giovedì 15 agosto 2019
Regolamento di Conti
martedì 13 agosto 2019
Un'offerta Irrinunciabile
Gli schermi davanti a voi sfarfallano un po', finché dopo qualche secondo inizia a comparire un'immagine. Si aggiusta un po' il colore lampeggiando per qualche secondo, poi si assesta del tutto, dapprima sullo schermo centrale e a seguire pochi istanti dopo sugli altri schermi; nonostante l'apparente qualità degli schermi, l'immagine non è nitida, come se un filtro davanti impedisse di carpire la totalità dei particolari.
Quello che si vede è uno studio o un ufficio piuttosto raffinato, caratterizzato da ampi spazi e un arredamento di tipo orientale abbellito da cimeli apparentemente antichi che strizza l'occhio a un arredamento feng shui, sostituendo le librerie alle pareti con un'ampia vetrata da cui si vede in lontananza un mare azzurro e delle palme.

«Signori, benvenuti!» esclama, come se potesse ricambiare il vostro sguardo
«Non mi piace dilungarmi in noiosi preamboli, non più di quanto penso piaccia a voi sentirli, quindi andrò dritta al punto: vi ho fatto arrivare fin qui perché voi incarnate un potere ancestrale, una forza primigena che nel corso dei secoli è stata alla base di mitologie, leggende, favole e religioni intere. Siete una sorta di "eletti", "prescelti" da queste forze che vi donano, o doneranno se non hanno ancora iniziato a farlo, delle capacità sovrannaturali.


«E infine alcuni, come le persone che io rappresento, si dedicano allo studio di questi elementi, ed eventualmente la "messa in sicurezza" finalizzata ad un "riutilizzo in un contesto più adeguato" al fine di prepararci a necessità future. Per esempio la gang di portoricani di cui sopra potrebbe venire presa e paracadutata in una zona del medio oriente per terminare forzatamente una guerra decennale; meno morti tra i nostri soldati, meno minorenni con un AK47 in mano, una risoluzione rapida del conflitto, e soprattutto molti meno morti alla vigilia di Natale in un centro commerciale dell'Illinois. Quello che mi piace chiamare "una soluzione vincente".

«Allora, affare fatto?»
domenica 11 agosto 2019
Bòtte in Taverna
Ehh la vita è sempre così, come ti abitui a qualcosa te le toglie, che sia un insegnamento o un beffardo destino lo potrebbe sapere solo Paracelso che tra alambicchi ed altri marchingegni non mi stupirebbe sapesse prevedere il futuro. Di strada ne abbiamo fatta mio caro Jàco e molta altra ne faremo ancora, chissà cosa direbbe il Maestro Cèncio di me e delle mie ultime vicende. Spero di non esser passato per codardo andando via, ma solamente per un umile servitore della viltà, prassi per altro del tutto acclamata in quel di Vilezia. Ma oggi risplende la luce sull'immenso mare di Vascherdam, le bianche guglie riflettono i raggi di luce provenienti dalla finestra, e candidi increspi di spruzzi descrivono figure astratte sul filo dell'acqua. E' una bellissima giornata per lasciare la città. Questi pochi mesi qui mi hanno insegnato quanto possano essere differenti le culture delle varie regioni della Casa, qui c'è più rilassatezza nei rapporti, la gente è bendisposta, non si guarda troppo al tuo paese di origine, c'è meno pregiudizio. Me ne aveva parlato "M" ma benché tutt'ora incondizionatamente creda a qualsiasi cosa possa uscire dalle sue candide labbra, è difficile comprendere fino in fondo se non si passa del tempo qui. Forse dovrei smetterla di cacciarmi nei guai per correre dietro a quella soladina, non è la prima che mi combina, ma non posso resistere a quell'innocente visino e quelle rosse chiome che lo adornano, ma quello che più ti fotte è quella scintilla nei suoi occhi, quel lampo di vita ed arguzia, il suo essere dannatamente intrigante. Non dovrei cadere in simili inganni, proprio non dovrei, proprio io che la conosco ormai da un bel po'.
