mercoledì 31 ottobre 2018

Li pietroni de Licaonia


De pietre nella vita mia assai ne incontrai
di lato ai selciati , pe li campi e nei pietrai

Mai diedi così importanza a tale infausto oggetto
fin quando non ne fui con incantesimo soggetto

Li girodì passarono, immobile ne rimasi scolpito
ma non con scalpello e martello bensì nel tempo assopito

La posizione mia rimase per girodì e girodì ferma
con mano protesa la spada sguainata a posa di scherma

Di tempo per pensare ne ebbi a iosa
la vita mia veloce scorrea copiosa

Pensai e ripensai a dove avrei potuto cambiare
per esser più virtuoso e la vita mia migliorare

De fanciulle indifese un gran numero ne salvai
storie de re e popolani a mille ne narrai

Lo maestro mio ancor oggi è fiero
della sua scuola fui musico e cavaliero

Giammai fui coinvolto in scandali e corruzione
il rispetto e l'onore furono la mia religione

De grande ringraziamento se levino oggi li canti
Agli eclettici viandanti che c'han liberato tutti quanti

La gioia mia d'un tratto s'e' arrestata
scoprendo che il collega musico è na lenza nata

Proprio a me doveva capità il Peregrino
grande musico cantore e giocoliere malandrino ?

Quest'onta dovrò ben presto ripianare
Ed alla gloria lo nome della famiglia riportare

Impresa tosta e gajarda ci aspetta all'orizzonte
c'e' poco tempo per lagnarsi che l'arme sian pronte

Orsù amici onorevoli e non uniamoci in coro
lo futuro de Laitia sia ricoperto d'oro

                                                                                                         
 
                                                                                                              Tristano l'altro.... Peregrino

Da "Lo Vangelo de lo Sacro Gaudente" - Capitolo VI - La donna adultera


Lo Sacro Gaudente andò al monte degli Ulivi. All'alba tornò nel suo tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva.

Allora i bigotti e quelli del Sacro ----- gli condussero una donna colta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, gli dissero: «Buon Gaudente, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Or lo Signore senza Tempo, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?»

Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma lo Sacro Gaudente, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. E siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e lo Sacro Gaudente fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo.
Questo, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» Ella rispose: «Nessuno, Signore». E lo Sacro Gaudente le disse: «Neppure io ti condanno, anzi; vieni con me e continua a peccare poiché nell’amore non v’è peccato».

La donna trasognata dopo aver conosciuto lo Sacro, uscendo dallo tempio, si chinò per vedere ciò che Egli poco prima e non si stupì nel leggere: “Viva la Vita”

venerdì 5 ottobre 2018

Errando per Laitia - Episodio 25

De la Peste Viola et Giochi di Potere

Lo nostro viaggio iniziò varcando quella soglia nebbiosa.
Nessuno di noi poteva però immaginare quale sarebbe stata la nostra destinazione.
Rimanemmo tutti spossati ne la transizione, et una volta ripreso fiato scoprimmo di trovarci ne la medesima sala da la quale eravamo dipartiti, con solo lievi cambiamenti che notammo man mano che decidemmo di farci strada di nuovo fuori da li cunicoli.
Ad alcuni di noi apparve chiaro sin dai primi istanti che lo Peregrino indossava abiti alquanto desueti rispetto a lo solito, così come ciascuno di noi altri, iniziammo ad ipotizzare di trovarci ne lo stesso medesimo loco, ma in un altro tempo, uno non remoto, ma nemmeno troppo prossimo, lo tempo di cui ci aveva parlato lo Magister Samael, lo tempo in cui li Viandanti fecero assieme la loro prima apparizione su Laitia et in cui secondo le parole de lo anziano saggio li loro spiriti erano ancora intrappolati: Maro, tre decine di estati addietro, era reduce da la epidemica piaga de la Peste Viola.
Lo Magistro Alburno, mentre ripercorrevamo li dedali sotterranei de lo Cimitero dei Pellegrini, mi spiegò qualche storia riguardo quel periodo. Mi disse de li tre Signori che si spartivano competenze et influenze su la città tutta, de la feroce malattia portata da li barbari invasori, de le Entità Contrarie che pesantemente facevano pendere la bilancia de lo Equilibrio da la parte de la oscurità, et de la leggenda circa la isola artificiale di Licaonia, loco in cui, di lì a poco, scoprimmo di doverci recare.
La Spada de le Trame era la chiave per risolvere la questione, passata, presente et futura.


