mercoledì 27 febbraio 2019

Il Sogno

Buio, gli echi dei passi rimbombano nella testa, un rumore tenue di acqua che scorre, flebile luce che squarcia l'oscurità.
Freddo, umidità e odore di marcio. Aria viziata, a fatica si respira.
Un flash, girandoti vedi oscure figure intorno a te, immobili ti guardano, immobile le guardi.
Oppressione, cupi ricordi di momenti buii.
Mosso dalla curiosità fai un primo passo, e le figure a loro volta fanno lo stesso, il cerchio si restringe.
Metti mano all'arma al tuo fianco, ed incedi, lo stesso fanno le figure intorno a te.
Si avvicinano, ad ogni tuo passo, la distanza ormai è colmata. Colpisci, le figure si infrangono, svanendo di fronte a te.

Una fetida massa oscura respira a brevi intervalli lunghi a pochi passi.
Intorno una parete fredda al tocco sembra essere trasparente, per quel poco che riesci a vedere, confusione, un passo verso la massa ti allontana, il passo
dopo ti trasporta a pochi metri da essa. Confusione, il terreno si fa scivoloso, cadi inzuppandoti i vestiti. Viscido, umido, tossisci, qualcosa ti cola lungo il viso, lacrime ? Acqua ?
Non riesci a vedere le tue mani, l'oscurità troppo avvolgente, ma l'odore della sostanza che insozza le tue mani è inconfondibile.
Sangue.


*Flash* 
La luce ti fa male agli occhi, il salto dal buio oscuro alla forte luce del giorno ti fa male agli occhi.
Vento fresco ti accarezza il viso, il sole è appena sorto, un rivolo d'acqua sgorga da una parete di roccia, diventa un fiumiciattolo si raccoglie in una piccola pozza
dalla quale nasce un fiumiciattolo. La bianca roccia fa da letto al fiumiciattolo, un uomo di colore si abbevera al fiume.
Adesso il sole è alto in cielo, un vento caldo ti avvolge, il frinire di insetti sembra un canto, l'uomo è steso in terra, sudore imperla il suo viso, si dimena agitando le mani, dorme, si desta
in un urlo che riecheggia per la vallata. Alza il braccio sinistro come per proteggersi da qualcosa, tre rosse macchie a forma di triangolo, bruciature ?
**Flash**


Nel buio totale gli altri tuoi sensi si acutizzano, non ti immaginavi capace di "vedere" non vedendo quel che accade intorno a te.
Metallo che tintinna, un passo affaticato, lento e strascicante, odore di pelle bruciata dal sole, sudore.
**Puff **
Una flebile luce di torcia illumina una figura lenta e ricurva che con passo incerto e lunghe soste si sta avvicinando.
Il tintinnio proviene dalla sua direzione.
Un vecchio, un fottuto vecchio che cammina lento in una caverna buia, un saio grigio lo avvolge, legato alla vita da una catena con chiavi attaccate ad essa.
Nervoso, odio, calma, il respiro si fa affannoso.

Il vecchio rompe il silenzio " Io sono Nitari..."

Ti svegli

martedì 26 febbraio 2019

La Maledizione di Ulasha

Allontanarsi verso nord era stato inutile. Dopo un estenuante giorno di cammino nel Deserto Rosso il sole non stava tramontando dove il valk si sarebbe aspettato.
L'angosciante senso di oppressione che aveva iniziato a provare da quando era stata pronunciata la parola "maledizione" per la prima volta iniziò a divenire la malaugurata certezza che il loro coinvolgimento con la caduta di Zanator, Tiranno di Quollaba, non era ancora concluso.
Avevano pochi giorni di razioni, e le sabbie immote del deserto non avevano intenzione alcuna di lasciarli andare.

Quella notte i loro sogni furono vividi richiami a luoghi misteriosi e memorie perdute, testimonianza di ciò che avrebbero di lì a poco vissuto e della sorte che sarebbe loro toccata se si fossero lasciati intimorire dalla minaccia del terribile Dio Ulasha.
Nergui vide la gente di Quollaba trasformarsi in orridi ibridi di uomo-serpente prima di contagiarlo dello stesso male ed il timore che ciò potesse avverarsi lo rese taciturno e scosso per tutto il viaggio, mentre il deserto continuava ad inghiottirli, facendoli girare in cerchio ed esaurendo le loro risorse, senza che potessero in alcun modo orientarsi.

Quando venne la tempesta trovarono rifugio le crepe di un costone roccioso, costretti a rannicchiarsi insieme alle loro bestie e razionare il cibo perché il vento e la sabbia sferzante non cessò di ululare per due albe e due tramonti. Il terzo giorno avevano borracce e stomaci mezzi vuoti e la polpa di cactus di cui si nutrirono non fecero altro che dar loro nausea ed allucinazioni. I cavalli iniziarono a morire, rallentando ulteriormente il loro incedere senza meta.

Il quinto giorno parve loro di essere intrappolati in una realtà onirica, mentre il bagliore rosso tra le dune li faceva aggrappare ad un'ultima speranza di salvezza, infranta poi dalle urla di battaglia, mentre demoni di luce sgusciavano fuori da un campo di variopinti e vividi cristalli, loro anima e loro debolezza.
Lo scontro servì a fiaccarli ancora di più, ma sopravvissuti alla lotta il valk ebbe l'improvvisa consapevolezza che qualcosa stava cambiando: non percorrevano più gli stessi paesaggi, non camminavano in cerchio, qualsiasi cosa stessero affrontando li stava mettendo alla prova e loro stavano avanzando, deboli ma costanti, e infine ne sarebbero usciti.

