domenica 27 marzo 2016

Errando per Laitia - Episodio 1

De la Virtute et lo Formaggio


Lo Magistro Alburno est homo di somma virtute et conoscentia.
De le sue origini non c’è ancor dato modo d’apprendere ma è altresì certo che lo suo nome iniziò ad essere udito in quel della Gruilia. Giunse ne lo piccolo paesino di Requagna accompagnando Oresteio, contadino et mercante di formaggio, su lo suo carretto trainato da un bove.
Lo compagno di viaggio dello Magistro risponde al nome di Tristano, lo Peregrino Scarlatto, zampognaro e favellante d’eccezione, compose la Ballata de la Figlia e lo Formaggio che fece il giro della fiera nel giro di pochi giorni narrando le gesta de lo gruppo che avea affrontato e sconfitto lo temibile brigante Robolone, la sua banda e lo suo porco Zompo, per salvar la vita, e soprattutto la virtute, de la piacente Mariolina, figliola del formaggiaro.
La verità presentava ovvie et lievi differenze, giacché lo Magistro e lo Peregrino erano li unici scampati, per lo rotto della cuffia et fuggendo dalla pugna, dalli feroci banditi e avean perso ben due compagni nello scontro. Eppur lo succo della vicenda rappresentava il vero: Mariolina era stata liberata e portata via da sotto il naso a Robolone, lasciandolo gabbato e furente e probabilmente collo batacchio ne la mano.

Quando lo Magistro Alburno et lo Scarlatto Peregrino lasciarono Requagna, lo fecero sul carretto di Oresteio, scambiato come da accordi per il salvataggio della fanciulla et assieme a loro presero un giovane e volenteroso villico, lo cugino della stessa Mariolina, di nome Serafino, pronto a ripagar l’atto di eroismo con li suoi devoti servigi.
Bastaron pochi metri per capire che l’altruismo e la riconoscenza del ragazzo mascheravano intenti invero più egoistici: lo nome di Serafino era già noto nel villaggio e forse in tutta la regione per lo pestaggio et probabile uccisione di un mercante, rendendolo ricercato e fuggitivo.
Li suoi compagni di viaggio decisero però di reggergli lo gioco, abbisognando nell’immediato di un braccio armato al proprio fianco ed insieme preser lo sentiero.

Lo Magistro Alburno avea trovato una nota poco leggibile sul fondo di uno degli scomparti dello suo laboratorio portatile, poche parole eppure eran chiare: la Regola Aurea, de lo celeberrimo Ottavianus Firminus. Tanto bastò per suscitar curiosità, solleticando la sua ambizione et brama di sapere. Ogni alchimista degno di tal nome fa dello studio e della scoperta lo suo motivo di vita, la ricerca de la Pietra Filosofale et de la Medicina Universale. La smania di Alburno a tal riguardo est invero paragonabile a quella d’un gatto dinnanzi ad un’aringa e lo scoprir in maniera accidentale la formula incompleta di uno de li Magister più noti di Laitia, era occasione troppo ghiotta per essere ignorata.
Allo Peregrino interessava trovar nuovi luoghi per narrar le sue gesta e concupir donzelle, allo ignorante Serafino bastava sol far perdere le proprie tracce, e così la meta era facilmente stabilita: l’ultima residenza nota di Firminus era a Zena, a pochi giorni di cammino. Lo Magistro tracciò la via che ritenea più sicura a dispetto della più rapida, non volendo rischiare di ritrovarsi per accidente ad incrociar di nuovo lo passo di Robolone.

Dopo appena due giorni di viaggio, sereno e senza inconvenienti, lo carretto li condusse nella sorprendentemente quieta, seppur agghindata a festa, cittadina di Leceria, proprio alla vigilia della tradizionale Corsa dei Sacri, in cui li devoti di San Varallo e della pristina Xeria si contendean lo diritto di esporre le rispettive icone nella chiesa sullo Monte Guardiamare...

giovedì 4 febbraio 2016

PROGETTO HYDRA



Day one

Derivando la forza cinetica elettrolitica del neutrino quantico contenuta da un campo a rarefazione neutronica ho ottenuto uno sciame con fattore di resistenza elevato. Avevo pensato di amplificare il raggio di propagazione per ora con scarsi risultati.
1 Mese dopo…
Ho provato ad applicare un prototipo della cinta a “Jesp” mi è sembrato molto felice del nuovo gingillo se ne andava in giro per il labirinto delle cavie tutto fiero, lo è stato un po’ meno quando ho attivato la cinta stessa. La spinta è leggermente sproporzionata ma tutto sommato gli è andata bene l’ho dovuto ripescare sul divano dopo un volo di 30 metri.

