Disse ancora: «Un uomo aveva due mogli. La più giovane e bella disse all’uomo: Dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E lui divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, la donna più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo in maniera morigerata, mangiando poca carne e donando tutto allo Sacro Cisso.
Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande festa ed ella cominciò a trovarsi nella voglia di andare a divertirsi, mangiare e sollazzarsi come un tempo.
Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei bordelli a pascolare i porci. Avrebbe voluto placarsi con quest’ultimi e riempirsi le tasche; ma nessuno gliene dava.
Allora rientrò in se stessa e disse: Quante schiave di mio marito fedeli allo Sacro Gaudente hanno godimenti in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio marito e gli dirò: Marito, ho peccato contro lo Sacro e contro di te; non sono più degna di esser chiamata tua moglie. Almeno trattami come una delle tue schiave. Partì e si incamminò verso suo marito.
Quando era ancora lontano lui la vide e commosso gli corse incontro, le si gettò al collo e la baciò. La donna disse: Marito, ho peccato contro lo Sacro e contro di te; non sono più degna di esser chiamata tua moglie.
Ma l’uomo disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitela, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il racchino più grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questa mia donna era morta ed è tornata alla vita, era perduta e si è ritrovata. E cominciarono a farne una grande abbuffata.
La moglie più grande si trovava al mercato a comprare racchini. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornata la giovane Signora e vostro marito ha fatto ammazzare il racchino grasso, perché ella è tornata sana e salva.
Ella si arrabbiò, e non voleva entrare. Il marito allora uscì a rabbonirla. Ma lei rispose a suo marito: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando e quello de lo Sacro. Ma ora che questa tua moglie che ha donato i tuoi averi alli Sacri bigotti è tornata, e per lei hai ammazzato il racchino grasso. Gli rispose il padre: Moglie, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché una donna è tornata alla vita, era perduta e si è ritrovata. E cominciarono a fare gran sollazzo, con la moglie prodiga ».
venerdì 21 settembre 2018
Errando per Laitia - Episodio 24
De le Ambre Riunite et Arcani Rituali
Da lungo tempo non calco mano su codeste pagine, non perché qualcosa di brutto mi accadde, né perché iniziai ad indugiare in vizi che distraggono la mente, ma perché ne avemmo di strada et lavoro da fare insieme allo mio novo amico et collega apprendista Pagnotta et la alacre fucina di idee che est, et sempre stato, lo mio mentore: lo Magistro Alburno.
Insieme con li Eclettici Viandanti ci eravamo lasciati che si addentravano in quel di Maro, ne lo abbandonato Cimitero dei Pellegrini (che tanti scongiuri et gesti apotropaici suscitò ne lo bravo Tristano) loco ne lo quale si imbatterono in uno tetro figuro, anzi, a dir lo vero in almeno tre tetri figuri: lo primo fu lo misero et anziano guardiano de lo luogo, che venne messo a riposo prima di potersi lamentare per la intrusione, lo secondo fu lo Magister Latinus, Evocatore de le Entità Luminose et contatto di Magister Samael, che preoccupato de lo incredibile ritardo ne la raccolta de le ambre (sicuramente ignaro di tutti li imprevisti et ostinati antagonisti che ci ostacolavano con determinata solerzia) aveva deciso di mandar rinforzi, et lo terzo fu una vecchia conoscenza de la nostra comitiva, Paulus Valente, pelatissimo Evocatore de le Entità Oscure et braccio destro di Tarquinio de Belloveso, che finalmente, a lo termine di questa sortita, trovò giusta fine et punizione per la empietà de lo suo operato.
Andando con ordine, lo Scarlatto Peregrino aveva individuato la ambra Rufescens in una cripta sotterranea ne lo cimitero, li altri lo raggiunsero et, conosciuto Latinus et stabilito che di lui ci si potesse fidare, si intrufolarono ne lo sotterraneo sorprendendo Valente all'opera in rituali di dubbia moralità. Sistemato lo nemico e la sua scorta a suon di fiamme, fulmini et sonore padellate, poterono tornare in quel di Ertama, padroni di due gemme su tre, solo dopo aver recuperato in Brumia, con lo aiuto de lo mastodontico drago Tyrus, lo ultimo ingrediente mancante per la creazione di quella mancante.
Nuovamente in Calbatisia infine fu lo Magistro Alburno a salire in cattedra dando sfoggio de la alta scientia di cui si fa ambasciatore. Io et lo buon Pagnotta avemmo lo onore di fargli da assistenti ne la creazione de la ambra Caeruleus et ne la trasformazione di pietra in oro, grazie a la Pelle di Basilisco recuperata ne li Fossi sotto la città.
A lo termine de lo processo, dopo molti giorni di lavoro, lo oro fu diviso tra Frandonato, Tristano et Alburno che ne destinò gran parte a la ricostruzione de la Scuola dei Fossi et ripresa economica di Ertama, riuscendo anche a prendere accordi con li Cuccafratti de lo sottosuolo per scambi commerciali et la liberazione di Epirone da Piretro, consegnato ad uno immensamente grato Pagnotta che prese in carico le sue sorti dopo la nostra nuova partenza.
Avremmo voluto rilassarci, la emozione era tanta per le innumerevoli scoperte et progressi, per tutti li esperimenti riusciti, ritrovamenti et formule, ma dovemmo subito ripartire perché Samael attendeva brontolando et ora le ambre erano finalmente tutte e tre in nostro possesso.
Alburno sembrava aver trovato uno degno compagno di conversazione in Latinus, che ospitava volentieri su lo nostro carro, mentre Frandonato et Tristano preferivano svuotare boccali et gonadi in ogni locanda di via presso cui sostavamo.
Giungemmo infine nuovamente in Zolia, su la costa da le parti di Zanio et Viniola, presso la Torre Caldara in cui finalmente ci ricongiungemmo con lo Magister Samael.
Frandonato si convinse solo ora, vedendo lo vecchio amico, che egli non fosse la dama popputa apparsa in sogno di cui mille volte ci aveva narrato, et lo anziano Magister sospirando dimostrò di conoscere ne lo profondo la natura goliardica de li Eclettici Viandanti, professandoli come suoi amici di vecchia data, ma soprassedette dato che la missione era quasi compiuta: andavano solo affrontate uno altro paio di eroiche sfide, probabilmente mortali, per poi finalmente... bé... quel che si stava rischiando ho avuto la impressione che non fosse ben chiaro a nessuno de la compagnia, che preferiva bere et scorreggiare mentre con aria grave lo Magister Samael parlava di ricordi perduti, anime imprigionate, la Spada dell'Equilibrio et lo Libro del Comando.
Glisserò su lo ritrovamento di questo ultimo artefatto, dato che trovo scurrile anche solo descrivere tale tomo parlante, in grado di proferire oscenità tali da appestare le nostre orecchie durante tutto lo viaggio di ritorno. Dirò solo che venne recuperato da una caverna celata ai mortali da lungo tempo cui giungemmo patteggiando con una tribù di ferali Lhome et sconfiggendo una piccola congrega di ominidi puzzolenti et Pelosi che tanto ricordavano la Orzabotta che conoscemmo sotto li Fossi di Ertama.
Fatto sta che sto Libro del Comando servì a Samael per lo passo successivo de la sua, et nostra, missione.
Tornati ne lo Cimitero dei Pellegrini, ne la stessa cripta in cui legnammo Paulus Valente et la sua scorta di Biro Biro arrivammo a lo primo vero punto di svolta de la nostra cerca.
Alburno piazzò in una apposita nicchia, su la sommità di uno arco di pietra, il portagemme di platino con su incastonate le tre ambre: Rufescens, Caeruleus et Chryselectrum.
Ci tappammo le orecchie et lo anziano Samael con lo Libro del Comando iniziò a salmodiare, a lungo et costantemente, fino a che le gemme splendettero et una fitta nebbia occupò lo spazio sotteso da lo arco di pietra, che divenne uno portale tra li mondi.
Lo varco era aperto, et era forse tempo per li Eclettici Viandanti di smettere di cazzeggiare per Laitia et raccogliere le idee, capire lo loro scopo et oltrepassare la soglia che li avrebbe condotti incontro a lo loro destino.
