sabato 11 febbraio 2017

Lo malanno de Nirte





Tra le tende e li scavi 
se movevan esserini strani

Niuna trappola funzionò pe chiappalli
decidemmo de seguì le orme pe le valli

De zanzare assai voraci, era pieno
portavano malanni e febbri da fieno

Lasciammo all'accampamento lo Alchimista malato
insieme co li frati che un giorno saran finalmente prelato

Lo Gnefro è esser minuscolum et fugace
lo cercammo a lungo tra l'acquitrini senza pace

Trovammo na minchia secca e tornammo con le mani in mano
decidemmo di usar l'ingengno pe svelà l'arcano

La palude celava no mistero strano
invisibili nemici frutto di sortilegio arcano

No drago de fiume alla fin trovammo
promettemo de curarlo dal nefasto malanno

Infine arrivammo allo cospetto del Re Borgotto
chiedemmo, saggiamente, udienza et clemenza ed evitam de fa lo botto

De la caverna de pipistrelli verdi ce fu aperto lo secreto passaggio
ce impertugiammo pe trovà lo guano, trovammo olezzo ad ampio raggio

Camminammo pe ore evitando trappole et burroni
ma sopratutto de nun fa la fine dei minchioni

Alla fine giungemmo in loco largo et oscuro
trovammo lo guano scappammo da li pipistrelli et bussammo a lo secreto muro

Potionem creammo e lo draco curammo
la malattia na Nirte bandimmo


Tristano
Lo Scarlatto Peregrino










Lo traforo Magno cum Gaudio





Percorrendo la strada da Pelopia a Maro
me chiedevo se avremmo avuto lo tempo pe rende il pernotto meno amaro

Così giungemmo in codesta taberna
sperando de fa cor membro quaterna

Lo fratacchione nostro nelle mutande non lo tenne
ar vecchio spilorcio lo denaro chiese ed ottenne

Co la panza piena ed un pò barzotto
mi accingo a cantar mentre lo frate in camera da letto fa er botto

Mo brindamo insieme coi borselli alzati
perchè li cazzi nostri se so di già rizzati


(Sulla falsariga dei sonetti di Maro e dei suoi poeti illustri a cui potrei giusto spicciar la casa)


 Tristano 
Lo scarlatto Peregrino

Le Catacombe son pien de Ombre





L'aria puzzava de vecchio e de morto
ma la campagnia a lo piatto non fece torto

Le prove di fede a dire il vero eran molte
ma le occasioni è dato certo che vadan sempre colte

Non v'e' ricchezza che non sia celata
li nostri eroi sapevan che andava cercata

La cupidigia dello Magistro Alburno
vince la di tutti paura per questo turno

Non v'e' dilemma trappola o indovinello
che possa fermar Frandonato con il vinello

Gli scheletri ritornati in vita improvvisamente
son messi a riposo permanentemente

Un altro loco è tornato ridente
per la sicurezza e la gioia de tutta la gente


 Tristano 
Lo scarlatto Peregrino

martedì 7 febbraio 2017

Errando per Laitia - Episodio 15

De li Gnefri, Qualunque Cosa Siano

Scorrendo tra li reagenti in grado di provocar la più grande purga de la storia di Laitia, la maggior parte di essi faceva parte de la dotazione essenziale di alchimisti et guaritori. Essendo Alburno gran maestro di entrambe tali professionalità era già in possesso di tutti li ingredienti, eccezion fatta di uno, lo più raro et, a detta di alcuni, persino leggendario.
Lo Guano di Pipistrello Verde è sostanzialmente uno ennesimo tipo di merda, con cui ultimamente li Eclettici Viandanti sembrano avere a che fare fin troppo spesso, prodotto però da creature credute estinte già da diverse ere.
Per saperne di più decidemmo di affidarci a lo folklore locale et in quel di Nirte interloquimmo con una veneranda vecchietta che tirò fuori ancora una volta storie su li Gnefri.
Tali piccoli folletti ci disse che uno tempo abitavano in molti luoghi de la Brumia et erano padroni di regni invisibili ad occhio umano ne le selve et ne le caverne più sperdute. Secondo la anziana furono proprio li Gnefri a dover affrontare lo flagello de li Pipistrelli Verdi, creature notturne, feroci et assai più grandi de li loro cugini comuni, et infine riuscirono a debellarli et sterminarli fino a la loro estinzione. Da quel che seppe dirci però anche li Gnefri eran spariti da la Brumia, et forse qualcuno di loro ancora abitava lontano, su li monti a diversi girodì di cammino da Nirte.
In realtà tutti noi sospettavamo che qualche Gnefro potesse essere assai più vicino et lo Magistro seppe illuminarci ancora una volta facendoci intender che senza allontanarci avremmo potuto attendere con li Frati Scavoni lo successivo tentativo di sabotaggio.