Eppure eccomi di nuovo in viaggio, per assecondare chissà quale suo arguto piano, che sia un semplice desiderio di rivedermi, a quello credo molto poco, mi preoccupa che "casualmente" mi richiami in quel di Vilezia proprio a ridosso di Ostara e del Carnevale. Ma forse è il mio animo vileziano che mi fa pensar male, vorrei cambiare modo di vedere le cose, sopratutto alla luce dei mesi spesi nei Liberi Domini.
E così di nuovo in viaggio, devo dire sempre eccellente l'organizzazione di Emme, trattato come un signore, che un tempo fui, etichetta che oggi ahimè temo di non meritarne più. Quanto è cambiata la mia vita in questi ultimi anni...E cambiamenti si percepiscono anche nella Casa stessa, si respira un vento di cambiamento, si respira un aria strana. Ad ogni modo questo passaggio sul corrimano è veramente suggestivo, c'e' un ottima vista da quassù, non mi stupirei che ci fosse lo zampino di Mastro Paracelso in persona nella sua costruzione. Passare vicino al luogo del grande tradimento, fa ancora "abbombonare" la pelle, pensare a quanti morti ci sono stati su quei terrazzamenti mette i brividi. Quanti feroci animali avranno pasteggiato con quei corpi, e cosa si nasconde nelle intercapedini immediatamente vicine a quel luogo, son cose che vorrei fare a meno di scoprire.
Il lungo viaggio dal primo piano alla cantina, è stato si suggestivo ma non vuoto di incertezze, sopratutto dentro di me, la domanda che va per la maggiore è sempre la stessa "Avrò fatto bene questa volta a fidarmi di Emme ? "...Ad ogni modo a parte qualche predone che voleva solo commerciare, pare che una grande sventura si sia riversata qualche tempo fa sulle popolazioni del deserto privandoli dei raccolti delle loro oasi, e qualche strampalato turista del Reame, il viaggio è filato piuttosto liscio.
Il caldo afoso della Cantina mi ha dato nuovamente il benvenuto, anche se questa volta la mia direzione non è stata la Pozza ma Utu Bathur, vedere da lontano la Mirandola non nego che mi abbia fatto un certo effetto, ma per ora non vi è spazio per la malinconia, so che Miranda mi aspetta a Vilezia, ma prima devo prendere contatto con il mandante della spedizione, un certo Otto Novak vattelappesca. Il solito pomposo nome da nobile sembrerebbe, se dovessi esser sincero non mi fido molto di quegli ambienti, troppo formali, i nobili sono gentili di fronte e pronti a pugnalarti alla schiena, a questo punto è molto meglio la scuola della viltà dove ogni mezzo è lecito per raggiungere lo scopo e la cosa è dichiarata ed apprezzata da ambo le fazioni. Essere vile si ma che lo si faccia alla luce del sole non nascondendosi dietro alle buone maniere che diamine...
Ad ogni modo ieri era il quinto giorno di Marzo e come da istruzioni mi sono recato alla Taverna di Jossafat, aggiungerei "rinomata", non so perché ma immaginavo che rinomata fosse da intendere nel verso Mirandesco della cosa. Ed infatti, lasciati i quartieri turistici di Utu Bathur, seguendo le indicazioni, e vedendo le facce degli abitanti locali quello che era un semplice presentimento si è rivelato realtà.
Ma dopo tutto come direbbero a Vilezia, devi provare l' XXX come si beve nelle peggior bettole di Utu Bathur, prima di dire di aver visto tutto. E devo dire che quelle bottiglie avvolte in sacchette di pelle di Lumaca essiccata ed invecchiate anni emanano un magnificamente acidulo profumo cui è difficile resistere. Usanza del luogo poi è bere in piccoli bicchieri accompagnati in successione da altrettanti bicchieri di un nettare di qualche frutto esotico del luogo. Li chiamano "colpini" da queste parti, bah paese che vai usanza che trovi.
