giovedì 15 agosto 2019

Regolamento di Conti

"Sai, l'altro giorno, quell'infestazione di scarafaggi nelle intercapedini basse? Sembra che qualcuno abbia abbandonato lì delle botti... con dei cadaveri dentro. Tutta gentaccia, omini dei bassifondi, un capobanda e i suoi scagnozzi, c'è stata una rissa nella taverna del vecchio Jo ed è stata una strage."

La notizia impiegò qualche giorno a risalire il Grande Tubo e per molti fu soltanto argomento di chiacchiere da mercato, dopotutto si trattava di feccia del sottobosco criminale che non merita alcuna compassione.
La milizia venne ad interrogare Jossafat e ne ottenne qualche dettaglio aggiuntivo, ma una volta appreso che si era trattato di un violento regolamento di conti interno alla banda di Fasir lo Sveglio (primo rinvenuto tra i corpi mezzi divorati dagli insetti) decise che non valeva la pena sprecare troppe energie nella persecuzione dei colpevoli, dopotutto sfoltendo i ranghi della malavita cittadina gli avevano fatto un favore. Eppure contemporaneamente l'illuminato Sultano Balthazar Bashan capì che non sarebbe dovuta diffondersi la notizia che Utu Bathur fosse una città tanto pericolosa da potersi imbattere in questo genere di scontri, soprattutto adesso che le porte erano aperte ad ogni omino della Casa era importante dare subito un segnale forte, pertanto chi ne pagò le conseguenze furono i residenti dei quartieri al di sotto dell'imbocco del Grande Tubo, che divennero vittime di sgarbate perquisizioni e controlli ogni volta che dovevano risalire la città verso i quartieri più benestanti.
I posti di blocco non impedivano ai signori del crimine di condurre i loro affari, ma trattenevano i piccoli furfanti e le bande ai piani bassi, facendo di fatto precipitare la qualità della vita della metà inferiore della città con il solo vantaggio di far sentire nobili, turisti e mercanti perfettamente al sicuro nella metà soprastante.
Jo Senzunocchio maledisse la sua sfortuna nell'essere finito in mezzo a quella torbida storia e si decise infine ad affiggere un annuncio per assumere un aiutante e buttafuori, qualcuno che incutesse il giusto rispetto e timore, magari un minaccioso ipertrofico... o, perché no, un bravo boggart!

Nel frattempo, dall'altra parte della città i problemi erano di tutt'altra natura.
Il ragazzo era stato temporaneamente prelevato dalle sue mansioni di facchino per appendere in alto, sulla facciata dell'albergo, i nuovi striscioni per la settimana entrante, in cui si sarebbe celebrata la festività di Ostara. Se non avesse finito in tempo non sarebbe potuto tornare a trasportar bagagli per i facoltosi ospiti de I Veli di Imrah e riscuotere le loro generose mance: fate e sprighi erano molto più generosi di quanto si sarebbe mai aspettato.
Quando scese dalla scala a pioli trovò però ad attenderlo un colosso dalla pelle grigia e l'aria poco raccomandabile che lo fissava a braccia conserte ruminando del muschio da masticare. Il giovane capì al volo, aveva avuto un'esperienza simile pochi giorni prima, non aveva più intenzione di fare il duro per pochi spicci e così vuotò il sacco immediatamente.
Nemmeno mezzora dopo potè tornare al suo lavoro, senza averne guadagnato nulla, ma sperando di avere in qualche modo messo i bastoni tra le ruote ai tre estranei che l'avevano minacciato l'ultima volta.

Maharbar rimase per un minuto buono immobile di fronte alla porta dell'appartamento dopo aver ringraziato e congedato il ragazzo per la preziosa e spontanea collaborazione. Sapeva che non lo avrebbe trovato lì ma sperava di rinvenire qualche indizio su dove potesse essere sparito Otto. L'appartamento era lo stesso in cui aveva alloggiato l'ondino ad inizio anno e, a detta del custode, un altro ospite della proprietaria gli aveva lasciato le chiavi solo un paio di giorni prima. Doveva quindi essere vuoto eppure l'orecchio allenato di un guerrigliero sopravvissuto alla guerra percepiva movimenti all'interno: optò per l'effetto sorpresa.
Con una poderosa spallata spalancò la porta e alzò le braccia in guardia tenendo la punta di chiodo con presa invertita, pronta a scattare ma... nessun movimento.
Iniziò cautamente ad esplorare le stanze del piccolo ma curato appartamento, affacciandosi sul cucinino e sulla saletta, quando infine aprì la porta socchiusa della stanza da letto si accorse di non essere solo e di non avere alcun vantaggio. Si voltò di scatto, trovandosi faccia a faccia con un omino nettamente più basso di lui, con vesti ampie e comode ed il capo e volto nascosti da uno stretto turbante color mattone dal quale si intravedeva solo il bianco degli occhi. Era fermo in mezzo al corridoio, a pochi passi da lui, gambe larghe in posa da combattimento, non portava armi e sembrava avere l'intenzione di affrontarlo in quello spazio stretto usando solo le sue mani nude.
Maharbar capì che quel tizio non era stato colto in flagrante durante un'effrazione, ma era lì da chissà quanto tempo in attesa che qualcuno si presentasse, allora gli sorrise sprezzante: "Povero idiota, sei capitato con l'omino sbagliato!" e gli si scagliò contro.

Più tardi il custode del palazzo entrò titubante dalla porta d'ingresso, stringendo nervosamente tra le mani uno stuzzicadenti stondato. La porta era stata forzata e sul corridoio all'ingresso c'erano tracce di colluttazione, alcuni schizzi di sangue nero sporcavano le pareti e lo stipite della porta della stanza da letto. Quando si sporse cautamente, aspettandosi chissà quale raccapricciante spettacolo, vide un gigantesco energumeno accasciato a faccia in giù sul pavimento, con una punta di chiodo conficcata ad un palmo dal suo naso. Respirava ancora, malconcio ma ancora in vita.
Le tende della stanza erano blu cobalto ed ondeggiavano sospinte dalla brezza che soffiava dalla Cantina attraverso le crepe sulla parete, fino all'intercapedine bonificata in cui Utu Bathur era edificata.
Sulla parete opposta, sopra una madia, un quadro era stato rimosso rivelando una piccola nicchia nascosta, ormai vuota. Il custode raccolse la cornice, spezzata probabilmente durante la colluttazione, e stese la tela strappata per osservarla: raffigurava la proprietaria dell'appartamento, una affascinante soladina con occhi luminosi ed un sorriso beffardo, Donna Miranda O'Donnell, che lui non aveva mai incontrato di persona ma per conto della quale diversi ospiti autorizzati, presenti in una lista che gli era stata fornita insieme al suo incarico, avevano alloggiato negli ultimi mesi e a cui era stato ordinato di lasciare le chiavi se le avessero richieste.
Secondo il suo taccuino il grosso ipertrofico privo di sensi corrispondeva alla descrizione di un faccendiere locale, di nome Maharbar, autorizzato, e diverse volte prima di lui era stato a lungo ospite l'indaffaratissimo Otto Novak X, ondino di Vascherdam, socio in affari della proprietaria, e per ultimo un nobiluomo girovago di basso rango, tale Jàco Zordi di Vilezia, forse un suo amante, che aveva lasciato la città solamente da un paio di giorni con alcuni compari.
Il custode richiuse la finestra, si prese cura del ferito ed iniziò a rassettare. Soltanto dopo essere rimasto solo sedette alla scrivania ed iniziò a scrivere il messaggio che avrebbe inviato all'indirizzo scritto nell'ultima pagina del taccuino, quello destinato alle emergenze.

