lunedì 30 giugno 2014
Notte senza tregua
* sognando *
"Silenzio....."
"Silenzio.........."
Svegliandosi di soprassalto, a Bogdan riaffiora alla mente la situazione del giorno prima.
" Non può esserci silenzio, che succede ? "
Istintivamente la mano impugna la spada, trafugata ad un cadavere il giorno prima, ed alzandosi di scatto si dirige alla porta, ancora barricata con i sacchi di frumento.
Piano piano sente il suo cuore tornare a battiti normali, l'agitazione passa del tutto quando vede i suoi compagni di sventura, dormire tranquilli, e sopratutto quando sbirciando da un lucernaio sopra alla porta nota che i lupi non ci sono più.
" Salvi ? "
Il suo pensiero va al vecchio che la sera prima gli avenva intimato di allontanarsi dalla sua prorpietà , impedendogli di trovare rifugio, tentativo vano, quando alle costole hai un branco di lupi famelici ed in piena caccia.
"Venderesti anche tua madre in una situazione del gener...."
Improvvisamente un fremito misto rabbia e tristezza pervade il giovane, i suoi occhi si inumidiscono, ed il respiro si fa affannoso.
"Bodo, basta , lo sai che non avevano scelta. E' stato un sacrificio dovuto. E tu non sei carne della loro carne. Devi perdonarli. Devi ricordarli per quel che ti hanno insegnato"
Riprendendosi, si asciuga gli occhi e si ricompone.
" Non devono vedermi così, ho la responsabilità delle loro vite nelle mie mani, sono di nuovo un fratello maggiore, devo essere forte. Non sono più solo."
Nel mentre i suoi compagni, forse svegliati dal rumore , iniziano a destarsi, la notte è stata comunque di riposo, sopratutto perchè erano spossati e privi di forze, nonostante la situazione non fosse idilliaca, la stanchezza ha vinto sulla paura e ben presto tutti sono caduti in fragile ma comunque riposante sonno.
Andrej, invoca la benevolenza del suo dio e ristora le ferite della giovane Martha, che incredibilmente ha superato la notte, ma rimane ancora semi cosciente. Velocemente liberano la porta dai sacchi, non prima di aver però scoperto che ad attenderli fuori, ci sono i proprietari del granaio, armati con armi di fortuna e con due grossi cani al guinzaglio pronti ad attaccarli.
Kuzja Andrej e l'uomo con la gabbia di ferro in testa, si accordano con il mugnaio ed i suoi figli, affinchè ci diano del cibo fresco e ci lascino andare, in cambio delle monente d'argento di cui disponiamo. Bogdan, che nel frattempo aveva preso in braccio Martha, dirigendosi verso il bosco in caso di una fuga improvvisa, le chiede di allungare la mano sulla sacchetta di monente legata alla sua cinta e di nasconderle alla vista del mugnaio e dei suoi figli.
Il mugnaio accetta, e ci fa portare del pane fresco e del latte appena munto, con la ferma richiesta di mangiare in fretta e di andare via di corsa dalla sua proprietà, non vuole fuggitivi in casa sua.
Sembra temere qualcosa, sembra inorridito al pensiero che qualcuno possa scoprire che , suo malgrado, ha ospitato dei fuggitivi.
Il gruppo si rifocilla velocemente e si incammina verso la città vicina di Berez, come appreso dal mugnaio ed i suoi figli, seguendo il sentiero da questi ultimi indicato.
Di comune accordo con il gruppo Bodo, riesce a sottrarre dei vestiti semplici e puliti, sorprendentemente senza farsi scovare dalla famiglai del mugnaio e sopratutto dai suoi due cani.
"E' come se sapessi farlo, dentro di me, so cosa fare, ma non ricordo di averlo appreso, cosa mi è successo in questi anni, perchè ricordo solo quell'orribile mattino..."
Durante il viaggio Bogdan, cerca di ricordare, ma la testa inizia a fargli male, e la sensazione di frustrazione per non ricordare il suo recente passato lo convince del tutto a smettere di farlo.
"Se ho dimenticato , vuol dire che non erano cose piacevoli e quindi è giusto che sia così..."
Sembra dirsi tra se e se, cercando di convincersi.
Arrivati alle porte di Berez, il gruppo constata che la città è sotto l'influenza ed il controllo militare, di quello che , il mugnaio ha definito come " Il Conte ".
Bogdan, ricorda vagamente chi fosse, ed i pochi ricordi che ha sono di paura e terrore, per un essere che di certo non avrebbe pietà per dei fuggitivi come loro.
Il gruppo di comune accordo manda Kuzja a reperire un posto dove passare la notte, e dei vestiti che diano meno nell'occhio, in modo da superare le guardie alla porta della città.
Kuzja ritorna dal gruppo, che nel frattempo lo aspettava fuori città, ben lontano dalla porta, consegnandogli delle modeste tuniche, in modo da potersi disfare degli stracci logori da schiavo che indossavano. Comunica anche al gruppo di aver trovato rifugio per la notte presso panì Sofia , una vecchina che abita appena sopra all' Apotecario.
Mentre Martha, che sembra il fatto suo dimostrando una spiccata attenzione ai particolari ed alla pianificazione, distrae le guardie alla porta, il resto del gruppo, a scaglioni, si introduce in città.