Due ottimi diversivi che sorpresero il nemico, e che mi diedero la possibilità di sguinzagliare il mio Ago, che balenando nell'aire andò a disegnare sbreghi mortali tra le carni dei malcapitati. Il primo a cadere fu proprio il loro capo, nemmeno il tempo di cadere in terra ferito mortalmente alla gola, per la seconda volta, che girandomi infilzai gli altri rimasti, avendo cura di lasciarne uno vivo, in modo che ci potesse fornire indizi sui mandanti.In breve attirammo con un inganno la vedetta dei criminali, che era rimasta fuori dalla locanda, e poiché si rivelò alquanto smargiasso, dopo aver ottenuto le informazioni di cui necessitavamo , lo lasciammo libero di scappare con le braghe calate e le mani legate dietro la schiena...
Giammai si dica che L'Asso di Fiori non fu magnanimo e che sia da lezione a chi volesse prendersi gioco di lui come fece il povero malcapitato di cui sopra. Vile si ma con un onore da difendere...
Per non dilungarmi troppo vi dico che non cavammo una blatta dal buco a livello di indizi, ma che alla fine trovammo un incartamento nascosto nella casa che mi era stata assegnata da Miranda, e che scoprimmo essere anche l'ultimo domicilio di Ser Otto Novak Decimo. Soddisfatti iniziammo a pensare a come organizzare il viaggio verso Vilezia, dove presumiamo sia anche Ser Otto.
Vi starete domandando, invero, quale strampalato messaggio si nasconda dietro al titolo di questa nota del mio diario... Semplicemente un modesto gioco di parole ed il mezzo, con il quale vilmente e fieri di ciò, nascondemmo i cadaveri dei nostri assalitori...
Meditate dunque a quanto il suono di una vocale possa cambiare il senso di una frase...
giovedì 8 agosto 2019
Sahla Yafiha bent al Naadir - Capitolo II
«Un sacchetto di polvere di caffetta, bollire per un paio di minuti lasciar freddare qualche minuti»
«No guardi, non trattiamo il fungo pavero...»
«La polvere rossa di fungo Nerhabo va sparsa sulle zampe di bombo fritte, ma solo un pizzico o ne copre il sapore»
«La melata di afidi la consiglio sullo shawarma di larva ma ci aggiungerei anche un cous-cous di micelio»
«La muffa brillantina l'abbiamo finita ma forse ci torna domani. O dopodomani al massimo»
Con l'apertura delle frontiere e l'arrivo di turisti e mercanti dalla Scala Tremante, Mato Ab'haram non era in grado di servire l'aumentata richiesta di muffe, spezie, micetospezie e saltuariamente qualche piatto di cucina locale nonostante l'aiuto del figlio Kareem; la presenza di malintenzionati, minima visto che il suk si trova all'imboccatura del Tubo ma non completamente assente, non faceva altro che appesantire la situazione, e lo sluagh sarebbe stato costretto a chiudere bottega se non avesse ricevuto più di una mano.
Dal canto suo, dopo la tempesta di segatura, l'odissea nel Khashab e l'inseguimento delle tracce dello zio, e lo scontro con la lucertola brillantemente messa in fuga da uno sforzo coordinato di tutto il gruppo, Yafiha e il suo dorato compagno erano arrivati nei pressi della città stremati e desiderosi di riposarsi. Per chi arriva dalla direzione verso il muro, la Fattoria di Mato è forse il primo segno di civiltà degno di nome che si incontra, che offre riposo ai viandanti e ai loro topi, e spesso anche del cous-cous di micelio e muffe di stagione o tortini di melata fresca, e la giovane sluagh aveva deciso di stabilirsi a riposarsi qualche giorno prima di riprendere il suo viaggio. Ma quando Mato ha scoperto la sua conoscenza per le zone circostanti e le sue arti officinali, ha capito di aver trovato una soluzione che gli permettesse di mantenere di mantenere in ordine la fattoria senza abbandonare il suk.