Con il Carnevale e Ostara alle porte le vie di commercio principali tra Vilezia e le altre città della Cantina erano molto frequentate. Lo stesso Jhafir era quasi a metà strada con il suo carro, due dei suoi esemplari di geco più variopinti ed esotici avrebbero preso parte alla sfilata per le vie della città e sicuramente ci sarebbe stata come ogni anno qualche occasione per fare buoni affari, magari con qualche straniero facoltoso.
Jhafir era felice di poter condividere almeno parte del viaggio con sua nipote Yafiha, sempre indaffarata col suo coleottero ammaestrato, Dahabi, che continuava a crescere sempre di più. Tra i suoi accompagnatori poi c'era il cacciatore di nome Aleikh che li precedeva di un centinaio di minimetri, in sella ad un topo e clavischetto in spalla; era lo stesso omino che li aveva portati in salvo fuori dal Khashab lo scorso anno e Jhafir era lieto che fosse di nuovo lui a guidarli.
Infine il distinto nobiluomo che condivideva con lui la cassetta del carro era di piacevole compagnia, bravo a carte e sembrava avere conoscenze interessanti tra la nobiltà del luogo in cui erano diretti, anche se Jhafir non aveva mai sentito parlare, finora, della sua famiglia: gli Zordi di Vilezia.

martedì 13 agosto 2019

Un'offerta Irrinunciabile

Gli schermi davanti a voi sfarfallano un po', finché dopo qualche secondo inizia a comparire un'immagine. Si aggiusta un po' il colore lampeggiando per qualche secondo, poi si assesta del tutto, dapprima sullo schermo centrale e a seguire pochi istanti dopo sugli altri schermi; nonostante l'apparente qualità degli schermi, l'immagine non è nitida, come se un filtro davanti impedisse di carpire la totalità dei particolari.
Quello che si vede è uno studio o un ufficio piuttosto raffinato, caratterizzato da ampi spazi e un arredamento di tipo orientale abbellito da cimeli apparentemente antichi che strizza l'occhio a un arredamento feng shui, sostituendo le librerie alle pareti con un'ampia vetrata da cui si vede in lontananza un mare azzurro e delle palme.

Davanti alla scrivania, moderna ed elegante con uno stile da finto soggiorno retrò tipico di ricchezza mista ad eccentricità fuori dagli schemi, si trova una piacente donna su una cinquantina di anni appoggiata delicatamente ad essa con le terga, naturalmente ricoperta da un tailleur che da solo vale più di quanto possiate permettervi, e sopra alla scollatura accennata quel tanto che basta da essere notata senza distrarre, circondato da capelli biondi corti mossi ad arte dalla permanente, un viso giovanile dove si aprono occhi vispi e maliziosi e un sorriso smagliante di chi vi potrebbe vendere qualsiasi cosa, in cambio della vostra anima

«Signori, benvenuti!» esclama, come se potesse ricambiare il vostro sguardo
«Non mi piace dilungarmi in noiosi preamboli, non più di quanto penso piaccia a voi sentirli, quindi andrò dritta al punto: vi ho fatto arrivare fin qui perché voi incarnate un potere ancestrale, una forza primigena che nel corso dei secoli è stata alla base di mitologie, leggende, favole e religioni intere. Siete una sorta di "eletti", "prescelti" da queste forze che vi donano, o doneranno se non hanno ancora iniziato a farlo, delle capacità sovrannaturali.

«Ma ancora più importanti, vi permettono di percepire il sovrannaturale che è intorno a voi, nel mondo. Mi piacerebbe dirvi che avete fatto i primi passi in un nuovo mondo, ma il fatto è che il mondo è sempre stato questo, caro vecchio nostro mondo dove siete nati e cresciuti, ma banalmente avete sempre avuto gli occhi chiusi e non eravate in grado di accorgervi di cosa lo costituisse; per chi non è come voi, i non prescelti, i "dormienti", il mondo rimane monotono e il sovrannaturale non esiste: degli zombie attaccano un paesino dell'Illinois? si tratta sicuramente di una gang di portoricani con un macabro gusto di scarnificare le vittime. E quell'incendio in alaska? nessun drago gigante ha sorvolato l'area pochi minuti prima che scoppiasse in maniera del tutto naturale l'incendio, alimentato da depositi sotteranei di torba. E nessuno minimamente penserebbe ad un vecchio tridente arrugginito trovato su un tempio dedicato a Poseidone quando uno tsunami improvviso ha distrutto un'isola tropicale: un vulcano sottomarino non ancora mappato ne è certamente la causa.
«E in questo nostro mondo "normale" sono sorte delle "associazioni di liberi pensatori", o se vi piacciono i termini da cospirazionisti delle "società segrete", il cui scopo è... beh... alcune cercano di "combattere" i "mostri" per salvare la gente comune, gli innocenti, i bambini... il Natale... cose così insomma; altre cercano di mantenere un equilibrio, oppure l'integrazione del sovrannaturale a fianco dei "normali", cacciare quelli come voi ritenuti responsabili di questo "malessere spirituale", oppure approfittarsene per uno stretto guadagno personale o l'acquisizione di un potere politico, militare o economico di qualche genere.
«E infine alcuni, come le persone che io rappresento, si dedicano allo studio di questi elementi, ed eventualmente la "messa in sicurezza" finalizzata ad un "riutilizzo in un contesto più adeguato" al fine di prepararci a necessità future. Per esempio la gang di portoricani di cui sopra potrebbe venire presa e paracadutata in una zona del medio oriente per terminare forzatamente una guerra decennale; meno morti tra i nostri soldati, meno minorenni con un AK47 in mano, una risoluzione rapida del conflitto, e soprattutto molti meno morti alla vigilia di Natale in un centro commerciale dell'Illinois. Quello che mi piace chiamare "una soluzione vincente".
«E quindi, come immaginerete, ci serve gente come voi. Con le vostre capacità, in grado di comprendere cosa sta succedendo nel mondo che li circonda ed eventualmente reagire di conseguenza. Secondo la nostra agenda e i parametri di missione, ovviamente. E in cambio tutto l'aiuto che possiamo darvi per orientarvi in questa nuova situazione, e soprattutto per evitare che "malintenzionati" possano vedervi come... una minaccia nei loro confronti.
«Allora, affare fatto?»

domenica 11 agosto 2019

Bòtte in Taverna


Ehh la vita è sempre così, come ti abitui a qualcosa te le toglie, che sia un insegnamento o un beffardo destino lo potrebbe sapere solo Paracelso che tra alambicchi ed altri marchingegni non mi stupirebbe sapesse prevedere il futuro. Di strada ne abbiamo fatta mio caro Jàco e molta altra ne faremo ancora, chissà cosa direbbe il Maestro Cèncio di me e delle mie ultime vicende. Spero di non esser passato per codardo andando via, ma solamente per un umile servitore della viltà, prassi per altro del tutto acclamata in quel di Vilezia. Ma oggi risplende la luce sull'immenso mare di Vascherdam, le bianche guglie riflettono i raggi di luce provenienti dalla finestra, e candidi increspi di spruzzi descrivono figure astratte sul filo dell'acqua. E' una bellissima giornata per lasciare la città. Questi pochi mesi qui mi hanno insegnato quanto possano essere differenti le culture delle varie regioni della Casa, qui c'è più rilassatezza nei rapporti, la gente è bendisposta, non si guarda troppo al tuo paese di origine, c'è meno pregiudizio. Me ne aveva parlato "M" ma benché tutt'ora incondizionatamente creda a qualsiasi cosa possa uscire dalle sue candide labbra, è difficile comprendere fino in fondo se non si passa del tempo qui. Forse dovrei smetterla di cacciarmi nei guai per correre dietro a quella soladina, non è la prima che mi combina, ma non posso resistere a quell'innocente visino e quelle rosse chiome che lo adornano, ma quello che più ti fotte è quella scintilla nei suoi occhi, quel lampo di vita ed arguzia, il suo essere dannatamente intrigante. Non dovrei cadere in simili inganni, proprio non dovrei, proprio io che la conosco ormai da un bel po'.
Eppure eccomi di nuovo in viaggio, per assecondare chissà quale suo arguto piano, che sia un semplice desiderio di rivedermi, a quello credo molto poco, mi preoccupa che "casualmente" mi richiami in quel di Vilezia proprio a ridosso di Ostara e del Carnevale. Ma forse è il mio animo vileziano che mi fa pensar male, vorrei cambiare modo di vedere le cose, sopratutto alla luce dei mesi spesi nei Liberi Domini.

E così di nuovo in viaggio, devo dire sempre eccellente l'organizzazione di Emme, trattato come un signore, che un tempo fui, etichetta che oggi ahimè temo di non meritarne più. Quanto è cambiata la mia vita in questi ultimi anni...E cambiamenti si percepiscono anche nella Casa stessa, si respira un vento di cambiamento, si respira un aria strana. Ad ogni modo questo passaggio sul corrimano è veramente suggestivo, c'e' un ottima vista da quassù, non mi stupirei che ci fosse lo zampino di Mastro Paracelso in persona nella sua costruzione. Passare vicino al luogo del grande tradimento, fa ancora "abbombonare" la pelle, pensare a quanti morti ci sono stati su quei terrazzamenti mette i brividi. Quanti feroci animali avranno pasteggiato con quei corpi, e cosa si nasconde nelle intercapedini immediatamente vicine a quel luogo, son cose che vorrei fare a meno di scoprire.

