mercoledì 9 settembre 2015

Sudore , Sangue e Zucchero


La concitata situazione si rivelò di li a poco agli occhi dell'equipaggio del Cerdo e fu che un vascello battente bandiera spagnola scappava malandato da colpi di cannone sparati da un altro natante battente bandiera nera. Giusto il tempo di analizzare la situazione ed il Capitano Do Santos dovette effettuare una serie di manovre per far prendere velocità al Cerdo, nel mentre altri colpi avevano ulteriormente danneggiato il vascello che scappava ora battente bandiera inglese. I due vascelli ora erano troppo vicini e Do Santos fu costretto a fare una virata sull'ancora per guadagnare un angolo migliore e non rimanere coinvolto nel combattimento. La vicinanza al combattimento favoriva la visuale all'equipaggio del Cerdo permettendogli di constatare che si trattava di due navi con nomi inglesi l' Endeavour all'inseguimento e la Butterfly che arrancava sotto i colpi di cannone.
Sul ponte della Butterfly c'erano incendi sparsi e l'equipaggio si prodigava con affanno tra lo spegnerli ed i compiti di navigazione. Juan Do Santos interpretò il cambio di bandiera come un disperato tentativo di depistare la nave pirata e magari sperare in un aiuto da parte di altre navi, ma il nome e la corona stilizzata sullo scafo tradiva la disperata manovra rendendola vana. Decise di rimanere a guardare e non durò nemmeno troppo...altre due salve di cannone e la Butterfly già malandata esplose del tutto, delle palle incandescenti colpirono il deposito di polveri e del natante non rimasero che pezzi di legno bruciato galleggianti.

Nemmeno il tempo al fumo ed al puzzo di zolfo di diradarsi che dell'Endeavour non vi era traccia, all'equipaggio del Cerdo de Agua non rimase che tirar a bordo l'unico superstite, un marinaio inglese o quel che ne rimaneva che ebbe appena il tempo di metterli a conoscenza che in quelle acque la faceva da padrone il pirata "Mud Face", una arcigna strega che non aveva pietà per le navi, sopratutto le inglesi, che avevano la sfortuna di incrociare la propria rotta. Detto questo il marinaio esalò l'ultimo respiro ed il suo corpo martoriato e bruciato dall'esplosione ricevette l'onore di essere sepolto in mare alla maniera e con gli onori di un nemico sconfitto. La marina Spagnola era infatti in guerra con quella Inglese, ma l'onore e la lealtà del capitano Do Santos erano leggendari e questa situazione non fece altro che confermare le voci al riguardo.  

In seguito a questo Do Santos dopo essersi consultato con il proprio equipaggio decise di far vela per la palude di Antigua alla caccia della spietata piratessa. Il viaggio non fu semplice tra le acque salmastre ma la perizia del capitano e lo scafo non molto profondo del Cerdo permisero di risalire il fiume dal cui estuario si generava la palude. Arrivarono fin dove era possibile navigare in sicurezza e poi furono costretti a continuare la risalita del fiume sulle barcacce, delle scialuppe molto larghe e grandi che veniva usate tipicamente nelle fase di carico e scarico delle merci , quando la nave veniva lasciata all'ancora lontana dal pontile o quando il pontile non esisteva proprio. Il resto del viaggio non fu semplice ma raggiunsero la caverna ben nascosta dalla folta vegetazione che ospitava il covo del pirata, per scoprire che la vecchia megera "Mud Face" era in realtà una avvenente e giovane capitana di origine caraibica che rispondeva al nome di Molly Mulligan, vecchia conoscenza del capitano Do Santos essendo la figlia della levatrice che lo svezzò da piccolo e sua compagna di giochi d'infanzia.


Scoprirono che in realtà Molly divenne pirata per esigenza ed aveva un ideale ben preciso che la rendeva tale, voleva che la schiavitù, teoricamente cessata qualche anno prima a mezzo di una legge per altro inglese e mai messa in pratica realmente, cessasse definitivamente. Per questo assaliva le navi inglesi provenienti dalle piantagioni di zucchero, in cui venivano impiegati a forza ed a condizioni disumane i numerosi schiavi condizione condivisa da Molly stessa fino a qualche anno prima. Liberatasi dalla schiavitù giurò a sul suo onore che avrebbe messo in pratica le conoscenze di navigazione, imparate insieme al Capitano Juan sulla nave in cui trascorsero la loro infanzia, al servizio di un ideale concreto liberare gli schiavi dal giogo degli inglesi. Per questo mise al corrente il gruppo dell'intenzione di assaltare una piantagione di zucchero ed il relativo fortino a sua protezione.