Quella notte si divisero in gruppi, prima di coricarmi aiutai Alburno a miscelare alcuni intrugli che se ingeriti avrebbero donato la capacità di vedere gli altrimenti invisibili folletti.
Lo mio mentore et Galvano fecero lo primo turno di guardia a la tenda con li attrezzi et ebbero gran fortuna. Quando lo primo si accorse che qualcosa non andava, scorgendo una strana ombra et occhietti luminosi ne la oscurità, fece cenno a lo cavaliere di far silenzio et bere lo suo intruglio. Poi fu lo turno di Galvano, che silenzioso come una faina scivolò a le spalle de la creaturina, intenta a segar lo manico di uno piccone et con presa ferrea lo immobilizzò al suolo.
Lo Magistro cercò di far capire a lo Gnefro, o qualsiasi cosa fosse, di non aver brutte intenzioni et di aver necessità di sapere lo motivo per lo quale stessero ostacolando li lavori. Quando lo piccoletto infine capì di non poter fuggire si decise a rivelare che lo loro insediamento era in pericolo, giacché lo nuovo corso de lo fiume avrebbe presto distrutto tutto quanto se li frati non si fossero fermati.
Alburno chiese anche de li Pipistrelli Verdi, dicendo che, se avessero rimediato lo ultimo ingrediente, avrebbero potuto salvare in altro modo le genti di Nirte da la malattia et li scavi non sarebbero stati più necessari, di fatto risparmiando anche la loro piccola comunità.
Capì presto che Vardu, così si chiamava lo omuncolo invisibile, non era molto incline a fidarsi et che decisioni di grande importanza le avrebbe dovute discutere con lo Re Gnefro, così decise di proporgli una prova di fiducia: avrebbero parlato con Garbunzio Pollastrani et lo avrebbero convinto ad interrompere li scavi per qualche girodì, dando loro lo tempo di mettere in atto la soluzione che avrebbe accontentato sia la gente di Nirte che li Gnefri stessi.
Galvano lasciò andare Vardu, con la promessa che lo girodì successivo, a scavi fermi, sarebbero andati di nuovo ne la palude et avrebbero potuto chiedere a lo Re Gnefro cosa fosse stato de li Pipistrelli Verdi.

Lo mattino successivo le condizioni de lo Magistro erano per fortuna ancora stabili. Persisteva lo stato di spossatezza ma le febbri erano ancora lievi et le sue capacità cognitive eccellenti come suo solito.
Fra Cazzuola non volle saperne di interrompere li lavori, dato che la consulta di Nirte aveva promesso loro uno appezzamento di terreno su cui costruir lo monastero in cambio de lo scavo, et senza scavo non ci sarebbe stato alcun monastero, allora ci recammo di fretta a Palazzo Pollastrani convincendo il buon Garbunzio, spalleggiati da suo figlio Giacollo che aveva con noi assistito a lo malessere de lo Drago Tyrus, a richieder a la consulta la sospensione de li lavori per tre o quattro girodì.
Adesso non restava che tornar ne la palude et sperar che lo Gnefro Vardu mantenesse la parola data.

In realtà l'attesa fu assai lunga et ne lo vagare per la palude implorando a li Gnefri di palesarsi lo gruppetto ebbe la sfortuna di imbattersi in uno grosso nido di zanzaroni, da lo quale uscirono bestie grandi più di uno gatto con pungiglioni in grado di conficcarsi in profondità et assai ardui et dolorosi da estirpare. Dopo una cruenta lotta li eroi ebbero infine la meglio contro uno gran numero di creature et riuscirono a far franare li ingressi de lo nido, se non altro indebolendo per un po' la presenza de li malefici insetti ne li pressi de li scavi.
Vardu si palesò poco tempo dopo, lasciando loro lo dubbio che fosse stato lì a gustarsi la scena de li eroi impegnati a disinfestar la palude prima di decidersi a condurli da lo suo Re.