L'ultimo dei cavalli cadde il sesto giorno, insieme all'ultima borraccia vuota, abbandonata tra la sabbia che si affrettò ad ingurgitarla in un vortice di vento. Un'altra duna e poi un'altra ancora.
Infine delle impronte.
Il vagabondo era ciondolante, ma quando li vide diede fondo alle ultime sue energie per raggiungerli, crollando loro innanzi: era il finto mercante di dolciumi che settimane prima li aveva ingaggiati per scoccare la freccia che aveva dato morte al tiranno e vita alla ribellione.
Disse loro che Quollaba era nel caos, il potere effettivamente rovesciato ma con un grande male redivivo, incombente su tutto il popolo, la Principessa, legittima regnante, prigioniera del suo stesso palazzo.

Consci di essere sopravvissuti alla prova del Deserto Rosso e di essere stati guidati dallo stesso fato che aveva condannato Zanator nuovamente alle porte della città in rivolta, gli assassini del tiranno raccolsero le loro ultime energie e seguirono le tracce lasciate loro dall'uomo morente, fino a scorgere innanzi a loro i portoni divelti di Quollaba.
Nergui aveva ripreso la guida del gruppo, rinfrancato dall'avere nuovamente una meta di fronte a se e modo per porre rimedio all'oscurità involontariamente scatenata, subito dietro di lui i suoi compagni preparavano le armi, gente a cui in battaglia si affidava e di cui iniziava a conoscere pregi e difetti.


Lejanne di Jalizar, impavida avventuriera ed impareggiabile assassina, mossa dalla sua avidità e dal desiderio di vendetta, tanto forte da portare sempre con se il pesante fardello di un amuleto maledetto da usare come arma contro il suo nemico immortale.
Knut dei barbari del Nord, spietato e ferale guerriero berserker, unico superstite della sua gente, animato apparentemente solo da rabbia ed istinti ferali, la cui unica dote ed unico scopo sembravano essere il nutrire col sangue le sue affilate asce gemelle.
Lord Azameth Arak dei Principi di Tricarnia, nobile decaduto in cerca di rivalsa e soprattutto occulto manipolatore delle energie occulte, il cui potere di giorno in giorno diveniva più forte, vincolando a se demoni e spettri che un uomo saggio non avrebbe mai osato disturbare.
Al suo fianco e sempre a sua difesa, il possente schiavo eunuco Mosu, il cui valore in battaglia e lealtà erano più volte state messe alla prova, sempre con esito inequivocabilmente positivo.

Erano persone estremamente differenti tra loro, e mosse dagli scopi più disparati. Erano coloro che ingaggiavano il nemico permettendo a Nergui di scagliare le sue letali frecce in sicurezza e che si affidavano alla sua guida nei lunghi viaggi tra le terre selvagge.
Il valk si chiedeva che idea loro si fossero fatta di lui, se anche loro avevano la chiara consapevolezza che le loro strade erano destinate a dividersi.

venerdì 15 febbraio 2019

La Caduta di un Tiranno

Cadde, il Tiranno cadde come un comune uomo, come un qualunque essere mortale.
Il valk aveva dato tutto se stesso in quel tiro, flettendo l'arco di legno e corno, tendendo la corda fatta con i crini argentei di una Valkyria, infondendo forza e letale precisione alla freccia che andò a colpire esattamente il punto da lui mirato, poco sotto la mandibola, lacerando la carotide, soffocando ogni urlo, ogni sussurro, ogni residuo di vita nel corpo del bersaglio.
Prima di scoccare il colpo, il valk vedeva nel suo bersaglio il terribile oppressore di un popolo vessato, adoratore di una divinità oscura e corrotta, sacerdote blasfemo di un culto oscuro e depravato; quando la freccia colpì, Zanator gli apparve improvvisamente come un vecchio, debole e inerme, appassito tra le braccia dei suoi sudditi.
Rimase per un solo istante ad osservarlo prima di svanire tra le ombre della balconata da cui avevano deciso di colpire, un istante in cui i loro sguardi si incrociarono, gli occhi del Tiranno morente non erano spaventati o pietosi come si sarebbe immaginato, erano fermi e accusatori e anche se in quel momento non lo capì, promettevano vendetta.

Nergui era il nome con cui il valk si faceva chiamare, ma chiunque parlasse la sua lingua, la stessa lingua pronunciata dalle empie entità demoniache, sapeva che quella parola non significava altro che Senza Nome, era il modo con cui aveva deciso di proteggersi quando camminava tra le genti ed i popoli dei Reami, il modo in cui aveva deciso di cancellare la sua esistenza anche tra quelli del suo popolo, dal quale si era da molto tempo allontanato, scegliendo una vita da vagabondo ed eremita, prima di essere coinvolto nella mastodontica impresa di restituire una speranza alle genti di Quollaba.
Con i suoi compagni di viaggio erano già lontani dalla città, mentre dense nubi di fumo nero si levavano dai luoghi in cui la rivolta aveva iniziato ad attecchire. Chi li aveva ingaggiati aveva provato ad eliminarli, ma era caduto assieme al Tiranno che desiderava usurpare e adesso altri si sarebbero spartiti la fetta di potere che gli sarebbe spettata. Raccolto il cospicuo pagamento dalle sue spoglie non restava altro che lasciare quelle terre prima che altri venissero ad incolparli o li usassero come capri espiatori per tutto ciò che di brutto sarebbe di lì a poco accaduto.