Bogdan , raggiunge facilmente la piazza della città ed individua Kuzja che attende nei pressi del negozio dell' Apotecario, insospettendosi per non veder arrivare , testa di ferro ed Andrej, Bodo decide di andargli incontro. Li raggiunge in un vicolo adiacente la piazza, e subito dopo vengono fermati da una ronda cittadina.
La situazione precipita vertiginosamente, le guardie si insospettiscono vedendo l'uomo dalla testa di ferro, che non fa nulla per nascondere la sua possenza, ed iniziano a fare troppe domande. Andrej decide di consegnarsi alle guardie, ma Bogdan in cuo suo non vuole tornare prigioniero.
Passano interminabili minuti, il ragazzo sente di nuovo la sensazione dei ceppi alle proprie mani, sente di nuovo di dover rinunciare alla sua libertà, ed in un attimo, una forza che non pensava di avere lo pervade. Le sue mani si muovono da sole come guidate dalla forza dell'abitudine e con dovizia colpiscono l'incredula guardia, atterrandola. L'altra guardia in preda al panico fugge, inseguita da un indemoniato Bogdan, viene strattonata ma raggiunge fortunosamente la via principale.
A Bodo ed i suoi compagni non rimane che il tempo di dileguarsi, non prima di aver raccolto armi ed elmo della guardia ferita, ma non morta a terra.
Inizia una fuga disperata, che si conclude con il gruppetto di Andrej, Testa di ferro e Bogdan che si buttano dalla palizzata , che circoscrive Berez, dileguandosi verso un sentiero che si inoltra nel bosco.
All'interno della città , le ronde di guarde sembrano impazzite e controllano casa per casa, arrivano alla porta della vecchia Sofia ed interrogano anche Kuzja e Martha, che fingendosi coppia innamorata, li convincono della loro estraneità con i fuggitivi.
Nel frattempo il gruppo di fuggiaschi, stanchi e piuttosto feriti, ricercano spasmodicamente un posto dove passare l'imminente notte, raggiungendo il cimitero di Berez, stranamente vedono esseri, che sembrano morti, passeggiare tutto intorno, ma le luci del tempio sono accese.
Andrej con un coraggio insospettabile guida il gruppo verso il tempio, scorgendo un simbolo sacro a lui noto, il gruppo viene fatto passare dai morti viventi, che sembrano scansarsi per dare loro passo, ed entra nel tempio.
Ad accoglierli ci sono monach Vladislav e il giovane Zunek, i quali spiegano al gruppo che dopo il passaggio dei Gargoyle D'Ebano, la forza d'elite del Conte, i morti si sono risvegliati impedendo a chiunque di lasciare il tempio. Sembra che il Conte abbia impegnato le sue forze d'armi, nella ricerca serrata e spasmodica di qualcuno. Andrej da la sua parola sull'affidabilità del resto del gruppo qualificandosi come monach del Signore del Mattino a sua volta.
Il gruppo scorpre anche una strana statuetta di pietra, raffigurante una Gargolla, che appoggiata sull'altare del tempio non sembra possibile da rimuovere, che sia in qualche modo connessa con i morti che cammino fuori ?
Il gruppo decide di aiutare Vladislav e Zunek a fuggire dal tempio, ma nel frattempo viene rifocillato e si appresta a passare la notte.
Che sia la volta buona che i tre, da un lato, e gli altri due, dall'altro, riescano a passare una tranquilla notte riposandosi per riprendersi dal concitato recente passato che li ha investiti ?
giovedì 26 giugno 2014
CULTI
Le genti di Barovia tendono ad essere sospettose verso le istituzioni organizzate come quelle clericali.
La maggior parte dell'etnia baroviana non è religiosa perché è molto concentrata su ciò che di concreto deve fare per sopravvivere, i templi e chiese vengono visti come santuari per folli e truffatori, le divinità come esseri estranei alle vicende terrene o addirittura defunte.
I templi vengono di solito utilizzati solo per i funerali, dato che persino i matrimoni vengono celebrati nelle locande locali, soltanto le giovani coppie più ottimiste decidono di sposarsi in chiesa.
La Chiesa di Ezra non ha mai acquisito particolare influenza a Barovia. Molti nel dominio sono convinti che la Chiesa di Ezra non sia nient'altro che un covo di tirapiedi dei reggenti del Borca e quindi preferiscono evitarli, mentre borgomastri e boiari non nascondono la loro aperta ostilità verso ogni tipo di potere temporale da parte della Chiesa che andrebbe in conflitto con la loro autorità.
Quei Templi che accolgono troppi seguaci o si ingrandiscono più del necessario spesso ritrovano i loro accoliti incarcerati ad opera della milizia del Conte.
Nonostante ciò il messaggio di dovere e protezione della dea attrae alcuni baroviani e la Chiesa di Ezra riesce a resistere anche senza la benedizione formale del Conte Strahd.
Similmente agli altri reami del Nucleo la Fede in Hala mantiene una presenza fragile e occulta. Il più delle genti di Barovia limita le interazioni alle rare visite presso i suoi ospizi in cui i viaggiatori affaticati vengono sfamati e medicati. La maggior parte dei popolani quindi ha un'impressione benigna del culto senza sapere che esso ospita una setta dedita allo studio della magia e della natura che sarebbe considerato pura blasfemia nel reame.
Gli accoliti di Hala sono pertanto molto discreti quando trattano con gli agenti del Conte mostrandosi quanto più umili ed obbedienti possibile. La loro segretezza è comunque stata molto aiutata dalla censura del Conte posta sui testi riguardanti le Streghe ed altre creature della notte come i trattati di Van Richten.
