domenica 15 maggio 2016

Errando per Laitia - Episodio 5


De li Compromessi et Oscuri Intenti


Zena l’è nota come La Superba. Prima vera et propria urbe ne la quale lo Magistro Alburno mise piede durante li suoi peregrinaggi. Quando lo carretto trainato da Salìa fece ingresso tra li vichi stretti et olezzosi de lo distretto portuale però tuttò pote sembrare tranne che magnifica.
V’era ovunque uno gran chiasso et ampio trafficare di genti d’ogni dove et commercianti, una gran baraonda dalla quale i nuovi venuti voller presto prender le distanze. Se Ottavianus Firminus ancora risiedeva in loco di certo non l’avrebber trovato tra la plebaglia.
Fu così che dopo un’aspra contrattazione su lo prezzo di stanza et pasto presso una locanda destinata a lo ceto medio et qualche ora in giro a chieder indicazioni, lo Magistro et li suoi compari giunser presso lo studio de lo alchimista.
Firminus, ignaro de l’abilità et somma conoscentia di Alburno, stentò ad acconsentire ad accoglierlo finché questi non gli rivelò di essere in possesso di un brandello di suoi vecchi appunti. Allora lo magister ne fu incuriosito et lo fece accomodare.
La Regola Aurea si rivelò essere un datato progetto di iuventute alla quale Firminus lavorò alacremente ne li primi anni di studi, progetto troppo complesso et per cui accantonato et dimenticato fino a che Alburno non ebbe la solertia di riportarlo alla luce.
Nonostante lo Magistro, di cui tutti noi ben conosciamo l’assoluta competenza et devozione a la causa, tenesse più che bene lo confronto con Firminus, questi, non fidandosi da subito di chi, peregrino senza fissa dimora, si professa grande alchimista et sapiente, volle un segno di fiducia per poter alfine accettare la collaborazione et rimettere mano al progetto.
Lo Magistro Alburno, seppur ferito ne lo orgoglio, con summa sorpresa de li suoi compari, accettò senza indugio et soprattutto senza chieder compenso, anteponendo lo fine del sapere al sempre gradito conio che ama, seppur con scarso successo, accumulare.

L’incarico volto a misurar la devozione a la causa di Alburno prevedeva di recarsi in Tempione, presso lo Monastero del Lupo et sincerarsi de lo motivo per cui un’ingente speditione di luparia et altre erbe non fosse pervenuta come di consueto su commissione di Firminus. Assieme a li infaticabili Tristano et Frandonato venne ad accompagnarli, recando seco le carte de la spedizione, un burbero et taciturno uomo d’arme di nome Fidenzo, che svolgea incarichi di sicurezza presso lo studio de lo alchimista di Zena.
Fu così che, dopo aver varcato li monti et attraversato valli et colli, lo carretto trainato da Salìa giunse infine in vista della meta e de lo villaggio sorto ai piedi de lo monastero. Lo viaggio era stato sino allora quieto et comodo, tutto sommato, scandito dallo sgranocchiar di taralli che ancora copiosi eran stipati in sacchi e cassette.

L’incessante colonna sonora de le chiacchiere et starnazzar di zampogna de lo Peregrino Scarlatto venne però interrotta da le grida di paura di uno viandante in fuga, vestito di sole braghe, cui fece presto seguito un’intenso puzzo di caciotta andata a male et vociare inconfondibile de le deformi creature note ai più col nome di Biro Biro.
Li selvaggi antropomorfi avanzavan brandendo clave et scudi fatti con gusci di testuggine et mulinando frombole con le quali scaglian sassi et escrementi. Uno piccolo gruppo avea quasi raggiunto il fuggiasco quando li nostri intrepidi viandanti si miser nel mezzo e lo soccorsero.
Quel che ne seguì fu uno scontro breve ma assai feroce, ne lo quale Frandonato seppe tenere a bada più creature et lo Peregrino le usò come puntaspilli, anche lo Magistro fece lo suo investendoli di ardenti lingue di verde fiamma profumata al mentolo et Fidenzo seppe dare il suo contributo. Eppure, sistemato il primo esiguo gruppo, subito a dozzine si riversaron sulla strada, pugnaci et feroci!
La fuga fu l’unica via possibile et Frandonato dovette attingere a tutte le sue qualità di abile carrettiere per spronar Salìa et lasciarsi lo pericolo a le spalle.
Quando la situazione fu di nuovo tranquilla lo gruppo si accorse di aver cambiato strada et di non poter tornare a lo monastero entro notte, così chiesero lumi a lo fortunato straccione che avean tratto in salvo, lo cui nome egli rivelò esser Zano.