Le catacombe celavano un accesso a li sotterranei de le Carceri Catalavine, sorvegliate da uno paio di manticore prontamente messe a riposo da pochi colpi di frusta et padellone ben assestati. Mentre li tre magistri discutevano il da farsi et le probabili implicazioni che uno viaggio ne lo tempo avrebbe avuto su le loro esistenze, Tristano et Frandonato pensarono bene di liberare tutti li prigionieri trovati lì sotto a marcire: nanacci borsaioli, donne di malaffare et persino uno vendramino avvezzo a la cleptomania di nome Sugherello, che se non altro simpatizzò con lo Scarlatto Peregrino decidendo di farci da guida per le riscoperte vie di questa Maro da lunghi anni dimenticata.
Fu di nuovo a la luce de lo sole che incontrammo ciò che rimaneva de lo Arcimago Tomenabolo, consunto da la fatica et la frustrazione per aver cercato la Spada dell'Equilibrio tanto a lungo senza alcun lieto fine. Samael sperava ne lo suo consiglio et questi, prima di spirare, ripose tutte le sue speranze et ambizioni ne le mani de li eroi venuti da lo futuro, parlando di come tutti li suoi studi et calcoli portassero a la fine ne la misteriosa Isola de la Peste, o Licaonia, luogo senza ritorno perennemente celato da la nebbia tra li flutti de lo fiume Albula, in cui si dice che uno tempo sorgesse maestoso il tempio di Alupescio, divinità pristina de la guarigione, presso cui li deformi, malati et appestati a morte trovavano rifugio et forse una cura per le loro afflizioni.
Magister Samael ci condusse poi presso lo palazzo de lo Signore del Sapere, il sommo Derpa, presso cui ci avrebbe atteso et che avrebbe potuto poi prendere in consegna la Spada dell'Equilibrio per officiare uno incantesimo et rimettere a suo posto la Entità Contraria.
Scoprimmo con grande sgomento infatti che le forze oscure avevano in quella epoca una influenza talmente grande da poter infliggere una gravissima maledizione in grado di opprimere li poteri arcani di Tristano, confondere le formule alchemiche di Alburno, rendere inudibili a le Entità le evocazioni di Latinus et, sicuramente, di rendere insipide et stoppacciose gran parte de le mie ricette culinarie.
Derpa ci accolse come amici et offrì lo equipaggiamento di cui necessitavamo per la spedizione verso Licaonia, raccomandandosi di non cedere a la tentazione di consegnare ad altri lo artefatto qualora ne fossimo venuti in possesso, giacché soltanto lo Signore del Sapere et li suoi accoliti avrebbero potuto custodire la Spada delle Trame garantendo lo ritorno de lo giusto Equilibrio.
Lo prendemmo tutti sul serio, incredibilmente, poi ci separammo. Io rimasi con lo Magister Samael, che prima di salutare li suoi amici et compagni consegnò loro alcuni artefatti lasciatigli a suo dire da lo Magistro Alburno di quel tempo: una formula alchemica et ingredienti sufficienti per realizzarla una volta sollevata la maledizione de la Entità Contraria, et uno bizzarro artefatto sferico pulsante di energia arcana, ma a noi completamente alieno per quanto riguardasse lo suo scopo che prese in consegna lo Magister Latinus.
Frandonato et Tristano, che già iniziavano ad annoiarsi per via de lo continuo parlare di massimi sistemi, destino de le loro anime et de lo Equilibrio stesso, seguirono Sugherello ne lo campo de la sua gente lungo le sponde de lo Albula, dove ebbero uno ottimo banchetto a base di racchino et la fortuna di convincere una guida vendramina, Dozy, fratello di Sugherello, a scortarli oltre la palude che conduce a Licaonia. Li magistri, Alburno et Latinus, si procurarono in giro per botteghe lo occorrente per la impresa et effettuarono una perlustrazione de la zona.
Decisero poi insieme di trascorrere la notte ne lo accampamento et a la alba de lo giorno dopo fecero infine rotta per la Isola de la Peste.


Narrerò li seguenti accadimenti come mi vennero riportati, dato che non fui presente perché lo Magistro Alburno volle tenermi al sicuro (dimostrando immensa dose di saggezza et premura ne li miei confronti, visto tutto ciò che di lì a poco sarebbe avvenuto), ma non pensate ch'io voglia romanzarli, dato che le gesta de li Eclettici Viandanti non hanno bisogno di essere ricamate come farebbe lo Peregrino, esse sono già epicissime et assurde così come avvengono ne la realtà de li fatti.
A poca distanza da lo inizio de la traversata, lo gruppo di eroi seguiva Dozy quando venne incrociata et interrotta da una delegazione de lo sommo Eduk, secondo de li tre governanti di fatto di Maro et appellato come Signore del Potere. Egli li invitava a recarsi in sua presenza per ascoltare una offerta, certamente riferita a lo recupero et consegna de la Spada de le Trame ne le sue mani, ma lo Magistro Alburno, memore de li avvertimenti di Samael et Derpa et spavaldamente spalleggiato da li compari, non volle saperne di accettare et allora li soldati farabutti si ritirarono indignati, lasciando lo passo a chi per loro avrebbe dovuto punire li eroi per lo rifiuto: Tarquinio de Belloveso, sgherro senza onore di Emmeus, riversò per la via una feroce brigata di mercenari murias, con lo intento di finirla una volta per tutte.
E così fu.
Lo scontro fu feroce et senza esclusione di colpi. Tarquinio si dimostrò maestro d'armi senza eguali, mettendo in seria difficoltà sia lo Magistro Alburno che lo ben più coriaceo Frandonato, ma la giusta ira de li Eclettici Viandanti, una volta messi in fuga i murias et riunitisi per affrontarlo fianco a fianco, seppe infliggergli la sconfitta che da lungo tempo egli meritava: pesante come non mai et definitiva.
Tarquinio de Belloveso venne azzannato da lo Magistro tramutato in leone da la sua purpurea Crisopea, bloccato et disarmato da le lunghe et sferzanti fruste di Tristano et Latinus et infine spadellato con violenza contro uno muro da lo agguerrito Frandonato.
Gli venne generosamente offerta la resa, che ostinato rifiutò parandosi dietro lo nome de lo padrone suo Emmeus et infine venne giustiziato da Tristano et Frandonato, rabbiosi nei suoi confronti et ansiosi di levarselo di torno una volta per tutte, mentre lo Magistro Alburno si voltava da lo altro lato tristemente cosciente che una ennesima vita era stata sprecata a lo servizio di una causa meschina et deprecabile.