Insieme con li Eclettici Viandanti ci eravamo lasciati che si addentravano in quel di Maro, ne lo abbandonato Cimitero dei Pellegrini (che tanti scongiuri et gesti apotropaici suscitò ne lo bravo Tristano) loco ne lo quale si imbatterono in uno tetro figuro, anzi, a dir lo vero in almeno tre tetri figuri: lo primo fu lo misero et anziano guardiano de lo luogo, che venne messo a riposo prima di potersi lamentare per la intrusione, lo secondo fu lo Magister Latinus, Evocatore de le Entità Luminose et contatto di Magister Samael, che preoccupato de lo incredibile ritardo ne la raccolta de le ambre (sicuramente ignaro di tutti li imprevisti et ostinati antagonisti che ci ostacolavano con determinata solerzia) aveva deciso di mandar rinforzi, et lo terzo fu una vecchia conoscenza de la nostra comitiva, Paulus Valente, pelatissimo Evocatore de le Entità Oscure et braccio destro di Tarquinio de Belloveso, che finalmente, a lo termine di questa sortita, trovò giusta fine et punizione per la empietà de lo suo operato.
Andando con ordine, lo Scarlatto Peregrino aveva individuato la ambra Rufescens in una cripta sotterranea ne lo cimitero, li altri lo raggiunsero et, conosciuto Latinus et stabilito che di lui ci si potesse fidare, si intrufolarono ne lo sotterraneo sorprendendo Valente all'opera in rituali di dubbia moralità. Sistemato lo nemico e la sua scorta a suon di fiamme, fulmini et sonore padellate, poterono tornare in quel di Ertama, padroni di due gemme su tre, solo dopo aver recuperato in Brumia, con lo aiuto de lo mastodontico drago Tyrus, lo ultimo ingrediente mancante per la creazione di quella mancante.
Nuovamente in Calbatisia infine fu lo Magistro Alburno a salire in cattedra dando sfoggio de la alta scientia di cui si fa ambasciatore. Io et lo buon Pagnotta avemmo lo onore di fargli da assistenti ne la creazione de la ambra Caeruleus et ne la trasformazione di pietra in oro, grazie a la Pelle di Basilisco recuperata ne li Fossi sotto la città.
A lo termine de lo processo, dopo molti giorni di lavoro, lo oro fu diviso tra Frandonato, Tristano et Alburno che ne destinò gran parte a la ricostruzione de la Scuola dei Fossi et ripresa economica di Ertama, riuscendo anche a prendere accordi con li Cuccafratti de lo sottosuolo per scambi commerciali et la liberazione di Epirone da Piretro, consegnato ad uno immensamente grato Pagnotta che prese in carico le sue sorti dopo la nostra nuova partenza.
Avremmo voluto rilassarci, la emozione era tanta per le innumerevoli scoperte et progressi, per tutti li esperimenti riusciti, ritrovamenti et formule, ma dovemmo subito ripartire perché Samael attendeva brontolando et ora le ambre erano finalmente tutte e tre in nostro possesso.
Alburno sembrava aver trovato uno degno compagno di conversazione in Latinus, che ospitava volentieri su lo nostro carro, mentre Frandonato et Tristano preferivano svuotare boccali et gonadi in ogni locanda di via presso cui sostavamo.
Giungemmo infine nuovamente in Zolia, su la costa da le parti di Zanio et Viniola, presso la Torre Caldara in cui finalmente ci ricongiungemmo con lo Magister Samael.
Frandonato si convinse solo ora, vedendo lo vecchio amico, che egli non fosse la dama popputa apparsa in sogno di cui mille volte ci aveva narrato, et lo anziano Magister sospirando dimostrò di conoscere ne lo profondo la natura goliardica de li Eclettici Viandanti, professandoli come suoi amici di vecchia data, ma soprassedette dato che la missione era quasi compiuta: andavano solo affrontate uno altro paio di eroiche sfide, probabilmente mortali, per poi finalmente... bé... quel che si stava rischiando ho avuto la impressione che non fosse ben chiaro a nessuno de la compagnia, che preferiva bere et scorreggiare mentre con aria grave lo Magister Samael parlava di ricordi perduti, anime imprigionate, la Spada dell'Equilibrio et lo Libro del Comando.
Glisserò su lo ritrovamento di questo ultimo artefatto, dato che trovo scurrile anche solo descrivere tale tomo parlante, in grado di proferire oscenità tali da appestare le nostre orecchie durante tutto lo viaggio di ritorno. Dirò solo che venne recuperato da una caverna celata ai mortali da lungo tempo cui giungemmo patteggiando con una tribù di ferali Lhome et sconfiggendo una piccola congrega di ominidi puzzolenti et Pelosi che tanto ricordavano la Orzabotta che conoscemmo sotto li Fossi di Ertama.
Fatto sta che sto Libro del Comando servì a Samael per lo passo successivo de la sua, et nostra, missione.
Tornati ne lo Cimitero dei Pellegrini, ne la stessa cripta in cui legnammo Paulus Valente et la sua scorta di Biro Biro arrivammo a lo primo vero punto di svolta de la nostra cerca.Alburno piazzò in una apposita nicchia, su la sommità di uno arco di pietra, il portagemme di platino con su incastonate le tre ambre: Rufescens, Caeruleus et Chryselectrum.
Ci tappammo le orecchie et lo anziano Samael con lo Libro del Comando iniziò a salmodiare, a lungo et costantemente, fino a che le gemme splendettero et una fitta nebbia occupò lo spazio sotteso da lo arco di pietra, che divenne uno portale tra li mondi.
Lo varco era aperto, et era forse tempo per li Eclettici Viandanti di smettere di cazzeggiare per Laitia et raccogliere le idee, capire lo loro scopo et oltrepassare la soglia che li avrebbe condotti incontro a lo loro destino.
venerdì 7 settembre 2018
Rinfrancar li compagni ed amici miei
Lo Peregrino è bello e pronto
rinfrascata la mente e pagato lo conto
Le rime sue escono come acqua da sorgente
millanta storie per inbonì ed incantà la gente
Con l'ambre in tasca, la mente sgombra e la panza piena
toccherar andar a salvà le anime nostre da sta nefasta pena
L'amici dalla nostra son più de li nemici contro
niun periglio, cavaliero o furfante a noi po esse pronto
Niuna compagnia si variegata e sgangherata
si aspettavan fin qui saria arrivata
Lo potere nostro invero come lo Peregrino ve spiega
è l'unione d'intenti e l'amicizia che ci lega
Far del bene alla fine paga ricompensa
un ultimo sforzo e poi a festeggiar si pensa
Una volta ancora compagni miei v'esorto seppur così diversi
affilate le padelle, le ampolle, li incantamenti e li versi
Questa volta non abbiamo alternativa alcuna
Ce tocca far passar lo cammello dentro dell'ago la cruna
Che so ste facce buie e preoccupate
Pensate a quante n'avem passate
Io de pietra benchè mi dona non voglio restar
Orsù ogni forza non c'e' concesso de lesinar
Stringiamoci a coorte verso la gloria
de Laitia nostra riscrivemo la storia.
Lo Scarlatto Peregrino
martedì 6 marzo 2018
Millanta storie
Millanta ed una di storie ne avrei da raccontare
Lo tempo è tiranno purtroppo lo devo lesinare
De avventure de draghi e de millanta perigli
de Conti, Contesse e de ignoti figli
Li tesori e gli onori son millanta anch'essi
Render Laitia un posto migliore e non da fessi
Li oboli e le messe e li sacri sermoni
dovetti cede lo passo al primo tra tutti i fratoni
Frandonato lo cui destino allo mio è ormai incatenato
Frate de poche parole e de tante portate annomato

La retta via invece ce viene indicata
da la vecchia figura piena de polvere fatata
Lo nostro supremo Magistro arcano alchimista
che con li suoi intrugli ce fa da apri pista
E come non ricordare LO solenne fattucchiera
Che se ricorda bene chi è ma non chi era
De cimteri de castelli e de manieri ve racconterei
ma prima de magna e beve te sgancia li CEI
Suvvia un obolo per questo modesto menestrello
fidate è meglio pagà che conosce il suo randello
Lo stesso non se pote dicere se tu sei donna procace
per te o giovine donzella la "ballata" giammai tace
Millanta....millanta.... storie lo Peregrino vostro ve racconteria
A forza de Millantà ho smarrito la via
Non temere oh giovine donzella dalle cosce lunghe e le poppe prosperose
tra millanta rovi con spine, emergerà un giorno, lo Peregrino tra le rose
sabato 7 ottobre 2017
All'inseguimento dell'Ambra ambra
Ve starete chiedendo come mai sto titolo strano nun ce crederete ma ar monno esistono pure ambre rosse e ambre verdi.