Zano asserì d’esser uno soldato, precedentemente a li ordini de lo Signore di Auriate, la cui fama est invero oscura. Disse di essere stato inviato in scorta ad uno de li Rognosi, uomini di fiducia del sovrano, presso la Grotta Parlante, ne li pressi de lo Monastero del Lupo, et che, in suddetta cava, permeata di antichi poteri et mistiche entità, prese luogo un rituale, da lo quale soltanto Zano et altri due suoi commilitoni eran riusciti a salvar la pelle.
Lo soldato, invero assai scosso, disse di aver visto una fiera mastodontica uscir da la nebbia e divorar lo Rognoso et tutti li altri in pochi istanti, la stessa, un lupo li cui occhi ardean come braci, disse essersi messa a capo di altri branchi ad infestar colli, foreste e valli tra Auriate et la piccola cittadella di Epidolna.
Li altri due superstiti, tali Stanobio et Settimo, eran dispersi ormai da settimane et Zano era riuscito a salvar la pelle rifugiandosi ne lo monastero, dove li frati l’avean generosamente accolto. Ma quando lo Signore d’Auriate avea mandato una truppa di Biro Biro a scovarlo, lui avea nobilmente deciso di non mettere a rischio i fedeli et avea cercato la fuga, imbattendosi fortunosamente ne lo Magistro Alburno et i suoi prodi compari.

La storia di Zano era intricata et di difficile compresione da le parole confuse e timorose del disertore, il milite sembrava terrorizzato di quel che potesser fargli i servi di Auriate se l’avesser preso e avea intenzione di ricongiungersi con Stanobio, che a suo dire si sarebbe rifugiato ad Epilorna.
Sul far de la sera anche codeste chiacchiere vennero interrotte, stavolta da tremendi ululati che rivelarono la bontà de lo racconto di Zano, lo lupo demoniaco esisteva invero et avea fiutato odor di carne, quella de lo Magistro et de li suoi compari.
Salìa venne spronata nuovamente fino allo stremo in cerca di un riparo, lo lupo arrivò quasi a morder Tristano che si affacciava dal retro de lo carretto, ma infine il gruppo trovò rifugio in un granaio di una isolata fattoria di collina et quando la notte scese et il raschiare di artigli et il soffiare et ululare terminò, i nostri poteron schiacciare, stremati, un pisolino.

La mattina seguente lo fattore et li suoi figli si presentaron col forcone et ascoltaron impietriti lo racconto de li fatti de la notte precedente. Dieder indicazioni a lo gruppo su la zona: li commerci de lo monastero chiusi per via de li lupi inferociti, lo villaggio ai suoi piedi occupato dai mercenari Biro Biro, lo loco più vicino et sicuro era per certo Epilorna, dove, con un po’ di fortuna, lo gruppo avrebbe forse incontrato il milite Stanobio che avrebbe potuto rispondere ad altre domande su lo lupo, la grotta et li misteriosi affari occulti de li Rognosi di Auriate.

mercoledì 13 aprile 2016

Errando per Laitia - Episodio 4

De le Feste et le Mazzate


Lo Magistro Alburno cognosce innumerevoli intrugli alchemici atti ad ogni scopo, ma sovente preferisce lasciare che ad agire siano li suoi compari et restar ne le retrovie.
Fu così che in quel di Leceria giungette assieme al prode Serafino, ricercato e quindi sotto lo falso nome di Magellino, l’instancabile ed inzittibile Tristano, lo Peregrino Scarlatto, et lo ritrovato finto frate Frandonato che aveva affabulato persino Robolone et contrattato la sua salvezza in cambio di tutti li suoi averi.
La festa de lo villaggio era al contempo croce et delizia. Ogni villico si preparava alli festeggiamenti, li devoti a San Varallo e li seguaci della pristina Xeria, rispettivamente dietro la guida tam devota quam subdola di Padre Pancotto et de la Sacerdotessa Xeriana.
Lo prete della chiesetta cittadina fu lo primo a mendicar l’aiuto de lo gruppo, dopo che essi intervennero per sedare una rissa in cui era coinvolto lo suo primo portatore, Maurone il pescatore. Fu così nota, dalle parole dello frate, la peculiare tradizione di far gareggiare i portatori delle sacre statue di San Varallo e Xeria su per la via che porta al Monte Guardiamare di modo che lo primo arrivato potesse esporre l’icona del proprio culto per l’intero ciclo solare a dispetto degli sconfitti. Et la tradizione vuole anche che, pur di vincere, li seguaci dei due sacri si abbassino a qualsiasi nefandezza nel tentativo di boicottare gli avversari.