Li eroi ripartirono di fretta, prima che altri potessero interferire, diretti a Licaonia, a la ricerca de la Spada dell'Equilibrio.
Si presero solo la licenza di lasciare una nota di monito su la corazza ormai ammaccata fino ad essere inservibile de lo nemico abbattuto:

"Tarquinio de Belloveso avea da tempo SMARRITO lo EQUILIBRIO, et ora, infine, è CADUTO"

venerdì 21 settembre 2018

Da "Lo Vangelo de lo Sacro Gaudente" - Capitolo III - La Moglie Prodiga

Disse ancora: «Un uomo aveva due mogli. La più giovane e bella disse all’uomo: Dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E lui divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, la donna più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo in maniera morigerata, mangiando poca carne e donando tutto allo Sacro Cisso.
Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande festa ed ella cominciò a trovarsi nella voglia di andare a divertirsi, mangiare e sollazzarsi come un tempo. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei bordelli a pascolare i porci. Avrebbe voluto placarsi con quest’ultimi e riempirsi le tasche; ma nessuno gliene dava.
Allora rientrò in se stessa e disse: Quante schiave di mio marito fedeli allo Sacro Gaudente hanno godimenti in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio marito e gli dirò: Marito, ho peccato contro lo Sacro e contro di te; non sono più degna di esser chiamata tua moglie. Almeno trattami come una delle tue schiave. Partì e si incamminò verso suo marito.

Quando era ancora lontano lui la vide e commosso gli corse incontro, le si gettò al collo e la baciò. La donna disse: Marito, ho peccato contro lo Sacro e contro di te; non sono più degna di esser chiamata tua moglie.
Ma l’uomo disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitela, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il racchino più grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questa mia donna era morta ed è tornata alla vita, era perduta e si è ritrovata. E cominciarono a farne una grande abbuffata.

La moglie più grande si trovava al mercato a comprare racchini. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornata la giovane Signora e vostro marito ha fatto ammazzare il racchino grasso, perché ella è tornata sana e salva.
Ella si arrabbiò, e non voleva entrare. Il marito allora uscì a rabbonirla. Ma lei rispose a suo marito: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando e quello de lo Sacro. Ma ora che questa tua moglie che ha donato i tuoi averi alli Sacri bigotti è tornata, e per lei hai ammazzato il racchino grasso. Gli rispose il padre: Moglie, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché una donna è tornata alla vita, era perduta e si è ritrovata. E cominciarono a fare gran sollazzo, con la moglie prodiga ».

Errando per Laitia - Episodio 24

De le Ambre Riunite et Arcani Rituali

Da lungo tempo non calco mano su codeste pagine, non perché qualcosa di brutto mi accadde, né perché iniziai ad indugiare in vizi che distraggono la mente, ma perché ne avemmo di strada et lavoro da fare insieme allo mio novo amico et collega apprendista Pagnotta et la alacre fucina di idee che est, et sempre stato, lo mio mentore: lo Magistro Alburno.

Insieme con li Eclettici Viandanti ci eravamo lasciati che si addentravano in quel di Maro, ne lo abbandonato Cimitero dei Pellegrini (che tanti scongiuri et gesti apotropaici suscitò ne lo bravo Tristano) loco ne lo quale si imbatterono in uno tetro figuro, anzi, a dir lo vero in almeno tre tetri figuri: lo primo fu lo misero et anziano guardiano de lo luogo, che venne messo a riposo prima di potersi lamentare per la intrusione, lo secondo fu lo Magister Latinus, Evocatore de le Entità Luminose et contatto di Magister Samael, che preoccupato de lo incredibile ritardo ne la raccolta de le ambre (sicuramente ignaro di tutti li imprevisti et ostinati antagonisti che ci ostacolavano con determinata solerzia) aveva deciso di mandar rinforzi, et lo terzo fu una vecchia conoscenza de la nostra comitiva, Paulus Valente, pelatissimo Evocatore de le Entità Oscure et braccio destro di Tarquinio de Belloveso, che finalmente, a lo termine di questa sortita, trovò giusta fine et punizione per la empietà de lo suo operato.