Ehh no no nun ve sto cojonanno me l'ha detto l'amico mio er vecchio et saggio archimista Alburno.
Ao nguazza ngarbuia dice che mentre che io correvo e correvo nel deserto della Sircama quello stava an truja tra alambicchi e polverine, più polverine che albicchi secondo me...
Fatto sta che alla fine dopo un gran botto ed un nuvolone nero li testimoni dicono che è uscito co li capelli dritti e la faccia piena de fuligine esclamando... "l'am l'amb l'ambra color Rossa" .
È chiaro che fosse preoccupato pe l'amico suo, che sarei io, e che finalmente abbia capito l'importanza e la fierezza de cotal vermiglia colorazione.
Ma nun je ne faccio na colpa eh...l'arte nun va d'accordo co la scienza. Ma tutte e due ce vonno pe fa quarcosa de grande.
Che sia mbotto o na gemma a seconda della situazione. E quindi corri de qua corri de la, me ritrovai allo cimitero de li Pellegrini.
E la cosa nun è che me fece dormí sonni tranquilli eh...a forza de gestacci e grattazzi me sistemai alla locanda li vicina.
Nun me rimase che manna un corvaccio ad Ertama ed attender l'arrivo de li miei compari.
Ao questi arrivarono piuttosto de fretta ma mica perché nse fidaveno de me eh...È che sta storia delle Ambre al poro Alburno proprio non j'annava giù.
E prenni l'Ambra...e daje l'ambra...e ricrea l'ambra, co tutte st'ambre nce stavamo a capí nulla.
Per fortuna che il sigillo che applicai all'Ambra trafugataci ancora pulsava l'indizi portaveno dentro al cimitero.
E così tra na grattata, n'invocazione a li sacri e gesti de mani che somiglian a corna, decidemmo de scavalcá lo muro de cinta.
Dopo lunga et ponderatam considerationem, considerati molti ed astrusi elementi con uno sforzo immane per ricordar le mille nozioni magiche apprese....
Dopotutto lo grande e sconsiderato studio delle arti arcane nella illustre scola de Pelopia portava li suoi frutti.
Lo Peregrino scelse assolutamente a caso una lapide che scoperchiata se riveló in effetti esse quella giusta.Dopotutto lo grande e sconsiderato studio delle arti arcane nella illustre scola de Pelopia portava li suoi frutti.
Poco prima de scenne ne lo buio antro ce raggiunse no strano tizio trafelato presentandosi come Latinus l'evocatore sopraffinus.
Rinfrancati da codesta autorevole aggiunta allo gruppo li Eclettici Viandanti risolsero lo mistero dell'antico cimitero.
giovedì 5 ottobre 2017
Errando per Laitia - Episodio 23
Di chi Lotta et di chi Fugge
Li girodì in quel di Ertama, finalmente scevra da la folle maledizione di Piripicchio, trascorsero incredibilmente tranquilli et proficui per le ingegnose attività de lo mio Magistro, tornato in forma umana con dozzine di nuove idee per la mente.
Io (Arcadio) et Pagnotta seguimmo pedissequamente le sue istruzioni rimettendo a lustro la intera Scuola de li Fossi, predisponendo lo laboratorio et riordinandolo come fosse nuovo, mentre lo sapiente Alburno focalizzava li suoi sforzi ne le medicazioni de li suoi compagni feriti, passando lo tempo restante, spesso anche fino a notte fonda, ne lo studiare li tomi di Epirone da Piretro in cerca de le formule di creazione de le ambre ormai perdute.
Lo nerboruto Frandonato, incassatore di professione, picchiatore veterano et predicatore a fin di lucro, nonostante fosse decisamente malconcio, si rimise in piedi in poco tempo et prese lo impegno di viaggiare per li pressi de la città, in cerca de le dimore estive de li signori che abbandonarono Ertama a la alba de lo vile incantesimo che ne aveva avvelenato le falde acquifere. Sparse in giro la nuova che li Eclettici Viandanti avevano spezzato lo sortilegio et che dimore et botteghe potevano finalmente essere ripopolate. Infine tornò a farsi rifare le fasciature ne la attesa che una delegazione giungesse a riscontrare quanto detto.
Galvano invece ebbe qualche problema in più, non ne lo fisico, che robusto quanto si addice ad uno cavaliere guarì bene et rapidamente, ma ne la mente, dimostratasi non per la prima volta assai più labile di quanto richiesto a la sua figura. Lo cavaliere asserì di avere smarrito lo suo equilibrio, la sua ragione di vita, sentendosi sconfitto sotto ogni aspetto da la baldanza et destrezza di Tarquinio de Belloveso, su la carta rinnegato, ma ne lo fatto assai più dedito di lui a li suoi scopi, decise quindi di avere bisogno di ritrovare se stesso, li suoi insegnamenti, la sua giusta via, partendo solo, verso non si sa dove, forse la Gelatodia da cui proveniva et abbandonando li suoi compari ad una battaglia lo cui esito era ora più che mai incerto.
Ebbi modo di parlare con lo Magistro di questa scelta, et tra li brontolii di delusione mi disse che la debolezza poteva essere manifesta in molti modi: Galvano non la aveva dimostrata perdendo a duello, ma mostrando paura, incertezza et egoismo, voltando le spalle a li compagni di molte avventure ne lo momento di massimo bisogno. Se non altro Frandonato lo fece sentire uno poco in colpa et prima che partisse si fece consegnare la Lama da le Tre Dita donata da la città di Nirte a li eroici salvatori.
Ne lo mentre, li cuccafratti continuavano a tenere confinato lo folle et depresso Epirone ne lo loro villaggio sotto li Fossi. Curuccu rifiutò di liberarlo perché lo suo popolo non avrebbe accettato di lasciare andare come nulla fosse colui che, ne li panni de lo Cuciniere Nero, li aveva ridotti in schiavitù. Alburno allora cercò di proporre uno scambio, avrebbe parlato a le genti di superficie et interceduto affinché si potesse stabilire una qualche sorta di scambio commerciale, che avrebbe permesso a quelli di sopra di arricchirsi con li beni de li fossi, et a quelli di sotto di condurre una esistenza meno misera et banale.
Quando però giunse la delegazione de li nobili di Ertama non vi fu molto tempo per contrattare, né su li scambi né su la liberazione de lo alchimista Piripicchio, giacché quasi contemporaneamente arrivarono le tanto agognate nuove di Tristano.
Lo Scarlatto Peregrino aveva con solerzia viaggiato come pattuito su le tracce de la ambra trafugata, inseguendo la arcana scia de la sua invisibile nota in compagnia di Rafiseno. Quest'ultimo però si fece beccare in una locanda a metà de lo viaggio da le guardie di Polisnea et venne pestato et catturato per li crimini lì commessi. Lo buon Tristano capì con rammarico che poco poteva esser fatto se non voleva che la sua missione fallisse et quindi sgattaiolò via et proseguì ne lo inseguimento.
Una volta che lo viaggio de la ambra trafugata sembrò infine terminato diede appuntamento a li suoi compari presso la capitale Maro, et li attese, non disdegnando finalmente tutti li piaceri cui si era malvolentieri sottratto durante lo lungo et estenuante viaggio.
In Ertama apprestammo la partenza in poco tempo, lo Magistro aveva compreso li complicati processi alchemici a la base de la creazione de le ambre, et grazie a li ingredienti presenti ne la scuola et ne li Fossi aveva con impeccabile successo riprodotto la prima delle tre, chiamata Chryselectrum, di colore giallognolo. La seconda era quella che ci apprestavamo a riconquistare da lo nemico, chiamata Rufescens, bruna di colore. Produrre poi la terza, la Caeruleus da li verdi bagliori, sarebbe stata una nuova et impegnativa sfida, a tempo debito.
Pagnotta protestò perché partivamo senza avere ancora liberato lo suo mentore Epirone, allora Alburno, che aveva invero a cuore la sorte de lo collega, con cui empatizzava per numerosi et validi motivi, gli diede parola di tornare et lasciò la faticosamente ottenuta Chryselectrum come rassicurazione. Partimmo con solerzia, lasciandoci la Calbatisia a le spalle per tornare nella labirintica Maro, soggiogata sotto uno tetro manto di nubi da uno enigmatico imperatore et da alate potenze occulte et misteriose.