domenica 6 settembre 2015

Teufeldorf





Teufeldorf si trova nella parte meridionale di Barovia, dove i Balinok discendono velocemente verso il limitare della Foresta di Tepurich lungo la Strada Cremisi. La città si estende a nord e sud del fiume Gundar, all'interno delle massicce mura cittadine è divisa simbolicamente in distretti: della Torre, dei Giardini, Fluviale o Commerciale, del Tempio e Popolare.
Presumibilmente, il sito è stato abitato sporadicamente fin dall'età della pietra, quando brutali uomini tribali eressero dolmen per il pagano dio orso della caverna. In tempi storici, le perenni invasioni delle tribù barbare vicine suggerirono ai primi duchi di fortificare pesantemente Teufeldorf e permearla con tunnel e passaggi. Il fatto poi che il Conte Von Zarovich in passato l'abbia così facilmente annessa testimonia quale anarchia ha sempre, fino ad oggi, caratterizzato la città.
Teufeldorf attualmente non ha un borgomastro, ed è governata dal kapetan delle guardie, la severa Rebeka Ditrau.



Il Conte stesso ha giustiziato il precedente borgomastro, Shaithis Vosrovna, per aver istigato ingenui avventurieri ad assassinare un Vistani locale. La Ditrau ha da lì in poi preso temporaneamente il controllo della città, fino a quando non fosse stato trovato un sostituto, cosa non ancora avvenuta e nel frattempo le principali forze in campo cercano di aumentare la loro influenza per salire al potere.
Rebeka Ditrau è categorica sul preservare la legge e l'ordine in città, ma non ha interesse per le macchinazioni da borgomastro, si ritrova semplicemente a disagio con i compiti politici e gli uomini della milizia della città non sono felici di dover condividere i loro spazi nella guarnigione con impiegati e magistrati.
Cosa insolita per un centro abitato di Barovia, Teufeldorf ha una comunità religiosa discretamente forte. Qui si trova il Rifugio della Quieta Obbedienza, il Tempio di Ezra da cui prende il nome il distretto che lo circonda. Il Culto di Erlin è sempre presente tra i bassi ceti gundarakiti mentre il Signore del Mattino è raramente nominato. Sfortunatamente la città deve affrontare anche il dilagante problema dei mendicanti e dei borseggiatori, che pullulano specialmente nei distretti Popolare e del Tempio.
La caratteristica architettonica più impressionante di Teufeldorf è indubbiamente la Torre Serpeggiante. Ha il profilo di un cavatappi e, dal punto più alto, gargoyle mostruosi guardano verso la città. Sebbene presumibilmente una volta abbia ospitato una congrega di maghi oscuri schiavi di Gundar, la strana fortezza è ora usata per allenare una manciata di soldati Baroviani nelle tattiche militari e di spionaggio. Rebeka Ditrau ha inoltre restituito l'oscura fortezza al suo originale uso di prigione militare.
Le forze che si contendono il controllo di Teufeldorf sono fondamentalmente tre, volendo considerare la milizia della Ditrau come super-partes: le nobili famiglie baroviane Velikov e Katskys hanno iniziato a detta di molti una vera e propria lotta sotterranea, fatta di intrighi, tradimenti ed assassinii, nel tentativo di guadagnare influenza a discapito dei rivali, vantando per titolo il diritto di governare in nome del Conte. Il caos che ne consegue tra le personalità di spicco fomenta ulteriormente la popolazione, che animata da bande di borseggiatori e piccole cellule di resistenza gundarakita diventano via via meno gestibili dall'autorità. La Chiesa di Ezra fa da terzo polo, il Toret Oblemenco si è fatto carico dell'improbabile missione di riunire i consensi del popolo per far si che accetti una guida religiosa. Estendere il potere temporale della fede in Ezra in un luogo ostile come Barovia sarebbe sicuramente un'impresa degna di nota.
Voci inquietanti inoltre sembrano testimoniare il ritorno in città di un'antica setta di assassini, il Ba'al Verzi, che in antichità cercò di assassinare il Conte Strahd Von Zarovich I. Il loro ruolo ed i loro scopi restano un mistero, così come, per ora, la loro effettiva esistenza.

Per i viaggiatori la maggior parte delle locande della città sono poco costose, situate nel distretto Fluviale e circondate dalle squallide tenute dei Gundarakiti. Teufeldorf ne ha fortunatamente almeno una che si distingue: la Locanda della Vedova Piangente offre stanze di buona qualità e cibo discreto, lussuosa e situata al centro del distretto dei Giardini.