Il lungo viaggio dal primo piano alla cantina, è stato si suggestivo ma non vuoto di incertezze, sopratutto dentro di me, la domanda che va per la maggiore è sempre la stessa "Avrò fatto bene questa volta a fidarmi di Emme ? "...

Ad ogni modo a parte qualche predone che voleva solo commerciare, pare che una grande sventura si sia riversata qualche tempo fa sulle popolazioni del deserto privandoli dei raccolti delle loro oasi, e qualche strampalato turista del Reame, il viaggio è filato piuttosto liscio.

Il caldo afoso della Cantina mi ha dato nuovamente il benvenuto, anche se questa volta la mia direzione non è stata la Pozza ma Utu Bathur, vedere da lontano la Mirandola non nego che mi abbia fatto un certo effetto, ma per ora non vi è spazio per la malinconia, so che Miranda mi aspetta a Vilezia, ma prima devo prendere contatto con il mandante della spedizione, un certo Otto Novak vattelappesca. Il solito pomposo nome da nobile sembrerebbe, se dovessi esser sincero non mi fido molto di quegli ambienti, troppo formali, i nobili sono gentili di fronte e pronti a pugnalarti alla schiena, a questo punto è molto meglio la scuola della viltà dove ogni mezzo è lecito per raggiungere lo scopo e la cosa è dichiarata ed apprezzata da ambo le fazioni. Essere vile si ma che lo si faccia alla luce del sole non nascondendosi dietro alle buone maniere che diamine...

Ad ogni modo ieri era il quinto giorno di Marzo e come da istruzioni mi sono recato alla Taverna di Jossafat, aggiungerei "rinomata", non so perché ma immaginavo che rinomata fosse da intendere nel verso Mirandesco della cosa. Ed infatti, lasciati i quartieri turistici di Utu Bathur, seguendo le indicazioni, e vedendo le facce degli abitanti locali quello che era un semplice presentimento si è rivelato realtà.
Ma dopo tutto come direbbero a Vilezia, devi provare l' XXX come si beve nelle peggior bettole di Utu Bathur, prima di dire di aver visto tutto. E devo dire che quelle bottiglie avvolte in sacchette di pelle di Lumaca essiccata ed invecchiate anni emanano un magnificamente acidulo profumo cui è difficile resistere. Usanza del luogo poi è bere in piccoli bicchieri accompagnati in successione da altrettanti bicchieri di un nettare di qualche frutto esotico del luogo. Li chiamano "colpini" da queste parti, bah paese che vai usanza che trovi.

Ad ogni modo arrivarono due strani tizi, due Sluagh, una minuta e disincantata Allevatrice di nome Sahla Yafiha e Aleikh un robusto e pragmatico Cacciatore. Da li a poco, giusto il tempo di sorseggiare un paio di colpini, che la solita banda di taglieggiatori, ingaggiata da chi sa chi si è fatta avanti per mostrarci gli usi locali. Non che io sia un facinoroso, bruto e senza maniere, li avvertii del terribile sbaglio che stavano facendo, dopotutto mi sembrava giusto metterli in guardia. Eppure non vollero desistere, ci attaccarono, fedele agli insegnamenti del caro Cèncio, ed anche per non aver problemi con le autorità, parammo ogni colpo possibile e gli concessi l'onore del primo sangue. A quel punto, non si trattava più di un attacco da dimostrare ma di legittima difesa. Con un balzo furioso, parando i colpi degli assalitori mi gettai a fronteggiare quello che sembrava esserne il capo, mentre i miei due compari di sventura fronteggiavano gli altri criminali. Gli concessi di infilzarmi per primo guidando la sua lama in modo che non mi fosse fatale il colpo, ed assestai un mortale colpo alla sua gola, beffardamente entrambi facemmo capo al "Sangue Nero" e rimarginammo le nostre ferite. L'attacco successivo fu ancor più strabiliante, il cacciatore di scatto girò il suo clavischetto e lo usò come da tradizione a mo di clava, mandandone al terreno due, la piccola allevatrice, dal canto suo, richiamò da fuori la locanda il suo fedele Coleottero, che appoggiandosi delicatamente alla porta ne fece mille pezzi fronteggiando i malcapitati nei suoi paraggi.

Due ottimi diversivi che sorpresero il nemico, e che mi diedero la possibilità di sguinzagliare il mio Ago, che balenando nell'aire andò a disegnare sbreghi mortali tra le carni dei malcapitati. Il primo a cadere fu proprio il loro capo, nemmeno il tempo di cadere in terra ferito mortalmente alla gola, per la seconda volta, che girandomi infilzai gli altri rimasti, avendo cura di lasciarne uno vivo, in modo che ci potesse fornire indizi sui mandanti.

In breve attirammo con un inganno la vedetta dei criminali, che era rimasta fuori dalla locanda, e poiché si rivelò alquanto smargiasso, dopo aver ottenuto le informazioni di cui necessitavamo , lo lasciammo libero di scappare con le braghe calate e le mani legate dietro la schiena...
Giammai si dica che L'Asso di Fiori non fu magnanimo e che sia da lezione a chi volesse prendersi gioco di lui come fece il povero malcapitato di cui sopra. Vile si ma con un onore da difendere...


Per non dilungarmi troppo vi dico che non cavammo una blatta dal buco a livello di indizi, ma che alla fine trovammo un incartamento nascosto nella casa che mi era stata assegnata da Miranda, e che scoprimmo essere anche l'ultimo domicilio di Ser Otto Novak Decimo. Soddisfatti iniziammo a pensare a come organizzare  il viaggio verso Vilezia, dove presumiamo sia anche Ser Otto.

Vi starete domandando, invero, quale strampalato messaggio si nasconda dietro al titolo di questa nota del mio diario... Semplicemente un modesto gioco di parole ed il mezzo,  con il quale vilmente e fieri di ciò, nascondemmo i cadaveri dei nostri assalitori...

Meditate dunque a quanto il suono di una vocale possa cambiare il senso di una frase...

giovedì 8 agosto 2019

Sahla Yafiha bent al Naadir - Capitolo II

«Un sacchetto di polvere di caffetta, bollire per un paio di minuti lasciar freddare qualche minuti»
«No guardi, non trattiamo il fungo pavero...»
«La polvere rossa di fungo Nerhabo va sparsa sulle zampe di bombo fritte, ma solo un pizzico o ne copre il sapore»
«La melata di afidi la consiglio sullo shawarma di larva ma ci aggiungerei anche un cous-cous di micelio»
«La muffa brillantina l'abbiamo finita ma forse ci torna domani. O dopodomani al massimo»

Con l'apertura delle frontiere e l'arrivo di turisti e mercanti dalla Scala Tremante, Mato Ab'haram non era in grado di servire l'aumentata richiesta di muffe, spezie, micetospezie e saltuariamente qualche piatto di cucina locale nonostante l'aiuto del figlio Kareem; la presenza di malintenzionati, minima visto che il suk si trova all'imboccatura del Tubo ma non completamente assente, non faceva altro che appesantire la situazione, e lo sluagh sarebbe stato costretto a chiudere bottega se non avesse ricevuto più di una mano.
Dal canto suo, dopo la tempesta di segatura, l'odissea nel Khashab e l'inseguimento delle tracce dello zio, e lo scontro con la lucertola brillantemente messa in fuga da uno sforzo coordinato di tutto il gruppo, Yafiha e il suo dorato compagno erano arrivati nei pressi della città stremati e desiderosi di riposarsi. Per chi arriva dalla direzione verso il muro, la Fattoria di Mato è forse il primo segno di civiltà degno di nome che si incontra, che offre riposo ai viandanti e ai loro topi, e spesso anche del cous-cous di micelio e muffe di stagione o tortini di melata fresca, e la giovane sluagh aveva deciso di stabilirsi a riposarsi qualche giorno prima di riprendere il suo viaggio. Ma quando Mato ha scoperto la sua conoscenza per le zone circostanti e le sue arti officinali, ha capito di aver trovato una soluzione che gli permettesse di mantenere di mantenere in ordine la fattoria senza abbandonare il suk.