Lo Peregrino attendeva come promesso, et noi ci recammo in città restando quanto più inosservati possibile. Io rimasi come mi compete a custodire lo carro mentre Frandonato et lo Magistro incontravano lo fido compagno et si recavano a rendere pan per focaccia a li sgherri di Tarquinio de Belloveso.
La loro meta erano le catacombe sottostanti lo oramai sconsacrato Cimitero dei Pellegrini, lo cui nome suscitò innumerevoli gesti apotropaici da parte de lo buon Tristano.
Ne lo frattempo, come appresi in seguito, li movimenti de li Eclettici Viandanti non erano passati del tutto inosservati come sperato, ma stavolta, più per causalità che per casualità, qualcuno volle seguirli per offrire loro uno aiuto benaccetto et inaspettato.
mercoledì 20 settembre 2017
Errando per Laitia - Episodio 22
De le Promesse di Drago et Vittorie a Metà
Inizierò codesto resoconto scusandomi con li miei improbabili lettori per la lunga attesa. Comprendendo la massima apprensione cui posso avervi abbandonati latitando da piuma et calamaio per un sì lungo periodo, mi scuso et mi accingo a rassicurarvi che, fino al giorno in cui sto scrivendo codeste righe, le avventure de li Eclettici Viandanti sono lungi da lo essere terminate.
Le ultime parole che sigillai con inchiostro su codeste pergamene risalivano a quando li nostri eroi avevano appena compiuto la somma impresa, una de le molte, spezzando la beffarda maledizione di Piripicchio, lo Cuciniere Nero, Epirone da Piretro o come più vi aggrada apostrofarlo, et li cuccafratti furono molto grati, vedendo infine ripagata la somma pazienza dimostrata ne lo ospitare li eroi et accudire li loro feriti.
Ebbene, mentre lo mio mentore Alburno, ancora vincolato da lo potere sfuggito a lo controllo de la sua Crisopea, riprendeva lentamente le forze ne le profondità de lo insediamento sotterraneo, lo buon Arcadio, lo sottoscritto, si dava da fare ne la sede de la Scuola de li Fossi, ne la città di sopra, cercando di mettere ordine et reperire uno qualunque scritto che avrebbe aiutato ad invertire lo incantesimo.
Fu allora che ad Ertama giunse lo bellimbusto Tarquinio de Belloveso, et con lui uno esercito intero. Lo cavaliere rinnegato aveva colto la sfida lanciata da li eroi in quel di Polisnea et, vile come ci si aspetta da uno de la sua nomea, si era portato appresso decine di armigeri et persino una buona dozzina di mercenari, uno tempo combattenti votati a lo Equilibrio.
Preso come ero da li affari di laboratorio nemmeno mi accorsi di Tideo et Anfiaraio, li Bronzi di Batrace posti a guardia de la scuola, che affettarono carni et cotte d'arme prima di crollare in pezzi, ma sobbalzai quando li sgherri de lo nostro nemico irruppero in stanza, frantumando in terra con alambicchi et ampolle interi girodì di devoto lavoro et minacciandomi con le lame.
Poco potei fare io, uomo non di azione come lo colosso Frandonato, non di eccelso acume come lo lungimirante Alburno, et non paraculo come lo Peregrino da le mille risorse, et così venni prelevato et incaprettato.
Tarquinio de Belloveso mi interrogò a lungo et io fui costretto a dire lo poco che era a me noto, circa la maledizione di Piripicchio et la eroica spedizione ne li Fossi per salvarci da la balbuzie et restituire Ertama a la sua gente. Lo malevolo cavaliere decise così di attendere, senza infilarsi in cunicoli buii che li nostri eroi conoscevano sicuramente meglio, tenendo me come ostaggio et moneta di scambio per mettere le grinfie su la seconda ambra in nostro possesso, quella avuta in ricompensa da lo spirito imperituro de lo primo re: Laitiano.
Sperai a lungo che lo Magistro fosse riuscito a porre fine a la sua condizione et che fosse lui a salvarmi da lo suo carro in cui ora ero tenuto prigioniero, maledicendomi per essermi fatto cogliere impreparato et non averlo potuto mettere in guardia.
Le milizie de lo nemico occupavano la piazza antistante la Scuola de li Fossi, armigeri ben schierati et balestrieri su le balconate. Quando infine li eroi giunsero non ebbero timore a palesare la loro presenza et lo scambio venne proposto et accettato.
Capii vedendo Frandonato et Galvano avvicinarsi a lo cavaliere rinnegato, a sua volta scortato, che Alburno doveva ancora essere prigioniero di fattezze pipistrellesche, giacché mai avrebbe permesso ad altri di trattare in sua vece per la salvezza mia, di gran lunga lo migliore, nonché unico, allievo suo.
Di Tarquinio de Belloveso possono esser dette molte cose, la maggior parte de le quali sono insulti et parolacce, ma di certo non che sia uno fesso sprovveduto, né che sia uomo di parola. Lui voleva la agognata ambra, ma di stare ai patti, uno che già ha rinnegato persino lo suo cavalierato, nemmeno ci tiene più di tanto.
Fu così che iniziò la battaglia: non appena la pietra venne consegnata spade et padelle vennero sguainate et tutto, vista la schiacciante disparità numerica, avrebbe lasciato presagire rapida estinzione per la intera combriccola di Eclettici Viandanti.
Ma d'improvviso, ne lo carro, apparve lo mio salvatore: gatto, roscio et sornione, come solo lo Scarlatto Peregrino potrebbe mai apparire. Si intrufolò da lo spioncino ne lo carro, tornò immantinente in umana forma, mi slegò et poi prese da la parete lo Dente di Drago.
Soffiò in esso come fosse uno possente corno, come lo stesso Tyrus ci aveva indicato di fare, et tutti l'udirono in Ertama, ma nessuno di loro si aspettava realmente quel che di lì a poco sarebbe accaduto.
Ne lo frattempo a le porte de la Scuola de li Fossi la tenzone infuriava: Galvano sfidò a singolar tenzone lo farabutto Tarquinio, ma iniziò ad incassar legnate et subito dopo, lo nero cavaliere, mai pago di nefandezze et oscenità, si fece pure aiutare da li suoi uomini giusto per stare sicuro di non perdere. Frandonato sventolò lo padellone cercando di farsi strada verso lo carro, riuscì a salirci et spronò li ronzinanti. Lo Peregrino et io, dentro, cercavamo di tenere fuori li armigeri che ci assediavano da ogni lato, assistiti da lì a poco da lo arrivo de lo alato Alburno, ancora, purtroppo et per fortuna, sotto forma di pipistrello, che iniziò a strappare via li stolti che cercavano di assaltare la carrozza da li fianchi. Infine Rafiseno, rimasto in ombra fino a quello momento, scagliava sassi con la sua fionda sgradena, con grande maestria et violenza, cercando comunque di non esporsi più de lo stretto necessario.
Era palese che li nemici non ci temevano et fin troppo chiaro che saremmo stati sopraffatti a breve, eppure essi non sapevano ciò che noi attendevamo impazienti et che avvenne di lì a pochi istanti quando con terrificante tonfo lo possente Tyrus, lo Drago di Fiume che aiutammo in quel di Nirte, piombò minaccioso su la piazza, pronto a combattere a lo nostro fianco.
Fu allora che le sorti de la battaglia si ribaltarono: meno de la metà de li uomini di Tarquinio, lui compreso, fuggirono a gambe levate, li altri finirono inceneriti da lo soffio, sventrati da li artigli o spappolati da li colpi di coda de la inarrestabile creatura, et in pochi minuti non solo la nostra vita fu salva, ma la battaglia stessa fu facilmente vinta.
Notizia brutta fu che Tarquinio de Belloveso era fuggito et era comunque riuscito ne lo suo intento di sottrarci la seconda ambra, dopo la prima già estortaci da lo sicario Manunta ne la Selva Piamanca, nullificando di fatto tutte le nostre gesta finora compiute per raggiungere lo Magistro S.
Notizia buona fu che, non del tutto sprovveduti, li Eclettici Viandanti avevano scaramanticamente previsto lo infausto evento et avevano tracciato su la pietra stessa lo sigillo arcano de lo Peregrino, sotto forma di nota magica di colore scarlatto visibile soltanto a lui et da lui sempre rintracciabile a molte miglia di distanza.