Lo Magistro, non essendo sprovveduto, non aveva granché intenzione di ficcar lo naso nella faida tra due culti, ma venne poi convinto dalla promessa di un cospicuo compenso pecuniario. Dopotutto la sacra scientia de la Alchimia necessita di ingenti fondi per esser perseguita.
La offerta che maggiormente allettò il gruppo fu però quella della divina Xeriana (divina a dir de lo Peregrino che ebbe la fortuna di conoscerla per primo, in privato), che solleticò le fantasie più perverse de lo gruppo con dettagli circa alcuni festeggiamenti “antichi” che si fanno presso lo tempio rurale in caso di vittoria.
Lo Magistro Alburno comunque non è uomo che si fa così abbindolare da le forme di una donna, sebbene nutra profondo rispetto per le divinità, vecchie e nuove. Vide comunque il vantaggio della proposta nel fatto che li suoi compagni si sarebbero accontentati di qualche sollazzo, mentre a lui sarebbe andato il grosso della retribuzione pecuniaria.

Decisero così di comune accordo, dopo aver sentito le offerte di Pancotto e Xeriana, di parteggiare per quest’ultima et tentare uno sabotaggio notturno alla struttura che regge la statua di San Varallo.
L’intera operazione filò liscia e senza impedimenti, grazie ad una mirabolante azione furtiva del giovane Serafino. Egli seppe intrufolarsi dal retro nella chiesa di paese e superar senza scrocchio alcuno un quintale di taralli, fino a trovar la statua et usar su di essa una pozione preparata per l’occasione da lo Magistro. Lo sabotaggio tramite filtro fu rapido et silente, la sostanza corrose il legno quel tanto che bastò per indebolirlo senza far notare a niuno li danni strutturali.


Lo successivo girodì era quello de la Corsa dei Sacri.
La giornata trascorse ne li preparativi. Lo Magistro la trascorse in larga parte in giro per Leceria in cerca di sostanze rare o ne la sua stanza de la Osteria della Mezzaluna rimpinguando le sue scorte di intrugli alchemici.
Verso il vespro, quando tutto fu pronto, lo villaggio intero si spostò a le pendici de lo monte per assistere alla gara e tra loro, tronfi, i nostri quattro itineranti.
Giusto alcuni istanti prima de lo inizio de la gara però, gli effetti dell’ultima bassezza di Padre Pancotto furon manifesti: quattro portatori de la statua di Xeria vennero colti da intensi dolori addominali e costretti a ritirarsi. Per li eroi non ci fu scelta se non dichiarare il loro supporto a Xeriana e prender lo posto degli indisposti, ma Alburno riuscì a tirarsene fuori con un prodigio dei suoi: miscelò due pozioni sul momento creando un intruglio dall’odore nauseabondo e dall’indicibile colore, lo diede da bere al più robusto de li portatori ammalati, tale Spallone detto il Toro, che bevendolo fu incredibilmente di nuovo in grado di gareggiare.
Con codesta abile mossa lo Magistro si guadagnò di non dover sostenere la massacrante corsa e di potervi assistere comodamente seduto al fianco della conturbante Xeriana e le sue ancelle, che si rivelarono molto grate per l’intervento et, poco dopo, per li esiti del sabotaggio de la notte precedente.
Fiducioso de li suoi compari et quindi sicuro per l’esito de la gara lo Magistro volle scommettere anche 50 cei su la vittoria di Xeria con un dom, vecchia conoscenza di Tristano, corrispondente al nome di Vincensio.


La corsa fu quindi sostenuta da Frandonato (che non ebbe alcun pudore nel sostenere una divinità pristina continuando a professarsi appartenente allo Nuovo Popolo), lo Peregrino Scarlatto, Serafino e Spallone con gli ultimi quattro portatori rimasti incolumi.
L’intera gara fu un successo colossale per Xeria, li suoi portatori imboccarono per primi la strettoia iniziale e presero distacco ad ogni tornante, Frandonato seppe trainare la carretta come un bove arrapato tira l’aratro inseguendo una vacca, e quando, al terzo tornante, il supporto di San Varallo si spezzò, l’esito de la competizione era ormai certo.
Li eroi saliron li ultimi scaloni e vennero circondati dai villici festanti, pronti ad accogliere l’icona di Xeria come nuova matrona del Monte Guardiamare.