Servire al banco delle spezie la stanca, anche se lei "da solo un aiuto" all'introverso Kareem, ma la vita di città ha anche i suoi lati positivi e le ha permesso di comprare un paio di abiti nuovi, da viaggio e da città, rimpinguare il suo inventario e addirittura legalizzare la pistola presa ai briganti che li hanno attaccati nel deserto. Intanto il piccolo coleottero dal carapace dorato è cresciuto e si è fatto più scuro, quasi bronzeo, le mandibole sono diventate sovramisura e per molti omini minacciose, ma in compenso è diventato più ubbidiente, evitando anche di saltare in braccio a chi gli fa le carezze, cosa peraltro molto importante perché il peso è aumentato al punto che solo uno sluagh ipertrofico, e al massimo un boggart, sarebbe in grado di afferrarlo senza essere buttato a terra dall'impatto.
Di giorno mentre la sua padrona impara l'arte di socializzare con la gente e cerca anche di non vendere a un prezzo troppo basso, l'accompagna al mercato e tiene la guardia vicino alle teglie con le zampe di blatta glassate e lo shawarma di larva, allontanando chi cerca rogne o anche semplicemente un pasto a scrocco, ma si offre con l'addome per aria quando bambini e signorine, non senza timore, si avvicinano per accarezzarlo. La sera, alla fattoria, si sgranchisce invece tenendo in riga gli afidi da allevamento anche se i braccianti assunti di recente rendono il suo lavoro non necessario.

Nonostante questa idilliaca vita che gli permette di godersi sia la vita di campagna che quella di città, il momento migliore della giornata per entrambi è il terminare della notte poco prima dell'alba, quando il Tramonto non ha ancora iniziato a scaldare dalla sua montagna di ghisa ed è possibile addentrarsi ai bordi del Khashab a cercare muffe e spore non affondate nella segatura. Dismessi gli abiti di città ed indossati quelli da viaggio, ogni giorno Yafiha distende le antenne a quei refoli di vento fresco che si dice provenga dalla Pozza, il robusto galleggiante ligneo da passeggio in mano, e si avventura, accompagnata dal fedele Dahabi, con la scusa di cercare prodotti rari da vendere al banco durante la giornata.

Solitamente per fare rifornimento per il mercato diurno basta un giro nei campi incolti di muffe e funghi che crescono dove l'umidità goccia all'esterno del Tubo, ma sempre di più è affascinata da quelle oasi lontane, dai funghi maestosi e dove la muffa cresce spontanea ai bordi delle pozze di umidità. Ogni tanto, quando si sveglia presto e le antenne vibrano verso il mare di segatura si allontana fin dove le prime luci iniziano a tinteggiare di rosso le dune più alte, sperando di incappare in qualche impresa, in una carovana arenata da aiutare, o un fungo raro spuntato durante la notte dove non dovrebbe essercene. Una volta è tornata con una coda di forbicina tagliata di netto dal non-più-piccolo Dahabi, un'altra volta con delle piccole cappelle di funghi biancospinati e un giorno addirittura portando un denutrito e assetato topo, unico sopravvissuto di una carovana distrutta dal caldo, e che ora serve alla fattoria di Mato; la maggior parte delle volte però torna con un pugno di segatura, tanto caldo, e un po' di delusione per una mancata avventura. In queste occasioni, ripensa alla storia di Khaset At'Dathrez, la mitica città scomparsa, e si chiede se un giorno parteciperà mai ad un'avventura come quella che attende chi si recherà alla ricerca della perduta città...

mercoledì 7 agosto 2019

Jàco(po) Zordi, l'Asso di Fiori



Jàco terzo figlio maschio della famiglia Zordi, molto nota a Vilezia per i suoi affari nell'ambito del commercio, non ebbe la fortuna del primogenito Enrigo, ne la possanza del secondo nato della sua famiglia Ménego. Fu chiaro da subito che ad Enrigo, come di norma, sarebbe toccata la sorte di amministrare i possedimenti della famiglia. A Ménego invece non fu difficile entrare al servizio della capitaneria di porto e partendo dal basso scalò le gerarchie fino al grado di sottotenente. Ad onor del vero le malelingue dicono che raggiunse tale grado per intercessione del fratello maggiore che seppe ungere i meccanismi giusti, in modo di avere in cambio un trattamento di favore sui dazi commerciali.

A Jàcopo raggiunta la maggiore età, come a molti altri terzogeniti, fu data una dote in crì, qualche cianfrusaglia di famiglia e fu messo alla porta. Non fu facile per un rampollo della nobiltà, che aveva fatto del gioco d'azzardo, del bere e della compagnia di belle e lascive donne la sua maggiore preoccupazione, trovarsi di punto in bianco con l'esigenza di letteralmente inventarsi un modo per vivere.

Le serate in taverna, tra festini e fiumi di pregiato vino vileziano, lo avevano suo malgrado istruito sul come cavarsela in una rissa, la cosa più vicina a quell oche sarebbe diventato il suo futuro lavoro. Non gli rimase che investire i crì ricevuti in dote pagandosi l'adesione alla prestigiosa scuola Rosconi, affiliata all'accademia della Mirandola. Retta dal maestro di Spada, Etichetta e sincera Viltà, Cèncio Rosconi. E probabilmente fu la decisione più saggia che potesse mai prendere. C'è chi dice che la decisione stessa in realtà gli fu suggerita da suo fratello Enrigo, con lo scopo di avere un uomo fidato che proteggesse i suoi commerci, sopratutto quelli meno "domiciliari".

Gli anni dell'accademia furono, difficili, più che per il duro allenamento fisico per la rigida impostazione volta a correggere le attitudini comportamentali che avevano caratterizzato la sua esistenza fino ad allora. Eppure l'educazione e l'etichetta gli erano state inculcate fin da piccolo, ma risultati in tal senso furono ottenuti solo dopo gli anni di accademia da schermitore.

Per la vergogna, di essere diventato un comune vileziano, per proteggere la sua identità e quella della sua famiglia, decise di indossare una maschera bianca recante i semi delle carte da gioco a lui
così care, e prese il nome d'arte di Asso di Fiori. Ben presto, a seguito dei lavori ben riusciti iniziò ad ottenere ingaggi sempre più prestigiosi e redditizi. Il suo nome d'arte iniziò a circolare
per le calle ed i campi di Vilezia, ed alcuni nobili iniziarono a rivolgersi a lui per "risolvere" qualche increscioso fatto che potesse creare imbarazzo al loro buon nome.

L'Asso di Fiori, divenne suo malgrado conosciuto a livello locale, fu di ispirazione per i giochi dei bambini, per i quali divenne be presto un idealistico eroe mascherato ed allo stesso tempo motivo di angoscia per chi sapeva di aver fatto qualcosa che non avrebbe dovuto, e questo era esattamente il contrario di quello che Jàco avrebbe voluto accadesse.

Nell'autunno dell'anno VI AC, dopo l'apertura delle frontiere, conobbe Miranda, una bellissima e facoltosa soladina dai capelli rossissimi e gli occhi verdi come gli aghi di pino, la cui lingua si narra sia tagliente come la lama di una mezzaforbicina da scherma e la cui arguzia sia degna del buon nome del suo popolo. Non è difficile immaginare come tra i due nacque una forte passione che li spinse a programmare di fuggire insieme nei Liberi Domini cosa che ahimè non si concretizzò, perché il giorno della partenza Miranda non si presentò al luogo convenuto facendo recapitare invece una lettera di scuse a Jàco. L'Asso, decise di partire lo stesso, visto che il suo nome stava circolando per Vilezia troppo frequentemente a seguito delle scorribande perpetrate con la soladina e ad altre bravate riconducibili al suo lavoro. Ma sopratutto Jàco agognava di diventare veramente indipendente dai precetti che gli avevano insegnato all'accademia della Mirandola, volendo sviluppare un suo personale codice d'onore ed al contempo affrancandosi anche dagli obblighi a cui ogni tanto Enrigo lo richiamava per favorire gli interessi della sua famiglia. Non in ultimo anche per assecondare la sua voglia di esplorare le regioni della Casa di cui aveva solo sentito parlare.