Viaggiarono tra le dune per giorni e notti, seguendo i percorsi tracciati dalle carovane di mercanti e nomadi fino a giungere ad un'oasi in cui per la prima volta consumarono un piatto decente e bevvero a volontà fino a che la tensione accumulata dal momento dell'assassinio non iniziò ad allentarsi.
I loro discorsi già parlavano della prossima meta, Kyros e poi Syranthia di ritorno verso nord, quando altri pellegrini varcarono in gran numero l'ingresso della tenda comune portando allarmati la notizia della morte di Zanator ed accusando gli stranieri lì presenti di aver scatenato su tutti loro una terribile maledizione.
Mentre nell'animo del valk iniziava a riaffacciarsi e spiegarsi l'inquieta sensazione provocata dal tetro sguardo del Tiranno morente, gli altri non seppero tenere a freno i bollenti spiriti per esser stati additati come colpevoli ed assassini e risposero agli insulti con la violenza.

Mentre avveniva la mattanza il valk si defilò, non volendo prender parte all'insensata strage, soltanto per ricomparire il mattino successivo, con il sole già alto ad est, sopra l'orizzonte.

giovedì 14 febbraio 2019

La perla del deserto



Tra le dune del Deserto Rosso, incastrata e protetta tra i crepacci della vicina catena montuosa si estende Quollaba, nata per essere un avamposto delle rotte commerciali dirette verso Kyros. Popolata per lo più da genti del deserto e caldeiani non inclini a rispettare la monarchia di Caldeia.

La perla del deserto è stata governata da un monarca che regnò per anni creando consenso intorno a se.
Sua figlia Zamira, si preparò una vita intera per divenire una regina amata e rispettata almeno quanto il padre.

Per via della posizione strategica a metà strada tra Caldeia e Kyros, il commercio, era fiorente, ma gli interessi dei  potenti dei domini si rivolsero a Quollaba quando furono scoperti i giacimenti di Lacrime del deserto, delle gemme di rara bellezza e valore.
Da quel giorno l'economia della cittadina fu completamente stravolta. Dopotutto rendeva molto più raccogliere le gemme che funzionare da snodo commerciale.

Fu così che Zanator, il tiranno, invase la città, uccise l'attuale regnante, e per legittimarsi sovrano indiscusso di Quollaba sposò Zamira. L'esercito di mercenari Caldeiani, al suo servizio spazzarono via la milizia fedele al vecchio re, ma qualcosa di non umano aiutò Zanator nella sua impresa
i vecchi parlano ancora di antichi ed oscuri rituali volti al dio Ulasha, Il Grande Divoratore.

Chi c'era al tempo ricorda molto bene il discorso con il quale Zanator si insidiò a capo della cittadina e della maledizione che scagliò contro chiunque mirasse a destituirlo. Oggi Quollaba è una prosperosa gemma che brilla tra le rosse dune del deserto come un faro durante il giorno.

Tra gli edifici si impone il palazzo del Re, la cui cupola contiene molteplici Lacrime del Deserto incastonate che riflettono la luce del sole durante il giorno, inquietante è l'immagine proiettata sulla parete rocciosa antistante il palazzo reale di una grande testa di serpente. Monito per ogni cittadino che non fosse d'accordo con il regime di Zanator.

Quanto durerà la tirannia di Zanator ?
Chi avrà il coraggio di alzare la mano contro il despota per rivendicare la propria libertà ?
Chi avrà l'ardire di sfidare la maledizione di Ulasha pagandone il prezzo ?



venerdì 25 gennaio 2019

Diario de viaje - parte tercera

«Hijo de la puta mujera guapa...»
«Non sono un guaritore - specifica non senza la solita spocchia Lord Azamet, intento a ricucirle il fianco aperto da uno sgarro dall'ascella fin quasi all'ombelico - so solamente ricucire gli schiavi danneggiati...»
«Asì asì - digrignando i denti - muchas gracias Señor Lord... guardo rencor por el pentarcos... los insultos son par el burdel donde la madre... AAAAAAAGH!!!!» mordendo una cinghia in bocca per non sentire il dolore.
E mentre la voce di Lord Azamet che puntualizzava «E' solo "Lord" Azamet...» va dissolvendosi nelle sue orecchie ripensa a come sono finiti in questo posto...

Ritorna con la mente a pochi giorni prima, quando sono sbarcati al porto di Teyerana; il vento caldo e secco proveniente dal deserto aveva un ché di rassicurante. Forse a causa dell'incontro con il suo maestro, Lord Azamet sembrava uscire dal periodo di broncio e riprendere la sua spocchia di sempre. Nergui aveva baciato, letteralmente, la terra una volta in porto e Knut si era interessato all'abbondante mercato suk locale, girando continuamente tra i banchi alla ricerca di "cose interessanti", per sparire poi la sera nei diversi locali attorno alla piazza principale.

Trovare a chi rivendere le gemme non fu facile e costrinse la jalizariana a trascinarsi nei vicoli più oscuri e polverosi, trattare incessantemente con presunti venditori ambulanti, e anche ungere un po' qualche ricettatore allungando qualche moneta, gentilmente fornita da Lord Azamet anche per trovare la dimora del suo maestro.
Ma alla fine ripagò parecchio e permise loro di spartirsi un decoroso bottino, e mentre il Don tricarniano si confrontava con il mentore, portando anche interessanti novità riguardo al maleficio che aveva invaso Mantello Nero, e indicando una via per il futuro, lei attese il momento di riprendere il viaggio trascinandosi la sera nei caratteristici piccoli locali, poco più di grandi stanze semi interrate nelle case di fango, ma caratterizzate da ottima birra, cameriere dai fianchi sinuosi e sodi glutei, e begli avventori interessati a divertirsi con una bellezza esotica come Lejanne. Che fosse abbracciata ad un boccale di birra o ad un bel maschio locale, o entrambi, era comunque solitamente un bel risvegliarsi.
Non quel giorno.
Quel giorno si svegliò con la bocca impastata e piena di sabbia, i polsi dolenti, la testa pesante. Come lei i suoi compagni di viaggio. In gabbie e depredati di molti loro beni. Erano stati drogati da un becero con il naso adunco, e portati all'Arena del Pentarcos Lucretios, al fine di "farlo divertire" entrando a combattere contro bestie feroci e bizzarre.