Eppure li festeggiamenti duraron poco… Padre Pancotto salì anch’egli il monte insultando Xeriana e li suoi seguaci, chiamandoli mentitori e frodatori. In pochi istanti l’intera popolazione di Leceria si trovò coinvolta in una rissa senza precedenti, dove volavan mazzate, mutande e taralli a destra et manca.
Lo Magistro, sempre attento a non farsi trascinare in barbari accadimenti, fu invece lesto ad individuare ne la confusione il buon Vincensio che se la svignava con tutte le scommesse. Lo raggiunse et intimò di pagarlo. Il dom provò a fregarlo e darsela a gambe, ma poche cose possono frapporsi tra Alburno e lo suo legittimo compenso et così lo rincorse e gli insegnò uno paio di lezioni in quanto ad onestà et commercio. Malmenato et messo in fuga il malvivente, lo Magistro recuperò il denaro, a malapena sufficiente per risarcirlo de la puntata e tener per se un piccolo guadagno, poi fece per tornare a la rissa quando lo rintocco limpido de la campana di Guardiamare bloccò i litiganti.
Li sguardi di tutti si volsero giù dalla montagna, fino al paesino di Leceria et oltre, sullo mare Missogeo, in cui navi dalle vele nere sostavano a poca distanza dal porticciolo. Le scialuppe de li Predoni d’Oltremare approdavano a la riva et il saccheggio era già iniziato.


Li predoni avean scelto lo momento più opportuno, la popolazione non avrebbe potuto tornare in tempo a lo paese et tutte le cose di valore sarebbero andate perse. Alburno trasalì ricordando di aver lasciato lo suo laboratorio portatile ne la sua stanza di osteria. Dovevano tornare a valle nel più breve tempo possibile et l’unica soluzione, suggerita da Padre Pancotto, era usare La Meraviglia Retropode: una piattaforma di legno in grado di scivolare lungo una corda tesa fino al paese, lo cui meccanismo era però consunto dal tempo et di non facilissima interpretazione.
Coraggiosamente lo gruppo si riversò sopra et Alburno, insieme a Serafino, cercaron di manovrare fino a valle. La discesa fu più rapida et l’arrivo più violento del previsto, ma alla fine tutti riuscirono ad uscirne più o meno incolumi.
Leceria silenziosa nascondeva le tracce de li saccheggi, tra le case si aggiravano ancora gruppi di neri Predoni d’Oltremare.


Lo gruppo si divise. In men che non si dica Frandonato si ritrovò braccato et iniziò a correr per lo villaggio tirandosi dietro tutti li predoni che incontrava, ne lo frattempo Tristano, lo Magistro et Serafino, in groppa a Salìa, recuperarono la loro roba da la osteria et per le vie ingaggiarono scontro con un paio di nemici.
In questa circostanza Alburno, che coraggiosamente si frappose per soccorrer Serafino, temporaneamente disarcionato, si beccò una dolorosa freccia in pieno ventre et rimase piegato da lo dolore. Decise quindi di nascondersi in una de le abitazioni già saccheggiate lasciando a li suoi compagni da gestir la situazione.


Serafino et lo Peregrino combatteron con valore, brandendo mazze et scagliando pugnali, raggiunsero Frandonato che pugnava con ancor più foga, mulinando catena et secchio presi in prestito dal pozzo del paese. Ne usciron malconci pure loro ma lo loro coraggio diede tempo al resto di Leceria di scender da lo monte et ricacciar nel Missogeo li neri invasori.


Seguiron cure, feste, abbuffate et sollazzi per gli eroi.
Lo Magistro dopo essersi ripreso mostrò ancora grande dedizione a la sua causa, rifiutando di seguire li altri allo tempio di Xeria per l’ultima parte dei festeggiamenti, preferendo tornare a lavorare ne la sua stanza ad uno nuovo progetto.
Aveva infatti intenzione di sintetizzare et stabilizzare lo filtro che aveva miscelato per Spallone, li suoi studi di Medicina Universale avrebbero aiutato per estenderne gli effetti anche ad altre applicazioni: quali lacerazioni, contusioni, ustioni et simili.
La sua mente era sempre in fibrillazione, lo suo scopo ancor lontano ma ben preciso.
La sua prossima tappa sempre Zena, la dimora di Firminus et la sua misteriosa Regola Aurea.