Servire al banco delle spezie la stanca, anche se lei "da solo un aiuto" all'introverso Kareem, ma la vita di città ha anche i suoi lati positivi e le ha permesso di comprare un paio di abiti nuovi, da viaggio e da città, rimpinguare il suo inventario e addirittura legalizzare la pistola presa ai briganti che li hanno attaccati nel deserto. Intanto il piccolo coleottero dal carapace dorato è cresciuto e si è fatto più scuro, quasi bronzeo, le mandibole sono diventate sovramisura e per molti omini minacciose, ma in compenso è diventato più ubbidiente, evitando anche di saltare in braccio a chi gli fa le carezze, cosa peraltro molto importante perché il peso è aumentato al punto che solo uno sluagh ipertrofico, e al massimo un boggart, sarebbe in grado di afferrarlo senza essere buttato a terra dall'impatto.
Di giorno mentre la sua padrona impara l'arte di socializzare con la gente e cerca anche di non vendere a un prezzo troppo basso, l'accompagna al mercato e tiene la guardia vicino alle teglie con le zampe di blatta glassate e lo shawarma di larva, allontanando chi cerca rogne o anche semplicemente un pasto a scrocco, ma si offre con l'addome per aria quando bambini e signorine, non senza timore, si avvicinano per accarezzarlo. La sera, alla fattoria, si sgranchisce invece tenendo in riga gli afidi da allevamento anche se i braccianti assunti di recente rendono il suo lavoro non necessario.
Solitamente per fare rifornimento per il mercato diurno basta un giro nei campi incolti di muffe e funghi che crescono dove l'umidità goccia all'esterno del Tubo, ma sempre di più è affascinata da quelle oasi lontane, dai funghi maestosi e dove la muffa cresce spontanea ai bordi delle pozze di umidità. Ogni tanto, quando si sveglia presto e le antenne vibrano verso il mare di segatura si allontana fin dove le prime luci iniziano a tinteggiare di rosso le dune più alte, sperando di incappare in qualche impresa, in una carovana arenata da aiutare, o un fungo raro spuntato durante la notte dove non dovrebbe essercene. Una volta è tornata con una coda di forbicina tagliata di netto dal non-più-piccolo Dahabi, un'altra volta con delle piccole cappelle di funghi biancospinati e un giorno addirittura portando un denutrito e assetato topo, unico sopravvissuto di una carovana distrutta dal caldo, e che ora serve alla fattoria di Mato; la maggior parte delle volte però torna con un pugno di segatura, tanto caldo, e un po' di delusione per una mancata avventura. In queste occasioni, ripensa alla storia di Khaset At'Dathrez, la mitica città scomparsa, e si chiede se un giorno parteciperà mai ad un'avventura come quella che attende chi si recherà alla ricerca della perduta città...
mercoledì 7 agosto 2019
Jàco(po) Zordi, l'Asso di Fiori
Jàco terzo figlio maschio della famiglia Zordi, molto nota a Vilezia per i suoi affari nell'ambito del commercio, non ebbe la fortuna del primogenito Enrigo, ne la possanza del secondo nato della sua famiglia Ménego. Fu chiaro da subito che ad Enrigo, come di norma, sarebbe toccata la sorte di amministrare i possedimenti della famiglia. A Ménego invece non fu difficile entrare al servizio della capitaneria di porto e partendo dal basso scalò le gerarchie fino al grado di sottotenente. Ad onor del vero le malelingue dicono che raggiunse tale grado per intercessione del fratello maggiore che seppe ungere i meccanismi giusti, in modo di avere in cambio un trattamento di favore sui dazi commerciali.
A Jàcopo raggiunta la maggiore età, come a molti altri terzogeniti, fu data una dote in crì, qualche cianfrusaglia di famiglia e fu messo alla porta. Non fu facile per un rampollo della nobiltà, che aveva fatto del gioco d'azzardo, del bere e della compagnia di belle e lascive donne la sua maggiore preoccupazione, trovarsi di punto in bianco con l'esigenza di letteralmente inventarsi un modo per vivere.