Il Culto del Signore del Mattino è nativo di Barovia, una fede che è spuntata improvvisamente nel corso del V secolo e ha man mano riscosso sempre più consensi e influenza.
Martin Pelkar, detto il Matto, era considerato come una persona eccentrica ma inoffensiva quando iniziò a professare la sua fede. Gradualmente, con l'aiuto del suo primo giovane accolito, Sasha Petrovich, fu capace di attrarre attorno a se una modesta congregazione attorno a se.
Il primo santuario sorse nel Villaggio di Barovia ma col tempo i centri più importanti divennero prima Vallaki e poi Krezk; questo fece pensare che il culto stesse cercando di mettere tra i suoi luoghi sacri ed il Conte Strahd quanta più distanza possibile.
La maggior parte delle etnie di Barovia ha una sua opinione sul culto del Signore del Mattino. La maggior parte dei nativi baroviani lo guarda con compassione e cinismo dato che il messaggio di fede cieca di fronte alla profonda oscurità in cui vivono appare loro come follemente ingenuo. Le personalità più influenti, come i boiari, i borgomastri ed i loro agenti sono invece preoccupati per il diffondersi del culto tra l'etnia gundarakita. I gundarakiti sembrano credere troppo per i loro gusti al messaggio di redenzione o sollevamento popolare del culto e alcuni borgomastri cercano attivamente delle connessioni tra i fedeli e le attività violente delle frange di ribelli.
I gundarakiti, da parte loro, sembrano attratti come pecore dalle promesse di salvezza dei fedeli del Signore del Mattino. I templi sono più diffusi e forti nelle aree in cui l'etnia gundarakita è predominante e in alcuni templi è il Luktar la lingua ufficiale utilizzata per le celebrazioni.
Erlin è un'enigmatica divinità della morte gundarakita il cui culto era supportato ed incoraggiato dal Duca Gundar durante il suo regno.
Si tratta di un'antico dio nato dalla corruzione di un'essere demoniaco ancora più ancestrale: Irlek-Khan.
Molti gudarakiti si rifiutano di parlare di lui ma emerge che Erlin non mostra né il freddo distacco né il male assoluto che viene solitamente associato alle divinità della morte di molte altre culture.
La sua attitudine può essere considerata quella di un contorto e malizioso e astuto macchinatore. Egli ha concepito la morte come un inganno convincendo i primi uomini che la loro dipartita fosse inevitabile.
Erlin ha migliaia di servitori demoniaci (ognuno con un suo nome ed un posto specifico in una complessa ed estremamente mutevole gerarchia) che lo assistono nei suoi compiti. Il suo ruolo principale è quello di condurre i morti similmente a come un pastore fa con il suo gregge, ma Erlin spesso viene meno ai suoi doveri e lascia che i morti vaghino liberi per il mondo dei vivi, spiegando quindi l'esistenza dei non-morti.
Nonostante non ci siano testimonianze di chierici o accoliti in grado di esercitare la magia divina il culto ha una vasta schiera di seguaci, molti dei quali sono giovani gundarakiti in cerca di risollevare l'orgoglio della loro etnia, usando la loro antica fede come uno stendardo attorno a cui raggrupparsi.
A prescindere da quale sia la loro fede, tutti gli abitanti di Barovia credono in una visione duale di paradiso e inferno, che loro chiamano rispettivamente Refugiu e Iadul in Balok.
Il Refugiu è un posto vago e misterioso, non pensato come un posto per riposare e vivere felici, ma più come un luogo in cui le preoccupazioni della vita mortale svaniscono lasciando il posto ad un'eterno torpore spirituale. Il Refugiu viene situato oltre il cielo e oltre le stelle come in molte altre culture e le anime dei defunti, compresi quelli malvagi, viaggiano verso di esso al momento del trapasso.
Lo Iadul è invece un luogo molto più vivido e concreto nell'immaginazione di molti baroviani. Viene considerato un luogo di orrori indescrivibili, una fossa fetida di malessere che si snoda fino alle viscere più profonde della terra. Questo luogo non è destinato a punire coloro che si sono comportati male in vita quanto piuttosto ad ospitare i demoni e quei mortali che hanno arbitrariamente scelto la via della dannazione.
Sfortunatamente i demoni sono capaci di scalare la fossa e torturare gli umani che vivono in superficie e lo fanno in funzione di quelli che sono i loro più bassi e crudeli istinti e desideri.
martedì 17 giugno 2014
La notte è oscura e piena di orrori
Gli occhi faticarano un pò prima di abituarsi alla scarsa luce che penetrava da una piccola fessura. I polsi ammanettati e legati ad una sbarra di ferro assieme a quelli di altri cinque sconosciuti. Kuzja provò a parlare ma emise solo un rantolo sommmmesso a causa della gola infiammata e del bavaglio che gli ostruiva la bocca. Lo sconosciuto alla sua destra lo aiutò a liberarsi dal bavaglio, presentandosi a fatica come Bogdan. Oltre a lui una ragazza, altri due ragazzi ed uno sconosciuto con il volto coperto da una maschera metallica condivedevano con Kuzja carrozza e destino. Fu proprio l'uomo mascherato a provare per primo a forzare le manette, incitando gli altri ad aiutarlo dopo un primo tentativo fallito. Nel frattempo da fuori provenivano rumori di colluttazione e delle frecce che si conficcarono nelle spesse pareti blindate della carrozza. Un uomo si affacciò dalla fessura per guardare dentro la carrozza e prima che potesse parlare sgranò gli occhi e si accasciò, sparendo dalla vista dei sei prigioneri.