Sebbene lontana dagli avvenimenti destabilizzanti di Zeidenburg delle ultime settimane, la situazione di Teufeldor non è meno agitata. Ma, troppo presi nel pestarsi i piedi a vicenda, i nobili non hanno ancora realizzato che dagli squilibri attuali possano emergere sacche di ribelli gundarakiti pronti a rovesciare il regime, o che qualcuno dall'esterno possa approfittare della loro distrazione per soffiar loro la preda tanto ambita.

lunedì 10 agosto 2015

El Cerdo de agua



El Cerdo de Agua solcava dritto la linea dell’orizzonte il sole si apprestava verso il lungo desio che lo avrebbe portato a svanire dietro la linea del mare, gli occhi arrossati avevano finalmente un po’ di  riposo, dalla la luce accecante riflessa sull'acqua del pieno giorno e dalla salsedine che andava ad increspare ancora di più le pieghe ben visibili intorno agli occhi anche del più giovane dei mozzi. La vita di marina era una vita dura, difficile da sopportare, Juan Do Santos ne aveva visti di compagni morire per chissà quale febbre, ed altrettanti impazzire per gli interminabili viaggi, quei pochi che erano riusciti a sopravvivere allo scorbuto o erano finiti nelle fauci di uno squalo o trafitti dalle sciabole incrostate di sangue di qualche pirata. Ormai erano anni che guidava tra quelle acque lo sloop battente bandiera di sua maestà il Re di Spagna. Il Cerdo era vecchio, rattoppato, eppure su ogni centimetro di quel legno Africano c’era intarsiata una storia, storia di chi aveva versato sangue e sudore. In effetti era usanza sulla nave di intarsiare una sigla proprio sul parapetto che divideva il castello di poppa dal ponte. Quella sigla ricordava all’equipaggio di compagni caduti, che avevano servito lì ed ora a servizio presso altre imbarcazioni o nelle poche e fortunate ipotesi ritiratisi in qualche colonia alla bella vita. Per apporla si doveva dimostrare di esserne degni, era una sorta di rito di iniziazione voluto fortemente dal capitano Do Santos, un uomo imperscrutabile, con gli occhi color ghiaccio ma un sorriso che lasciava il segno, nel bene e nel male e tra le due tipologie c’era veramente un mare di emozioni intermedie. Il Capitano Juan era nato a bordo di una nave, e cresciuto a bordo di essa, la puttana che lo aveva sputato fuori doveva finire a Madrid proveniente da Gran Roque, era talmente bella, anche in dolce attesa, che il governatore della cittadina aveva deciso di portarla alla corte del Re di Spagna, affinché incrementasse le sovvenzioni per le colonie soprattutto la sua.

Eppure Magdalena non sopravvisse al parto, stremata da un lungo viaggio e provata dalla cattiva alimentazione a bordo di una nave. Il capitano del vascello che la trasportava, nonostante si fosse infuriato ed avesse protestato contro il governatore di Gran Roque dovette obbedire agli ordini ed imbarcarla, nonostante fosse incinta, non prima però di avvertirlo che lo avrebbe ritenuto responsabile in caso qualcosa fosse andato storto direttamente presso il Re. Dopotutto i corsari spagnoli al servizio di Sua Maestà Carlo II di Spagna seppur non ufficialmente, provenivano tutti dalla regia marina e vantavano un educazione ben al di sopra del normale marinaio, per questo erano temuti e rispettati ma soprattutto ascoltati, di solito



Impietositosi per quel bastardo a cui la bellissima Magdalena aveva dato la vita non ebbe il coraggio di gettarlo in pasto ai pescecani, lo consegnò alle cure amorevoli della sua schiava personale e raggiunta l’età giusta lo prese come mozzo sul vascello. Per il Capitano Do Santos il Cerdo era tutto, era la sua casa, la sua infanzia perduta, ed il luogo dove lavorava Si sarebbe fatto amputare un braccio pur di non farlo affondare, e c’era andato vicino più di una volta. Juan assorto nei pensieri scrutava il sole che stava per svanire verso ovest quando un grido dal posto di vedetta squarcio il silenzio surreale di quel tramonto su mare piatto: “Nave a Babordo in linea di intercetto “….