Re Borgotto attendeva in una grotta su lo fondo di uno scoscesissimo dirupo, da lo quale i nostri faticarono a discendere senza farsi uno sonoro ruzzolone. Superata una tela di ragno argentea, che a lo Peregrino puzzava tanto di trappola, non fossero stati attesi, si ritrovarono in un'ampia sala illuminata da pietre evanescenti ed ad attenderli seduto su uno ghiotto trono di roccia et smeraldi v'era lo Gnefro più grande finora visto, anche se solo il secondo, lo capo di tutti quelli che invisibili continuavano attorno a loro a lanciare gridolini et dilettarsi in antipatici dispettucci.
Quando lo Re zittì tutti volle infine ascoltare la proposta de li umani.
Lo Magistro et li suoi compari furon sinceri et convincenti, seppero ben descrivere la situazione et la soluzione che avevano ideato et Re Borgotto alfine acconsentì a dischiuder loro lo passo per lo complesso di cunicoli in cui giacevano sepolti li pipistrelli verdi da lo guano tanto agognato. Non volle invece saperne di lasciar loro uno de li suoi smeraldi, che soltanto in seguito scoprimmo non aver comunque alcun valore fuori da le grotte gnefre dato che splendono et rifulgono solamente grazie ad uno incanto illusorio che presto svanisce lontano da li piccoli omuncoli fatati suoi artefici.
La fine de la intera faccenda era lontana soltanto pochi lenti, cauti et decisi passi ne la oscurità pressoché totale de le profondità de lo sottosuolo, che però li nostri scoprirono ricchi di insidie oltre ogni loro aspettativa.

Per muoversi più cautamente et causar minor fermento tra li verdi mammiferi volanti, Alburno aveva convinto li suoi compagni a liberarsi de le pesanti armature metalliche, ma non poteva immaginare che terribili viticci et radici animate avrebbero teso loro uno agguato mentre strisciavano tra cunicoli seguendo lo via via crescente odore di guano. Frandonato a suon di padellate et Giacollo con la spada seppero tranciare le lignee appendici ostili ma Galvano venne terribilmente ferito da una poderosa sferzata et quasi ci lasciò le penne.
Quando la pugna fu finita lo Magistro, incapace di porre rimedio a la copiosa emorragia interna, fece ricorso a la sua Crisopea che venne completamente consumata da lo sforzo arcano prima di riuscir a far tornare eretto lo cavaliere. V'è da dire che la pietra filosofale di Alburno è veramente uno miracolo de la scienza alchemica, et anche se completamente esaurita ricominciò a brillare dopo appena qualche girodì trascorso ben esposta a la diurna luce de lo sole.
Con Galvano un po' malconcio, Frandonato vigoroso ma ingombrante, Giacollo ancora inesperto et lo Peregrino coraggioso ma rallentato da la necrosi che durante la caccia a la Lupa Abba lo aveva reso zoppo, toccò proprio a lo mio intrepido mentore intrufolarsi ne lo camino naturale che, in fondo a la via, faceva da tana a li tanto temuti et agognati pipistrelli verdi.

Lo sciame sembrava dormire in una miriade di anfratti larghi mezzo cubito che tempestavano le pareti de la grotta cilindrica. Lo puzzo di guano era talmente acre che tutti dovettero tirar su lo bavero di tuniche et mantelli et assistettero tesi mentre Alburno strisciava lontano da loro, tazza in mano, per raccogliere quanto necessario.
Inizialmente tutto sembrò andar bene, le bestiole riposavano per nulla infastidite da la sua presenza et lo guano fresco era a portata di mano, ma poi, forse per la fretta di raccoglierne di più o per aver raschiato su la roccia più de lo necessario, uno stridulo rumorino fece accadere il finimondo: in appena pochi istanti la caverna si riempì di verdi creature alate, non più grandi de li neri parenti di superficie ma in quantità tali da far scomparire lo Magistro a li occhi de li compagni.
Venne morsicato da dozzine di dentini aguzzi mentre le bestie lo ricoprivano, lo schiacciavano et iniettavano lo loro veleno paralizzante ne le sue carni già provate da la malattia... eppure Alburno, baciato da la buona sorte che assiste solo li più audaci, seppe resistere et sfoderata la sua ultima ampolla inondò di verdi fiamme inestinguibili la grotta intera, disperdendo lo sciame mortale et riapparendo a li suoi compari come eroico raccoglitore de li escrementi che avrebbero infine salvato la città di Nirte.