Dentro la carrozza l'aria era satura di tensione e di afrori, il panico crebbe di secondo in secondo aumentando anche le forze dei prigioneri che riuscirono incredibilmente a forzare la sbarra che li teneva bloccati.
Mentre i sei stavano finendo di sfilare le manette dalla sbarra, la carrozza iniziò ad inclinarsi: i secondi che seguirono furono solo confusione, dolore e panico. L'abitacolo con dentro ancora i suoi passeggeri iniziò a rotolare inesorabilmente lungo un pendio ma un ostacolo improvviso ne bloccò la folle corsa.
Dentro rimasero tutti incoscienti tranne Kuzja, bloccato però dai corpi degli altri. Uno dei ragazzi morì sul colpo con il cranio fracassato, la ragazza sanguinava copiosamente a causa di una bruttissima frattura del femore.
L'uomo con la maschera fu il primo ad uscire seguito da Bogdan mentre Kuzja si occupò dei feriti, notando che tutti recavano sui loro corpi un marchio identico: un cerchio attraversato da tre linee parallele interesacate ortogonalmente da una quarta. Anche Kujza aveva la spalla sinistra marchiata allo stesso modo.
Bogdan comunicò ai superstiti che tutti gli accompagnatori della carrozza che trasportava i sei ragazzi sembravano essere morti. Gli unici vivi erano i lupi, che pasteggiavano con i cadaveri rimasti a terra. L'uomo con la maschera intanto liberò tutti con le chiavi delle manette trovate su uno dei cadaveri, compreso Andrei che fù l'ultimo a riprendersi parecchi minuti dopo gli altri.
I lupi erano ancora occupati con il loro macrabo banchetto, che però si apprestava a finire così come il giorno per far spazio alla notte ed ai suoi orrori. Dopo un breve conciliabolo i sopravvissuti decisero di avventurarsi nei boschi, raccattando le poche armi trovate ed una sacchetta con alcune monete d'oro. Andrei e Kuzja insistettero per portare anche la ragazza ferita, rifiutandosi di lasciarla in pasto ai lupi e fu Andrei a caricarla di peso da solo.
Bogdan guidò il gruppo nel bosco per quasi due ore. Man mano che la luce calava i lupi sembravano stringersi sempre più intorno al gruppo. La ragazza soffriva terribilmente, perdeva molto sangue rischiando seriamente la vita senza cure adeguate. Andrei e Kuzja decisero di fermarsi per provare a steccare la frattura della ragazza mentre Bogdan e l'altro sopravissuto andarano avanti in esplorazione.
Finalmente per l'improvvisato gruppetto arrivò una buona notizia: i due in avanscoperta avevano scorto del fumo proveniente da una fattoria non molto distante. Si affrettarano, cercando di battere sul tempo il calar del sole, sospinti dalla paura e dagli ululati dei lupi sempre più insistenti e vicini. Bogdan guidava il gruppo, seguito dall'uomo con la maschera, poi Andrei con in braccio la ragazza ferita, a chiudere la fila dei fuggitivi Kuzja che si voltava di continuo spaventato dall'incedere spasmodico dei pericolosi ed affamati felini.
Il gruppetto giunse alla fattoria una manciata di minuti prima del tramonto. La fattoria era composta da una csa, una stalla ed un granaio. Kuzja provò a chiedere ospitalità agli abitanti della fattoria, anche nel granaio o nella stalla, avvicinandosi alla casa mentre gli altri si erano già affrettati alle altre strutture cercando di entrarvi.
Il tentativo di Kuzja risultò vano, ebbero più fortuna gli altri che riuscirono a rompere il lucchetto del granaio ed a guadagnare l'interno.
Incredibilmente ce l'avevano fatta: erano stanchi, affamati e sconvolti ma avevano trovato un riparo per la notte. Adagiarano la ragazza ferita su dei sacchi di grano e sbarrarono la porta con dei sacchi.
Quando finirono erano completamente al buio, senza più forze. Kuzja si adagiò su dei sacchi, facendo attenzione a non urtare la ragazza. Prima di chiudere gli occhi Kuzja bisbigliò per un paio di minuti, un mormorio sommesso che si confuse con i rumori provenienti dall'esterno risultando incomprensibile agli altri.
Il riposo dei sopravvissuti fu breve, interrotto dai lupi che avevano circondato il granaio, che grattavano con i loro artigli sulle mura cercando disperatamente di raggiungere le ambite prede. Gli ululati si susseguirono tutta la notte, assieme ad altri rumori e sinistri suoni.
La piccola fiammella di speranza che il rifugio aveva dato loro scomparve, soffocata dagli ululati dei lupi, dal timore che le mura del granaio non si rivelassero sufficenti a tener lontani gli orrori della notte. La paura subentrò al sonno: paura per la loro sorte immediata, con le loro vite minacciate dagli orrori della notte baroviana; paura di essere inseguiti e braccati dai loro aguzzini; paura per un domani incerto pieno di pericoli e di misteri. I dubbi e le paure affollarano le loro menti terrorizzate, ammantando i loro pensieri come fitta nebbia...
mercoledì 11 giugno 2014
POPOLAZIONE
Nonostante le differenze culturali siano minime è abbastanza semplice distinguerle dai loro tratti somatici.