Superumano




Labor era il responsabile della sua trasformazione, il fulcro del complesso susseguirsi di eventi che l'avevano reso ciò che era: un ibrido la cui carne è fusa all'acciaio.
Moses si sarebbe definito un Superumano per distinguersi da quelli che la gente ignorante del Nono Mondo appellava subumani.
Aveva scoperto di non essere l'unico esperimento del Ministro Eone, l'energumeno selvaggio che rispondeva al nome di Kun-kunis presentava molte delle sue stesse caratteristiche, anche se sembrava pesantemente improntato alla violenza e potenza fisica. Era lampante per entrambi il potenziale di ciò che racchiudevano, l'assoluta perfezione a cui potevano anelare, forse semi-divinità di uno dei mondi precedentemente perduti, essi stessi potevano essere considerati dei Numenera senzienti.

Moses scopriva se stesso giorno dopo giorno, per questo non gli importava dove andasse, per questo cercava l'avventura, il rischio, le fonti di potere. Aveva capito che i ricordi della sua vita precedente in qualche modo entravano in conflitto con la porzione cibernetica del suo cervello, non aveva alcun interesse pertanto a forzare quel blocco per ora, col tempo il problema si sarebbe risolto da se, inutile insistere ora, inutile domandarsi. Qualsiasi cosa gli avessero fatto era chiaro che ogni legame con la sua vita precedente era scisso, rendendo irrilevante la sua infanzia e importante soltanto il suo futuro.
Trovava eccezionale la capacità di riprogrammarsi, scoprendo dentro di se nozioni inerenti campi che il giorno prima ignorava completamente. Trovava galvanizzante la perfezione del suo fisico, la durezza dell'acciaio e la tonicità della sua muscolatura in grado di assorbire senza alcun danno gran parte dei colpi subiti.
Cercava di non darlo a notare, ma si considerava a tutti gli effetti un Essere Superiore.
Eppure il cammino per la perfezione era appena iniziato. Moses era al corrente anche dei suoi limiti, delle barriere che avrebbe dovuto infrangere e lentamente iniziava a figurarsi un modo per farlo. Era chiaro che il corpo di acciaio che aveva ricevuto in dono era stato progettato per evolversi, l'aveva capito sin dalla prima volta che aveva rimosso la placca toracica, scoprendo innesti e nuclei energetici non collegati su cui già aveva iniziato a lavorare nelle ore di riposo durante il viaggio.

Aveva subito alcune ammaccature, la corazza di pelle di bestia aveva retto bene anche l'ultimo, pesante impatto, la carne presentava qualche ematoma, un paio di graffi, ma i riflessi meccanici l'avevano fatto uscire quasi indenne anche da quell'ultima, estrema minaccia.
Scostò un paio di massi residui della frana e si rimise in piedi. Kun-kunis sembrava aver preso in pieno petto una roccia gigantesca, era danneggiato ma perfettamente in grado di rimettersi in piedi, erano simili dopotutto. Jamal il telecineta aveva dato un'altra eccezionale prova del suo talento deviando i massi in arrivo su di lui, sembrava completamente incolume. Jester era giunto seriamente provato dall'agguato dell'automa ma aveva retto stoicamente anche l'assalto dei predoni e ora riemergeva sulle sue gambe dopo essersi protetto dietro al suo massiccio scudo.
Con compagni come questi cosa avrebbe potuto fermarlo?
A terra i cadaveri dei subumani mostravano la netta differenza tra creature più simili alle bestie ed esseri eletti come loro, destinati a grandi cose.

Moses avrebbe evitato volentieri il combattimento, ma avevano avuto poca scelta. La prima imboscata era stata facilmente convertita in una strage, mentre il secondo assalto era impossibile da evitare una volta scoperti e avrebbe ora complicato il resto dell'esplorazione. Eppure l'adrenalina dello scontro lo esaltava: il rumore secco, metallico dei suoi arti che si attivavano in un istante e scattavano in un impeto inarrestabile seguito dallo schiocco secco delle ossa del collo del nemico spezzate da un singolo colpo, lo stridere del metallo delle asce smussate del nemico, in grado di lacerare l'armatura ma subito dopo bloccate dall'acciaio della sua placca toracica che alla fine non riportava nemmeno l'ombra di un graffio. Quanti ancora di loro sarebbero dovuti perire prima di comprendere la futilità delle loro azioni se non delle loro stesse vite?

L'intero gruppo marciava senza sosta da un paio di giorni, era fisicamente provato e aveva dato fondo alle sue riserve di energia durante entrambi gli scontri, inoltre alcuni di loro erano feriti più seriamente, un altro attacco adesso avrebbe potuto essere una minaccia più seria, era necessario trovare un luogo sicuro e riprendersi.