Grazie alla scelta che prese in origine, quella di celare la sua vera identità, nota solo alla sua famiglia, al suo istruttore di scherma Maestro Cèncio Rosconi ed alla sua amica Miranda, gli fu agevole dunque mettersi in viaggio lontano da occhi indiscreti. Come meta del suo viaggio scelse la regione più lontana e differente a quella dove era nato e vissuto, partì per il primo piano, direzione Vascherdam, di cui aveva sentito parlare un gran bene dagli avventori delle locande che frequentava da giovane. Ci sarebbe stato molto lavoro e meno ficcanaso decisi a smascherare la sua identità per ora ancora celata. I giorni scorrevano veloci, le novità erano molte così come gli usi ed i costumi che aveva iniziato a conoscere grazie alla sua amica soladina mesi prima e che ora stava imparando ad apprezzare sempre di più vivendoci a contatto, aveva persino cambiato la sua arma da duellante optando per un ago che più si adattava al suo stile di schermitore. Si era quasi abituato a quella vita e tutto girava a meraviglia ma poi come ogni volta arrivò una lettera di Miranda a complic....cambiare tutte le cose...


lunedì 5 agosto 2019

Intro - La Città Sepolta

Otto aprì la custodia e ne estrasse con un pizzico di perplessità il rotolo traslucido. Soltanto un istante dopo realizzò che la pergamena era ricavata dal frammento di un'ala di fata e, nonostante le macchie di inchiostro ivi impresse sembrassero non avere alcun significato logico, i suoi occhi si sgranarono come se vi riuscisse a leggere un chiaro messaggio.
Un largo sorriso gli si disegnò sotto la folta barba bianca mentre alzava la testa rivolgendosi alla piccola combriccola seduta al tavolo attorno a lui, omini per lo più fidati e di indiscusso valore che in quel momento continuavano a fissarlo inebetiti: "Non avete idea di cosa sia questa? Volete dirmi che nessuno di voi bifolchi ha mai sentito parlare della città perduta di Khaset At'Dathrez?"

Sono principalmente le leggende del popolo sluagh ad avere riferimenti a tale luogo, racconti della tradizione orale delle genti che vivono tra il Bathur ed il Khashab, di cui oggigiorno quasi nessun altro ha mai sentito parlare. Tali storie possono trovare vaghi riscontri negli annali dei primi boggart, i quali, dopo la Scomparsa del Padrone, cercarono di catalogare tutto ciò a cui loro spettava di aver cura, fino al giorno in cui Egli sarebbe tornato. Con i disordini che seguirono, l'arrivo degli altri popoli, le infiltrazioni, la muffa, il progresso, le guerre e le fragili alleanze molto di questo andò perduto e molto altro finì per essere archiviato su polverosi scaffali delle austere biblioteche del Focolare.
Soltanto oggi, a quasi cento anni dalla fatidica data, grazie alla Fragile Pace ed alla riapertura dei confini, alcuni omini che hanno dedicato la loro vita alla conoscenza, alla scoperta ed alla memoria di ciò che non deve essere dimenticato, hanno la possibilità di rispolverare antichi tomi e riportare alla luce segreti ormai lontani e creduti persi, ingenuamente ignari del fatto che alcuni di essi farebbero bene a restar sepolti.

Khaset At'Dathrez (probabilmente una traslitterazione dal domestico) è il nome in lingua sluagh di una città perduta e disabitata che si dice sepolta nel caldo abbraccio del deserto di segatura. Un luogo, secondo le favole del Bathur, di cui oscurità e silenzio sono gli unici abitanti, nel quale però giacciono ancora dimenticati innumerevoli oggetti appartenuti al Padrone stesso, cose inimmaginabili su cui nessun omino attualmente in vita ha mai potuto posare anche solo lo sguardo e che aspettano solo di essere rinvenute.
I racconti dei nomadi del Khashab parlano invece di un luogo maledetto, sigillato e sepolto per volontà stessa del Padrone, non una città, ma una necropoli in cui gli spiriti inquieti di omini che hanno siglato un Contratto immondo servono una Bestia antica quanto il deserto stesso che non aspetta altro che qualche incauto spalanchi le porte e le renda la libertà.

La reale esistenza di questo luogo ed il punto esatto in cui sarebbe sepolto rimane un mistero, ma fonti accreditate parlano di un ostinato studioso di Astraviya, il Professor Anatoli Plaschev, che dedicò vita e carriera alla causa e subito dopo la fine della Prima Guerra Domiciliare affrontò un rischioso viaggio fino al più remoto angolo della Cantina.
Si dice che infine Plaschev abbia trovato ciò che cercava ma che non sia vissuto abbastanza per rivelarlo al resto della Casa e che l'unico indizio del suo destino e sulle sue scoperte sia stato da lui stesso trascritto sulla membrana delle sue ali, cui avrebbe rinunciato prima di scomparire in via definitiva, senza lasciare alcuna traccia.

Oggi, alla fine del VI anno dall'istituzione dell'Alto Consiglio, una piccola banda di omini è miracolosamente emersa dalla segatura del Khashab dopo lo scatenarsi di una terribile tempesta causata nella Cantina da una folata di vento proveniente dallo spiraglio sotto il soffitto.
In molti sono periti nell'evento e ancora di più sono i dispersi, ma coloro che hanno miracolosamente raggiunto Utu Bathur l'hanno fatto riportando alla luce quella che sembra essere la prima parte di una mappa creduta fantasia, tatuata sulle delicate ali di una fata: "La guida di Plaschev ai segreti di Khaset Ad'Dathrez".
Nella zona alta della città, poco distante dal palazzo dell'Emiro, ospite nel lusso de I Veli di Imrah, un distinto boggart, Mr. Hurtington attende pazientemente che quanto richiesto gli venga finalmente consegnato.

mercoledì 24 luglio 2019

La vita secondo Conchobar

La vita a Beddingham scorreva veloce, freneticamente i suoi abitanti popolavano di giorno e di notte la viuzze che si districavano tra le costruzioni tipiche in pieno stile sprigan. Fu così che molti anni fa i primi omini entrati nella Casa, sicuramente Sprighi e non Boggart, che raggiunsero il primo piano, vedendo la maestosità della camera padronale decisero di stabilirsi lì gettando le fondamenta di quella che sarebbe diventata una delle più imponenti ed importanti comunità della Casa.

Gli avi degli avi degli avi, insomma i bis, bis, bis avi, o tre volte bis avi, o come era solito dire Conchobar, i suoi "tribisavi", non riuscirono a resistere all'imperioso fascino di quella città. E così ben presto si industriarono per scolpire il loro nome in quella comunità, con il loro ingegno, spiccatamente soladino, misero al suo servizio le loro arti.

L'arguzia e la sveltezza di mano contraddistinguevano la sua famiglia da generazioni, generazioni e generazioni, insomma come vi ho spiegato prima, da tribisgenerazioni, non perdete il filo del discorso diamine, che non amo spiegare due volte la stessa cosa, e soprattutto io odio chi perde il filo del discorso.

Oh...cosa dicevamo.....a si...certo...da tanto tempo che le mani e l'intelligenza dei Wonder veniva adoperata per la vie di Beddingham. Chi costruiva strani ammennicoli, che sembravano avere dubbia utilità, chi si impegnava in maestose opere ingegneristiche, chi era abile nel campo dei preziosi, chi veniva contattato per ritrovare oggetti scomparsi, chi aveva avuto tanta fortuna da diventare improvvisamente ricco, ed altre cose così...
La costante comune era appunto che i Wonder erano meravigliosamente addentro alla società, li trovavi un po’ ovunque, e ce ne erano dappertutto, non potevi startene tranquillo un attimo che...apparivano. Soprattutto nei luoghi più prestigiosi della prestigiosa tra le prestigiose, detti anche i tribisprestigiosi....va beh erano ovunque al punto che i buoni omini di Beddingham erano soliti inneggiare al loro avvistamento con un laconico "Ecchetelitiè", che divenne un po’ il mantra della famiglia.

Non sto qui a dirvi che veniva ripetuto in ogni festa di famiglia, ogni volta che due Wonder si incontravano, in ogni strada o viuzza al punto che alla fine non si riusciva nemmeno più a capire quanti Wonder ci fossero, era tutto un "Eccotelitiè" e gente che freneticamente si spicciava a far largo, ovviamente per la tribismaestosità della famiglia, piuttosto che mettere mano al portamonete, per omaggiare cotale scienza infusa. Diciamocelo, concedetemelo, la "dinastia dei Wonder" era ormai famosa, apprezzata, temuta per la sua innegabile bravura nell'usar le mani a mo’ di lavoro.
Come che vuole dire?
Mamma omina santissima, tipica espressione di Conchobar, sapevano crear dal nulla un lavoro e soprattutto una fortuna.
Non era difficile no? State più attenti però che i Wonder non sono nati per pettinar le mini bambole, ne stiamo qui per smacchiar Gechi maculati eh...