Fu quasi immediato il primo scontro contro dei lupi, legati tra di loro a coppie ed equipaggiati solo con rozze spade arrugginite, armature riassettate alla buona e scudi pieni di troppi graffi e spaccature. Knut dimostrò subito la sua rabbia spaccando la catena che lo legava ad un vecchio, mentre Lord Azamet divenne una cosa sola con il suo possente Mosul, uno la mente (e lo scudo) e l'altro la possanza. Lejanne avrebbe dato per spacciato Nergui senza il suo arco, e lei che a lui era incatenata, ma avrebbe sbagliato: usò lo scudo sia per tirare la terra addosso ai lupi, sia per spingerli verso il loro ultimo destino nella foggia del barbaro del nord, allo stesso tempo permettendole di volteggiare con il mantello e punzecchiarli con quella rozza spada che le avevano dato. Nonostante a nessuno piacesse essere comandato, il tricarniano si dimostrò in grado di gestire l'intera fila senza ricorrere all'uso della frusta, con una visione di battaglia che i singoli non avrebbero saputo avere. E come fossero un solo uomo, o l'equipaggio di una ciurma affiatata, i cinque nell'arena ebbero la meglio sulle bestie. Ma era solo il primo scontro.

Il vecchio incatenato con loro si scoprì essere un sacerdote di Hulianos, il dio cui era dedicato il tempio che Lucretios ha trasformato in arena, e che le colonne dell'arena avrebbero celato un mistero. Sarebbe stato importante per lo scontro a venire di dedicarsi ad ispezionarle. Fu così che entrarono nuovamente nell'arena. Ma stavolta disarmati, e contro due leoni. Il lord e il suo obeso schiavo si gettarono su una colonna per arrampicarvisi sopra, allettati dalle armi appese su di essa, mentre Lejanne su quella agli antipodi. Knut, dalla cui mano spuntava a malapena uno stiletto che Lejanne era riuscita a trafugare, avanzava verso le bestie attirandole a sè mentre dietro a lui Nergui impugnava fieramente una frombola immprovvisata poc'anzi con dei lacci e un lembo di camicia.
Il primo felino si gettò sulla povera Lejanne, e pronto a balzare avrebbe fatto scempio di lei se non fosse stato colpito diretto da una pietra scagliata dal valk. Il secondo leone saltò verso il barbaro, che si abbassò di colpo e gli piantò la minuscola lama nell'addome sfruttando il suo movimento per aprirlo, e poi ricoperto di sangue si gettò sull'altra fiera, afferrandola al collo e piantandogli l'arma nell'occhio, spingendola col palmo, fino a farlo stramazzare. Mentre sfotteva il padrone dell'arena incitandolo a fare di meglio, i letterati della squadra decifrarono nelle colonne di pietra delle lettere nell'alfabeto imperiale.

Sfruttando la calma del dopo scontro, decisero che era momento di agire; la vecchia serratura arrugginita si aprì di scatto sotto le dita e gli strumenti improvvisati di Lejanne, e poterono nascondersi nell'oscurità. Oscurate delle torce, Mosu e Knut tesero un agguato alla ronda di guardia mentre Nergui li attirava sull'altare al centro della stanza e Lejanne si preparava per un assalto dall'ombra. Lord Azamet intanto decifrava le arcane scritte per aprire il passaggio, dentro il quale si infilarono immediatamente altri due prigionieri, destinati a perire nelle trappole che riempivano le catacombe.
Eliminate fulmineamente le guardie, e recuperato il loro equipaggiamento, venne il momento di infiltrarsi nell'angusto passaggio, mentre il plotone di guardia rumorosamente si gettava all'inseguimento; il vantaggio fu fondamentale, e mentre le guardie perdevano tempo negli anfratti sotterranei, i non-più-prigionieri raggiunsero la fine delle scale e si trovarono di fronte un massiccio granchio grosso come un carro da quattro cavalli. Circondarlo fu fondamentale per fargli aprire la guardia, e permettere ad un'azione combinata di colpirlo al centro degli occhi, unico punto ove la corazza era assente, ma non prima che con una possente chela aprisse l'addome di Lejanne.

Mentre si riprende dal dolore e i sensi si riattivano, ancora sente il brusio dei suoi compagni di viaggio. E il rumore delle guardie dietro di loro la spingono a rialzarsi e risistemarsi rapidamente: la loro fuga si tramuterà rapidamente in un inseguimento...

giovedì 24 gennaio 2019

Delle Città Indipendenti e dei suoi luoghi

 

Lucretios 

Pantarkos , l’equivalente a Faberterra di un conte è l’ultimo erede della sua incredibilmente ricca
famiglia originaria del sud di Faberterra. Fisicamente fragile, ha sviluppato una grande passione per i giochi gladiatori e sperperato fortune scommettendo sui combattimenti nell’arena. Non contento si è trasferito nella zona delle città indipendenti costruendo una sua rocca fortificata arroccata su di un promontorio. Qui organizza giochi privati per il suo divertimento personale. Da qualche tempo , aiutato da Corvus, un maestro del Loto al suo servizio il nobile rapisce gli stranieri che viaggiano sulle sue terre e li usa per i suoi giochi. Grazie alle sue ricchezze può permettersi di assumere un gran numero di mercenari e servitori per la sua incolumità e per proteggerlo.