Lo finale de la vicenda andò quasi come previsto.
Lo Magistro et io lavorammo la notte intera per produrre la Magna Potione de Digestione Universalis et, nonostante le febbri avessero debilitato parecchio lo mio mentore, seppi assisterlo et guidarlo verso lo giusto dosaggio.
Lo mattino successivo ne facemmo dono a lo Drago Tyrus che scorreggiò, vomitò et scaricò badilate di merda fetente ma poi iniziò subito a sentirsi meglio et volle ringraziare li suoi salvatori con nientepopodimeno che uno suo molare cavo, da le fattezze di corno, che avrebbero potuto utilizzare per richiedere lo suo soccorso in una singola occasione, qualora ne avessero necessitato.
Soltanto pochi girodì a seguire le condizioni de la malsana aria di palude migliorarono, le genti di Nirte et lo stesso Alburno iniziarono a sentirsi meglio et avemmo le prove che lo incarico era stato effettivamente portato a termine senza effettivi spargimenti di sangue gnefro o draconico.
Garbunzio Pollastrani ricompensò li eroi con lo oplo di platino loro promesso più la Lama delle Tre Dita, una spada di fattura eccezionale forgiata da lo eccelso Giselmondo Roccapizzuta in persona et martello..
Li eroi vennero festeggiati come meritavano ma proprio su lo più bello si palesò una ultima, inattesa minaccia. Lo mistico aratro de li Frati Scavoni era stato attivato da uno furioso Fra Cazzuola, indispettito perché la consulta cittadina aveva deciso di non pagarli dato che lo loro lavoro non era più richiesto, ma ora era senza controllo et rischiava di scavare lo solco che avrebbe inondato lo declivio in cui vivevano li Gnefri, vanificando così li sforzi de li eroi.
Lo Peregrino et Frandonato corsero come lo vento, si inerpicarono tra le possenti ruote et fecero in ultimo cambiar rotta a lo artefatto impazzito, di fatto causando comunque una inondazione, ma di una gola vicina, senza nuocere a nessuno et creando di fatto le rapide che oggi sono note in tutta Laitia come la Cascata della Moremma.

mercoledì 25 gennaio 2017

Errando per Laitia - Episodio 14

De li Tremendi Malanni dovuti a la Pessima Alimentazione

Lo Magistro Alburno est homo di grande virtute et conoscienza (quanto tempo che non lo scrivevo!), estremamente abile ne le sopraffine arti alchemiche ma a lo stesso tempo grandemente avvezzo a lo studio et pratica de la Medicina Universale. La sua Crisopea è infatti dimostrazione tangibile de lo potere de le sostanze in grado di mutare l'inanimato ma anche di riparare organi vivi et complessi, eppure, come a sue stesse spese ebbe modo di constatare durante la nostra avventura a Nirte, esistono mali de lo corpo le cui origini possono essere ben più antiche et terribili che necessitano di cura specifica et grossi sacrifici per esser debellati.

Nirte, lo borgo in cui nacqui, sorge ne la landa che in Laitia prende il nome di Brumia et li cui abitanti sovente vengono guardati con occhio storto a causa di alcune strane abitudini che non a tutti possono piacere ma che, mi affretto ad aggiungere, lo sottoscritto Arcadio non condivide come gli è stato insegnato da la sua rispettabile famiglia.
Ad ogni modo, ne li pressi di una palude, alimentata da li fiumi La Rena et Livone, sorge la cittadina di Nirte, rinomata in tutti li dintorni per la alta maestria de li suoi fabbri et armaioli et la durevolezza de lo acciaio prodotto ne le sue fonderie.
Come forse ebbi già modo di anticipare lo problema de la mia Nirte perdurava oramai da svariati cicli lunari, quando da la palude interi sciami di zanzaroni grossi come passeri avevano iniziato a diffondere una fastidiosa malattia debilitante, che sebbene non portasse a la morte del contagiato aveva diffusamente indebolito et rallentato la solerte forza lavoro de lo borgo.
Stremati da tale situazione di degrado li nobili signori de la consulta cittadina avevano prima cercato di ovviare con decotti et rimedi, che in molti improvvisati cerusici avevano iniziato a spacciare ne le piazze, per poi infine optare per rimedi più drastici ingaggiando uno gruppo di Frati Scavoni per deviar lo corso de lo Livone et allontanare per sempre la malsana aria di palude, et fastidiosi insettoni annessi, da la popolazione.

Detta così può sembrar già tutto bello et definito, ma allora a cosa sarebbe servito lo intervento de li Eclettici Viandanti?
Lo scoprimmo giungendo una grigia mattina a Palazzo Pollastrani, ove l'onorevole Garbunzio Pollastrani ci accolse per discutere et valutare la questione de lo nostro intervento.
V'è da dire che lasciata la Zolia terminò anche la parte piacevole de lo viaggio, dato che stavolta evitammo locande affidandoci a le doti di caccia di Galvano et lo suo falcone Ombra per i pasti et ci addentrammo in terra di Brumia, coperta spesso da foschia et malsani acquitrini in cui tutti avemmo modo di far fastidiosa conoscenza con le zanzarone di cui tanto si parlava.
Ricoperti di bolle grosse come prugne venimmo comunque accolti di buon grado dal Pollastrani che uno poco sfiduciato ci enunciò lo ennesimo problema sopraggiunto.