I baroviani sono i discendenti di coloro che colonizzarono i monti Balinok più di 750 anni fa. Sono diffusi in ogni parte del territorio anche se abitano prevalentemente nella zona montuosa di cui sono originari.
Le più alte cariche militari e politiche sono quasi esclusivamente appartenenti a questa etnia.
I gundarakiti vivono numerosi nella zona ovest del dominio, la più densamente popolata, nella quale vivono in numero paragonabile, sebbene ancora inferiore, agli autoctoni baroviani.
Forfariani e thaani rappresentano delle minoranze etniche che risiedono quasi esclusivamente nel villaggio di Immol, dove però esistono delle comunità ben definite anche grazie all'estrema rarità delle loro unioni con altre etnie residenti.
Baroviani e gundarakiti appaiono molto simili fisicamente, entrambi i gruppi hanno corporature tozze e robuste, spalle larghe, arti massicci e fianchi larghi. Hanno un'apparenza tetra, con tonalità di pelle olivastre o leggermente brunite. Capelli e occhi sono quasi sempre scuri.
Gli uomini solitamente portano i capelli lunghi fino alle spalle, le donne anche fino ai fianchi e le più giovani sono solite legarli in una treccia singola o doppia. Quasi tutti gli uomini portano i baffi, distintivi e folti, mentre la barba è diffusa solo tra i ragazzi più giovani come segno di virilità che viene solitamente portato fino al matrimonio.
I forfariani hanno una corporatura mediamente più atletica e slanciata, la loro pelle è sempre molto pallida e spesso piena di lentiggini, i loro capelli sono sempre di una qualche gradazione di rosso, dal castano ramato all'arancione carota.
I thaani invece sono molto più vari nell'apparenza. Essendo un popolo sopravvissuto a secoli di schiavitù ha vissuto l'unione con molti popoli ed etnie differenti e sono pochi i tratti somatici caratteristici ancora conservati. Sicuramente i più evidenti sono la totale assenza di peli su tutto il corpo e le iridi completamente bianche.
Anche i vistani sono presenti in numero significativo sul suolo baroviano, soprattutto grazie al patto stretto con i Von Zarovich che garantisce loro una forte tutela.
Tutte le etnie del dominio vestono in maniera simile, anche se i gundarakiti preferiscono cercare sempre modo per differenziarsi dai baroviani.
L'abbigliamento maschile consta in pesanti calzoni alla zuava, una camicia bianca allentata ed il classico gilet di montone, imbottito all'interno e squisitamente lavorato all'esterno. Le donne vestono abbastanza semplicemente indossando una veste che ne nasconde le forme, una lunga gonna ed un pesante scialle di lana.
Portare un fazzoletto in capo è un'usanza tradizionale per tutte le donne, le baroviane lo indossano solo dopo il matrimonio mentre le gundarakite solo da nubili e questo è spesso causa di fraintendimenti e faide sanguinose tra i giovani gundarakiti e baroviani.
Oltre alle onnipresenti vesti indossate dagli uomini di ogni ceto sociale la maggior parte delle vesti baroviane è sobria e priva di vistose decorazioni, di colore grigio, marrone scuro o nero. I gundarakiti invece preferiscono colori più chiari e brillanti, sfumati di verde, blu e giallo.
Secondo tradizione le donne baroviane indossano il nero per cinque anni a seguito di un lutto, ma questo accade anche per la morte di un lontano parente o stretto conoscente e quindi raramente una donna in vita sua indossa colori diversi dal nero.
Ornamenti e gioielli vengono portati raramente, ad eccezione di collane di aglio e belladonna o le spille di quercia e ambra che alcuni giovani gundarakiti indossano fieramente come simbolo del loro popolo.
Le lingue parlate a Barovia sono il Balok ed il Luktar e distinguono le due etnie più numerose nel dominio, i baroviani ed i gundarakiti.
Mentre il Balok è profondo e gutturale molti definiscono il Luktar come una lingua più soave anche se agli occhi di uno straniero appare più come un affanno strozzato.
Molti baroviani conoscono un po' di Luktar e viceversa per i gundarakiti. I forfariani e i thaani parlano le loro lingue natale all'interno delle loro rispettive comunità ad Immol ma nessuno le conosce al di fuori di quel contesto.
La maggiorparte della popolazione di Barovia vive una vita semplice, priva di ricchezze, sopravvivendo grazie ai frutti della terra che loro stessi coltivano o grazie agli animali che allevano nei cortili o ai pesci che pescano nei fiumi e laghi.
La maggior parte degli allevatori e coltivatori lavorano per conto dei Von Zarovich, è molto raro trovare dei possidenti indipendenti. I boiari del Conte amministrano le terre in suo nome.
Nei villaggi più remoti comunque la situazione è meno controllata e molti abitanti devono al conte soltanto le tasse annuali o qualche mazzetta ai suoi agenti per poter condurre una vita indipendente.
I nobili sono figure evanescenti a Barovia e nessuna delle famiglie più antiche ad eccezione dei Von Zarovich è ancora in possesso di appezzamenti terrieri. Il Conte è padrone di ogni cosa e l'aristocrazia moderna consiste nella ristretta cerchia di borgomastri e boiari che ne fanno le veci.
Le famiglie più importanti stanno lentamente morendo, i nomi sopravvissuti sono Buchvolds, Ivilskovas, Katskys, Petrovnas, Romuliches, Trikskys, Velikovnas, Wachters ed un tempo ce n'erano molte altre. La loro gloria è ormai dimenticata, le loro ricchezze svanite ed i loro discendenti dispersi ai quattro angoli del mondo.