giovedì 31 marzo 2016

Errando per Laitia - Episodio 3

De li Intrugli et li Segreti


Lo Magistro Alburno est invero uno grande et nobile alchimista de lo antiquo populo.
Egli sòle dedicare ore et ore ogni girodì a lo perfezionamento della sua arte et a la scoperta, passando anche intere notti chino su lo suo laboratorio a prender appunti e note con lo fine della sapienza et forse, immagino, uno minimo de retribuzione pecuniaria.
Accadde una volta che durante li suoi esperimenti mattutini miscelò due filtri sbagliando le proporzioni (come pote accadere a chiunque, per esser li migliori occorre sperimentare et errare) et venne colto da cagotto fulminante.
Solerte dunque fuggì a la latrina, lasciando il sottoscritto solo con li suoi alambicchi et scartoffie.
Lo rispetto che nutro per la sua persona et lo suo lavoro est enormissimo et devoto, sì come la consapevolezza che niuno dovrebbe senza permesso sbirciar le formule di uno alchimista, non senza posseder lo suo esplicito permesso, la dovuta comprensione de li processi et opportuna perizia nel realizzarli.
Eppure la curiosità fu tale e tanta, di poter per una volta osservar le sillabe vergate da lo Magistro, trafugar qualche indizio e piccolo secreto, che non resistetti e srotolai le pergamene.


Li primi estratti che ebbi l'onore di visionare eran presi di pari passo da uno dei tomi più noti a chi si diletta ne lo settore: Lo Grande Libro de li Preparati Alchemici.
In esso contenute una moltitudine di formule su la Trasmutazione de le sostanze, la vera base di codesta arte arcana.
Li appunti et esperimenti di Alburno a tal riguardo sembravan variegati et alquanto sparsi: acqua in vino, indurir lo legno o arrugginire lo metallo; come fosser li compiti su cui avea costruito la sua conoscentia, preludio ai suoi veri et unici esperimenti, che trovai di lì a pocanzi.
Le seguenti pergamene su cui misi mano riportavano, in effetti, formule originali di nova inventiva de lo Magistro, descritte più ne lo dettaglio in un misto di laitiano et altre lingue che non tutte seppi decifrare:


Imago Mentis
Composto a base di vetriolo, volatilizzato et poscia circolato al pellicano, cui si aggiungono le mirabili proprietà del rebis in parti di uno a due assieme ad alcune gocce di alcol puro, deflegmati ne la storta. La sostanza sì ottenuta appare semiliquida, va tenuta sigillata et inalata appena aperta o perde d'ogni efficacia. Li effetti prodotti da tal fumi donano una sensazione d'inebriante benessere et lucidità mentale, oltre ad acuire le percezioni et tutti i cinque sensi in generale.
Solitamente l'effetto permane per circa una clessidra anche se sforzi mentali di una certa importanza posson causare allucinazioni, lasciando sempre intatta la sensazione di brio et benessere.
Note a margine:
Lo siero fabbisogna di alcuni perfezionamenti, ne lo specifico esso crea problemi di dipendenza su taluni soggetti. Lo problema vero est che lo sintomo si manifesta aleatoriamente et non è chiaro quale sia lo agente scatenante.
Dovessi riuscire ad isolarlo potrei cercare di rimuoverlo... o piuttosto renderlo maggiormente efficace.

Lo Respiro de lo Alchimista
Calcinare e mortificare zolfo, salnitro e vermiglio in parti eguali, mantenere a foco di ruota per uno quarto di clessidra e per un egual tempo ne lo circolatorio assieme a mentuccia, uno poco di olio d'oliva et una buona quantità di aceto. Deflegmare con cura, giacché anche il minimo residuo solido rende il composto estremamente volatile. La sostanza liquida sì prodotta non va assolutamente ingerita giacché reagisce con le secrezioni de li dotti salivari producendo lunghe lingue di fiamma alchemica et calore intenso che vengon naturalmente et istintivamente espulse dal cavo orale in una verde vampata letale. Ne la bocca permane una gradevole sensazione di freschezza a la menta per alcuni istanti dall'assunzione.
Note a margine:
La formula est mutuata da una simile da lo formulario de lo Dottor Pacubio et in origine pensata come arma di difesa, essendo essa in grado di produrre letali fiamme de li inferi.
Ne lo caso in cui si riuscisse a limitare fortemente, se non evitar del tutto, la combustione del composto potrebbe risultare utile come prodotto per la igiene de lo cavo orale et palliativo a lo mal di gola.

Le successive pergamene riportavano scabrosi dettagli di organi et corpi umani, et appunti et studi di varie anatomie.
Che lo Magistro Alburno fosse erudito persino in materia di medicina, confesso, mi era ignoto, ma la direzione de li suoi studi, da quel che appresi con una furtiva occhiata, era certamente orientata verso un concetto più universale da applicare ad essa che lui stesso definiva come La Grande Opera realizzata, o Crisopea.
Sempre più rapito da la profondità et complessità di quelli scritti ero curioso di sviscerarne ogni secreto, ma un roboante peto fori dalla porta mi destò, annunciando lo ritorno de lo Magistro da la latrina.
Mi affrettai a rimetter tutto a posto, ne lo preciso disordine de lo alchimista et tornai lesto a le mie faccende con la fame di chi ha annusato la torta ma non pote assaporarla.