Andando con ordine, lo Scarlatto Peregrino aveva individuato la ambra Rufescens in una cripta sotterranea ne lo cimitero, li altri lo raggiunsero et, conosciuto Latinus et stabilito che di lui ci si potesse fidare, si intrufolarono ne lo sotterraneo sorprendendo Valente all'opera in rituali di dubbia moralità. Sistemato lo nemico e la sua scorta a suon di fiamme, fulmini et sonore padellate, poterono tornare in quel di Ertama, padroni di due gemme su tre, solo dopo aver recuperato in Brumia, con lo aiuto de lo mastodontico drago Tyrus, lo ultimo ingrediente mancante per la creazione di quella mancante.
Nuovamente in Calbatisia infine fu lo Magistro Alburno a salire in cattedra dando sfoggio de la alta scientia di cui si fa ambasciatore. Io et lo buon Pagnotta avemmo lo onore di fargli da assistenti ne la creazione de la ambra Caeruleus et ne la trasformazione di pietra in oro, grazie a la Pelle di Basilisco recuperata ne li Fossi sotto la città.
A lo termine de lo processo, dopo molti giorni di lavoro, lo oro fu diviso tra Frandonato, Tristano et Alburno che ne destinò gran parte a la ricostruzione de la Scuola dei Fossi et ripresa economica di Ertama, riuscendo anche a prendere accordi con li Cuccafratti de lo sottosuolo per scambi commerciali et la liberazione di Epirone da Piretro, consegnato ad uno immensamente grato Pagnotta che prese in carico le sue sorti dopo la nostra nuova partenza.

Avremmo voluto rilassarci, la emozione era tanta per le innumerevoli scoperte et progressi, per tutti li esperimenti riusciti, ritrovamenti et formule, ma dovemmo subito ripartire perché Samael attendeva brontolando et ora le ambre erano finalmente tutte e tre in nostro possesso.
Alburno sembrava aver trovato uno degno compagno di conversazione in Latinus, che ospitava volentieri su lo nostro carro, mentre Frandonato et Tristano preferivano svuotare boccali et gonadi in ogni locanda di via presso cui sostavamo.
Giungemmo infine nuovamente in Zolia, su la costa da le parti di Zanio et Viniola, presso la Torre Caldara in cui finalmente ci ricongiungemmo con lo Magister Samael.
Frandonato si convinse solo ora, vedendo lo vecchio amico, che egli non fosse la dama popputa apparsa in sogno di cui mille volte ci aveva narrato, et lo anziano Magister sospirando dimostrò di conoscere ne lo profondo la natura goliardica de li Eclettici Viandanti, professandoli come suoi amici di vecchia data, ma soprassedette dato che la missione era quasi compiuta: andavano solo affrontate uno altro paio di eroiche sfide, probabilmente mortali, per poi finalmente... bé... quel che si stava rischiando ho avuto la impressione che non fosse ben chiaro a nessuno de la compagnia, che preferiva bere et scorreggiare mentre con aria grave lo Magister Samael parlava di ricordi perduti, anime imprigionate, la Spada dell'Equilibrio et lo Libro del Comando.

Glisserò su lo ritrovamento di questo ultimo artefatto, dato che trovo scurrile anche solo descrivere tale tomo parlante, in grado di proferire oscenità tali da appestare le nostre orecchie durante tutto lo viaggio di ritorno. Dirò solo che venne recuperato da una caverna celata ai mortali da lungo tempo cui giungemmo patteggiando con una tribù di ferali Lhome et sconfiggendo una piccola congrega di ominidi puzzolenti et Pelosi che tanto ricordavano la Orzabotta che conoscemmo sotto li Fossi di Ertama.
Fatto sta che sto Libro del Comando servì a Samael per lo passo successivo de la sua, et nostra, missione.

Tornati ne lo Cimitero dei Pellegrini, ne la stessa cripta in cui legnammo Paulus Valente et la sua scorta di Biro Biro arrivammo a lo primo vero punto di svolta de la nostra cerca.
Alburno piazzò in una apposita nicchia, su la sommità di uno arco di pietra, il portagemme di platino con su incastonate le tre ambre: Rufescens, Caeruleus et Chryselectrum.
Ci tappammo le orecchie et lo anziano Samael con lo Libro del Comando iniziò a salmodiare, a lungo et costantemente, fino a che le gemme splendettero et una fitta nebbia occupò lo spazio sotteso da lo arco di pietra, che divenne uno portale tra li mondi.

Lo varco era aperto, et era forse tempo per li Eclettici Viandanti di smettere di cazzeggiare per Laitia et raccogliere le idee, capire lo loro scopo et oltrepassare la soglia che li avrebbe condotti incontro a lo loro destino.

venerdì 7 settembre 2018

Rinfrancar li compagni ed amici miei






Lo Peregrino è bello e pronto
rinfrascata la mente e pagato lo conto

Le rime sue escono come acqua da sorgente
millanta storie per inbonì ed incantà la gente

Con l'ambre in tasca, la mente sgombra e la panza piena
toccherar andar a salvà le anime nostre da sta nefasta pena

L'amici dalla nostra son più de li nemici contro
niun periglio, cavaliero o furfante a noi po esse pronto

Niuna compagnia si variegata e sgangherata 
si aspettavan fin qui saria arrivata

Lo potere nostro invero come lo Peregrino ve spiega
è l'unione d'intenti e l'amicizia che ci lega

Far del bene alla fine paga ricompensa 
un ultimo sforzo e poi a festeggiar si pensa

Una volta ancora compagni miei v'esorto seppur così diversi 
affilate le padelle, le ampolle, li incantamenti e li versi 

Questa volta non abbiamo alternativa alcuna
Ce tocca far passar lo cammello dentro dell'ago la cruna

Che so ste facce buie e preoccupate
Pensate a quante n'avem passate

Io de pietra benchè mi dona non voglio restar 
Orsù ogni forza non c'e' concesso de lesinar

Stringiamoci a coorte verso la gloria
de Laitia nostra riscrivemo la storia.