Li Frati Scavoni, coordinati da tale Fra Cazzuola, avevano infatti iniziato la loro opera di deviazione de lo corso de lo fiume ma avevan presto rallentato a causa di alcuni sabotaggi, occorsi nottetempo, a li strumenti da loro utilizzati et a le loro derrate alimentari. La causa nominata più di frequente era da attribuire a spiritelli dispettosi conosciuti come Gnefri, ma Garbunzio Pollastrani sospettava in qualcosa di più tangibile et terreno et gli occorreva qualcuno che sistemasse la situazione una volta per tutte. Una volta sinceratici che la paga non sarebbe stata inferiore a vitto et alloggio per lo tempo necessario a le indagini et non meno di uno oplo di platino zecchino in caso di successo, accettammo lo incarico et cominciammo a raccapezzarci.
Li primi che volemmo interrogare furono proprio li Frati Scavoni, ma lo Magistro, saggio et previdente come suo solito, si fece prima indicare chi tra li venditori di cure in strada fosse quello più fornito et volle acquistare da tale Colbecco Manostorta uno campione di ogni suo intruglio, per poterlo poi studiare con comodo ne lo nostro carrozzone.
Dimostrando una magnanimità comparabile a la sua immensa sapienza lo mio mentore poi mi concesse anche la sera libera per poter riabbracciare dopo tanto tempo et senza fretta la mia cara mamma et mia sorella Camadona.

Ne lo cantiere Fra Cazzuola et li suoi ci accolsero con garbo et ospitarono come loro richiesto dal Pollastrani, ci mostrarono lo mistico aratro, di dimensioni ragguardevoli, che dicevano sarebbe andato senza buoi una volta scavata la prima traccia per volontà divina de lo Signore Senza Tempo, raccontarono poi de li strani furti et sabotaggi che li rallentavano a dismisura ma lo unico che asseriva di aver visto lo colpevole era lo mesto Frate Mezzabotte, uno poco svampito et molto spesso poco sobrio: anche lui parlava di Gnefri, creature piccole et glabre, bambini che sembrano vecchi rugosi, in grado di non farsi vedere et sentire se non per far scherzi di dubbio gusto.
Anche non volendo credere a le favole, come li nostri eroi ebbero modo di apprendere con le vicende occorse a Borgoratto, molto spesso le dicerie hanno fondo di verità et quindi organizzarono una trappola per cogliere in fallo lo furtivo intruso qualora si fosse intrufolato ne la tenda de li attrezzi. Eppure la notte trascorse immota et lo mattino successivo non avevamo nulla di fatto.

Quando raggiunsi lo carrozzone, sistemato ne li pressi de lo cantiere, vidi Frandonato, Tristano et Galvano affamati et allegri a consumar lo primo pasto de lo girodì, ma di Alburno non vidi traccia. Pensai stesse già lavorando et entrai ossequioso ne lo laboratorio ambulante per trovarlo incredibilmente ancora assopito. Tale situazione mi mise subito in allarme, giacché li fumi colorati solitamente son visibili sin da l'alba se non prima, et come ebbi subito modo di constatare la causa era lo male de la palude, lo Magistro sembrava infatti averlo contratto durante lo viaggio et ora ne accusava li primi sintomi spossanti.
La fiacca che lo aveva infidamente colto lo frenò quindi da lo recarsi con li compari in esplorazione, ma non interruppe lo suo alacre compito di dispensatore di saggezza et creatore di intrugli miracolosi. Seppe così illuminar li suoi compagni suggerendo loro di seguir lo corso previsto per la deviazione de lo fiume, giacché se qualcuno aveva interesse a bloccar la opera de li frati probabilmente aveva pari interesse a salvaguardar qualcosa che a causa loro sarebbe andato perduto.

Rimasi a lo fianco di Alburno tutta la mattinata, non ci limitammo ad attendere lo ritorno de li suoi compari ma analizzammo li preparati del cerusico Colbecco rivelando che due rimedi su tre potevano esser considerati poco più che acqua sporca. Ciò che invece lo Magistro trovò in qualche modo utile et seppe facilmente replicare fu uno filtro nasale composto con erbe aromatiche che avrebbe aiutato ne lo respirare la malsana aria di palude ne le spedizioni successive.
Puntuali per il rancio, annunciato prima ancora che da la campana da li brontolii de lo ventre di Frandonato, tornarono al campo li altri eroi. Erano stanchi, lerci et spaventati, ma con loro avevano riportato uno giovane biondo et ben vestito, come fosse un cavaliere senza cavalcatura che si presentò come Giacollo Pollastrani, figlio di Garbunzio et aspirante eroe in cerca de la cura per la sua gente afflitta.
Lo Peregrino et li altri lo avevano beccato sommerso fino a la cinta in acque torbide et salvato da una sorte infausta, lo avevano anche ripreso per essersi avventurato solo et gli avevano suggerito di unirsi a loro se aveva tanta premura di rendersi utile, ma poi, su la strada di ritorno, fecero un incontro cui non erano preparati.