La meta era nota e anche il loro nemico "Kurt" sembrava essere una vecchia conoscenza del combattivo Jester, sarebbero andati a stanarlo ma non dovevano sottovalutare la situazione e farsi cogliere per la terza volta impreparati.
Quella cupola di metallo tra i picchi oltre la valle era la loro destinazione. Rovine ancestrali nei terreni di caccia dei subumani, sorvegliata da automi metallici e presidiata da un umano a capo di una banda di predoni, nascondiglio di chissà quanti tesori e apparecchiature dei mondi precedenti.

Per Moses questa era proprio il tipo di sfida degna di un Superumano.

giovedì 30 luglio 2015

Jester "The Rock"



Non servirono a nulla quel giorno le interminabili ore di allenamento presso la fortezza di Empty Sanctum, a nulla servirono quel giorno le tecniche che aveva a fatica fatte sue, non servì a nulla quel giorno lottare come una belva ferita perchè qualcosa di imprevedibile stava per accadere.
Le possenti mura innalzate a protezione della piccola cittadina di Legrash a nulla servirono quello stramaledettissimo giorno, le guardie non potevano immaginare che tra le loro fila si nascondesse una serpe, quel maledetto cane che eliminò nella notte le sentinelle di ronda aprendo il portone ai predoni.

Jester svegliato dalle urla non ebbe il tempo di indossare tutto il suo eguipaggiamento, prese solo la sua spada ed il suo scudo, disse a Linda, sua sorella di rimanere a protezione dei genitori e di barricarsi in casa, ed uscì cercando di dirigersi nel vivo dello scontro. Ma era ormai troppo tardi, i subumani avevano invaso il centro cittadino, sciamando dal portone principlae spalancato a giorno, dove l'esigua guardia cittadina non si sarebbe mai aspettata un attacco. Si lanciò come un folle all'interno delle fila degli attaccanti, schierandosi fianco a fianco con i suoi compagni, lottò con loro come se non vi fosse un futuro, e per un attimo riuscirno a rallentare l'attacco, attirando l'attenzione dei nemici su di loro. Insieme erano più forti, insieme erano pronti a formare una piccola linea difensiva come avevano imparato e più volte provato in allenamento alla fortezza. La possenza e la forza di Jester diedero nuova speranza ai suoi compagni d'arme ed ai cittadini che scappavano impauriti da case incendiate e dalle spade ricurve di quei banditi vestiti di nero. Avrebbero potuto resistere almeno fino a che le forze non li avrebbero abbandonati, erano riusciti ad indietreggiare fino alla via della speranza, uno stretto corridoio ricavato scavando la dura roccia che collegava le due parti della cittadina divise da una rocciosa collina facente parte dei Monti Zanlis, dalla quale Jester prendeva il suo soprannome "The Rock"

Era evidente che la loro preparazione bellica era nettamente superiore a quella dei banditi che dalla loro avevano invece il numero. Jester ed i suoi erano pronti a sacrificarsi per far in modo che la popolazione avesse il tempo di scappare tramite un cunicolo segreto e sotterraneo verso la pianura che si estendeva al di la del passo Tremble. La cittadina era persa, i corni della torre Hope riecheggiavano nella notte, tra i crepitii di case incendiate che si ripegavano su se stesse ed il fragoroso rumore del cozzare delle metalliche spade durante la battaglia. Jester ed i suoi compagni intonarono la ballata dell'eroe, sapevano che la loro fine sarebbe giunta di li a poco, ma erano consapevoli che la particolare conformazione del villaggio ed il punto nel quale si erano asserragliati per portare l'ultima e strenua resistenza non sarebbe potuto cadere tanto facilmente ne tanto presto.  
Fu li che avvenne un fatto inaspettato quanto repentino, il tradimento, dalle loro fila, proprio accanto a Jester, Kurt , suo amico da sempre, fece un passo indietro e lo colpì alla schiena, la piccola linea difensiva cadde sotto l'impeto dei predoni e Jester ebbe solo il tempo di accorgersi di quello che era successo. Il dolore per l'essere stato tradito da quello che pensava fosse un fratello era più grande del dolore provocato dallo squarcio mortale sulla sua schiena, cadde in ginocchio con il sapore aspro del sangue in bocca e vide un ghigno dipingersi sul volto di Kurt, le ultime parole che sentì furono...."adesso me la spasserò con Linda gran pezzo di merda". Il copioso sangue che usciva dalla bocca di Jester soffocò le sue ultime parole nella sua bocca " Bastardo...tornerò..." 