Lo Scarlatto Peregrino

martedì 6 marzo 2018

Millanta storie







Millanta ed una di storie ne avrei da raccontare
Lo tempo è tiranno purtroppo lo devo lesinare


De avventure de draghi e de millanta perigli 
de Conti, Contesse e de ignoti figli


Li tesori e gli onori son millanta anch'essi
Render Laitia un posto migliore e non da fessi


Li oboli e le messe e li sacri sermoni
dovetti cede lo passo al primo tra tutti i fratoni

Frandonato lo cui destino allo mio è ormai incatenato
Frate de poche parole e de tante portate annomato




La retta via invece ce viene indicata 
da la vecchia figura piena de polvere fatata

Lo nostro supremo Magistro arcano alchimista
che con li suoi intrugli ce fa da apri pista

E come non ricordare LO solenne fattucchiera
Che se ricorda bene chi è ma non chi era

De cimteri de castelli e de manieri ve racconterei
ma prima de magna e beve te sgancia li CEI

Suvvia un obolo per questo modesto menestrello
fidate è meglio pagà che conosce il suo randello

Lo stesso non se pote dicere se tu sei donna procace
per te o giovine donzella la "ballata" giammai tace 

Millanta....millanta.... storie lo Peregrino vostro ve racconteria
A forza de Millantà ho smarrito la via

Non temere oh giovine donzella dalle cosce lunghe e le poppe prosperose
tra millanta rovi con spine, emergerà un giorno, lo Peregrino tra le rose 

sabato 7 ottobre 2017

All'inseguimento dell'Ambra ambra

Ve starete chiedendo come mai sto titolo strano nun ce crederete ma ar monno esistono pure ambre rosse e ambre verdi.
Ehh no no nun ve sto cojonanno me l'ha detto l'amico mio er vecchio et saggio archimista Alburno.

Ao nguazza ngarbuia dice che mentre che io correvo e correvo nel deserto della  Sircama quello stava an truja tra alambicchi e polverine, più polverine che albicchi secondo me...
Fatto sta che alla fine dopo un gran botto ed un nuvolone nero li testimoni dicono che è uscito co li capelli dritti e la faccia piena de fuligine esclamando... "l'am l'amb l'ambra color Rossa" .

È chiaro che fosse preoccupato pe l'amico suo, che sarei io, e che finalmente abbia capito l'importanza e la fierezza de cotal vermiglia colorazione. Ma nun je ne faccio na colpa eh...l'arte nun va d'accordo co la scienza. Ma tutte e due ce vonno pe fa quarcosa de grande.

Che sia mbotto o na gemma a seconda della situazione. E quindi corri de qua corri de la, me ritrovai allo cimitero de li Pellegrini.
E la cosa nun è che me fece dormí sonni tranquilli eh...a forza de gestacci e grattazzi me sistemai alla locanda li vicina.
Nun me rimase che manna un corvaccio ad Ertama ed attender l'arrivo de li miei compari.
 
Ao questi arrivarono piuttosto de fretta ma mica perché nse fidaveno de me eh...È che sta storia delle Ambre al poro Alburno proprio non j'annava giù.
E prenni l'Ambra...e daje l'ambra...e ricrea l'ambra, co tutte st'ambre nce stavamo a capí nulla.

Per fortuna che il sigillo che applicai all'Ambra trafugataci ancora pulsava l'indizi portaveno dentro al cimitero.
E così tra na grattata, n'invocazione a li sacri e gesti de mani che somiglian a corna, decidemmo de scavalcá lo muro de cinta.  
 
Dopo lunga et ponderatam considerationem, considerati molti ed astrusi elementi con uno sforzo immane per ricordar le mille nozioni magiche apprese....

Dopotutto lo grande e sconsiderato studio delle arti arcane nella illustre scola de Pelopia portava li suoi frutti.
Lo Peregrino scelse assolutamente a caso una lapide che scoperchiata se riveló in effetti esse quella giusta.
Poco prima de scenne ne lo buio antro ce raggiunse no strano tizio trafelato presentandosi come Latinus l'evocatore sopraffinus.
Rinfrancati da codesta autorevole aggiunta allo gruppo li Eclettici Viandanti risolsero lo mistero dell'antico cimitero.

giovedì 5 ottobre 2017

Errando per Laitia - Episodio 23

Di chi Lotta et di chi Fugge

Li girodì in quel di Ertama, finalmente scevra da la folle maledizione di Piripicchio, trascorsero incredibilmente tranquilli et proficui per le ingegnose attività de lo mio Magistro, tornato in forma umana con dozzine di nuove idee per la mente.
Io (Arcadio) et Pagnotta seguimmo pedissequamente le sue istruzioni rimettendo a lustro la intera Scuola de li Fossi, predisponendo lo laboratorio et riordinandolo come fosse nuovo, mentre lo sapiente Alburno focalizzava li suoi sforzi ne le medicazioni de li suoi compagni feriti, passando lo tempo restante, spesso anche fino a notte fonda, ne lo studiare li tomi di Epirone da Piretro in cerca de le formule di creazione de le ambre ormai perdute.