L'unica eccezione è costituita dai Dilisnya, che grazie ad intrighi e tradimenti sono riusciti a ristabilire il loro dominio nel Borca.
A Barovia ci si sposa giovani, i ragazzi spesso all'età di sedici anni e molte ragazze già a tredici.
I matrimoni combinati non sono molto frequenti, nemmeno tra i più ricchi anche se spesso le famiglie fanno forti pressioni sui loro figli perché si sposino presto per ottenere i vantaggi sociali ed economici derivati dall'unione. Capita infatti che alcuni matrimoni vengano organizzati fin troppo prematuramente e sfortunatamente le usanze non prevedono né il divorzio né la possibilità di risposarsi per le vedove.
Un tempo le famiglie baroviane comunicavano la sopraggiunta età del matrimonio delle loro figlie appendendo una ghirlanda di fiori selvatici fuori dalla porta, tale usanza è stata però abbandonata a causa dell'elevato susseguente numero di sparizioni notturne tra queste giovani.
In una terra dipendente prettamente dall'agricoltura non è difficile immaginare che le famiglie sono molto numerose e puntano ad avere un gran numero di braccia sufficientemente forti per il lavoro nei campi. Dalle donne ci si aspetta che partoriscano quanti più figli possibile.
La medicina è piuttosto arretrata ed il parto non è spesso sicuro né per le né per i loro figli, tanto che il tasso di mortalità delle madri durante il parto si attesta attorno ad una su cinque. Anche i neonati sono ad alto rischio nei primi due anni di vita a causa di polmonite, colera o epidemie di febbre scarlatta.
I figli che raggiungono l'età di otto anni hanno spesso già appreso abbastanza per supportare il lavoro dei genitori per il resto della vita.
Non esiste alcun tipo di istituzione scolastica per i bambini. La maggior parte di quello che imparano riguardo la lettura, scrittura ed aritmetica è ciò che viene loro insegnato dai genitori.
I cittadini più facoltosi mandano i loro figli negli istituti Borcani o nel Richemulot, mentre studiosi ed eruditi si riuniscono nelle poche, polverose biblioteche e nei rari e spogli templi di Ezra.
Molti cittadini a Barovia viaggiano a piedi, il terreno è particolarmente accidentato e procedere con altri mezzi di trasporto è estremamente difficile fuori dalle principali vie di comunicazione. Inoltre i Baroviani sono persone estremamente sedentarie, molti di loro vivono nello stesso villaggio in cui sono nati e nemmeno viaggiano mai al di fuori di esso per tutta la loro esistenza.
Anche le cavalcature sono poco diffuse, se non nella regione collinosa ad occidente, la maggior parte dei cavalli sono da tiro o da soma, usati più che altro per portar pesi o trascinare aratri e slitte o i grandi carri che percorrono le arterie principali come la Vecchia Via di Svalich.
Le acque fluviali non sono navigabili da grossi barconi a causa di massi sporgenti e acque poco profonde, pertanto il traffico fluviale è piuttosto limitato. La tradizione nautica della regione è però tramandata sulle sponde del lago Zarovich, le cui acque blu sono disseminate di vascelli di pescatori salpati dai moli di Vallaki.
La vita sotto l'egemonia del Conte Strahd ha forgiato gli abitanti di Barovia rendendoli gente rude e poco ospitale che bada solo ai propri interessi. Gli stranieri non sono i benvenuti e le domande vengono spesso ignorate o ricambiate con un'occhiataccia.
La gente è completamente presa dai propri problemi, spesso di natura prettamente terrena, come la sussistenza per se ed i propri cari od il sopravvivere alle frequenti tempeste nelle zone montane.
Sicuramente la mancanza di cortesia può essere spiegata dal preponderante timore per il sovrannaturale, in particolar modo per i non morti, che pervade tutto il dominio. I bambini crescono ascoltando storie su creature succhiasangue, divoratrici di carogne o ladre di anime e molte di queste storie sono basate su fatti realmente accaduti.
Inoltre molti di questi racconti, tramandati per via orale, contengono notevoli riferimenti a metodi per scacciare o proteggersi da queste creature, ma essi non sempre si rivelano veritieri.
Il terrore attanagliante che caratterizza il panorama di Barovia è radicato nelle usanze quotidiane delle sue genti.
Porte e finestre vengono serrate rigorosamente e meticolosamente nel momento in cui il sole sparisce dietro l'orizzonte.
Si dice che una madre baroviana non oserebbe riaprire la porta dopo il calar delle tenebre persino se fosse per salvare il suo bambino, urlante ed implorante, da un branco di lupi affamati.
giovedì 8 maggio 2014
Karak Azul

L’elfo era apatico da giorni, interminabili giorni in sella
ad un ammasso di ferro e fumo, con lo stomaco sotto sopra e l’onore sotto le
scarpe, di certo non avevano migliorato il suo umore.
Eruin girava come un
vagabondo senza meta per le immense sale e corridoi della fortezza nanica di
Karak Azul. Il giorno precedente avevano avuto l’onore di essere ricevuti da Re
Kazador in persona il quale si era intrattenuto in un improbabile discorso
circa l’onore. Benché Eruin comprese che le parole del vecchio Re erano
palesemente enfatizzate da un desiderio di vendetta, si soffermò più volte a
pensare quanto di quello che stava ascoltando avesse un senso.