 Corvus

Maestro del Loto, originario delle città indipendenti, di etnia nomade, ha deciso di farsi chiamare Corvus, pur non essendo il suo vero nome. Si vocifera che è stato costretto a collaborare con Lucretios, che lo paga profumatamente affinché non si faccia troppi scrupoli, pur di sfuggire dal suo terribile passato. Nessuno sa cosa sia successo e perché ha deciso di cambiare nome, o meglio chi lo ha scoperto non ha avuto il tempo di raccontarlo.











domenica 30 dicembre 2018

Diario de viaje - parte primera

Il vento che viene da sud le agita i capelli, alzandoli e smuovendoli come la brezza marina che veniva da levante quando levavano l'ancora prima dell'alba per intercettare le prime navi di pescatori col favore della bruma. Chiude gli occhi e per qualche minuto il rumore dell'acqua del fiume echeggia tra le cime, e nel silenzio degli animali le fa ricordare le onde. Pochi istanti, ed è ancora lì come un tempo.

Un respiro profondo, poi apre nuovamente gli occhi, sulla vallata bianca innevata che si vede per intero dal tetto della stalla, la postazione prescelta per la guardia mattutina durante la settimana; e i primi raggi di sole illuminano interamente i pendii e le pareti rocciose, trasformando il paesaggio in una gigantesca coltre dorata, riportandola come un'impetuosa ondata di luce all'attuale realtà e al suo compito di guardia. E pensa alle vicende degli ultimi giorni.

Sembrava una ventata di freschezza, dopo tanto tempo ad ammuffire al freddo nelle tende, una semplice operazione di qualche ora di marcia all'aria fresca non poteva che fare del bene. Troppo facile.
La carovana con cui stava arrivando Kara, la giovane donna tanto bella quanto inutile figlia del capitano dell'accampamento, era stata attaccata, lei e le sue guardie del corpo sparite, in mezzo a segni di lotta e tracce che portavano oltre al fiume, nelle terre di Caled. Lo spirito di avventura, il senso di giustizia, e la ricompensa di 30 monete per ogni orecchia di guerriero caled li spinse all'inseguimento.
Il valk, dall'odore selvatico come un animale dei boschi e e che preferisce il pagliericcio della stalla ad un letto, dimostra di avere in comune con gli animali selvatici anche il modo di muoversi e le capacità di seguire le minime tracce di una preda o un nemico ed orientarsi nella folta foresta. Con sè porta un arco valk dalla foggia strana, di cui ogni freccia è una sentenza di morte.

E di morte se ne ebbe a pacchi già dal primo scontro nell'accampamento dei caled; una decina di soldati che sembravano non andare giù nonostante le numerose ferite, lo stesso "capo" infilzato più volte dalle frecce nel volto è andato giù solo dopo essere stato aperto da lei da parte a parte, e i cadaveri delle guardie del corpo della donzella impaurita avvinghiati e quasi rianimati con strani rampicanti. Un volto giurante vendetta comparve nel fuoco del falò a preannunciare i malefici che li avrebbero perseguitati nei due giorni a venire.
Un rumore di tamburi, il maltempo, la bruma e qualche maleficio hanno appesantito il viaggio trasformando l'escursione di alcune ore in una vera odissea di quasi due giorni, superando l'attacco di una creatura di puro fango animato, la testa parlante del defunto N'Goba infilzata su un palo, dei salici magici attraverso i quali degli assassini si spostavano per attaccare di sorpresa. Oltre alle frecce del valk, il massiccio nordico liberato dal suo ceppo nell'accampamento ha dimostrato di essere tanto forte e robusto quanto rozzo e incolto, e di poter falciare ugualmente uomini e alberi incantati con una tempra micidiale, rapido ad arrabbiarsi ed a rispondere con brutalità. Sebbene non direttamente utile con un'arma in mano, cruciale fu anche il lord tricarniano: fu mentre attraversavano il fiume in piena che aveva travolto il guado rendendo necessario costruire una zattera, che per la prima volta il lord dimostrò di avere anche una cultura nelle arti oscure che non si limita a riconoscere i malefici altrui ma anche a professarne alcuni, e che oltre a saper usare la frusta e dare ordini alla sua guardia del corpo sovrappeso, questa capacità si aggiunge alla sua indubbia cultura, sapienza e rispettabilità nascoste da una insopportabile spocchia.
Arrivati al forte tuttavia, questi si dimostrò essere diventato una tomba per gli uomini accampati, ridotti ad una pila di cadaveri in fiamme. Un massiccio orso posseduto e reso quasi immortale dal druido Gulta Morn si dimostrò fatale per Pontios, e mentre il Nergui e Lord Azamet cercavano di armare la ballista, dimostrata inutile rispetto all'arco valk che alla fine abbattè l'orso, disorientato dal volteggiare del mantello rosso e nero, e severamente indebolito dallo sforzo combinato di Mosu, Knut e Leos, questi ultimi vivi per miracolo e con qualche cicatrice in più sul corpo.