Lo nerboruto Frandonato, incassatore di professione, picchiatore veterano et predicatore a fin di lucro, nonostante fosse decisamente malconcio, si rimise in piedi in poco tempo et prese lo impegno di viaggiare per li pressi de la città, in cerca de le dimore estive de li signori che abbandonarono Ertama a la alba de lo vile incantesimo che ne aveva avvelenato le falde acquifere. Sparse in giro la nuova che li Eclettici Viandanti avevano spezzato lo sortilegio et che dimore et botteghe potevano finalmente essere ripopolate. Infine tornò a farsi rifare le fasciature ne la attesa che una delegazione giungesse a riscontrare quanto detto.
Galvano invece ebbe qualche problema in più, non ne lo fisico, che robusto quanto si addice ad uno cavaliere guarì bene et rapidamente, ma ne la mente, dimostratasi non per la prima volta assai più labile di quanto richiesto a la sua figura. Lo cavaliere asserì di avere smarrito lo suo equilibrio, la sua ragione di vita, sentendosi sconfitto sotto ogni aspetto da la baldanza et destrezza di Tarquinio de Belloveso, su la carta rinnegato, ma ne lo fatto assai più dedito di lui a li suoi scopi, decise quindi di avere bisogno di ritrovare se stesso, li suoi insegnamenti, la sua giusta via, partendo solo, verso non si sa dove, forse la Gelatodia da cui proveniva et abbandonando li suoi compari ad una battaglia lo cui esito era ora più che mai incerto.
Ebbi modo di parlare con lo Magistro di questa scelta, et tra li brontolii di delusione mi disse che la debolezza poteva essere manifesta in molti modi: Galvano non la aveva dimostrata perdendo a duello, ma mostrando paura, incertezza et egoismo, voltando le spalle a li compagni di molte avventure ne lo momento di massimo bisogno. Se non altro Frandonato lo fece sentire uno poco in colpa et prima che partisse si fece consegnare la Lama da le Tre Dita donata da la città di Nirte a li eroici salvatori.

Ne lo mentre, li cuccafratti continuavano a tenere confinato lo folle et depresso Epirone ne lo loro villaggio sotto li Fossi. Curuccu rifiutò di liberarlo perché lo suo popolo non avrebbe accettato di lasciare andare come nulla fosse colui che, ne li panni de lo Cuciniere Nero, li aveva ridotti in schiavitù. Alburno allora cercò di proporre uno scambio, avrebbe parlato a le genti di superficie et interceduto affinché si potesse stabilire una qualche sorta di scambio commerciale, che avrebbe permesso a quelli di sopra di arricchirsi con li beni de li fossi, et a quelli di sotto di condurre una esistenza meno misera et banale.
Quando però giunse la delegazione de li nobili di Ertama non vi fu molto tempo per contrattare, né su li scambi né su la liberazione de lo alchimista Piripicchio, giacché quasi contemporaneamente arrivarono le tanto agognate nuove di Tristano.

Lo Scarlatto Peregrino aveva con solerzia viaggiato come pattuito su le tracce de la ambra trafugata, inseguendo la arcana scia de la sua invisibile nota in compagnia di Rafiseno. Quest'ultimo però si fece beccare in una locanda a metà de lo viaggio da le guardie di Polisnea et venne pestato et catturato per li crimini lì commessi. Lo buon Tristano capì con rammarico che poco poteva esser fatto se non voleva che la sua missione fallisse et quindi sgattaiolò via et proseguì ne lo inseguimento.
Una volta che lo viaggio de la ambra trafugata sembrò infine terminato diede appuntamento a li suoi compari presso la capitale Maro, et li attese, non disdegnando finalmente tutti li piaceri cui si era malvolentieri sottratto durante lo lungo et estenuante viaggio.
In Ertama apprestammo la partenza in poco tempo, lo Magistro aveva compreso li complicati processi alchemici a la base de la creazione de le ambre, et grazie a li ingredienti presenti ne la scuola et ne li Fossi aveva con impeccabile successo riprodotto la prima delle tre, chiamata Chryselectrum, di colore giallognolo. La seconda era quella che ci apprestavamo a riconquistare da lo nemico, chiamata Rufescens, bruna di colore. Produrre poi la terza, la Caeruleus da li verdi bagliori, sarebbe stata una nuova et impegnativa sfida, a tempo debito.
Pagnotta protestò perché partivamo senza avere ancora liberato lo suo mentore Epirone, allora Alburno, che aveva invero a cuore la sorte de lo collega, con cui empatizzava per numerosi et validi motivi, gli diede parola di tornare et lasciò la faticosamente ottenuta Chryselectrum come rassicurazione. Partimmo con solerzia, lasciandoci la Calbatisia a le spalle per tornare nella labirintica Maro, soggiogata sotto uno tetro manto di nubi da uno enigmatico imperatore et da alate potenze occulte et misteriose.