Beh Conchobar non era molto differente dai suoi tribisavi, ma ben presto, per quanto tribismaestosa fosse Beddingham, e per via di un paio di affari non proprio riusciti, ma soprattutto per via del fatto che la calca che lo cercava per ringraziarlo dei suoi prestigiosi lavori si era fatta un po’ troppo insistente e facinorosa, colse il gentil consiglio dei gendarmini che una mattina lo scortarono fuori città. Chiedendogli la cortesia di non fermarsi a salutare nessuno dei suoi tribistanti estimatori che accorrevano verso di lui, agitando mini cucchiai di cheratina, bastoni lunghi ed oggetti appuntiti in genere. Tipica usanza di Beddingham, pare..., il saluto facinoroso, al quale la famiglia Wonder era bensì avvezza ma Conchobar troppo stanco per poterlo sopportare ancora, ancora ed ancora, tribisancora in poche parole.

Dopotutto da grandi mini poteri derivano grandi mini responsabilità, e quindi a malincuore Mastro Wonder, decise di andare a portar il suo ingegno altrove, lì dove nessun soladino era mai giunto prima. Dopotutto come si può confinare l'ingegno, non sarebbe giusto se altri luoghi ed altri omini buoni non potessero apprezzare l'arte Wonder. E' dura, lo so, lo capisco, ma gli eroi non si nascondono dietro a mezzuccoli né fuggono dai perirgli, gli eroi sono eroi, e noi lo vorremmo essere, anzi tribiseroi perlappunto.

E cammina che ti cammina, che cammina, tribiscammina raggiunse il lontanissimo Sottogradino, era una cittadina ridente, organizzata e pulita, ma mancava quel tocco Wonder, quel nonsoché di puro ingegno, strade tutte uguali, utensili comuni, nessun macchinario innovativo, nessun "Eccotelotiè", ma Mastro Conchobar non si perse d'animo e tirò fuori le sue mirabolanti mercanzie. Come potevano passare inosservate?
Ed infatti da lì a poco giunse un estroso Boggart, niente popò di meno che lo stimato e rinomato, Professor Tyrol Chesterfire, mente indubbiamente tribisfenomenale che riuscì ben presto a capire quanto rari e preziose fossero le mercanzie di Mastro Wonder. In men che non si dica due antichi manufatti, di indubbia utilità e rarità erano stati venduti. Ad un prezzo più che congruo per la conoscenza che imprigionavano al loro interno, un prezzo esiguo comparato con la loro enorme utilità. Ma quello che poi cambiò effettivamente la vita dell'ingegnoso soladino fu la stramba richiesta di trovare un libro assai raro quanto, probabilmente inesistente, che il Professor Chesterfire fece a Conchobar, pagandolo in anticipo. Ed ancor più strano fu il fatto che questo fantomatico e rarissimo libro, fu recapitato a Mastro Wonder il giorno dopo l'incontro con il professore, e che gli venisse anche indicato dove andare a consegnarlo.
Ma fedele alla sua parola data e poiché Sottogradino era alquanto noiosa al giovane soladino non rimase che avventurarsi, insieme ad una insolita compagna di viaggio, con cui condivideva la ricerca del Professore. Tale Arianne, fatina che si dilettava in duelli originaria di La Ruelle. Tipa veramente insolita, aggraziata e dolcemente premurosa da un lato, ma feroce e spietata spadaccina dall'altro, al punto che Mastro Conchobar rimase affascinato dalla bipolarità tipica di soggetti come lei, almeno da quanto rammentava dalle sue letture in campo medico.

Decise quindi di studiare da vicino tale fenomeno, perché non riusciva a concepire come una perfetta massaia, tutta lavoretti di casa, cucina da leccarsi le antennine e bucato tribisesageratamente profumato, potesse essere la controparte ad una abile spadaccina che sembrava saper ricamare con la sua lancetta d'orologio come con un piccolo ago faceva su un calzino. Arianne la rammendatrice, pensò di chiamarla, ma non ebbe il coraggio di dirglielo, si sa le donne son sempre suscettibili a certi concetti, sia mai che pensasse che fosse un soladino retrogrado inneggiante al motto "omina schiava zitta e lava" o concetti simili...
Omina santissima SIAAAA MAIIII eh ancora sentiva risuonare i famosi "paccheri Wonder" dati con tribisprecisione dalle soladine, che con precisione chirurgica lanciavano le ciabattine inesorabilmente contro il testone dei maschi di famiglia.
No no questa cosa sarebbe rimasta tribissegreta, Sprigo si, ma mica scemo.


Dal diario di Mastro Conchobar

Capitolo 1.1 - Il Ragno Meccanico

Glassburg, Ottobre VI A.C. (97 s.P.)

Mon cher frère,
ti sto scrivendo da un delizioso appartamentino di Teller, nel livello più alto della Città Vetrata, da qui la vista sulla Sala da Pranzo è magnifica e, nonostante La Ruelle sia così distante, quando cala la sera si vedono le luci della soglia e mi sembra tra queste di riconoscere quella di casa nostra. Anche Astraviya da qui offre uno spettacolo incredibile all'alba e al tramonto.
Vorrei raccontarti cosa sto facendo e come sono finita quassù, sai che esiste una clinica di Fabergè anche a Glassburg? Non saremo obbligati a tornare a Nerolucido quando avremo raccolto i soldi necessari, possono aiutarti anche da qui! 

Ormai è passato quasi un mese da quando ci siamo salutati per la seconda volta, la mia è stata solo una visita di passaggio perché eravamo sulle tracce di quel bizzarro boggart, lo ricordi? Il Professor Tyrol Chesterfire che conobbi a Sottogradino.
Beh... sono successe alcune cose davvero assurde da quando mi sono messa sulle sue tracce!

Avrai trovato il crì che ti ho lasciato nella scarpa sul muro, era per le emergenze, parte di un anticipo per l'incarico che mi ha assegnato un tale Armand Le Jaque, di Mont Guignol, collega del professore. Mi ha chiesto di ritrovare il suo caro amico, atteso da settimane e mai giunto. Allora mi sono messa in viaggio da Sottogradino insieme a quel soladino che ti ho presentato, ricordi Mastro Conchobar? Ci siamo conosciuti lì, a La Posada di Dona Miranda e abbiamo viaggiato assieme fin quassù, seguendo le tracce di Chesterfire che, purtroppo non abbiamo ancora rintracciato.

A Sottogradino abbiamo parlato con gente per bene, come Ser Algibert Vanderhause del Club di Caccia locale e altri tipi meno raccomandabili, come Goldfinger, un droghiere boggart di nome Leopold Grislow che gestisce traffici poco chiari. Da loro abbiamo scoperto che il Professor Chesterfire aveva assoldato una guardia del corpo, tale Frederick Legeirs e si era diretto verso il Reame, dove aveva avuto problemi con il visto alla dogana ed era stato quindi costretto a cercare una via d'ingresso dalle intercapedini, sai quelle che si dice siano usate dai contrabbandieri che sbucano vicino alla Culla di Cera?
E così quando abbiamo lasciato La Ruelle siamo andati verso gli allevamenti di bombi, per vedere se qualcuno avesse per caso incrociato e riconosciuto il professore, scoprendo però qualcosa che forse è arrivata in qualche modo anche da voi.

Molti allevatori e fattori avevano dovuto abbandonare i loro terreni e dimore a causa di una recente invasione di vespe, dovuta, a quanto raccontavano persino i gendarmi di pattuglia, alla comparsa di un ragno enorme, gigantesco, rimasto incastrato in una crepa sul muro proprio ai margini dei territori delle api. Praticamente il ragno aveva spaventato i calabroni, che si erano spostati scacciando le vespe, che erano infine migrate fuori dalla riserva causando un gran macello.
Alcuni cacciatori si stavano così organizzando per abbattere questo ragno, ma non erano gli unici interessati...