Le serate in taverna, tra festini e fiumi di pregiato vino vileziano, lo avevano suo malgrado istruito sul come cavarsela in una rissa, la cosa più vicina a quell oche sarebbe diventato il suo futuro lavoro. Non gli rimase che investire i crì ricevuti in dote pagandosi l'adesione alla prestigiosa scuola Rosconi, affiliata all'accademia della Mirandola. Retta dal maestro di Spada, Etichetta e sincera Viltà, Cèncio Rosconi. E probabilmente fu la decisione più saggia che potesse mai prendere. C'è chi dice che la decisione stessa in realtà gli fu suggerita da suo fratello Enrigo, con lo scopo di avere un uomo fidato che proteggesse i suoi commerci, sopratutto quelli meno "domiciliari".Gli anni dell'accademia furono, difficili, più che per il duro allenamento fisico per la rigida impostazione volta a correggere le attitudini comportamentali che avevano caratterizzato la sua esistenza fino ad allora. Eppure l'educazione e l'etichetta gli erano state inculcate fin da piccolo, ma risultati in tal senso furono ottenuti solo dopo gli anni di accademia da schermitore.
Per la vergogna, di essere diventato un comune vileziano, per proteggere la sua identità e quella della sua famiglia, decise di indossare una maschera bianca recante i semi delle carte da gioco a lui
così care, e prese il nome d'arte di Asso di Fiori. Ben presto, a seguito dei lavori ben riusciti iniziò ad ottenere ingaggi sempre più prestigiosi e redditizi. Il suo nome d'arte iniziò a circolare
per le calle ed i campi di Vilezia, ed alcuni nobili iniziarono a rivolgersi a lui per "risolvere" qualche increscioso fatto che potesse creare imbarazzo al loro buon nome.
L'Asso di Fiori, divenne suo malgrado conosciuto a livello locale, fu di ispirazione per i giochi dei bambini, per i quali divenne be presto un idealistico eroe mascherato ed allo stesso tempo motivo di angoscia per chi sapeva di aver fatto qualcosa che non avrebbe dovuto, e questo era esattamente il contrario di quello che Jàco avrebbe voluto accadesse.
Nell'autunno dell'anno VI AC, dopo l'apertura delle frontiere, conobbe Miranda, una bellissima e facoltosa soladina dai capelli rossissimi e gli occhi verdi come gli aghi di pino, la cui lingua si narra sia tagliente come la lama di una mezzaforbicina da scherma e la cui arguzia sia degna del buon nome del suo popolo. Non è difficile immaginare come tra i due nacque una forte passione che li spinse a programmare di fuggire insieme nei Liberi Domini cosa che ahimè non si concretizzò, perché il giorno della partenza Miranda non si presentò al luogo convenuto facendo recapitare invece una lettera di scuse a Jàco. L'Asso, decise di partire lo stesso, visto che il suo nome stava circolando per Vilezia troppo frequentemente a seguito delle scorribande perpetrate con la soladina e ad altre bravate riconducibili al suo lavoro. Ma sopratutto Jàco agognava di diventare veramente indipendente dai precetti che gli avevano insegnato all'accademia della Mirandola, volendo sviluppare un suo personale codice d'onore ed al contempo affrancandosi anche dagli obblighi a cui ogni tanto Enrigo lo richiamava per favorire gli interessi della sua famiglia. Non in ultimo anche per assecondare la sua voglia di esplorare le regioni della Casa di cui aveva solo sentito parlare.Grazie alla scelta che prese in origine, quella di celare la sua vera identità, nota solo alla sua famiglia, al suo istruttore di scherma Maestro Cèncio Rosconi ed alla sua amica Miranda, gli fu agevole dunque mettersi in viaggio lontano da occhi indiscreti. Come meta del suo viaggio scelse la regione più lontana e differente a quella dove era nato e vissuto, partì per il primo piano, direzione Vascherdam, di cui aveva sentito parlare un gran bene dagli avventori delle locande che frequentava da giovane. Ci sarebbe stato molto lavoro e meno ficcanaso decisi a smascherare la sua identità per ora ancora celata. I giorni scorrevano veloci, le novità erano molte così come gli usi ed i costumi che aveva iniziato a conoscere grazie alla sua amica soladina mesi prima e che ora stava imparando ad apprezzare sempre di più vivendoci a contatto, aveva persino cambiato la sua arma da duellante optando per un ago che più si adattava al suo stile di schermitore. Si era quasi abituato a quella vita e tutto girava a meraviglia ma poi come ogni volta arrivò una lettera di Miranda a complic....cambiare tutte le cose...