Dapprima furono voci, appena sussurrate ne le orecchie, poi stupidi dispetti, lo Frate Martellone che faceva loro da guida venne quasi smutandato et Frandonato udì urla tanto forti da fargli spuntare una frezza bianca tra la chioma. Impotenti contro creature dispettose, aggressive et incolpibili da la spada di Galvano, giacché invisibili, decisero di ritirarsi et riorganizzarsi con lo ausilio de lo loro amico Magistro da le mille risorse.
Alburno, nonostante la spossatezza, iniziò subito a lavorare per produrre filtri adatti a la situazione et ne lo primo pomeriggio furono pronti a ripartire. Io venni lasciato a far la guardia a lo carrozzone, un po' per mia salvaguardia, un po' perché trovar la cena pronta et calda a lo ritorno era cosa che li allettava grandemente.

Ripercorsero li passi fatti quella stessa mattinata eppure stavolta nessuno si palesò ad eccezione ovviamente de le fastidiose zanzarone infette, così decisero di inoltrarsi ulteriormente ne li acquitrini cercando di attirar su di se lo sguardo de li folletti birichini; oramai tutti erano convinti che li Gnefri esistessero et fossero loro ad ordire lo complotto.
Nonostante urla et schiamazzi nessuno però si fece vivo et li eroi si ritrovarono ad attraversare una porzione di palude più compatta, boscosa, ne la quale finalmente qualcosa attirò la loro attenzione.
Due de li Frati Scavoni erano intenti in animata discussione attorno a la immensa et pestilenziale montagna di sterco lasciata da una creatura a loro dire incantata. Si ostinavano a dire che fosse di Leone di Palude, lo gruppo sapeva per esperienza personale che l'unica creatura che non poteva aver espulso cotanto schifo sarebbe stato un Dentiranno et così lo Magistro tappandosi lo naso et resistendo a stento a li conati pensò di prelevarne uno campione.
Fortuna volle che Frandonato gli suggerì maggior cautela, porgendogli uno frammento metallico, giacché la pila di sterco, oltre che tremendamente nauseabonda, era anche incredibilmente rovente, sicuramente espulsa da le viscere di una creatura li cui bruciori non sono solo intestinali.
Prelevato lo campione, et studiatolo brevemente, Alburno si mise su le tracce che di sicuro uno essere tanto mastodontico avrebbe lasciato ne li dintorni et trovandone la possente orma ebbe conferma de li suoi sospetti: ne la palude vi era uno Drago!

Quel che da conoscenze accademiche essi sapevano su li Draghi è che quelli di fiume son più ragionevoli di quelli di lago, et anche uno poco più piccini, ma soprattutto che son creature antiche che detestano assai lo Nuovo Popolo et la fede et cambiamento da essi motteggiati. Mandarono così indietro a lo campo li due frati et chiesero a Frandonato di nasconder saio et croce tau, cosa che tutto sommato non gli costò grande sacrificio.
Le gigantesche impronte lasciate da la mitica creatura sembravano condurre ne lo sfintere anale di uno demonio, vista la quantità et pessima qualità de li effluvi simili a nebbiolina che andavano via via addensandosi. Occorse a tutti grande prova di coraggio et viscere di ferro per resistere et spingersi avanti fino a destinazione.
Lo respiro de lo Drago era lento et pesante, pestilenziale, umido et bollente. Era sveglio et fissò subito lo sguardo sui nuovi venuti che si prostrarono dinnanzi a lui con gesti lenti et misurati et parole ossequiose et ponderate, pronunziate ne la Lingua Antica con lo scopo specifico di volerlo compiacere. Lo possente Tyrus, questo lo nome de la bestia, si rivelò disposto ad ascoltare et poco incline a divorare, visto lo grande male che lo attanagliava: egli infatti soffriva da quasi uno anno di intensi dolori addominali dovuti a qualcosa di indigesto che aveva trangugiato et non era mai riuscito ad espellere. Lo Magistro Alburno prese quindi parola et professò la propria disciplina, offrendosi, in quanto guaritore et alchimista, di trovare uno rimedio per la sua indigestione et associando immediatamente li effetti de la aria malsana prodotta da le evacuazioni de lo Drago a la misteriosa malattia che affliggeva la palude et Nirte tutta. Come prova ulteriore di competenza et di esser degni di fiducia mostrò a Tyrus la Crisopea et lo convinse ad utilizzarla per lenire temporaneamente lo suo dolore.
Lo Drago brontolò soddisfatto ma assai svogliato, afflitto com'era da tempo da uno male tanto fastidioso, et chiese loro di tornare con una cura.