Si soffermò anche a pensare a come differente fosse il suo
atteggiamento al confronto di quello dei suoi compagni, i quali erano
visibilmente impressionati dalla mastodontica fortezza nanica. I materiali
preziosi il cui valore era secondo solo alla perizia secolare con la quale il
popolo dei nani aveva scolpito nella nuda roccia Karak Azul, facevano bella
vista nelle immense sale e corridoi. Eppure in sale così enormi, ed in posti
così austeri, l’elfo si soffermò a pensare allo spreco di spazio ed all’inutilità
di sale e corridoi cosi imponenti, visto che la fortezza era abitata da secoli
da un popolo non di certo noto per la sua altezza fisica, si sorprese a
sorridere amaramente tra se e se.
Si sentì oppresso, rinchiuso, e più volte dovette far fronte
alle tecniche del suo popolo per far fronte ad una sensazione molto simile al
panico, tanta possenza e stanze così grandi in realtà gli sembravano un
ostentazione inutile di bravura architettonica, e non poté far altro che
confrontare questo tipo di architettura con quella essenziale e funzionale del
suo popolo. Capì quanto differenti fossero gli elfi ed i nani, ed
idealisticamente creò una linea retta ponendo ad un estremo il suo popolo, all’altro
quello nanico ed in mezzo, esattamente nel mezzo di questa ipotetica linea,
pose la razza umana.
Il suo pensiero vagò mentre il Re dei nani parlava e parlava,
con un tono di voce lento e cadenzato quasi ipnotico, raccontando storie,
farneticando di guerre e di onore, il suo pensiero immancabilmente volò verso
lidi lontani, verso i suoi boschi, il verde scuro delle sue foreste, la brezza
gelida e pulita del mattino, il caldo e rassicurante tepore dell’aria che
invece si respirava nella sua città. Arrivarono alle sue narici, e giurò a se stesso
di gustarli tutt’ora, odori di sandalo e gelsomino, odori delle piante
aromatiche e speziali usate dalla famosa erboristeria Emogen, l’odore della
resina e della vita tutta intorno a lui.
Poi di colpo il Re cambiò tonalità di voce, sicuramente
colto da un raptus di vendetta, e si destò da quel sogno ad occhi aperti.
Intorno a lui di nuovo il grigiore di sale immense, l’eco delle sale vuote, il
buio spezzato dalla flebile luce di candele ai muri e quell’odore di stantio e
chiuso che si sentiva addosso fin dentro alle ossa.
martedì 22 aprile 2014
Il Sogno
Re Kazador torreggiava su di lui. Una figura imponente, alta più di dieci piedi e larga quasi attrettanto nella sua scintillante corazza.
Il mantello pendeva sulle sue spalle come un pesante tendaggio, in grado di oscurare l'intera stanza e proiettare l'ombra del sovrano dei nani per i centinaia di metri di lunghezza dell'antica volta di Karak Azul.
Lunghe trecce di barba bianca, legate da scintillanti fermagli massicci come ceppi, scendevano fino a terra come soffici tentacoli diramati tutto attorno sul freddo pavimento di pietra.
Il dito accusatore del Re lo minacciava indicandolo: "La Mia Vendetta!" Le parole rimbombavano come tuoni, il suono del Corno, riecheggiavano come una valanga.
Heimerick si portò le mani alle orecchie, stordito, assordato, chinandosi su se stesso, chiudendo gli occhi come se il buio potesse nasconderlo dal fragore.
E così fu.
Il frastuono cessò improvviso ed il giovane riaprì gli occhi venendo subito inondato dalla luce. L'enorme sagoma del sovrano di Karak Azul si era fatta di lato, la mano ingioiellata indicava ora in fondo alla volta, l'oscurità proiettata dal mantello aveva lasciato spazio alla luce multicolore sprigionata dalla volta in lontananza.
Re Kazador era una statua, Heimerick iniziò ad avanzare verso la luce, scavalcando le trecce di pietra, verso il tesoro promesso.
Man mano che si avvicinava alla luce, il colonnato attorno proiettava ombre sempre più instabili, metamorfe, alcune sembravano urlare, altre ghignare. Heimerick vide chiaramente una scure assassina, la sagoma di un roditore, svanirono in un lampo, avvolte da luci cangianti.
Flussi e correnti dorati, verdi e viola saettarono attorno a lui, poi una luminosità bianca lo avvolse ed il mondo si tinse di grigio, di marrone, poi di rosso ed infine di un blu profondo, prima di lasciare di nuovo spazio ad un nuovo alternarsi di colori senza fine.
Il colonnato era sparito, attorno a lui una bolla di luci danzanti, se vi era ancora una volta sopra la sua testa essa era invisibile, al di là della sfera di luce.
L'aria attorno a lui si fece tiepida, poi calda fino a diventare densa e pesargli sulla pelle, sulle vesti, raggiunse in breve la temperatura di una fornace ed il suono del maglio che batte il ferro non tardò a presentarsi.
Tra le multicolori luci danzanti Heimerick ci mise un po' a focalizzare le sagome: l'Ascia Runica non aveva nessuno a brandirla colpiva ripetutamente, regolarmente, la Maschera Cornuta, entrambe emanavano una forte aura e ad ogni impatto lingue di fiamme rosse, viola e dorate saettavano attorno.
L'incudine su cui poggiavano era cilindrica e nera, tanto scura da risucchiare le saette luminose più prossime ad essa e ogni volta che una nuova fiamma ne veniva catturata essa emetteva il battito di un cuore, profondo e cupo.