lunedì 5 agosto 2019
Intro - La Città Sepolta
mercoledì 24 luglio 2019
La vita secondo Conchobar
Gli avi degli avi degli avi, insomma i bis, bis, bis avi, o tre volte bis avi, o come era solito dire Conchobar, i suoi "tribisavi", non riuscirono a resistere all'imperioso fascino di quella città. E così ben presto si industriarono per scolpire il loro nome in quella comunità, con il loro ingegno, spiccatamente soladino, misero al suo servizio le loro arti.
L'arguzia e la sveltezza di mano contraddistinguevano la sua famiglia da generazioni, generazioni e generazioni, insomma come vi ho spiegato prima, da tribisgenerazioni, non perdete il filo del discorso diamine, che non amo spiegare due volte la stessa cosa, e soprattutto io odio chi perde il filo del discorso.
Oh...cosa dicevamo.....a si...certo...da tanto tempo che le mani e l'intelligenza dei Wonder veniva adoperata per la vie di Beddingham. Chi costruiva strani ammennicoli, che sembravano avere dubbia utilità, chi si impegnava in maestose opere ingegneristiche, chi era abile nel campo dei preziosi, chi veniva contattato per ritrovare oggetti scomparsi, chi aveva avuto tanta fortuna da diventare improvvisamente ricco, ed altre cose così...
La costante comune era appunto che i Wonder erano meravigliosamente addentro alla società, li trovavi un po’ ovunque, e ce ne erano dappertutto, non potevi startene tranquillo un attimo che...apparivano. Soprattutto nei luoghi più prestigiosi della prestigiosa tra le prestigiose, detti anche i tribisprestigiosi....va beh erano ovunque al punto che i buoni omini di Beddingham erano soliti inneggiare al loro avvistamento con un laconico "Ecchetelitiè", che divenne un po’ il mantra della famiglia.
Non sto qui a dirvi che veniva ripetuto in ogni festa di famiglia, ogni volta che due Wonder si incontravano, in ogni strada o viuzza al punto che alla fine non si riusciva nemmeno più a capire quanti Wonder ci fossero, era tutto un "Eccotelitiè" e gente che freneticamente si spicciava a far largo, ovviamente per la tribismaestosità della famiglia, piuttosto che mettere mano al portamonete, per omaggiare cotale scienza infusa. Diciamocelo, concedetemelo, la "dinastia dei Wonder" era ormai famosa, apprezzata, temuta per la sua innegabile bravura nell'usar le mani a mo’ di lavoro.
Come che vuole dire?
Mamma omina santissima, tipica espressione di Conchobar, sapevano crear dal nulla un lavoro e soprattutto una fortuna.
Non era difficile no? State più attenti però che i Wonder non sono nati per pettinar le mini bambole, ne stiamo qui per smacchiar Gechi maculati eh...
Beh Conchobar non era molto differente dai suoi tribisavi, ma ben presto, per quanto tribismaestosa fosse Beddingham, e per via di un paio di affari non proprio riusciti, ma soprattutto per via del fatto che la calca che lo cercava per ringraziarlo dei suoi prestigiosi lavori si era fatta un po’ troppo insistente e facinorosa, colse il gentil consiglio dei gendarmini che una mattina lo scortarono fuori città. Chiedendogli la cortesia di non fermarsi a salutare nessuno dei suoi tribistanti estimatori che accorrevano verso di lui, agitando mini cucchiai di cheratina, bastoni lunghi ed oggetti appuntiti in genere. Tipica usanza di Beddingham, pare..., il saluto facinoroso, al quale la famiglia Wonder era bensì avvezza ma Conchobar troppo stanco per poterlo sopportare ancora, ancora ed ancora, tribisancora in poche parole.