Quando a sera furono tutti di nuovo a lo campo de li Frati Scavoni temetti di dover bruciare tutte le loro vesti, visto lo lerciume et la puzza che emanavano. Lo mio mentore mi mise subito a lo lavoro insieme a lui, cercando tra li tomi di Medicina Universale che aveva ne lo laboratorio, qualcosa di sufficientemente potente da poter curare uno malessere tale da piegare uno vigoroso Drago, infine trovammo la formula che faceva a lo caso nostro: avremmo dovuto procurarci li ingredienti per produrre la famigerata Magna Potione de Digestione Universalis!

martedì 24 gennaio 2017

Avventurieri delle Lande - Sessione 2

Sessione 2 - Le Grotte del Male pt.2
Il giorno dopo

Ricongiuntisi con Gronte Loba, sia Raghna che Zig sono d’accordo ad attendere l’alba per affrettarsi verso Città del Porto. Dopo una faticosa giornata di viaggio giungono infine al sicuro oltre le mura cittadine ma il mercante e Zig decidono di non voler avere più nulla a che fare con le letali Grotte del Male e se ne vanno per la loro strada.
Raghna chiede aiuto al Grande Tempio della Luce dove incontra un altro accolito della sua specie di nome Urza (nano-sacerdote) che le presta soccorso, insieme poi decidono di formare un gruppo per tornare alle Grotte del Male e vendicare la morte di Rock.
Nella Locanda dell’Oro Fuso, Bannus (nano-guerriero) decide di impugnare l’ascia di suo padre, ex-avventuriero ritiratosi a fare l’oste, e si mette in affari con due umani,  Passoscuro e Cerdic (umano-stregone) che posseggono una pergamena con il disegno di una grotta il cui ingresso è scolpito a forma di testa di drago che da accesso ad un’antica miniera nanica abbandonata ricolma di tesori.
Raghna e Urza giungono in locanda in cerca di rinforzi per affrontare Dukkat ed i cinque uniscono gli intenti ripartendo immediatamente lungo la Via del Mare, diretti alle propaggini della Foresta Oscura. Il viaggio non riserva sorprese, il gruppo passa la notte sulla strada e con la luce del mattino successivo Raghna ritrova facilmente l’ingresso alle caverne e giunge nella sala in cui è morto Rock.
La testa mozzata del nano è stata affissa su un palo ed inveisce contro di loro mentre il corpo decapitato emerge da un cumulo di rocce e li aggredisce alle spalle. Il gruppo ha facilmente la meglio e Rock guadagna finalmente il riposo del guerriero. Mentre Raghna si occupa delle sue spoglie Cerdic indaga sulla carcassa dell’Elfo Scheletro rimasto dalla volta scorsa nella stanza.
Lo stregone riconosce la coroncina di cuoio e argento come un simbolo principesco ed il suo particolare arco come proveniente dal Bosco Bianco, ma poi, incuriosito dallo strano Cuneo Nero conficcato nella gabbia toracica dell’elfo, decide di prenderlo e viene immediatamente assuefatto dal suo potere oscuro.
Dukkat e lo scheletro di Drago mezzo sepolto sono spariti. Gli avventurieri decidono di esplorare il resto del complesso in cerca della miniera nanica. Svoltando un angolo tralasciato in precedenza si ritrovano in un vicolo cieco in cui scorgono il cadavere di un sacerdote del Dio della Luce e rinvengono alcune utili pergamene ed una mazza con la testa a forma di sole sicuramente magica. Urza utilizza una pergamena per individuarne i poteri e si rende conto che Cerdic è in possesso di un oggetto maledetto, cerca di strapparglielo ma rimane anche lui vittima dell’oscuro influsso. I due litigano chiassosamente e ferocemente per il possesso del Cuneo Nero attirando un nutrito gruppo di goblin morti viventi che li aggredisce di soppiatto ed il gruppo si divide per affrontarli. Cerdic riesce ad avere la meglio su Urza addormentandolo con un incanto, Passoscuro suggerisce di tenere divisi i due in modo che non cerchino di uccidersi e di chiedere aiuto al Tempio della Luce. Bannus scorta i due umani mentre Raghna attende nella grotta che Urza si risvegli.
Una volta nel bosco Passoscuro convince Cerdic a tradire i nani, prendere la mazza fiammeggiante dalle mani di Bannus e rivenderla dividendo i proventi. Anche Bannus cade vittima dei poteri di Cerdic e si risveglia da solo in una radura, la sua ascia conficcata in un tronco a tre metri di altezza e due lupi morti viventi che gli ringhiano minacciosi.
Urza si risveglia, è visivamente debilitato e bramoso di riprendersi il Cuneo Nero, Raghna fa per accompagnarlo fuori ma l’ingresso delle Grotte del Male viene fatto franare ed una seconda ondata di goblin morti viventi si avventa su di loro.
Bannus sconfigge per un soffio i due lupi nel bosco, anche Urza e Raghna riescono faticosamente a sterminare i nemici ed i nani si ricongiungono ed accampano al sicuro.
Passoscuro e Cerdic arrivano oltre il tramonto a Città del Porto. Riposano in locanda ma al mattino Cerdic, stordito dall’influsso del Cuneo Nero, non si accorge che il suo compagno è già sparito con la Mazza Fiammeggiante e l’arco elfico. Lo cerca nel Tempio della Luce dove i sacerdoti gli riferiscono di averlo generosamente ricompensato per aver restituito una reliquia sacra e avergli dato indicazioni per il Bosco Bianco.
Quando a sera anche i tre nani Bannus, Raghna e Urza tornano alla civiltà vengono ringraziati per aver individuato nelle Grotte del Male il cadavere dell’eroico sacerdote scomparso Let Pontifer, e ricompensati nonostante Dukkat sia riuscito a sfuggirgli. Su loro richiesta vengono infine indirizzati sulle tracce dei due umani verso il misterioso reame elfico di Bosco Bianco.