Il rumore di passi lungo la scala di accesso alla sua postazione le fa fermare i pensieri, mentre scorre la mano lungo la cinta ad impugnare l'elsa della spada; la chioma castana di Leos resa dorata dalla luce dell'alba si erge dal parapetto, dove si ferma per qualche istante a fissarla.
«Che hai da sorridere stamattina?»
«Non sto sorridendo, yo tengo solo un pochito frio» tirandosi su la pelliccia di lupo, mentre volge lo sguardo nuovamente verso la vallata, a cancellare il sorriso che le si era formato spontaneamente. Il tricarniano si avvicina a lei cingendole le spalle con le sue possenti braccia. «Non tener strane idee - mentre affettusamente ricambia l'abbraccio - nosotros si divide il giacilio solo per scaladarce la noche... està bien?» e si volta ad incrociare il suo sguardo e stringerlo in un abbraccio più intimo.
Poi si ferma di colpo, e si separa dal suo amante per guardare verso l'orizzonte che si apre oltre al parapetto alle sue spalle; strizza gli occhi, le mani ai lati del volto per focalizzare l'attenzione, come fanno le vedette sulla prua delle navi, cerca di focalizzarsi dove le valli si aprono attorno al passo, nella piena luce dell'alba.
«Lo refuerzos - indicando una piccola serie di punti scuri a sud, al limitare dell'orizzonte in marcia verso l'accampamento - saranno aquì prima di sera, e per mañana potremo partire verso sud, verso tierras mas calidas. Vamonos, dobbiam svegliar los otros...»

venerdì 7 dicembre 2018

Lupi nelle Marche di Confine



Anno 2513, anno della Figlia del Sole, Forte Avanguardia, una fortezza piccola ma robusta, si erge proprio nelle vicinanze del ponte che attraversa il fiume Scure Divina al limitare delle Marche di Confine molto vicino alla Foresta Nera. A capo della piccola guarnigione c'e' il Comandante Voorhess, un uomo tutto d'un pezzo, veterano delle guerre contro il Northeim. 
Da qualche anno nel forte è stato stanziata una grossa compagnia di mercenari che presta servizio  nella zona da tempo, I Lupi di Confine.


I Lupi di Confine furono fondati vent’anni fa da Skragos lo Sfrontato, un ex bandito delle Terre dei Tumuli che ricevette una grazia ufficiale dal Conte di Felantium. Oggi sono noti come una delle compagnie più spietate del nord e anche i barbari li temono. Uomini di ogni razza e posizione possono arruolarsi nei Lupi, finché combattono con coraggio e obbediscono agli ordini. Sono riconoscibili per la pelliccia di lupo, testa compresa, che indossano sopra l’armatura e dal loro temibile grido di battaglia. Il forte è in subbuglio, fervono i preparativi per l'arrivo della bellissima figlia del comandante, che ogni tre mesi si mette in viaggio da Faberterra, luogo dove vive con la madre, per far visita al padre. La piccola carovana è composta da tre soldati, come scorta e dalla schiava personale della giovane donna. Sarebbero dovuti arrivare nella tarda mattinata ma sembrerebbero in netto ritardo....


Cronistoria degli ultimi anni : 

2511 
La guerra civile scoppia a Kyros e la carestia la colpisce.

2512 
Grande incendio di Gis.

2513 
"La spada di Hulian" appare nel cielo. 
 Eku, Re di Ekul, ultimo figlio vivente di Dhaar, muore. Yasmine, nipote del Re appena morto, viene proclamata Regina di Ekul. 
L'illuminato di Lhoban svanisce, Re Caldaios scappa da Caldeia per raggiungere una destinazione ignota.

L'inverno sta per volgere al termine, la bufera che ha sconquassato le Marche da giorni sembrerebbe essersi placata durante la giornata di ieri, il freddo pungente ha lasciato il passo ad un pallido sole. La luce che si riflette sul bianco manto ed infastidisce la vista, l'aria dei respiri si converte in vapore a contatto con il freddo. La robusta porta di abete si spalanca d'un tratto " Hei voi il Comandante mi ha mandato a chiamarvi,  a quanto pare sembra che sia arrivata l'ora  di guadagnarvi la paga... finalmente".

martedì 6 novembre 2018

De la Magna Pugna de Maro e dello sacro rituale



Nelle ore del periculo l'animo nobile viene fori
e così che li nostri eclettici recitarono il memmento mori

Impavidi e gajardi varcaron la soglia dello tempio
vuoto lo trovaron con l'altare pronto per scacciar l'empio

Li compiti eran ben divisi, ognuno sapea il fatto suo e cosa fare
non v'era tempo per chiacchiere, risate o inutili fanfare

Nelle pertinenze dello sacro portone
ce se appostarono li frati armati de spadone e padellone

Vicino all'ara sacra v'era lo posto per celebrar lo rituale contro lo spirito risorto
non ve fu dubbio era lo posto de li evocatori  Samael, Derpa e da Latinus come supporto

Li due alchimisti se miseron nascosti tra le colonne
tra alambicchi pozioni, aste invocando le sacre madonne

Allo centro dell'immenso stanzone se piazzò l'impavido ser Tristano
libero da incarichi precisi er Peregrino variava pronto a dar una mano

Lo momento era topico ed era facile dar di matto
uno squarcio bucò il soffito tutto d'un tratto

Calarono dall'alto li demoni forzuti
Li nostri risponderon tosti e cazzuti

Non ve fu tempo de tergiversare
armi sguainate se doveva menare

Innumerevoli nemici calaron dal soffitto scadenzati come rime di una sciarada
Obiettivi lo sacro rituale interrompere e prender possesso della magica Spada

Frandonato roteava padelle e spade manco fosse un esercito intero
schivando, contrattaccando e resistendo alle ferite con piglio fiero

Derpa perì all'istante Samael e Latinus entraron in scena velocemente
efficaci, perfetti nelle movenze, senza sosta lavoraron alacremente

Lo Magistero Alchimista Pirreo con mille pozioni, tutti aiutò
e quando fu disperato lo momento Alburno in drago se trasformò

Ser Tristano rispondeva colpo su colpo, fu scudo per gli evocatori ed indomito baluardo
lo Peregrino, saltava qui e lì portando aiuto lanciando magie insomma facendo il bardo

D'un tratto lo portone si spalancò ed altri nemici nel tempio sciamarono
Guidati da Emmeus ed Asmodeus sull'infame cavalcatura scompiglio portarono