Inoltre mancava a la conta ancora una terza ambra, più difficile ancora da ottenere, perché occorreva fabbricarla come uno tempo aveva fatto per uno misterioso committente lo magister Epirone da Piretro qui in Ertama. Lo Magistro Alburno che non gli era di certo inferiore in quanto a perizia alchemica, era lo unico di noi in grado di decifrare li suoi appunti et riprodurre lo processo, et malauguratamente era ancora vittima di perenne incantesimo metamorfico.
Lo Peregrino saltò in groppa a lo suo destrieto et partì di fretta, intento ad inseguire la scia incantata de la nota su la pietra fino a lo nascondiglio de li nostri nemici, con la specifica di non cacciarsi ne li guai et limitarsi ad osservare et riferire.
Noi altri invece decidemmo di stabilirci et riprenderci in quel di Ertama, usando ancora una volta la Scuola de li Fossi come campo base. Da li cuccafratti intanto Epirone era ancora fuori di zucca et inutile come alchimista, venne in sua vece lo suo discepolo Pagnotta, che doveva noi la vita et aiutò di buon grado me et Alburno, limitato ne le sue arti da le sue ferali fattezze, a miscelare la giusta dose di pozione che avrebbe funto da controincantesimo.
Ci volle qualche girodì ma fummo bravi, ci impegnammo tutti et tre stando molto attenti a le dosi et processi per non sprecare li rari et costosi ingredienti necessari, ma alla fine tutto ebbe esito più che positivo et, in uno sospiro di sollievo, lo mio mentore tornò a la sua forma umana. Poi si mise a correre nudo per lo laboratorio urlando di gaudio senza pudore né ritegno...
Ma in codesto caso lo si può certo capire et perdonare!
Li girodì trascorsero finalmente senza intoppi, ne la attesa de lo ritorno di Tristano o di sue nuove, auspicandoci fossero liete.
venerdì 2 giugno 2017
Errando per Laitia - Episodio 21
De li Prodigi de la Alchimia et sue Nefaste Conseguenze
Li Fossi di Etamar consistevano in uno sconfinato complesso sotterraneo di gallerie et grotte, naturali et non, completamente isolato da lo resto di Laitia, li cui abitanti erano mostri terribili, creature ancestrali et bizzarri soggetti che da tempo immemore avevano dimenticato vi fosse uno mondo sopra di loro, a la luce de lo sole.
Mentre li Eclettici Viandanti et lo mio mentore si addentravano ne le profondità di Rarte, io mi sistemai ne la Scuola de li Fossi che, protetta da li Bronzi di Batrace, sembrava assai più sicura di qualsiasi altro edificio ne lo borgo. Iniziai a risistemare lo laboratorio di Epirone, ignaro de li tragici avvenimenti che di lì a poco sarebbero accaduti. Tutto quanto sto per riportare non lo ho vissuto in prima persona, mi è stato riferito da Galvano et confermato da li altri compagni de lo Magistro Alburno che, ahimé, fu vittima di uno triste scherzo de lo fato.
Uno de li primi abitatori de li Fossi in cui li avventurieri si imbatterono fu una bizzarra donnicciola di nome Orzabotta. Viveva su lo fondo di una immane grotta cui si accedeva da uno pozzo di Ertama, in cui spazzatura et cianfrusaglie de lo borgo soprastante venivano solitamente gettate per non essere più riviste et le fungevano da sostentamento. Ricoperta di peli da testa a piedi, tanto fetente da annunciare la sua presenza a cento cubiti di distanza, ma tutto sommato gioviale et cortese, Orzabotta acconsentì ad aiutare li intrepidi in cambio di uno appassionato bacio da parte de lo fascinoso Peregrino Scarlatto che impavidamente, per lo bene de lo gruppo, si concesse et addirittura riuscì ne lo arduo compito di trattenere lo vomito. Orzabotta fornì loro uno stralcio di mappa, sebbene incompleta, che mostrava sia la conformazione de li Fossi che la posizione de li glifi piazzati da Epirone, o Piripicchio, ne lo suo folle piano di vendetta. Li eroi intrapresero quindi la via che conduceva a lo primo de li tre sigilli, quello recante lo simbolo di Aria.
La pericolosità de la grotta che dovettero attraversare traspariva persino da la mappa, essa aveva infatti vaga forma aracnoide et, manco a dirlo, si rivelò disseminata di viscide et appiccicose ragnatele. Li nostri si inoltrarono con grande cautela eppure non riuscirono in alcuno modo ad avere vantaggio quando uno nugolo di viscidi Ragni de li Fossi piombarono loro addosso da ogni direzione, ricoprendoli de la loro filamentosa bava appiccicosa. Lo scontro si mise male in pochissimi istanti, persino lo muscoloso Frandonato faticava a liberarsi et menar fendenti. Fu allora che lo prode Alburno ricorse a la sua ultima creazione: la Crisopea Viola.
Concentrandosi su la pietra che portava a lo collo ne uscì una nube che lo avvolse completamente, et in uno attimo si dissolse rivelando fattezze bestiali et feline, davanti a li occhi de li suoi compagni esterrefatti era mutato in una feroce et massiccia fiera leonina che iniziò a fare a brandelli li ragni ribaltando immantinente una situazione che si era rivelata estremamente pericolosa.
A la fine de lo scontro lo Magistro riprese le sue sembianze et si occupò, come sempre, de le ferite de li suoi compagni, stupiti et ammirati. Nessuno allora immaginava quale fosse lo rischio da correre per padroneggiare uno simile potere et quale caro prezzo di lì a poco sarebbe stato pagato.
Proseguirono et grazie a la mappa ottenuta da Orzabotta recuperarono in uno anfratto artificiale una curiosa pietra custodita su uno antico altare intitolato a Raim, entità pristina et oscura, in grado di assorbire lo calore intenso de le fiamme. Ovviamente Frandonato non ebbe remora alcuna a fare scattare la trappola che vegliava su di essa, ma ne sopportò anche le conseguenze et bruciacchiato proseguì lo cammino.
A uno tratto innanzi a loro si aprì una enorme grotta, in cui funghi sotterranei di variabili dimensioni sembravano letteralmente levitare a pochi metri da lo suolo, trattenuti da li filamenti de le loro radici et riempiti di una ignota sostanza gassosa più leggera de la aria et estremamente volatile.
Lo primo glifo de lo Piripicchio sembrava essere custodito su la cima di uno picco, isolato in uno immenso, profondissimo et tenebroso baratro, chiamato lo Orrido Nero, che da lì in avanti divideva li Fossi di Etamar in due. Ogni ponte precedentemente costruito sembrava reciso, di fatto tagliando fuori tutto ciò che c'era al di là da lo mondo di superficie.
Dopo lunghe discussioni et prove di galleggiamento Rafiseno tagliò i filamenti et si librò a cavallo di uno fungo, scoprendo di poterlo usare per levitare oltre lo baratro, sparì ne la oscurità.
Li altri invece legarono assieme due de li funghi più grandi, cercando di farne una piattaforma più stabile et coraggiosamente li diressero lungo la faglia, verso lo picco misterioso ove avvenne lo imprevedibile.
Quello che la mappa mostrava si rivelò essere veritiero et accurato. Ne lo mezzo de lo Orrido sorgeva uno pinnacolo su la cui sommità era stato costruito uno puzzolente nido di creatura che per fortuna sembrava essere altrove. Li eroi non avevano modo di approdarvi, già intenti a non cadere et manovrare li due funghi levitanti legati assieme, et così lo Magistro decise impavidamente di ricorrere di nuovo a la Crisopea mutandosi stavolta in creatura alata et avvezza a la oscurità di quelle sale. Dapprima si calò solo ne lo nido, frugò tra li resti umani et animali fino a trovare lo agognato medaglione argenteo di Aria et poi ricorse a lo suo potere.
Mutò in pipistrello gigante, la cui forma ricordava vagamente le sue fattezze, conservando pantaloni su le zampe posteriori et una frezza di pelo grigio su lo capo, et volò di nuovo dai compagni.
Quello di cui Alburno si rese subito conto fu la sfortunata contingenza de lo utilizzo de la pietra filosofale, giacché, per uno caso sfortunato, non calcolato, o forse per una semplice impurità non notata in precedenza, a lo scadere de lo effetto la sua forma non mutò: la trasformazione era resa permanente.