Lo Peregrino attendeva come promesso, et noi ci recammo in città restando quanto più inosservati possibile. Io rimasi come mi compete a custodire lo carro mentre Frandonato et lo Magistro incontravano lo fido compagno et si recavano a rendere pan per focaccia a li sgherri di Tarquinio de Belloveso.
La loro meta erano le catacombe sottostanti lo oramai sconsacrato Cimitero dei Pellegrini, lo cui nome suscitò innumerevoli gesti apotropaici da parte de lo buon Tristano.
Ne lo frattempo, come appresi in seguito, li movimenti de li Eclettici Viandanti non erano passati del tutto inosservati come sperato, ma stavolta, più per causalità che per casualità, qualcuno volle seguirli per offrire loro uno aiuto benaccetto et inaspettato.

mercoledì 20 settembre 2017

Errando per Laitia - Episodio 22

De le Promesse di Drago et Vittorie a Metà

Inizierò codesto resoconto scusandomi con li miei improbabili lettori per la lunga attesa. Comprendendo la massima apprensione cui posso avervi abbandonati latitando da piuma et calamaio per un sì lungo periodo, mi scuso et mi accingo a rassicurarvi che, fino al giorno in cui sto scrivendo codeste righe, le avventure de li Eclettici Viandanti sono lungi da lo essere terminate.

Le ultime parole che sigillai con inchiostro su codeste pergamene risalivano a quando li nostri eroi avevano appena compiuto la somma impresa, una de le molte, spezzando la beffarda maledizione di Piripicchio, lo Cuciniere Nero, Epirone da Piretro o come più vi aggrada apostrofarlo, et li cuccafratti furono molto grati, vedendo infine ripagata la somma pazienza dimostrata ne lo ospitare li eroi et accudire li loro feriti.
Ebbene, mentre lo mio mentore Alburno, ancora vincolato da lo potere sfuggito a lo controllo de la sua Crisopea, riprendeva lentamente le forze ne le profondità de lo insediamento sotterraneo, lo buon Arcadio, lo sottoscritto, si dava da fare ne la sede de la Scuola de li Fossi, ne la città di sopra, cercando di mettere ordine et reperire uno qualunque scritto che avrebbe aiutato ad invertire lo incantesimo.
Fu allora che ad Ertama giunse lo bellimbusto Tarquinio de Belloveso, et con lui uno esercito intero. Lo cavaliere rinnegato aveva colto la sfida lanciata da li eroi in quel di Polisnea et, vile come ci si aspetta da uno de la sua nomea, si era portato appresso decine di armigeri et persino una buona dozzina di mercenari, uno tempo combattenti votati a lo Equilibrio.

Preso come ero da li affari di laboratorio nemmeno mi accorsi di Tideo et Anfiaraio, li Bronzi di Batrace posti a guardia de la scuola, che affettarono carni et cotte d'arme prima di crollare in pezzi, ma sobbalzai quando li sgherri de lo nostro nemico irruppero in stanza, frantumando in terra con alambicchi et ampolle interi girodì di devoto lavoro et minacciandomi con le lame.
Poco potei fare io, uomo non di azione come lo colosso Frandonato, non di eccelso acume come lo lungimirante Alburno, et non paraculo come lo Peregrino da le mille risorse, et così venni prelevato et incaprettato.
Tarquinio de Belloveso mi interrogò a lungo et io fui costretto a dire lo poco che era a me noto, circa la maledizione di Piripicchio et la eroica spedizione ne li Fossi per salvarci da la balbuzie et restituire Ertama a la sua gente. Lo malevolo cavaliere decise così di attendere, senza infilarsi in cunicoli buii che li nostri eroi conoscevano sicuramente meglio, tenendo me come ostaggio et moneta di scambio per mettere le grinfie su la seconda ambra in nostro possesso, quella avuta in ricompensa da lo spirito imperituro de lo primo re: Laitiano.
Sperai a lungo che lo Magistro fosse riuscito a porre fine a la sua condizione et che fosse lui a salvarmi da lo suo carro in cui ora ero tenuto prigioniero, maledicendomi per essermi fatto cogliere impreparato et non averlo potuto mettere in guardia.

Le milizie de lo nemico occupavano la piazza antistante la Scuola de li Fossi, armigeri ben schierati et balestrieri su le balconate. Quando infine li eroi giunsero non ebbero timore a palesare la loro presenza et lo scambio venne proposto et accettato.
Capii vedendo Frandonato et Galvano avvicinarsi a lo cavaliere rinnegato, a sua volta scortato, che Alburno doveva ancora essere prigioniero di fattezze pipistrellesche, giacché mai avrebbe permesso ad altri di trattare in sua vece per la salvezza mia, di gran lunga lo migliore, nonché unico, allievo suo.
Di Tarquinio de Belloveso possono esser dette molte cose, la maggior parte de le quali sono insulti et parolacce, ma di certo non che sia uno fesso sprovveduto, né che sia uomo di parola. Lui voleva la agognata ambra, ma di stare ai patti, uno che già ha rinnegato persino lo suo cavalierato, nemmeno ci tiene più di tanto.
Fu così che iniziò la battaglia: non appena la pietra venne consegnata spade et padelle vennero sguainate et tutto, vista la schiacciante disparità numerica, avrebbe lasciato presagire rapida estinzione per la intera combriccola di Eclettici Viandanti.
Ma d'improvviso, ne lo carro, apparve lo mio salvatore: gatto, roscio et sornione, come solo lo Scarlatto Peregrino potrebbe mai apparire. Si intrufolò da lo spioncino ne lo carro, tornò immantinente in umana forma, mi slegò et poi prese da la parete lo Dente di Drago.
Soffiò in esso come fosse uno possente corno, come lo stesso Tyrus ci aveva indicato di fare, et tutti l'udirono in Ertama, ma nessuno di loro si aspettava realmente quel che di lì a poco sarebbe accaduto.