Un forte respiro e poi un urlo rimbombarono nel laboratorio "...Tornerò..." strappando dei tubi che lo collegavano ad uno strano marchingegno Jester si rizzò seduto sull tavolo dove era adagiato. Ma provò subito un dolore lancinante alla schiena, un dolore talmente forte che gli fece perdere i sensi di nuovo, non prima però di vedere due mani di carnagione scura che lo aiutavano ad adagiarsi su quello strano tavolo gelido. Risuonarono sulle sue labbra, questa volta non più soffocate dal suo stesso sangue le parole "Bastardo....tornerò..."

Moses



         Resurrezione
Io sono Moses, o meglio, questa è l'identità che mi è stata assegnata nella mia seconda vita, una banale traslitterazione del codice identificativo che ho tatuato sul collo: M0535.
Della mia vita precedente non ho ricordi se non gli ultimissimi istanti: il calore intenso della fiamma ed il gelo profondo del metallo. Il mio soffio vitale spazzato via, la mia personalità annullata, persi tutti quanti i miei ricordi. Eppure qualcosa è rimasto.

La maggior parte dei miei organi interni sono stati salvati: il mio cuore ed i polmoni sono artificiali ma pompano vero sangue in circolo nelle mie vene, le placche di metallo nascondono i nuovi innesti e le complesse apparecchiature elettroniche che oggi mi mantengono in vita.
Tutti e quattro i miei arti sono stati rimpiazzati con impianti cibernetici, braccia e gambe di scuro e solido acciaio che uso nascondere sotto vesti ampie e comode per non attirare attenzioni indesiderate.
Anche gran parte del mio sistema nervoso centrale è stato ricostruito: una buona porzione della materia grigia è ancora organica ma circa un quarto del mio cervello è circuitato ed accessibile attraverso una placca cranica sigillata di acciaio opaco, così come l'intera spina dorsale, i cui innesti vertebrali emergono dalla pelle sottile ed annerita della mia schiena.
Il volto che porto è ancora in larga parte quello che avevo nella mia vita precedente, non vi crescono più peli, così come su tutto il resto del mio corpo. Conservo i miei veri occhi, celati dietro una visiera specchiata, regolabile e direttamente innestata all'apparato uditivo, anch'esso interamente artificiale.
Sono uno spettacolo grottesco per la popolazione selvaggia ed ignorante del Nono Mondo e uno straordinario esemplare ibrido di carne e metallo per chi invece dedica la sua esistenza allo studio dei Numenera.


Mi risvegliai nel deserto alcune settimane or sono. Solo. Il vento aveva cancellato le tracce sulla sabbia di come fossi giunto fin lì. Accanto a me una sacca, strumenti di precisione, alcuni pezzi di ricambio e marchingegni ignoti, una lama e pochi viveri, come se fossi stato lasciato lì di proposito. Mi lasciai guidare da una colonna di fumo all’orizzonte per giungere entro sera in un primo, piccolo centro abitato.
Presto mi resi conto delle potenzialità del mio nuovo corpo, della sua incredibile resistenza e potenza fisica. Nonostante non riuscissi a comprendere l’esatto funzionamento delle mie parti cibernetiche era evidente che il lavoro compiuto fosse incompleto e, seppur già di per se stupefacente, ancora ben lontano dal manifestare il suo pieno potere.
L’eccellenza del lavoro fatto su di me da colui o coloro che mi hanno ridato vita è manifesta anche nell’agio in cui mi trovo in questo corpo ibrido: lo sento mio, perfettamente integrato con le parti ancora organiche, persino psicologicamente non avverto alcun rifiuto, nessun rimpianto di ciò che fui.
Paradossalmente potrebbe essere proprio questa innaturale armonia a turbarmi maggiormente o la consapevolezza di essere un’organismo superiore, ma allo stesso tempo ancora in corso d’opera ed in grado poter raggiungere un più alto livello di perfezione.
Viaggio da allora con il duplice scopo di svelare il mio passato e completare ciò che sono. I Numenera, i segreti mistici dei mondi precedenti al nostro, le tecnologie proibite e dimenticate sono la chiave per realizzare me stesso.