Caro Hectòr, non voglio farti preoccupare, ma dopo aver lasciato La Ruelle il nostro viaggio è stato molto più pericoloso di quanto avrei mai immaginato, niente a che vedere con le quattro blatte che abbiamo cucinato assieme (le Cafard Royale della cena di Mabon era buonissimo!), siamo stati assaliti di notte da un gruppo di briganti e per la prima volta ho sfoderato la lancetta del Maestro Coriolo per difendere la mia vita, non solo per onore o qualche trofeo... e purtroppo devo ammettere di non essere stata all'altezza.
Tu mi hai vista allenare giorno e notte e sai che non demordo, lo sanno tutti, glielo sento sussurrare durante le gare, non mi arrendo perché ho uno scopo, e tu sai bene quale sia. Eppure levar la lama contro un altro omino che vuole ucciderti, o combatte per la sua vita, non è la stessa cosa.
Quando ci sono saltati addosso ho evitato facilmente una prevedibile cucchiaiata e ho risposto come mi è stato insegnato, senza trattenermi come in una gara, ed il sangue è zampillato: sangue dorato di fata, denso e copioso... e lì ho avuto un blocco, ero impietrita e forse non sarei più nemmeno riuscita a difendermi se non fosse stato per i miei compagni di viaggio: stavo veramente per uccidere qualcuno?
Conchobar è un soladino dalle mille risorse, un combattente addestrato e feroce... che si fa passare per commerciante ed inventore; credimi, in combattimento è una furia... non è alle prime armi come me.
L'altro era un enorme cacciatore boggart, sarà stato alto almeno due minimetri, tutto muscoli e... poco cervello, si chiama Mac John o qualcosa del genere, parlava male persino il domestico, si è fatto assoldare per una miseria, però è stato onestissimo ed ha svolto il suo lavoro di guida in maniera impeccabile, proteggendoci e combattendo valorosamente al nostro fianco.
Hanno pensato loro due ai briganti, mentre io ero lì imbambolata... mi sono sentita veramente stupida ed inadeguata e ho continuato a pensarci anche per tutto il giorno dopo!

Insomma, le Brute che mi aveva aggredita lo abbiamo preso vivo, altri due son scappati e Mac voleva farlo fuori ma li ho convinti a patteggiare la sua liberazione. Sono stata un po' subdola forse, ma alla fine è convenuto a tutti, il brigante ha firmato un accordo in base al quale non ci avrebbe più infastidito e avrebbe tenuto i suoi compari alla larga da noi ed i nostri beni e ci ha fornito anche altre informazioni sul ragno gigantesco ed il suo capobanda, tale Leòn Le Roi, che era anch'egli sulle tracce del Professor Chesterfire. In cambio l'abbiamo lasciato andare ed il giorno dopo ci siamo spinti nella riserva di caccia in cerca di questo Le Roi e della sua banda.

Non so che storie arriveranno su questa faccenda fino a La Ruelle, ma quella che ti scriverò di seguito è la versione reale e completa di ciò che è accaduto nella Culla di Cera questo settembre.
La riserva è un posto molto più pericoloso di quel che noi sappiamo, il miele in alcuni punti rallenta il cammino al punto di rischiare di tenerti intrappolato e oltre alle vespe e calabroni ci sono altri predatori in agguato: noi ci siamo imbattuti in un topo domestico!
Avevo ancora la testa al giorno prima e la carica della bestia mi ha sorpresa, ancora una volta, per fortuna, Mac e Conchobar si sono fatti avanti e ce la siamo cavata con pochi graffi, mi sono ripromessa di non farmi mai più cogliere impreparata e da una parte il trovarmi di nuovo di fronte ad una bestia del genere mi spaventa, dall'altra invece sono talmente insoddisfatta dalla mia reazione che non vedo l'ora di potermi rifare ed essere io a difendere i miei compagni!
Non preoccuparti, non andrò a cercar rogne, ma la prossima volta non mi farò trovare impreparata!

Dopo lo spiacevole incontro col grosso topo ci siamo spinti sempre più in profondità verso la parete. I miei compagni erano ricoperti di miele dalla testa ai piedi ed hanno attirato l'attenzione di un paio di vespe. Seminarle è stata dura e non ci siamo resi conto di esserci avvicinati più del previsto alla crepa del ragno: ce lo siamo trovati davanti all'improvviso, ancora più grande di quanto immaginassi, per fortuna incastrato come si diceva in giro... ma qui viene il colpo di scena!
Dalla testolina del ragno spuntavano un clavischetto e diversi moschetti ed una voce ci ammoniva di tener le mani bene in vista. Capisci? Era finto!
Costruito con legno e funghi, ricoperto di muschio e mosso da complicati ingranaggi, il ragno meccanico serviva per allontanare vespe e calabroni e liberare la zona per raccogliere il miele in sicurezza. Annunciandoci come amici in cerca di Tyrol Chesterfire gli occupanti del mostro ci fecero entrare e raccontammo di quel che la loro creazione aveva causato nella riserva e nelle zone attorno. L'idea era buona, la realizzazione magnifica, ma l'ovvio effetto ottenuto non era stato minimamente calcolato!

In due ci accolsero all'interno: Gustav Shneider, inventore e amico del Professore (autore dei progetti del ragno meccanico) ed il cacciatore assoldato a Sottogradino, Frederick Legeirs.
Ci dissero che il Professore era stato costretto a fuggire, assieme alla compagna di Frederik, una sluagh di nome Carlotta, che doveva scortarlo da queste parti, verso Unter per sottrarlo alle mire di quel brigante, Le Roi, che aveva intenzione di appropriarsi del ragno meccanico per farne il suo covo e dei progetti per costruirne altri simili in altre parti del Reame.

Mentre decidevamo il da farsi proprio Leòn Le Roi e la sua banda arrivarono ad intimarci di consegnargli Chesterfire, non sapevano se ne fosse andato.
Di comune accordo con herr Shneider decidemmo di allontanarci da un passaggio sul retro e demolire il ragno alle nostre spalle. Usammo i due topi shire che trainavano i grossi ingranaggi che servivano a far muovere in maniera realistica la testa e le zampe del mostro, li legammo a delle assi portanti e li spronammo a correr via. Al resto pensò, mostrando ancora una volta più coraggio che cervello, il prode Mac John, che decise di restare indietro e sbroccare (si! ho visto un boggart che sbrocca! è gigantesco!) e spaccare più cose possibili.
Fuggendo dalle macerie vedemmo anche Le Roi impegnato a sedare una sorta di rivolta nella sua banda, le Brute,  che avevamo liberato stava rispettando l'accordo e li tenne impegnati abbastanza da consentirci di allontanarci indisturbati.
Da quel momento la situazione è rimasta più tranquilla.
Ci siamo separati da herr Shneider e Frederick e diretti verso Unter in cerca di alcuni contatti da cui Carlotta avrebbe potuto cercar riparo.

Giunti alla credenza però abbiamo scoperto che il Professor Chesterfire aveva già lasciato la città verso chissà quale meta, su per le tubature.
Abbiamo salutato Mac John che è ripartito in direzione della Culla di Cera, Conchobar invece ha insistito per proseguire la ricerca, sembra molto interessato a trovare Tyrol il prima possibile, è stato pagato per riportargli un libro in suo possesso ed ora è ansioso di consegnarlo (a pensarci bene, il libro gli è stato pagato in anticipo e poi recapitato per posta da Chesterfire stesso, forse proprio per costringerlo ad andarlo a cercare... furbo quel boggart!).
Per quanto mi riguarda ho preferito quanto prima farmi strada fino ai livelli superiori, a Glassburg, qui a Teller sono ospite di Aaron Volikov, che già mi fece da mecenate nella gara di Astraviya e per un po' lavorerò per lui, frequentando la gente per bene della Città Vetrata e cercando occasioni per mettere da parte qualche soldo.

A tal proposito. Ho scritto anche a Messieur Le Jaque informandolo degli esiti delle nostre ricerche e rassicurandolo sulla sorte e sulle capacità di cavarsela del professore. Gli ho chiesto se è ulteriormente intenzionato a proseguire le ricerche dandogli un recapito e chiedendogli di inviare parte del pagamento per i servigi svolti e prossimamente richiesti a La Ruelle. Se ti arriva del denaro cerca di metterne da parte un po', ma non trascurare te stesso e la nostra casetta, sai quanto ci teneva la mamma che fosse sempre tutto pulito e in ordine?
Io passerò a trovarti al più presto e nel frattempo continuerò a scriverti regolarmente per aggiornarti sui miei spostamenti. Se dovesse ricomparire il Maestro Coriolo Guasta aggiornalo su tutto e dammene subito notizia, ti farò sempre avere un mio recapito.

