogno di essere ricamate come farebbe lo Peregrino, esse sono già epicissime et assurde così come avvengono ne la realtà de li fatti.
A poca distanza da lo inizio de la traversata, lo gruppo di eroi seguiva Dozy quando venne incrociata et interrotta da una delegazione de lo sommo Eduk, secondo de li tre governanti di fatto di Maro et appellato come Signore del Potere. Egli li invitava a recarsi in sua presenza per ascoltare una offerta, certamente riferita a lo recupero et consegna de la Spada de le Trame ne le sue mani, ma lo Magistro Alburno, memore de li avvertimenti di Samael et Derpa et spavaldamente spalleggiato da li compari, non volle saperne di accettare et allora li soldati farabutti si ritirarono indignati, lasciando lo passo a chi per loro avrebbe dovuto punire li eroi per lo rifiuto: Tarquinio de Belloveso, sgherro senza onore di Emmeus, riversò per la via una feroce brigata di mercenari murias, con lo intento di finirla una volta per tutte.
E così fu.
Lo scontro fu feroce et senza esclusione di colpi. Tarquinio si dimostrò maestro d'armi senza eguali, mettendo in seria difficoltà sia lo Magistro Alburno che lo ben più coriaceo Frandonato, ma la giusta ira de li Eclettici Viandanti, una volta messi in fuga i murias et riunitisi per affrontarlo fianco a fianco, seppe infliggergli la sconfitta che da lungo tempo egli meritava: pesante come non mai et definitiva.
Tarquinio de Belloveso venne azzannato da lo Magistro tramutato in leone da la sua purpurea Crisopea, bloccato et disarmato da le lunghe et sferzanti fruste di Tristano et Latinus et infine spadellato con violenza contro uno muro da lo agguerrito Frandonato.
Gli venne generosamente offerta la resa, che ostinato rifiutò parandosi dietro lo nome de lo padrone suo Emmeus et infine venne giustiziato da Tristano et Frandonato, rabbiosi nei suoi confronti et ansiosi di levarselo di torno una volta per tutte, mentre lo Magistro Alburno si voltava da lo altro lato tristemente cosciente che una ennesima vita era stata sprecata a lo servizio di una causa meschina et deprecabile.

Li eroi ripartirono di fretta, prima che altri potessero interferire, diretti a Licaonia, a la ricerca de la Spada dell'Equilibrio.
Si presero solo la licenza di lasciare una nota di monito su la corazza ormai ammaccata fino ad essere inservibile de lo nemico abbattuto:

"Tarquinio de Belloveso avea da tempo SMARRITO lo EQUILIBRIO, et ora, infine, è CADUTO"