Come se fossero un unica mano gli Eclettici Viandanti risposero compatti i ranghi serrando
tagliando, rintuzzando, travolgendo, resistendo, sbatacchiando e li nemici ciancicando

Più volte caderono, feriti malamente e sanguinanti li fratacchioni
per rialzarsi subito, più forti de pria e con girati pure li cojoni

Alburno lo Drago de demoni e padroni fece scempio
scuotendo fin nelle fondamenta lo sacro Tempio

Ser Tristano se pose a difesa dello circolo arcano, invocando MARTE ad ogni nemico ferito 
Peregrino fu supporto a li compagni, piaga per li nemici ed invocatore de Lampi con lo dito

Latinus impavido a velocità sovraumana eseguì lo rituale
aiutato dalle entità da lui evocate per i nemici fini male

Cambiata la sorte avversa e spezzata la maledizione
Con l'orgoglio ed il valore spazzaron via la disperazione

Scemaron gli Eclettici su li poveri nemici superstiti come saette
cambiaron le sorti avverse de una città ormai costretta alle strette

Un raggio de sole squarciò le oscure nubi, illuminò lo tempio bruciando i demoni cornuti
riportando li giusti Dei ed illuminando gli eroi de tale impresa artefici, da Samael voluti

Dalle strade di una Maro devastata sortì il suo esercito e si riversarono per le vie le genti inneggianti
uno solo coro si alzò nel cielo "IMMORTALI" da oggi e per sempre sia reso grazie agli Eclettici Viandanti

venerdì 2 novembre 2018

La Fine de lo Viaggio

«Magister Latinus! Magister Latinus» sussurravan li vendemmiatori in taverna stanchi, al vederlo comparir sull’uscio e farsi strada tra li suoi banchi.
«Ma chi è sto Magister Latinus?» chiedeva uno bischero forestiero, «Lo signore dei campi a nord dello lago» rispondeva un nostrano faccendiero
«Ma è quello che alleva li capibara?» chiese uno collo naso immerso nella zuppa, «Semmai li coltiva...» rispose un tal che si da arie con in mano una gran coppa
«Ma non andò a Maro da più di un lustro?» chiese dal fondo un rustico locale, «Macché! fu qui sino un par d’anni fa» rispose un avventore seduto sul bancale
«La taverna l’è piena - disse l’oste Pitro - ma una ciotola e del vino non si nega ad uno Magister come voi sommo» pulendo sul bancone con uno straccio, che n’avea un gran bisogno
«Solo verdure, e agnello di Tartaria, per lo vostro delicato palato, ma la casa v’offre anche uno vinello fermentato»

Lo magister si sedde attendendo l’abbondante e popputa bionda figliola dello oste Pitro, che con sorriso e grandi occhi, portò una gran ciotola di calda zuppa e mescette una coppa di vin fermentato, tipico di codesti posti del Sacanto.
«Siete invero voi la Mara? - chiese lo Magister accennando un sorriso - manco da tant’anni se noto solo ora che vi siete fatta donna» assaggiando lo vino che friccicava un poco in bocca.
Ella arrossì, abbassò lo sguardo e rispose «Io son sempre stata qui e quivi cresciuta, ma voi… voi avete visto Maro e li posti de Laitia, per così tant’anni! Dite dite, come fu lo viaggio?»
«Visitai lo Magistro Samael a Maro, dove anche fui in passato e studiai per anni, e fu lui a guidarmi e poi a mandarmi verso li suoi bizzarri e affascinanti amici che mi furon compari:
«Lo Magistro Alburno, maestro di pozioni, che sa essere forte come un drago ma c’ha uno cuore… un’acume d’oro
«Lo robusto e inaffondabile Frandonato, forse un frate o uno prete, mai capito, maestro di padella sia per cucina che a darla in fazza a qualche avverso astante
«E lo Peregrino, che a definirlo in qualche modo lo si svilisce, esperto di magilla e di favella, musico, lanciatore e combattente, svelto de mano… e de bacino»

«E ciò che portate indosso, è gran bottino?» indicando gli ornamenti lustruosi che s’appendevano alle vesti logore di gran viaggio, mentre da una pitta riempì a nuovo la ciotola di zuppa.

«Codesto allo mio collo è uno globo del potere, preso dallo Valente ma che invero fu per noi arcanista infame che innanzi ci si oppose in angusta cripta; fermammo li suoi incanti e li suoi sgherri, mentre lo frate lo spadellava e di lui e delli altri rimase solo una gran frittata.
«Ed esta è treccia di guerriero Murias; dicono che più son forti e più sono lunghe le loro trecce, e codesta, come vedete, mi fa da cintola e ne avanza pure un frego; con la mia frusta lo fermai mentre lo bardo lo distrasse con li suoi trucchi, che più dello demonio ne conosce.
«Con questa mia frusta! Che vien guidata dalla saggezza dello spirito de chi la usa, e può esser letale contro nemici troppo avventati, che sian essi murias, banditi, cavallier o biro biro, seppur con li demoni e le avverse presenzae, forse è meglio usar d’altre arti.
«La cerbottana che spunta dallo zaino, non la guadagnai ma mi fu invero donata dallo Magistro Alburno per uno anonimo atlante, e seppur non potente come li suoi intrugli che san di menta e rendon viva la pietra, può tirare luci che bucan le cotte e li giachi, e quel di vivo che v’è in mezzo.
«L’elmo e lo pugnale son doni divini, e la fascia mi fu data dallo Magistro Pirreo, che fu Alburno trent’anni fa pria di diventar pietra, per un alambicco, mentre per lo falcetto… beh… questa è un’altra storia...»