Ne lo frattempo a le porte de la Scuola de li Fossi la tenzone infuriava: Galvano sfidò a singolar tenzone lo farabutto Tarquinio, ma iniziò ad incassar legnate et subito dopo, lo nero cavaliere, mai pago di nefandezze et oscenità, si fece pure aiutare da li suoi uomini giusto per stare sicuro di non perdere. Frandonato sventolò lo padellone cercando di farsi strada verso lo carro, riuscì a salirci et spronò li ronzinanti. Lo Peregrino et io, dentro, cercavamo di tenere fuori li armigeri che ci assediavano da ogni lato, assistiti da lì a poco da lo arrivo de lo alato Alburno, ancora, purtroppo et per fortuna, sotto forma di pipistrello, che iniziò a strappare via li stolti che cercavano di assaltare la carrozza da li fianchi. Infine Rafiseno, rimasto in ombra fino a quello momento, scagliava sassi con la sua fionda sgradena, con grande maestria et violenza, cercando comunque di non esporsi più de lo stretto necessario.
Era palese che li nemici non ci temevano et fin troppo chiaro che saremmo stati sopraffatti a breve, eppure essi non sapevano ciò che noi attendevamo impazienti et che avvenne di lì a pochi istanti quando con terrificante tonfo lo possente Tyrus, lo Drago di Fiume che aiutammo in quel di Nirte, piombò minaccioso su la piazza, pronto a combattere a lo nostro fianco.
Fu allora che le sorti de la battaglia si ribaltarono: meno de la metà de li uomini di Tarquinio, lui compreso, fuggirono a gambe levate, li altri finirono inceneriti da lo soffio, sventrati da li artigli o spappolati da li colpi di coda de la inarrestabile creatura, et in pochi minuti non solo la nostra vita fu salva, ma la battaglia stessa fu facilmente vinta.

Notizia brutta fu che Tarquinio de Belloveso era fuggito et era comunque riuscito ne lo suo intento di sottrarci la seconda ambra, dopo la prima già estortaci da lo sicario Manunta ne la Selva Piamanca, nullificando di fatto tutte le nostre gesta finora compiute per raggiungere lo Magistro S.
Notizia buona fu che, non del tutto sprovveduti, li Eclettici Viandanti avevano scaramanticamente previsto lo infausto evento et avevano tracciato su la pietra stessa lo sigillo arcano de lo Peregrino, sotto forma di nota magica di colore scarlatto visibile soltanto a lui et da lui sempre rintracciabile a molte miglia di distanza.
Inoltre mancava a la conta ancora una terza ambra, più difficile ancora da ottenere, perché occorreva fabbricarla come uno tempo aveva fatto per uno misterioso committente lo magister Epirone da Piretro qui in Ertama. Lo Magistro Alburno che non gli era di certo inferiore in quanto a perizia alchemica, era lo unico di noi in grado di decifrare li suoi appunti et riprodurre lo processo, et malauguratamente era ancora vittima di perenne incantesimo metamorfico.

Lo Peregrino saltò in groppa a lo suo destrieto et partì di fretta, intento ad inseguire la scia incantata de la nota su la pietra fino a lo nascondiglio de li nostri nemici, con la specifica di non cacciarsi ne li guai et limitarsi ad osservare et riferire.
Noi altri invece decidemmo di stabilirci et riprenderci in quel di Ertama, usando ancora una volta la Scuola de li Fossi come campo base. Da li cuccafratti intanto Epirone era ancora fuori di zucca et inutile come alchimista, venne in sua vece lo suo discepolo Pagnotta, che doveva noi la vita et aiutò di buon grado me et Alburno, limitato ne le sue arti da le sue ferali fattezze, a miscelare la giusta dose di pozione che avrebbe funto da controincantesimo.
Ci volle qualche girodì ma fummo bravi, ci impegnammo tutti et tre stando molto attenti a le dosi et processi per non sprecare li rari et costosi ingredienti necessari, ma alla fine tutto ebbe esito più che positivo et, in uno sospiro di sollievo, lo mio mentore tornò a la sua forma umana. Poi si mise a correre nudo per lo laboratorio urlando di gaudio senza pudore né ritegno...
Ma in codesto caso lo si può certo capire et perdonare!
Li girodì trascorsero finalmente senza intoppi, ne la attesa de lo ritorno di Tristano o di sue nuove, auspicandoci fossero liete.