Avventurieri delle Lande - Sessione 1

Una Notte di Plenilunio / Le Grotte del Male pt.1
Tarda Primavera - Anno 13527 dalla Nascita del Sole

Rock (nano-guerriero), sua sorella Raghna (nana-sacerdote) ed il vagabondo Zig (umano-ladro) sono stati assoldati da Gronte Loba, un mercante in viaggio da Bolves a Città del Porto lungo la perigliosa Via del Mare.
Ad un giorno di viaggio dalla destinazione il gruppo si accampa, è una placida e tiepida notte di luna piena quando alcuni goblin si spingono fuori dal sottobosco, rubano la borsa coi denari di Gronte Loba e fuggono.
Gli avventurieri pagati per difendere il mercante si lanciano all’inseguimento, sterminano i goblin che tendono loro un agguato ma scoprono che altri sono fuggiti nel fitto della Foresta Buia e soprattutto che i nemici appena sconfitti sembrano essere morti viventi e portano tutti inciso sulla pelle il marchio della Tribù Testa di Cervo.
Avvertito Gronte, che si fa convincere ad attenderli fino all’alba, si equipaggiano e partono sulle tracce dei goblin giungendo all’entrata di un minaccioso complesso artificiale di caverne: Le Grotte del Male.
All’interno delle grotte i tre seguono Zig che li conduce sulle tracce più fresche lasciate dai goblin, si disfano facilmente di altri morti viventi tra cui dei lupi ed evitano tutti i cunicoli secondari per giungere infine in una caverna più ampia, illuminata da grossi braceri di fuoco nero, in cui li attendono Dukkat, un Sacerdote del Dio della Morte, e due Scheletri Non-Morti, un Nano in armatura, ascia e scudo, ed un Elfo armato di arco che sembrano vegliare sulle ossa semisepolte di un Drago nella parete più distante.
Inizia un combattimento furioso in cui Raghna sferra un colpo mortale al Sacerdote nemico che però è protetto da un incantesimo di Necromanzia e viene deviato su suo fratello Rock che finisce quasi decapitato. Zig ingaggia e vince per un soffio un scontro dalla distanza con l’Elfo Scheletro, la cui testa rotola via dal resto del corpo. Rock in fin di vita riesce comunque ad avere la meglio sul Nano Scheletro ma Dukkat con il suo Bastone del Potere sferra colpi micidiali e quando rianima il Nano Scheletro gli avventurieri decidono di ritirarsi.
Rock sebbene ferito copre valorosamente la via di fuga a Raghna e Zig ma un ultimo colpo di ascia del Nano Scheletro è letale e lo decapita.
Raghna in lacrime e Zig riescono correndo a perdifiato a guadagnare l’ingresso della caverna. I nemici non li inseguono oltre la soglia.