Ne li suoi studi aveva valutato questo genere di effetto collaterale, documentato da altri maghi, streghe et alchimisti prima di lui, ma ne aveva sottovalutato lo effetto o semplicemente reputato troppo rara la insorgenza in una opera raffinata da le sue sublimi capacità. Fatto stava che ora non poteva parlare, non poteva utilizzare li suoi strumenti et non poteva rimediare in alcuno modo, era prigioniero de lo suo incantesimo et ne le mani de li suoi compagni che avrebbero dovuto trovare uno rimedio.
Ad ogni modo non si diede per vinto et anzi, di lì a poco, la sua maledizione si rivelò provvidenziale giacché Frandonato su la via di ritorno perse lo equilibrio et precipitò ne lo Orrido, fu salvo solamente grazie a lo pipistrello Alburno che si gettò in picchiata et seppe afferrarlo et con fatica trascinarlo di nuovo a lo sicuro. Dopo di ciò la sua condizione fu chiara a tutti et concordarono che fosse lo caso di mettermene a parte.
Quando vidi Galvano apparirmi innanzi con tale bestia a lo seguito (mi perdoni lo saggio Alburno per averlo appellato in codesto modo) impallidii, ma quando seppi la verità fui veramente prossimo a lo svenimento! Occorreva fare qualcosa per porre rimedio et era chiaro che fossi io lo unico su cui lo Magistro contava realmente. Chiesi a lo mio mentore di rimanere ne lo laboratorio de la Scuola per guidarmi, in fondo possedeva ancora ogni facoltà mentale, sebbene non potesse comunicare se non con gesti semplici, ma lui volle tornare ne li Fossi di Etamar, capii dopo che aveva comunque intenzione di percorrere una seconda via, cioè trovare Epirone da Piretro, spezzare la Maledizione de lo Piripicchio et chiedergli supporto per riconquistare la sua forma originaria.
Rimasi così solo a finire di ordinare gli strumenti de lo alchimista di Calbatisia, sfogliando meticolosamente ogni suo tomo a la ricerca di uno filtro o controincantesimo adatto a lo scopo: lo mio maestro contava su di me.
Ne lo mentre li Eclettici Viandanti avevano fatto la conoscenza di Curucu, uno abitatore de le profondità, appartenente a lo popolo de li Cuccafratti, uomini da lo grosso naso che indossavano per lo più solo tuniche scure et vivevano da tempi immemori in uno villaggio sorto tra le rocce di una gigantesca grotta ne le profondità de li Fossi.
Curucu disse di essere la precedente guida de li Cuccafratti, spodestato da lo suo ruolo da quando le fonti di acqua de li Fossi vennero contaminate da la maledizione et giunse da la superficie uno figuro che si fece chiamare lo Cuciniere Nero, che aveva messo su uno enorme pentolone et dispensava uno antidoto temporaneo in grado di bloccare lo odioso "piripì" che si faceva altrimenti via via più presente in ogni forma di espressione.
Li Cuccafratti, incapaci di spezzare la maledizione, accettarono di portare offerte a lo Cuciniere Nero, lo elessero loro capo et quotidianamente facevano la fila dinnanzi a lo grosso calderone per una porzione di schifoso antidoto, preparato con vomitevoli sostanze. Quando li avventurieri rivelarono di conoscere lo modo per spezzare definitivamente la Maledizione de lo Piripicchio, Curucu decise di aiutarli come meglio poteva, fornendo loro nuove informazioni su li Fossi, sperando di riuscire così a scacciare lo usurpatore.
Frandonato, Rafiseno et Tristano vollero infiltrarsi ne lo villaggio et esplorarlo, ma attesero lo ritorno di Galvano et lo pipistrello Alburno prima di proseguire verso la nuova meta. Ne lo mentre esplorarono altre vie fino a giungere ad uno antico belvedere, affacciato su la parte opposta de lo Orrido, in cui, incastonato ne la parete rocciosa, uno volto di pietra sembrava bofonchiare frasi incomprensibili. Scoperto che uno pezzo di stoffa ostruiva la sua bocca, et liberatala, questa prese a ringraziarli et offrirsi di rispondere a domande su li Fossi di Etamar a patto che avessero risolto li suoi indovinelli.
Inutile dire che lo Peregrino et Rafiseno ci presero la mano, ottenendo quanto speravano. Compresero quindi che lo glifo di Fuoco era nascosto tra le fiamme de lo calderone de lo Cuciniere Nero, che altri non era che Epirone da Piretro sotto mentite spoglie, et che uno grosso tesoro era nascosto sotto una fontana. Ricongiuntisi con i compagni decisero quindi di tentare la sorte, anche per aiutare lo Magistro a tornare umano, recandosi a lo villaggio de li Cuccafratti,
Lo Cuciniere Nero indossava uno elmo da cavaliere di ferro scuro che ne occultava completamente le fattezze, dominava la grotta da uno scranno posto in cima ad una ripida scalinata. Supervisionava la fila di Cuccafratti intenti a mendicare la loro porzione di antidoto, protetto da alcuni di essi armati et uno mostro accucciato a li piedi de la scala: una temibile Manticora, creatura mitica, in parte leone, in parte serpente et da lo volto vagamente umano.
Lo pipistrello Alburno seppe tenersi occultato strisciando su lo soffitto buio de la grotta et volando silenziosamente di appiglio in appiglio senza rivelare la sua presenza; li altri invece vennero su domanda accolti a la presenza de lo oscuro sovrano, ma prima che riuscissero ad esporre le loro ragioni, per qualche motivo, la Manticora scattò aggredendo Frandonato.
Ne scaturì battaglia in meno che non si dica et li nostri se la videro brutta finché non riuscirono a stendere lo mostro, poi lo pipistrello Alburno riuscì a sollevare lo Cuciniere Nero et farlo cadere in mezzo a li suoi compari, ai piedi de la scalinata, et lì, nonostante una strenua resistenza, dovette infine arrendersi.
Quando gli fu tolto lo elmo di metallo scuro, Epirone da Piretro, sembrò finalmente rimembrare chi fosse et impallidì. Li eroi compresero che lo anziano alchimista aveva perso la testa in seguito a le prese in giro su Piripicchio et aveva osato più di quanto dovesse, poi la cosa gli era completamente sfuggita di mano et qualche incanto su lo elmo lo aveva portato a nominarsi Cuciniere Nero et sovrano de li Cuccafratti tenendoli in ostaggio con lo antidoto a lo "piripì".
Ora Epirone era uomo distrutto da lo rimorso, non in grado di ragionare, et, come tristemente scoprì Alburno, non in condizione mentale di ritramutarlo. Pensarono che forse spezzando la maledizione (che tra l'altro si faceva ogni girodì più grave, sostituendo in "piripì" quasi ogni parola scritta o pronunziata) avrebbero ridato fiducia a lo alchimista.
Lo glifo di Fuoco venne recuperato facilmente grazie ad una intuizione sulla Pietra di Raim, gettandola ne le fiamme de lo calderone esse vennero infatti spente, permettendo di mettere mano a lo disco d'argento senza troppa fatica. I Cuccafratti però, di nuovo guidati da Curucu, insistetterò affinché Epirone rimanesse loro prigioniero et la maledizione venisse spezzata in tempi brevi, giacché ora nessuno avrebbe più preparato loro lo antidoto et presto li effetti si sarebbero nuovamente manifestati.
Ne lo frattempo, ne la sede de la Scuola de li Fossi, io continuavo a scartabellare in preda ad ansia ed angoscia per lo triste fato de lo mio signore et insegnante, ignaro de le ulteriori disgrazie che ancora lo attendevano.
Rimaneva lo terzo glifo, quello di Terra, che stando a la mappa et le indicazioni di Curucu sembrava trovarsi più a nord de lo suo villaggio, in uno ennesimo intrigo di grotte et caverne. Li eroi scelsero una de le due vie segnate et si ritrovarono loro malgrado ne la tana di una creatura incantata, assai pericolosa ma allo stesso tempo assai agognata da chiunque ne conosca lo valore: uno Basilisco, piccolo rettile piumato da la letale capacità di trasformare le sue prede in pietra con lo sguardo.