Ogni nuovo colpo d'ascia causava un battito, poi due, poi cinque, finché i battiti non furono talmente tanti e tanto assordanti da ricoprire ogni altro rumore, finché il nero pece dell'incudine non fu tanto opprimente e pesante da inghiottire ogni luce danzante.
L'ultimo battito spazzò via tutto quanto.
Heimerick aprì gli occhi di scatto ma non si mosse. Attorno a lui era buio ma divenne presto penombra mentre le sagome del mobilio della stanza e dei giacigli dei suoi compagni si delineavano attorno.
Tutto era esattamente come prima di coricarsi. Si alzò e fece qualche passo fino alla finestra, osservando dalle imposte chiuse uno stretto scorcio dei quartieri residenziali della fortezza in cima a Karak Otto Picchi. La notte era ancora fonda e proseguiva placidamente.
Pochi metri più in là il fodero dell'ascia di Glodrin era circondato da una flebile aura dorata, che svanì nel tempo di un battito di palpebre. Per migliaia di metri sotto i suoi piedi l'antica fortezza dei nani si estendeva fin nelle profondità della montagna e di nuovo verso l'alto in tutte le cime circostanti. Luci ed ombre danzavano nei cunicoli abbandonati, infestati da Skaven e Pelleverde e forse da qualcosa di ancora più terribile.
Morr quella notte aveva lasciato un monito, Heimerick Von Auer ne era consapevole.
lunedì 31 marzo 2014
Viaggio Senza Onore
Ancora in viaggio, ed ancora una
volta non un viaggio degno di tale nome. Mi trovo coinvolto, mio malgrado, in
una spedizione per riconsegnare quella
che credevamo una semplice arma che in realtà si è dimostrata essere un antico
artefatto del popolo dei bevitori incalliti.
Non discuto sull’importanza di
far avere indietro quest’arma al popolo che l’ha creata, ma discuto sulle
modalità del viaggio e sul perché fosse così importante farlo ora. Pelleverde
attaccano le nostre case, guerrieri del Caos , organizzati in un manipolo, che
inseguono famiglie in fuga, le nostre
terre minacciate dai Troll, e noi ci imbarchiamo su di uno strano macchinario,
rumoroso , e che appesta l’aria.
Che ne è stato del viaggio in
quanto scoperta ?
Che esperienza trarremo dal
sorvolare ettari ed ettari di territorio, senza avere il piacere di poggiarvi
piede sopra ?
Dove è finito il sapore della
terra , il sentirsi la pioggia addosso, il sapere di aver compiuto un lungo
viaggio ed esserne uscito vivo con le proprie forze?
Dov’e’ l’onore in tutto questo ?
Prima di potermi considerare un camminatore
del Vecchio Mondo , dovrei essere certo di
poter contare sulle mie forze, dovrei avere
la possibilità di affidare la mia vita , e quella dei miei compagni, alle
scelte difficili ed importanti che solo la strada ti propina. Vorrei avere la possibilità di migliorare le
mie abilità di esploratore, e sento che non lo sto facendo. Sono partito da
Laurelorn non per viaggiare a cavallo di una macchina, sono partito per
acquisire esperienza, per mettermi alla prova in quello che è il mio lavoro. Il
viaggio , la ricognizione, il misurarsi con differenti ambienti naturali, lo
sfidare le bestie che li abitano. Il confrontarsi con differenti popoli, il guadagnarsi
il loro rispetto per essere passato nei loro territori in punta di piedi, lo
scambio culturale figlio di un incontro tra persone che vivono a molti giorni
di viaggio di distanza.
Mi ritrovo invece a viaggiare su
strade battute, di corsa senza avere nemmeno il gusto ed il piacere di mettere
in pratica le mie abilità, o peggio ancora….
Madre perdonami, perdonami perché
oggi sono stato costretto a sedermi su questo immenso ammasso di ferro,
perdonami perché un “essere” da te non creato , sta solcando i cieli, ed
invadendo il territorio che solo i più puri possono meritare di attraversare.
Mi sento in dovere di scusarmi , perché non ho alzato la voce quando avrei
dovuto, perché non mi sono ribellato al
volere, che ancora non mi è chiaro di chi, di intraprendere questo viaggio, soprattutto
in questo momento.
Inizio a riconsiderare l’appartenenza
a questo gruppo, inizio a riconsiderare la mia utilità in questo gruppo, inizio
a pensare che forse il mio sogno è troppo grande anche per la mia infinita
determinazione e per la mia cocciutaggine.
Perdonami Madre, spero che questo
incubo finisca molto presto, sento il bisogno di riconciliarmi con te, con le
mie abitudini e con le mie tradizioni, sento il bisogno di tornare ad essere un
elfo, e di smetterla di fare buon viso a cattivo gioco. Sento il bisogno di
ascoltare la parte selvaggia , l’ho costretta ed affossata per troppo tempo,
sento il bisogno di dar sfogo allo spirito della Caccia. E’ ora che tutto
questo torni ad essere in equilibrio. E’ ora che la parte accondiscendente riconsegni
alla parte selvaggia il suo giusto spazio.
E’ ora che arrivino notizie da
Laurelorn o le notizie andrò a cercarmele da solo, questo silenzio non è un
buon segno, ho messo le esigenze del gruppo sempre avanti alle mie , adesso è
ora che la musica cambi e cambi radicalmente.
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