L'incontro
Lo sconosciuto sembrò riconoscermi dopo appena qualche parola scambiata, mi disse qualcosa, un nome di persona o forse un luogo che mandò completamente in tilt il mio sistema neurale.
Dal suo volto sorpreso, quando mi ripresi, capii che ciò che aveva causato non era voluto, eppure non riuscivo a ricordare cosa fosse successo. In seguito l’uomo mi raccontò della mia infanzia, mi disse chi ero e da dove venivo, eppure ancora oggi non riesco a ricordare quei dettagli, come se andassero in conflitto con le mie memorie attuali, ma in fondo nemmeno mi interessa. Chi mi ha ricostruito ha fatto in modo che il nuovo me non rimpiangesse chi fossi prima di risorgere. Appare però evidente che il mio inconscio si opponga a questa scelta, basta pronunciare quel nome, che in alcun modo riesco a ricordare, affinché i tessuti organici del mio corpo si ribellino a quelli cibernetici. L’effetto è un offuscamento quasi totale della mia volontà, incapacità completa di agire per alcuni secondi finchè non si attiva una sorta di impianto di emergenza che elimina il ricordo e ristabilisce il controllo. Seguono diversi minuti in cui mi è impossibile assimilare ogni tipo di ricordo a breve termine, poi il sistema neurale sembra riavviarsi e tutto torna normale.
Non sono attualmente in grado di mettere mano al circuito di emergenza, non senza rischiare di arrecare danni più gravi, e non conosco nessuno di cui mi fidi abbastanza per consentirgli di operare sul mio pannello neurale. Per ora non è quindi possibile fare nulla a riguardo.


Quando all’alba del giorno dopo lasciai il villaggio scoprii che lo sconociuto avrebbe preso la mia stessa strada. Vidi in lui un grande potere, risultò vitale conquistare e mantenere la fiducia di costui, sia perché a conoscenza di chi ero e avrebbe potuto aiutarmi a ricostruire gli eventi, sia perché sarebbe stato a questo punto troppo rischioso averlo come nemico.
Gli offrii la mia compagnia e la mia protezione, in fondo, come presto scoprii, le nostre strade non erano molto dissimili.

mercoledì 29 luglio 2015

Jamal Sahl Al-Fayeed






Era una normale giornata di primavera, il momento migliore per iniziare a preparare un nuovo filare sull'appezzamento di terra che da anni aspettavamo di poter acquisire. Una collina ben esposta e molto produttiva, che avrebbe rivelato un ulteriore piacevole sorpresa. Ero partito presto e avevo già lavorato su metà della terra, quando l'aratro si bloccò completamente, mentre una lampo di luce balenava dal terreno. Calmati i buoi che cercavano di scappare, riusci a trovare il manufatto e lì inizio tutto. Appena preso in mano infatti ebbi come la sensazione che tutto assumesse una nuova visione, come se quella sensazione di incompletezza, avesse finalmente trovato la sua soluzione. 

Giocando, lavorando e studiando questo oggetto iniziarono ad emergere altre interessanti aspetti di me stesso: potevo giocare con la materia, plasmarla con la forza della mia mente.  Ringrazio i miei che capirono che era più importante per me e per l'umanità che intraprendessi questo itinerario di scoperta e studio. 

Ormai sono 4 anni che ho abbandonato l'azienda vinicola di famiglia e viaggio in cerca dei Numénera........

venerdì 17 luglio 2015

La Bara





Il feretro della bambina era lungo poco meno di un metro e mezzo, molto più pesante di quanto apparisse trasportato tra le possenti braccia di Andrej.
Venne poggiato su un piedistallo al centro della sala e liberato dal velluto bordeaux che ne nascondeva le fattezze.
Carmilla ne accarezzò delicatamente il coperchio con le dita pallide, affusolate e gelide. Il legno di ciliegio era uno dei più pregiati, importato dal Borca e altri dominii più remoti e finemente lavorato da un esperto artigiano. Le curatissime incisioni ed intarsi dorati raffiguravano intrecci di foglie e calendule lungo tutte le assi laterali, mentre sul coperchio compariva la sagoma di un daino a far capolino tra gli arbusti.
Le decorazioni richiamavano sempre elementi della vita passata del rinato, una simbologia per lui significativa o ad egli legata emotivamente. La bambina doveva adorare quei fiori ed avere un ricordo molto profondo legato all'animale sul coperchio o ciò che esso rappresentava.
Le unghie di Carmilla graffiarono crudelmente il muso disegnato della bestia poi, senza cura, il coperchio venne spinto di lato e cadde pesantemente in terra, scheggiandosi irreparabilmente.

La bara era vuota, ovviamente, il suo minuto ma feroce proprietario si nascondeva nel buio, da qualche parte là fuori, rifuggendo la mortale luce diurna, I raffinati pizzi all'interno erano di seta, adagiati attorno ad una morbida imbottitura che anche venne sfregiata dalle acuminate unghie smaltate di rosso della biondissima matrona dei Romanov.
Le dita nobili, splendidi artigli, si insinuarono tra le piume d'oca raschiando il fondo e raccogliendo nel pugno chiuso una manciata di terriccio che Carmilla portò poi al volto, odorò profondamente e lasciò di nuovo cadere nel piccolo sarcofago un granello alla volta.
Il terriccio conservato all'interno della bara era ciò che legava ad esso la creatura. Proveniva da un luogo profondamente significativo per la vita precedente della creatura o in altri casi era quello della sua sepoltura. Il terriccio di Lowenturm appariva anonimo, inodore, non aveva alcun che di particolare, soltanto il piccolo demonio avrebbe saputo riconoscerlo.