Mentre le giunture de li suoi compagni iniziavano lentamente ad irrigidirsi a causa de la malefica creatura, Frandonato prese ad inseguirla et prenderla a padellate finché la bestia non cadde, poi lo pipistrello Alburno, resosi conto di ciò che avevano di fronte, si affrettò a difenderne la carcassa memore de lo suo valore. Si dice infatti che li resti di uno Basilisco opportunamente bruciati siano parte fondamentale de lo processo alchemico di creazione de lo oro a partire da li metalli vili, in mani sapienti come quelle de lo Magistro avrebbe significato ricchezza assicurata per tutto lo gruppo.
Da la tana, attraverso una porta segreta, venne aperto uno cunicolo che portava ad una stanza più ampia, una sorta di mausoleo sotterraneo ne lo quale riposavano le spoglie immortali di uno cavaliere senza testa da la nera armatura. Non era la prima volta che uno spirito de lo passato riposava tormentato, né la prima volta che li Eclettici Viandanti avevano a che fare con cose simili, et così, quando lo fantasma si palesò animando li resti di ossa et metallo, nessuno ne fu sorpreso.
Attanasio Attenore, Gran Cavaliere di Sassofrasso, cadde combattendo eroicamente a la testa de li suoi cento armigeri su lo ponte a le porte di Etamar in tempi da lungo dimenticati, Rimembrato da li più come Attanasio Senza Testa perché dopo la sua morte essa venne persa, fu sepolto comunque con armatura et elmo, ma ora lamentava che anche questo ultimo gli fosse stato sottratto, nonostante fosse da secoli vuoto. Per di più a lo collo portava lo terzo sigillo, quello con lo glifo di Terra, chiave ultima per spezzare la maledizione.
Lo pensiero di tutti andò immediatamente a Epirone da Piretro, il fu Cuciniere Nero et odiato Piripicchio, et la via per il villaggio dei Cuccafratti fu percorsa di gran lena per recuperare et rendere lo elmo perduto a lo suo legittimo proprietario.
Attanasio Senza Testa fu di parola, lo Peregrino gli promise anche di riportare in auge le sue gesta tra i moderni laitiani, et egli consegnò lo disco argenteo et benedì gli eroici avventurieri.
In ultimo, su la via de lo ritorno, mezzo morto in una sala dimenticata, trovarono Pagnotta, assistente di Epirone et lo trassero in salvo. Lo pipistrello Alburno sperò fortemente che riunirlo a lo depresso alchimista avrebbe dato sprone per mettersi a lo lavoro su lo rimedio per la sua condizione.
Ogni pezzo sembrava essere finalmente andato a posto, la Maledizione de lo Piripicchio poteva finalmente essere spezzata, bastava recarsi a la sorgente, gettare li amuleti et pronunciare la formula magica che li nostri eroi avevano imparato a memoria. Poi li Cuccafratti avrebbero liberato Epirone, egli avrebbe aiutato me a salvare lo Magistro da la sua condizione et gli avremmo finalmente chiesto informazioni su la ambra incantata vero scopo de lo nostro viaggio in quel di Ertama.
Peccato che la via per la sorgente fosse disseminata di trappole et qualcuno, preso da la depressione, si fosse dimenticato di rivelarlo.
Quando li Eclettici Viandanti arrivarono infine a la sorgente erano tutti stremati da massi rotolanti et lance acuminate, Frandonato ferito gravemente, anche se caparbiamente si ostinava a non mostrarlo. Li nostri si fermarono per riprendere fiato et avvenne lo disastro: da la fonte maledetta si levò una orrenda et gigantesca creatura composta di acqua, con ben nove teste da le letali fauci et letale soffio.
Lo pipistrello Alburno venne preso di sorpresa, investito da uno getto di acqua rovente che lo scaraventò indietro lasciandolo in fin di vita. Anche gli altri vennero ferocemente aggrediti et tutti quanti riuscirono a guadagnare la via di fuga non senza immane rischio.
Senza lo Magistro ad elargire unguenti, pozioni et fasciature, la guarigione fu lenta et dura per Tristano et Frandonato, ma soprattutto Alburno anche dopo dieci girodì ancora giaceva malconcio ne lo corpo non suo di uno acciaccato pipistrello gigante.
Dovettero quindi lasciarlo a le cure di Samasso, lo più saggio de li Cuccafratti, che poté far poco altro che lenire le sue sofferenze sperando in una sua ripresa.
Li altri, in pensiero ma tornati più o meno in forze, chiesero di nuovo consiglio a la bocca di pietra risolvendo lo ennesimo indovinello et scoprirono che la Pietra di Raim era arma potentissima contro lo spirito de la sorgente, risvegliato da la Maledizione de lo Piripicchio et che doveva essere sconfitto per potere finalmente risolvere la intera faccenda.
Tornarono coraggiosamente indietro, superarono facilmente le trappole ormai scattate et affrontarono la bestia. Tra tutti fu Rafiseno lo più spavaldo che, impugnata la sua fionda sgradena, la usò per colpire con la pietra direttamente la testa principale de lo mostro, sconfiggendolo con una unica, roboante esplosione di acqua et vapore.
Frandonato gettò li amuleti et pronunziò la formula et infine la maledizione fu spezzata.
Li Eclettici Viandanti si dimostrarono eroi anche in Calbatisia, ne la storica città di Ertama, ma stavolta uno caro prezzo era stato pagato, lo mio Magistro, la saggia guida de lo intero gruppo, era intrappolato in forma aliena et in preda a spasmi di agonia. Solo lo tempo et la sua tempra avrebbero decretato lo suo fato...
Ne lo frattempo, ne la sede de la Scuola de li Fossi, io continuavo a scartabellare in preda ad ansia ed angoscia per lo triste fato de lo mio signore et insegnante, ignaro de le ulteriori disgrazie che ancora lo attendevano.
Rimaneva lo terzo glifo, quello di Terra, che stando a la mappa et le indicazioni di Curucu sembrava trovarsi più a nord de lo suo villaggio, in uno ennesimo intrigo di grotte et caverne. Li eroi scelsero una de le due vie segnate et si ritrovarono loro malgrado ne la tana di una creatura incantata, assai pericolosa ma allo stesso tempo assai agognata da chiunque ne conosca lo valore: uno Basilisco, piccolo rettile piumato da la letale capacità di trasformare le sue prede in pietra con lo sguardo.
Mentre le giunture de li suoi compagni iniziavano lentamente ad irrigidirsi a causa de la malefica creatura, Frandonato prese ad inseguirla et prenderla a padellate finché la bestia non cadde, poi lo pipistrello Alburno, resosi conto di ciò che avevano di fronte, si affrettò a difenderne la carcassa memore de lo suo valore. Si dice infatti che li resti di uno Basilisco opportunamente bruciati siano parte fondamentale de lo processo alchemico di creazione de lo oro a partire da li metalli vili, in mani sapienti come quelle de lo Magistro avrebbe significato ricchezza assicurata per tutto lo gruppo.
Attanasio Attenore, Gran Cavaliere di Sassofrasso, cadde combattendo eroicamente a la testa de li suoi cento armigeri su lo ponte a le porte di Etamar in tempi da lungo dimenticati, Rimembrato da li più come Attanasio Senza Testa perché dopo la sua morte essa venne persa, fu sepolto comunque con armatura et elmo, ma ora lamentava che anche questo ultimo gli fosse stato sottratto, nonostante fosse da secoli vuoto. Per di più a lo collo portava lo terzo sigillo, quello con lo glifo di Terra, chiave ultima per spezzare la maledizione.
Lo pensiero di tutti andò immediatamente a Epirone da Piretro, il fu Cuciniere Nero et odiato Piripicchio, et la via per il villaggio dei Cuccafratti fu percorsa di gran lena per recuperare et rendere lo elmo perduto a lo suo legittimo proprietario.Attanasio Senza Testa fu di parola, lo Peregrino gli promise anche di riportare in auge le sue gesta tra i moderni laitiani, et egli consegnò lo disco argenteo et benedì gli eroici avventurieri.
In ultimo, su la via de lo ritorno, mezzo morto in una sala dimenticata, trovarono Pagnotta, assistente di Epirone et lo trassero in salvo. Lo pipistrello Alburno sperò fortemente che riunirlo a lo depresso alchimista avrebbe dato sprone per mettersi a lo lavoro su lo rimedio per la sua condizione.