Ti voglio bene vespetto,
cerca di badare a te stesso e se non l'hai ancora fatto chiedi all'assistente del sarto di uscire con te per Sahmain, sono sicura che le piaci!

une douce étreinte
Arianne

Prologo - Arianne Lòrene Vudruille



Reginald Vars raggiunse l’indirizzo che gli era stato indicato, una misera abitazione della periferia di La Ruelle, in una via popolare e chiassosa in cui bambini di popoli differenti si rincorrevano chiassosamente all’inseguimento di un grasso bombo ammaestrato.
Salì i tre gradini che conducevano all’ingresso e notò il piccolo campanello al lato della semplice porta, ne tirò delicatamente la catenella ed ottenne in risposta un garbato tintinnio che annunciava il suo arrivo.
Durante la manciata di secondi che trascorsero prima che la porta gli venisse aperta si soffermò ad osservare i piccoli dettagli attorno a lui: gli ottoni finemente lucidati, la ghirlanda di muschi profumati sulla balaustra del piccolo portico, le tendine ricamate che lasciavano solo trasparire l’ordinato arredo interno. Una fata, se di buone maniere, resta sempre una fata.

Ad accoglierlo fu un giovane fae, nel pieno dei focosi anni della sua adolescenza. Senza troppe cerimonie gli diede il benvenuto e lo invitò ad entrare, indicò un archetto che conduceva ad una stanza sul retro della modesta ma adorabile abitazione, dalla quale proveniva un delizioso profumo di cucinato, poi tornò di corsa presso il piccolo focolare presso cui lo attendeva un grosso libro fittamente illustrato: “Ci sono ospiti!”
Lo sprigo estrasse dalla borsa e rigirò tra le mani la piccola pergamena che era venuto a consegnare poi alzò lo sguardo prestando attenzione alla figura che adesso si era affacciata allo stipite innanzi a lui: “Bonsoir messieur...” la fata salutò in fae nobile e gli sorrise cordialmente, vestiva un abito semplice di un pallido colore azzurro, portava un fazzoletto in fronte a raccoglierle i capelli ramati ed un candido grembiule da cucina deliziosamente ricamato con vivaci ricami di api e miele.
“Madame...” rispose Reginald ricordandosi frettolosamente di togliersi il cappello in segno di saluto e rispetto “...mi chiamo Reginald Vars, messo incaricato di recapitare questo invito alla vostra padrona” si accorse quasi subito dell’errore, sentendosi gli occhi di entrambi i suoi ospiti addosso ma non fece in tempo ad arrossire per l’imbarazzo che la ragazza non trattenne una risata divertita, allentando la tensione, poi si ricompose pulendosi le mani sul grembiule: “Credo cerchiate me, Messieur Vars: Arianne Lòrene Vudruille, dovete sinceramente perdonarmi per avervi accolto in queste vesti, non attendevo di certo visite…” lui cercò di scusarsi ma appena aprì bocca venne interrotto dall’indice alzato della sua interlocutrice “...ma siete invero giunto in un momento eccellente, il pasticcio è pronto ed ho bisogno di un assaggiatore assai più imparziale del buon Hectòr…” ammiccò al fratellino seduto con il libro tra le gambe “...venite vi prego, accomodatevi, sarete stanco, giungete da Astraviya?”
Inatteso, informale, improvviso. La giornata era stata lunga per Reginald Vars e quell’invito suonò tanto bizzarro quanto accogliente. Si chiese se quella fata che avrebbe duellato per Ser Volikov si sarebbe battuta a colpi di spillo o di timballo, ma poi decise di godersi l’invito e la squisita ospitalità che gli era stata offerta e non ebbe a che pentirsene.

[...]

La luce diurna aveva da poco smesso di far splendere Astraviya, lontana all’orizzonte, dei colori di mille arcobaleni. Le ombre della sera erano padrone delle vie de La Ruelle e fate diligenti si apprestavano ad accendere i lampioni ai lati delle larghe vie commerciali della cittadina di frontiera. Un centinaio di minimetri più in là, dove le casette si facevano più fitte ed i lumi più tenui, un’esile figura ammantata nell’oscurità armeggiava di fronte alla fragile porticina di una piccola ma ben tenuta casetta.
La sacca da viaggio sulle sue spalle sembrava un pesante fardello mentre armeggiava nelle ampie vesti in cerca di qualche cosa. Quando infine trovò le chiavi tirò un sospiro di sollievo, aprì la porta e si infilò all’interno lestamente, facendo bene attenzione a non far troppo rumore.
Arianne superò il salottino osservando affettuosamente con un sorriso la fragile figura di suo fratello, addormentatosi ancora una volta con la Storia Illustrata della Guerra Domiciliare tra le braccia. Arrivata in cucina posò in terra la sacca da viaggio e con premura ne estrasse un lungo fagotto, ripiegato con estrema cura che si affrettò a riporre in alto, sopra la credenza, poi dalla sacca estrasse delle vesti, anch’esse ripiegate a dovere, accese un lume ed uscì sul retro, fino ad un catino ricolmo d’acqua, dove le spiegò ed iniziò a pulirle: la manica era strappata e la grossa ed intensa macchia dorata era in esatta corrispondenza della vistosa fasciatura che le stringeva l’avambraccio. Rimosso il sangue si occupò di rammendare la manica della camicia e solo una volta riposto l’abito da duello nella cassapanca, insieme a pantaloni, stivali e corsetto, si occupò di cambiare le bende alla ferita. Infine svuotò il sacchetto che portava alla cintura su un comodino, contò una ad una le piastre guadagnate, ne nascose una buona parte dentro una vecchia scarpa appesa alla parete, lasciandone solo un paio a portata di mano per le necessità quotidiane.
La grande finestra iniziava già ad illuminarsi nuovamente della splendente luce del giorno quando infine, esausta, crollò sulla brandina.

[...]

Era tardo pomeriggio e suo fratello non era ancora rincasato. La cena era fredda ed Arianne iniziava a spazientirsi, o forse era solo in pensiero.
Avrebbe voluto sedersi a tavola ed immaginare che tutto fosse come gli altri giorni, che dopo cena sarebbero andati a coricarsi ed il giorno dopo di nuovo a lavorare, lui in bottega e lei alla locanda, mettere da parte i granelli per tirare a campare un giorno ancora e vivere di quel che avevano, dimenticando il passato, vivendo il presente e senza pensare al futuro. Invece conosceva suo fratello, Hectòr Leòn viveva nel rimpianto e nella disperazione, si rifugiava nei libri illustrati in cui cercava di rivivere le gesta del padre, anonimo eroe per cui aveva perso ogni cosa pur di difenderne il nome. Arianne invece lo faceva per lui, perché potesse tornare ad aver speranza, perchè potesse rialzare il capo, perché potesse tornare ad essere un Figlio delle Stelle.
Uscì a cercarlo, chiedendo ai bambini del vicinato se l'avessero visto, chiamandolo a gran voce e destando la curiosità di più di un vicino ed infine lo trovò seduto su di grosso fungo, con le gambe raccolte al petto e lo sguardo rivolto alla parete nord della sala da pranzo, verso i monti di Nerolucido.
"Hectòr! Hectòr Leòn scendi subito! Sai da quanto tempo ti sto cercando?"
Non ottenendo risposta la fata non ebbe altra scelta che spiegare le ali e sollevarsi fino ad intercettare lo sguardo del ragazzo: "Hector… dai andiamo a casa… ho preparato i biscotti al miele…"
"Perchè vai via?" rispose finalmente, mestamente il ragazzo.
"Lo sai, non c'è altro modo… è l'unica occasione che abbiamo…"
"Non c'è modo Arianne, non c'è bisogno, davvero…"
"No! Non voglio sentirtelo dire maledizione! Abbiamo una possibilità e vorrei tanto che invece di compiangerti anche tu cercassi di venirne fuori!"
"Ma io non voglio che tu ti faccia male per me! Non voglio Arianne! Mi sei rimasta solo tu!"
Mentre gli occhi color muschio e rugiada della fata si inondavano di lacrime gli porse le mani: "Vieni, andiamo a casa"
"Scendo da solo…"
Rapidissime le ali della ragazza battevano fino a portarla a posare di nuovo i piedi al suolo, il giovane fae invece discese dal fungo calandosi a fatica dal cappello e poi scivolando lungo il fusto.
Arianne lo attese a terra, osservando fugacemente i moncherini delle ali crudelmente segati via dai Tristellati, poi insieme tornarono a casa.

Il mattino seguente Arianne Lòrene attraversò zaino in spalla la frontiera del Reame, diretta a Sottogradino, in cerca di un ingaggio da duellante che le avrebbe fruttato quei maledetti 50 crì con cui un giorno poco lontano sarebbe finalmente tornata insieme ad Hectòr Leòn nella città natale di Mont Guignol e avrebbe pagato i tanto decantati e miracolosi servigi del Maestro Auguste Fabergè.