Nelle bare dei due Romanov era conservata una manciata di terra presa dal loro sepolcro, quando erano stati seppelliti e riesumati dal loro stesso padre. Carmilla riusciva a malapena a ricordare quanto tempo fosse passato da allora e dall'ultima volta che Cezar Romanov aveva posato il suo severo sguardo su di lei.
Cornel l'aveva preceduta di alcuni anni nell'oblio della dannazione e lei aveva ignorato il suo fato fino al giorno in cui suo padre l'aveva reputata pronta per compiere quello stesso passo. Persino Herr Locke non aveva osato opporsi al suo volere, nonostante la sua promessa d'amore ed eterna devozione. Era dovuto a quello il peso che Carmilla dava alla parola dei mortali, alla veridicità dei loro sentimenti, alla profondità dei loro intenti. Locke ora serviva lei e suo fratello senza un accenno di esitazione, senza un ripensamento, senza una menzogna né secondi fini. Schiavo nella morte perché incapace di sostenere in vita le proprie parole con azioni. In lei ogni sentimento era da tempo dimenticato.

Carmilla Romanov compativa Ylenia Trikskys perchè sentiva in fondo di comprenderla. Resa un mostro in prematura età, prigioniera di un corpo a metà tra una bambina e una donna, con una mente ed uno spirito che difficilmente avrebbero sopportato e razionalizzato la trasformazione e che di conseguenza poco si confacevano al ruolo che le sarebbe spettato nel loro ambizioso disegno. Trovava difficile immaginare che ci sarebbe stato un posto per l'erede di Sinise nella Barovia della Congiura, eppure la bara era lì, nelle loro mani, e la bambina vi avrebbe prima o poi fatto ritorno.

Come agire dunque? Fare a pezzi il feretro la avrebbe resa vulnerabile per un po', ma un essere in grado di soggiogare le menti altrui avrebbe trovato presto il modo di farne preparare un'altra. Una procedura lenta ed onerosa, dato che la nuova bara avrebbe dovuto essere molto simile, se non identica, alla precedente in qualità e decorazioni e contenere al suo interno i medesimi legami materiali. Una volta pronta la nuova bara e ben nascosta, i Romanov avrebbero perso ogni presa su di lei.
Avrebbe potuto Ylenia stessa chiedere al mortale soggiogato di distruggerla, ma sarebbe stato lui in grado di spingersi così in profondità nella villa? I guardiani non lo avrebbero di certo permesso.
Una valida possibilità era quella di sfruttare invece il suo ignaro servitore per attirarla allo scoperto... Ma poi..?
Distruggerla?
Soggiogarla sarebbe stato impossibile.
Scendere a patti alquanto improbabile.
Le creature figlie del caos non possono sottostare a lungo al giogo del padrone.
Non vi era altra soluzione probabilmente, Carmilla la cercava con determinazione, ma non riusciva a trovarne una che la soddisfacesse e che Cornel avrebbe sicuramente approvato.

Cornel, suo fratello maggiore, il vero e degno erede di Cezar Romanov e colui che le aveva insegnato a convivere con la sua nuova natura. Carmilla amava suo fratello fin da bambina, ora attendeva con ansia il suo ritorno dalla villa dei Von Zarovich. Aveva preferito Martha a lei come sua accompagnatrice senza prodigarsi in eccessive spiegazioni, l'incontro era in programma da giorni e di un'importanza cruciale per i loro piani: un "Si" della nipote del Conte avrebbe significato l'inizio della rivoluzione, un suo "No" l'ennesimo rimando se non direttamente il suo definitivo fallimento.

Uscì dalla stanza lasciando che i pesanti drappi purpurei si richiudessero alle sue spalle, ignorò lo sguardo cieco, fisso su di lei, dello schiavo Locke ed attraversò l'ingresso celato che conduceva alla cripta di famiglia.
Carmilla Romanov quella notte era tormentata, ansiosa, pensierosa e preoccupata. Decise di stomaco di recarsi ove non osava, per odio e timore, da lungo tempo. Avrebbe cercato il consiglio, destandolo dal suo sonno di morte, di Cezar, suo padre.