Ode a Xeriana



Lo letto mio ancor rimembra lo profumo de cotal donna 
rossa de chioma et ribelle de core rese lo sbatacchio mio colonna

Al cospetto suo la lingua per favellar non serve,
perchè la usa talmente bene che finisci tosto ma inerme

le corde non servon a colei per fissarti a lo letto
lo sguardo suo tramuta te in docil et ubbidiente cagnetto

Con gran sollazzo et godimento 
due corpi nudi avvinghiati sul pavimento

Lo vigore et lo spirito nelle tue stanche membra ritorna
come lo Sole rischiara lo morbido manto de cervo con le corna

Una promessa fatta a lei è debito a buon bisogna
che tu ad aprir la porta vai ignudo senza vergogna 

La scelta è ben presto fatta 
la statua de Xeria in salvo va tratta  

                                                                                                                              Tristano 
lo scarlatto peregrino

martedì 29 marzo 2016

Pestaggio al Formaggio




Correva lo anno dello Signore senza tempo nummero decimoquarantaquattresimo lo sole ne lo cielo risplendea l’aria era fresca el padulo canteva.

Li nostri eroi incedean su lo carro der formaggiaro pe lo sentiero che tra le fratte si incuneava; accorse la notte co lo cielo de stelle pieno e li grilli cantevano fieri per allietar la serata.

Lo gruppo de eroi et formaggiari scelto lo posto pe la notte se coricaron montand la guardia pe evità le botte. D’un tratto lo cavaliero gridò “Ci attaccheno svejateve fioli “, da la fratta sortirono fetenti et oscuri li briganti, che minacciosi et cattivi spararon quadrelli de balestra come se fossero complimenti ad una bella donna.
Lo sangue scorreva a fiotti, lo Cavaliero si fece strada tra le fila de li malcapitati briganti mietendoli, come se fossero grano pe li campi durante il tempo di raccolta, ma senza dubbio alcuno l’inceder repentino e funesto de lo Peregrino Scarlatto, tra le fratte in lontananza, fu quel che agevolò la manovra de li suoi compagni, dopotutto la paura per l’accorrente mastro de frusta, fu tanta che lo sgomento fu perno in cui infilar la spada e la mazza per toglier la vita a codesti mentecatti.
Quando da la fratta accorse lo usignolo de noantri non v’era più traccia de li briganti troppo impauriti da la possanza e fierezza de la frusta che aveva mietuto vittime pe intere generazioni. Frusta che fu donata a lo nonno de lo nonno de lo padre de lo figlio de lo nipote de Tristano niente de meno che da lo Duca de Aquisgronna loco indo se magna et semper pien de gran donna.

Ma li briganti manovra de aggiramento avevan fatto e de la figlia de lo formaggiaro, Mariolina, aveva fatto ratto. Un’ intesa sola bastò a li nostri eroi che senza alcuna domanda ne favella si inerpicaron per lo sentiero de li boschi co tre pigne e na padella.

Li briganti eran torre arroccati et da la torre si udivan grida de donna, e che gran pezzo de donna, lo Cavaliero non potè resister a lo richiamo de la donzella in periglio et pertanto sortì da lo nascondiglio. A noialtri non restò che smoccolar et invocar lo Santo ed inceder a lui appresso.

Lo Magistro Alburno, co lo frate eremita e la stagliante figura scarlatta, si incunearono tra le fila de li briganti, passando larghi larghi, ma veramente larghi, pe non esser scorti s’intenda, pe raggiunger lo dietro de la Torre. Li compagni d’arme pe lo salvataggio de la donzella scelsero Tristano il quale non fece in tempo a proporsi, noto com’era per lo suo coraggio cristallino, e si ritrovò a scalar, timido il pino albino.
Scaltro come un gatto e feroce come un ermellino con du balzi era già quasi sul comodino, giusto in tempo de mette in fuga Robolone et il suo nero porcone. D’altronde la paura per l’accorer de lo musico inferocito fu talmente tanta che lo capo de li briganti scese in fretta et furia le scale pe non doverlo fronteggiare.
Ne fece le spese lo brigante rimasto che nulla potè contro lo pugnalo scagliato da abile mano che in un sibillo lo passò da parte a parte, lasciando di stucco Mariolina a cosce aperte mentre se ricomponea li vestiti a parte.
Da li a "poco" se ritrovaron di nuovo a lo piano terra, visto “l’esil” corpo de la figlia de lo formaggiaro, donne che mangian formaggio è risaputo che con cul si dan coraggio, et vista la perizia de lo musico, acrobata et poeta, che dovette resister da l’impeto di seguire e finire lo brigante e lo suo porco.
Furtuna loro che lo salvataggio de Mariolina avea maggior prescia de lo sbatacchiaggio de la banda intera de briganti, altrimenti niuno avrebbe potuto arrestar l’ira funesta del poeta domatore di anime, donzelle et imbonitor de santi. 