La Mara s’appoggiò allo bancone, mento posato sulle mano, petto strabordante e otre de vino in davanti alla ciotola dello Magister, e con l’occhi spalancati «Dite dite, Magister, quindi ne avete fatte di avventure?» Un bel sorso, qualche cucchiaiata, e riprese
«Chiamar avventure le nostre imprese, è sminuirle! Potrei parlar voi de lo libro che proferisce solo bestemmie, o di quando lo Magistro Alburno si fece leone e sbranò lo Belloveso. De li ilcisiani lohm di Orbizzana, che anche se hanno musici non li chiamarei “lohmbardi”, o di quando ci addentrammo nelle paludi guidati dallo vendramino; de li pelosi puzzolenti e delle loro flautolenze, o della Torre Caldara dove avvenne lo storico incontro. Della chiesa de li pellegrini, ove lo Peregrino trovò lo sacro osso del nonno e poi col suo gran lampo de li infami mostri fece uno scempio. Di quando lo Frandonato si aprì la strada tra li demoni, scambiando padelle e spade sacre con lo sè stesso Gaudente. Di quando le schiere di Prol ci portaron in salvo oltre il baratro spinoso, ove lo stesso frate cadde ma tranquillo vi si rialzò. Delle esplosive pozioni di Alburno buone sia per esplodere la pietra che per curare malanni, al retrogusto di menta, o di quando bandii in un angusto antro l’entità che teneva uno blasfemo artefatto.
«Infine di come lo divino Xul fu d’appoggio nelle critiche ore di scatenar anatema, passando ad aiutar me o lo Magistro mio, mentre di divina possanza, Lami, Aba e Genio empivamo l’atrio, Sir Tristano spanzava demoni e lo bardo a cavallo dello Drago Alburno schiacciavano Asmodeo e le sue schiere. Di come evocai la luce per spazzare li demoni nell’ora più angusta di Maro, mentre li compagni miei e loro doppi che di pietra non furon più, facevan la storia falciando empie figure al comando da lo maledetto Emmeus.
«Ma non solo di pugna furon le nostre avventure; ricordo, anche un po’ con dolore di recchie, delle abboffate da li vendramini, ovvero, con gioia, delle tre dame in quel di Ertama; di quando auscultai lo bardo che si ricongiusse con li rossi parenti del nonno, o dello piatto di frandonara per lo drago in Lycaonia. Di quando lo frate provò per più volte a parlar con Dama Sicoi, l’entità ancestrale, o del drago di Nirte dalli bruciori di stomaco; de li ori alchemici da cui lo Magistro Alburno si separava sempre con dolore ma che sembrava averne una fonte inesauribile, quasi li potesse produrre, e che pure alla fine donò alla Scola de lo Fosso. Oppure raccontarvi delle bizzarre creature, dai Cuccafratti ai Bestacci, che nel nostro cammino non ci furon ostili ma anzi si rivelaron alla lunga dei validi alleati...»

«Perdonatemi, mia cara Mara, del mio divagar. Ogni ricordo si aggiunge ad un altro e ogni racconto si impreziosisce di altri racconti, seppur rimanendo troppo limitato nei particolari, perché intere giornate non basterebbero a tesser le lodi de li compagni miei, e a narrar le nostre gesta in queste terre, di come facemmo la storia e riscrivemmo il passato, e lo futuro dello passato» bevve l’ultimo sorso di vino fermentato, accompagnato, avendo finito la zuppa, da qualche secco biscotto.
«Non scusatevi, Magister, starei ore e giorni solo ad ascoltare de li vostri viaggi e delle vostre gesta; de li vostri bizzarri compagni, che magari un dì potrei pure conoscere se passassero in questi luoghi. Non viaggio mai, e sentir li vostri racconti mi fa immaginar di esservi stata...»
«Potrei raccontarvi delle nostre storie anche stasera stessa - asciugandosi il baffo sporco di vino con un fazzoletto - se non vi duole di viaggiare a dorso dello mio mulo fino alle mie terre, a nord, pria che lo sole scenda e si faccia buio. E se v’aggrada l’indomani, ve farovvi vedere le mie piantagioni di capibara, che son piante molto festose e si diverton a giocare con nuovi e vecchi visitatori»
Mara si alzò dalla sua postura, abbassò un attimo lo sguardo verso manca a riflettere, e infine rispose «Ne sarei ben lieta, se mi deste qualche minuto per ripulirmi dello sporco di cucina e salutar lo babbo»

E così al tramontar del sole s’allontanaron Magister Latinus di Pelopia con la sua futura dama, verso le di lui terre. Niuno lo vede passar nuovamente per la taverna, anche se lo vecchio Pitro qualche volta andò a trovar la figliola, e tornò pieno di nuovi racconti, di lui e de li suoi compagni, che ogni tanto salivano a trovarlo nelle sue terre. E si narra di baccanali e di orgie, di lungo disquisire tra Magistri, di sperperi di cei tra piaceri mondani e tomi ed arti di conoscenza che solo i più saggi potevan capire. Si narra di gente che arrivò in carovane, di monache avvenenti e senza sottane, di esplosioni arcane nella notte e un odore di menta lungo le rive dello lago. Ma anche di sagre per la povera gente ove si offriva carne di capibara e abbondati piatti di frandonara, e senza fine giornate intere di canzoni, mentre carretti si aprivan e vendevano al pubblico le loro pozioni.

E si narrava e cantava delle imprese
Degli impavidi eroi e di chi le fece
Che fecer la storia di queste lande
E divenner leggende fino alle sponde
E non so come né perché finirono
Perché leggendarie imprese furono
E le Leggende son viaggio ch’oggi si inizia
e mai vien il giorno ch’esso finisca