Dopotutto da grandi mini poteri derivano grandi mini responsabilità, e quindi a malincuore Mastro Wonder, decise di andare a portar il suo ingegno altrove, lì dove nessun soladino era mai giunto prima. Dopotutto come si può confinare l'ingegno, non sarebbe giusto se altri luoghi ed altri omini buoni non potessero apprezzare l'arte Wonder. E' dura, lo so, lo capisco, ma gli eroi non si nascondono dietro a mezzuccoli né fuggono dai perirgli, gli eroi sono eroi, e noi lo vorremmo essere, anzi tribiseroi perlappunto.
E cammina che ti cammina, che cammina, tribiscammina raggiunse il lontanissimo Sottogradino, era una cittadina ridente, organizzata e pulita, ma mancava quel tocco Wonder, quel nonsoché di puro ingegno, strade tutte uguali, utensili comuni, nessun macchinario innovativo, nessun "Eccotelotiè", ma Mastro Conchobar non si perse d'animo e tirò fuori le sue mirabolanti mercanzie. Come potevano passare inosservate?
Ed infatti da lì a poco giunse un estroso Boggart, niente popò di meno che lo stimato e rinomato, Professor Tyrol Chesterfire, mente indubbiamente tribisfenomenale che riuscì ben presto a capire quanto rari e preziose fossero le mercanzie di Mastro Wonder. In men che non si dica due antichi manufatti, di indubbia utilità e rarità erano stati venduti. Ad un prezzo più che congruo per la conoscenza che imprigionavano al loro interno, un prezzo esiguo comparato con la loro enorme utilità. Ma quello che poi cambiò effettivamente la vita dell'ingegnoso soladino fu la stramba richiesta di trovare un libro assai raro quanto, probabilmente inesistente, che il Professor Chesterfire fece a Conchobar, pagandolo in anticipo. Ed ancor più strano fu il fatto che questo fantomatico e rarissimo libro, fu recapitato a Mastro Wonder il giorno dopo l'incontro con il professore, e che gli venisse anche indicato dove andare a consegnarlo.
Ma fedele alla sua parola data e poiché Sottogradino era alquanto noiosa al giovane soladino non rimase che avventurarsi, insieme ad una insolita compagna di viaggio, con cui condivideva la ricerca del Professore. Tale Arianne, fatina che si dilettava in duelli originaria di La Ruelle. Tipa veramente insolita, aggraziata e dolcemente premurosa da un lato, ma feroce e spietata spadaccina dall'altro, al punto che Mastro Conchobar rimase affascinato dalla bipolarità tipica di soggetti come lei, almeno da quanto rammentava dalle sue letture in campo medico.
Decise quindi di studiare da vicino tale fenomeno, perché non riusciva a concepire come una perfetta massaia, tutta lavoretti di casa, cucina da leccarsi le antennine e bucato tribisesageratamente profumato, potesse essere la controparte ad una abile spadaccina che sembrava saper ricamare con la sua lancetta d'orologio come con un piccolo ago faceva su un calzino. Arianne la rammendatrice, pensò di chiamarla, ma non ebbe il coraggio di dirglielo, si sa le donne son sempre suscettibili a certi concetti, sia mai che pensasse che fosse un soladino retrogrado inneggiante al motto "omina schiava zitta e lava" o concetti simili...
Omina santissima SIAAAA MAIIII eh ancora sentiva risuonare i famosi "paccheri Wonder" dati con tribisprecisione dalle soladine, che con precisione chirurgica lanciavano le ciabattine inesorabilmente contro il testone dei maschi di famiglia.
No no questa cosa sarebbe rimasta tribissegreta, Sprigo si, ma mica scemo.
Capitolo 1.1 - Il Ragno Meccanico
Prologo - Arianne Lòrene Vudruille