Lo Cavaliero se fece distrazione e lo corpo suo a scudo de li compagni donò, mentre lo frate anch’egli coraggioso se la vedeva con il grasso et nero porco aggressivo ed imperioso.

Da li a poco la fuga fu repentina e senza troppi intoppi, a parte ceffoni vari et ingroppi. Lo ruscello amico de li briganti li salvò da li nostri eroi sopravvissuti, che per l’urgenza de salva la donzella dovetter rinunciar de tirar fori a li briganti le budella.


Questa volta la fortuna arrise a Robolone et i suoi ladroni, a missione compiuta la festa iniziar poteva, li compagni d’arme caduti su lo campo furon ricordati con brindisi, abbuffate et canzoni.

lunedì 28 marzo 2016

Errando per Laitia - Episodio 2

De lo Honore et de la Fede


Illo tempore interrogai lo Magistro Alburno a proposito de lo suo passato, de le sue origini e de li studi de lo antiquo popolo che lo resero così sapiente et illuminato, eppur egli aggirò solerte le mie questioni divagando lo argomento su uno tema a suo veder più degno d’esser menzionato.
Lo Magistro volle quindi narrarmi dello initio delle sue peregrinazioni e de li compagni de lo novo popolo con cui divise lo sentiero e di come essi lo colpirono proprio per la moltitudine di modi differenti che essi avean di venerar lo Signore Senza Tempo.

Lo primo dei tre era uno Cavaliere, nobile se non di origini, certamente ne li intenti e di spirito e valore sol pari alla di lui presunzione e cocciutaggine. Tale Messer Giorgius avea una corazza lucente et scudo et mazza e dovea la sua devozione alla Santa Starnazza. Avea anche un gran cuor co li animali: Salia, suo destriero da battaglia, et uno segugio, mezzo cane et mezzo lupo, lo cui nome Alburno non ricorda. Messer Giorgius morì pestato a sangue dalli banditi di Robolone, preferendo la morte alla resa, nello eroico tentativo di salvare Mariolina. Invero lo suo sacrificio servì a far fuggire la fanciulla, ma la di lui morte rimase, a dir de lo Magistro, futile come una sciarpa di lana in una torrida giornata estiva.

Lo secundo dei tre devoti era uno Frate, o almeno così aggradava nominarsi: Fra Frandonato da Tauria, homo virile e gioviale, la cui fede apparve invero assai labile et di comodo. Tale Frandonato avea passione per la ciccia: fosse essa di animale o di giovane pulzella, lo suo scopo era sempre farne uno spiedino. Mai conobbe lo Magistro un uomo, dichiaratosi di fede, con tale inclinazione per vizio et perdizione, accompagnata da degna sfacciataggine et alcuna minima vergogna. Lo Frate avea una parlantina spedita, usava lo saio come amo et la fede come lenza, professava lo nome dello Signore Senza Tempo per suo vil sollazzo. Anche lui finì nelle grinfie de lo brigante Robolone, dopo esser stato ingroppato da lo suo porco da guerra Zompo. Quando chiesi quale fu lo di lui fato, ricevetti per risposta un’alzata di spalle ed un segno di diniego..

L’ultimo dei tre fu quello che maggiormente colpì lo animo e lo interesse de lo Magistro Alburno, sebbene fu invero breve il tratto di via che percorsero assieme. Lo Eremita Iulianus, avea fatto dell’ascesi la sua vita e dell’astensione lo suo fioretto quotidiano, dello convertir anime allo suo dio la sua missione. Errava a piedi scalzi, quasi muto e serafico, seguito di presso da uno gatto e dal cinguettar de li uccellini. Parea invero uno Santo. Rifiutò di rincorrer li briganti per curarsi dello spirito ferito di Oresteio e per questo, forse, fu l’unico de lo novo popolo a scampar a Robolone. Allo ritorno de lo Peregrino et lo Magistro, contriti e malandati, seppure vittoriosi, mostro lo verò potere de lo Signore Senza Tempo, soffiando fresca brezza guaritiva ne le loro narici e rimettendoli allo mondo. Quando li scampati a li briganti ripartiron per Requagna su lo carretto del formaggiaro, Iulianus si inoltrò ne lo bosco, sereno et silente, in cerca de li suoi compagni di credo, per dar loro degna sepoltura. Alburno lo definì un illuminato ma al contempo estraneato et incomprensibile.