Ogni pezzo sembrava essere finalmente andato a posto, la Maledizione de lo Piripicchio poteva finalmente essere spezzata, bastava recarsi a la sorgente, gettare li amuleti et pronunciare la formula magica che li nostri eroi avevano imparato a memoria. Poi li Cuccafratti avrebbero liberato Epirone, egli avrebbe aiutato me a salvare lo Magistro da la sua condizione et gli avremmo finalmente chiesto informazioni su la ambra incantata vero scopo de lo nostro viaggio in quel di Ertama.
Peccato che la via per la sorgente fosse disseminata di trappole et qualcuno, preso da la depressione, si fosse dimenticato di rivelarlo.
Quando li Eclettici Viandanti arrivarono infine a la sorgente erano tutti stremati da massi rotolanti et lance acuminate, Frandonato ferito gravemente, anche se caparbiamente si ostinava a non mostrarlo. Li nostri si fermarono per riprendere fiato et avvenne lo disastro: da la fonte maledetta si levò una orrenda et gigantesca creatura composta di acqua, con ben nove teste da le letali fauci et letale soffio.
Lo pipistrello Alburno venne preso di sorpresa, investito da uno getto di acqua rovente che lo scaraventò indietro lasciandolo in fin di vita. Anche gli altri vennero ferocemente aggrediti et tutti quanti riuscirono a guadagnare la via di fuga non senza immane rischio.
Senza lo Magistro ad elargire unguenti, pozioni et fasciature, la guarigione fu lenta et dura per Tristano et Frandonato, ma soprattutto Alburno anche dopo dieci girodì ancora giaceva malconcio ne lo corpo non suo di uno acciaccato pipistrello gigante.
Dovettero quindi lasciarlo a le cure di Samasso, lo più saggio de li Cuccafratti, che poté far poco altro che lenire le sue sofferenze sperando in una sua ripresa.
Li altri, in pensiero ma tornati più o meno in forze, chiesero di nuovo consiglio a la bocca di pietra risolvendo lo ennesimo indovinello et scoprirono che la Pietra di Raim era arma potentissima contro lo spirito de la sorgente, risvegliato da la Maledizione de lo Piripicchio et che doveva essere sconfitto per potere finalmente risolvere la intera faccenda.
Tornarono coraggiosamente indietro, superarono facilmente le trappole ormai scattate et affrontarono la bestia. Tra tutti fu Rafiseno lo più spavaldo che, impugnata la sua fionda sgradena, la usò per colpire con la pietra direttamente la testa principale de lo mostro, sconfiggendolo con una unica, roboante esplosione di acqua et vapore.
Frandonato gettò li amuleti et pronunziò la formula et infine la maledizione fu spezzata.
Li Eclettici Viandanti si dimostrarono eroi anche in Calbatisia, ne la storica città di Ertama, ma stavolta uno caro prezzo era stato pagato, lo mio Magistro, la saggia guida de lo intero gruppo, era intrappolato in forma aliena et in preda a spasmi di agonia. Solo lo tempo et la sua tempra avrebbero decretato lo suo fato...
sabato 13 maggio 2017
La maledizione dell'Alchimista (Atto 1)
Alla fine arrivammo in quel di Ertama
per cercare gloria et fama
La calura era tanta come lo era la sete
deserto lo borgo, fontana con acqua fresca, ben presto cademmo nella rete
Lo tranello de lo Alchimista ci colse in pieno
iniziammo ad intervallar parole e "Piripì" senza n' freno
Alla locanda trovammo no vendramino mbriaco perso
a capicce quarcosa riuscimmo tra biaschichi senza senso
Ce preparammo per l'arrivo de Tarquinio er maledetto
che ce fregò l'ambra sotto ar naso con n'infame scherzetto
De Epirone da Piretro trovammo la magione
cercanno de trovà na cura pe sta maldezione
Du bronzi de Batrace ce sbarravan la strada
Frandonato tenne botta, Tristano aprì la porta nel tempo de na sciarada
Lo malanno sembrava peggiorar co lo tempo che passava
cercammo cose utili ne la casa che di merda puzzava
Alburno trovò no strano incartamento
ma per interpretarlo fu no tormento
Trovammo la discesa pe li fossi
scennemmo con cautela per non rompese l'ossi
Incontrammo no strano esserino puzzolente
con un sacrificio de Tristano ricevemmo un pezzo di mappa fetente
Ci dirigemmo verso la cava dei ragni ramati
ben presto finimmo nella loro trappola nsalamati
Quando il momento fu tragico et disperato
Alburno risolse in leonina figura tramutato
Ce fermammo per curar le ferite e la fatica
rimpiangei di aver lasciato la via a me amica
Ci inerpicammo pe la strada dalla mappa indicata
per rincuorar lo mulo dovetti sonà na ballata
Mentre incedevamo con fatica pe li cunicoli scavati ne li sassi
Galvano lo cavaliero, forse senza macchia, ce raggiunse a grandi passi
Arrivammo a na sala ovale co no drago de pietra nera torniata
no corpo bruciato ancora rannicchiato e n'altare co na gemma sopra appoggiata
Non emmo lo tempo de studià la trappola infuocata
che Rafiseno e Frandonato rischiarono de fa del gruppo na grigliata
Recuperata la gemma ce avviammo verso l'antro successivo
e ce chiudemmo dietro la porta massiccia d'ulivo
Li funghi sapevo fosser leggeri
ma n'immaginavo volasser così fieri.
per cercare gloria et fama
La calura era tanta come lo era la sete
deserto lo borgo, fontana con acqua fresca, ben presto cademmo nella rete
Lo tranello de lo Alchimista ci colse in pieno
iniziammo ad intervallar parole e "Piripì" senza n' freno
Alla locanda trovammo no vendramino mbriaco perso
a capicce quarcosa riuscimmo tra biaschichi senza senso
Ce preparammo per l'arrivo de Tarquinio er maledetto
che ce fregò l'ambra sotto ar naso con n'infame scherzetto
De Epirone da Piretro trovammo la magione
cercanno de trovà na cura pe sta maldezione
Du bronzi de Batrace ce sbarravan la strada
Frandonato tenne botta, Tristano aprì la porta nel tempo de na sciarada
Lo malanno sembrava peggiorar co lo tempo che passava
cercammo cose utili ne la casa che di merda puzzava
Alburno trovò no strano incartamento
ma per interpretarlo fu no tormento
Trovammo la discesa pe li fossi
scennemmo con cautela per non rompese l'ossi
Incontrammo no strano esserino puzzolente
con un sacrificio de Tristano ricevemmo un pezzo di mappa fetente
Ci dirigemmo verso la cava dei ragni ramati
ben presto finimmo nella loro trappola nsalamati
Quando il momento fu tragico et disperato
Alburno risolse in leonina figura tramutato
Ce fermammo per curar le ferite e la fatica
rimpiangei di aver lasciato la via a me amica
Ci inerpicammo pe la strada dalla mappa indicata
per rincuorar lo mulo dovetti sonà na ballata
Mentre incedevamo con fatica pe li cunicoli scavati ne li sassi
Galvano lo cavaliero, forse senza macchia, ce raggiunse a grandi passi
Arrivammo a na sala ovale co no drago de pietra nera torniata
no corpo bruciato ancora rannicchiato e n'altare co na gemma sopra appoggiata
Non emmo lo tempo de studià la trappola infuocata
che Rafiseno e Frandonato rischiarono de fa del gruppo na grigliata
Recuperata la gemma ce avviammo verso l'antro successivo
e ce chiudemmo dietro la porta massiccia d'ulivo
Li funghi sapevo fosser leggeri
ma n'immaginavo volasser così fieri.
(fine primo atto )
La Tomba di Laitiano
scandiì lo tempo a li compagni ed arrivammo
Lo lido celato nella grotta oscura stava
scennemmo dal natante mentre la cascata spruzzava
Due creature di acqua ci aggredirono
con due furmini perirono
Ci inerpicammo per le ripide scale ed i cunicoli
esplorammo, saccheggiamo, cademmo ed evitam fine da ridicoli
Le prove pe l'Enotria ce furon offerte
per ingraziasse de Laitiano lo favore accettammo solerte
In quanto degni de Enotria dovemmo la patria difende
attaccammo lo Re degli Ausoni per evitar de dovesse arrende
La battaglia fu grande et sanguinosa
Ausone lo Re cadde ed in eterno ormai riposa
Nella battaglia purtroppo me legnaron sonoramente
come na puzza de cane divenni evanescente.
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