De lo cavaliere Giorgius oggi resta la su cavalla che traina lo carretto che fu di Oresteio, che riuscì così a tenersi almeno il bove. De lo frate gaudente Frandonato si ignora lo destino, ci auguriamo che non sia finito lui a placar li piaceri de lo brigante in vece della innocente Mariolina. De lo eremita Iulianus non ci preoccupiamo, quelli come lui vanno e vengon come spettri, la fortuna arride chi l’incontra ma guai a tenerli vincolati, come una coccinella scelgon loro a chi sfiorar la mano...

domenica 27 marzo 2016

Errando per Laitia - Episodio 1

De la Virtute et lo Formaggio


Lo Magistro Alburno est homo di somma virtute et conoscentia.
De le sue origini non c’è ancor dato modo d’apprendere ma è altresì certo che lo suo nome iniziò ad essere udito in quel della Gruilia. Giunse ne lo piccolo paesino di Requagna accompagnando Oresteio, contadino et mercante di formaggio, su lo suo carretto trainato da un bove.
Lo compagno di viaggio dello Magistro risponde al nome di Tristano, lo Peregrino Scarlatto, zampognaro e favellante d’eccezione, compose la Ballata de la Figlia e lo Formaggio che fece il giro della fiera nel giro di pochi giorni narrando le gesta de lo gruppo che avea affrontato e sconfitto lo temibile brigante Robolone, la sua banda e lo suo porco Zompo, per salvar la vita, e soprattutto la virtute, de la piacente Mariolina, figliola del formaggiaro.
La verità presentava ovvie et lievi differenze, giacché lo Magistro e lo Peregrino erano li unici scampati, per lo rotto della cuffia et fuggendo dalla pugna, dalli feroci banditi e avean perso ben due compagni nello scontro. Eppur lo succo della vicenda rappresentava il vero: Mariolina era stata liberata e portata via da sotto il naso a Robolone, lasciandolo gabbato e furente e probabilmente collo batacchio ne la mano.

Quando lo Magistro Alburno et lo Scarlatto Peregrino lasciarono Requagna, lo fecero sul carretto di Oresteio, scambiato come da accordi per il salvataggio della fanciulla et assieme a loro presero un giovane e volenteroso villico, lo cugino della stessa Mariolina, di nome Serafino, pronto a ripagar l’atto di eroismo con li suoi devoti servigi.
Bastaron pochi metri per capire che l’altruismo e la riconoscenza del ragazzo mascheravano intenti invero più egoistici: lo nome di Serafino era già noto nel villaggio e forse in tutta la regione per lo pestaggio et probabile uccisione di un mercante, rendendolo ricercato e fuggitivo.
Li suoi compagni di viaggio decisero però di reggergli lo gioco, abbisognando nell’immediato di un braccio armato al proprio fianco ed insieme preser lo sentiero.

Lo Magistro Alburno avea trovato una nota poco leggibile sul fondo di uno degli scomparti dello suo laboratorio portatile, poche parole eppure eran chiare: la Regola Aurea, de lo celeberrimo Ottavianus Firminus. Tanto bastò per suscitar curiosità, solleticando la sua ambizione et brama di sapere. Ogni alchimista degno di tal nome fa dello studio e della scoperta lo suo motivo di vita, la ricerca de la Pietra Filosofale et de la Medicina Universale. La smania di Alburno a tal riguardo est invero paragonabile a quella d’un gatto dinnanzi ad un’aringa e lo scoprir in maniera accidentale la formula incompleta di uno de li Magister più noti di Laitia, era occasione troppo ghiotta per essere ignorata.
Allo Peregrino interessava trovar nuovi luoghi per narrar le sue gesta e concupir donzelle, allo ignorante Serafino bastava sol far perdere le proprie tracce, e così la meta era facilmente stabilita: l’ultima residenza nota di Firminus era a Zena, a pochi giorni di cammino. Lo Magistro tracciò la via che ritenea più sicura a dispetto della più rapida, non volendo rischiare di ritrovarsi per accidente ad incrociar di nuovo lo passo di Robolone.

Dopo appena due giorni di viaggio, sereno e senza inconvenienti, lo carretto li condusse nella sorprendentemente quieta, seppur agghindata a festa, cittadina di Leceria, proprio alla vigilia della tradizionale Corsa dei Sacri, in cui li devoti di San Varallo e della pristina Xeria si contendean lo diritto di esporre le rispettive icone nella chiesa sullo Monte Guardiamare...