3 Mesi dopo…

Temo che Jesp non sia molto felice di vedermi ma questa volta il test è andato bene azionando la microcinta ho provato a tirargli del formaggio che è stato fermato dal campo gravitazionale. Jesp si è irritato un pochino perché non riusciva a capire come mai non riuscisse a raggiungere i pezzetti di formaggio, alla fine però si è girato camminando all’indietro ed è riuscito nell’impresa direi che tutto sommato era felice, stranamente quando sono andato ad accarezzarlo è scappato. Strani questi topini veramente.

5 Mesi dopo…

Ho incrementato proporzionalmente i generatori delle forze ed ovviamente le misure della cinta oggi l’ho provata su di me pare funzionare molto bene in sostanza respinge i corpi lanciati che cercano di attraversarla, ha qualche malfunzionamento ma penso proprio che la userò una volta fuori di qui. La MOLECULAR BELT OF MODULAR DEFLECTION è finalmente pronta ho deciso di chiamarla HYDRA.

giovedì 7 gennaio 2016

Appunti del Dottor Zemeckis



Questo è il diario del Dottor Zemeckis, ho deciso di appuntarmi a grandi somme i miei successi in modo che nella malaugurata evenienza saltassi in aria insieme al mio laboratorio qualcuno potrebbe usufruire della mia ricerca. Riporrò il diario in un luogo sicuro all'interno di una scatola testata per resistere alle intemperie e ad esplosioni del tutto “accidentali”.

PROGETTO TOSTAPANE TERMICO PHASER

Primo giorno
Combinando i raggi fotonici attraverso la rarefazione del pulviscolo lamellare è possibile stabilire che la propagazione spazio temporale del neutrino termico può essere influenzata se sottoposta a sollecitazione molecolare di tipo Gamma Ray. Il progetto tostapane a sollecitazione molecolare è appena iniziato.


1 Mese dopo…
L’energia così generata ha la malsana abitudine di espandersi sotto forma di raggio , ho quindi abbandonato l’idea di applicarla uniformemente ad una superficie e provato a convogliarla in un tubo riflettente per enfatizzarne il comportamento e crearne un vero e proprio raggio.Il soggetto “Jesp“ è stato sottoposto ad una breve illuminazione da parte del raggio così generato ed ha sviluppato delle bruciature superficiali dell’endoderma e del pelo. Jesp è vivo e vegeto ma stranamente non è molto contento di vedermi, la bruciatura è insolitamente dolorosa, immagino che sia andata parecchio in profondità, benché nello strato esterno sembra di piccola entità. Il progetto mi sembra valido continuerò a sforacchiare materia organica.

2 Mesi dopo
Le bruciature si sono rivelate atipiche, molto simili a quelle causate da un grande calore ma hanno la propensione a propagarsi in profondità più che a riscaldare la materia di primo contatto. Sono riuscito a convogliare il raggio in un amplificatore fasico che ne ha ampliato la frequenza e la portanza rendendolo però instabile.

1 anno dopo
Finalmente sono riuscito a rendere stabile l’oscillazione fasica generata dall'amplificatore e rendere così il raggio omogeneo, curiosamente ha assunto un colore blu metilene. Ho provato a sparare il raggio sulla solita zucca questa volta non è esplosa, ma anzi la parte attraversata dal raggio è stata bruciata istantaneamente non lasciando residuo se non un gran puzzo.

17 mesi dopo

Ho montato il raggio su di un residuo bellico che mi ha procurato Johnson, sono riuscito a rimodellare il meccanismo di innesto non più meccanico ma elettronico, riuscendo ad alimentare il raggio con delle batterie a condensazione che si ricaricano con il tempo in maniera automatica, inserite nell'alloggiamento delle munizioni. Devo dire che Joshep ha fatto un ottimo lavoro con il calcio in legno del fucile siamo riusciti insieme a montarlo su un perno richiudibile. Il fucile ora è molto più maneggevole e si ripone facilmente nella sua custodia dietro la schiena in più grazie ad un comodo bottone di rilascio l’energia cinetica usata per impugnarlo agevola lo scatto del calcio. Sono molto soddisfatto di “Betsy”, ho deciso che chiamerà il progetto PHASER.


martedì 15 dicembre 2015

Il Grido del Rapace




Il gelido vento penetrava nelle ossa di Warwic, l'attesa nella foresta non avrebbe aiutato con un clima così rigido, i suoi compagni sparsi sapientemente all'incrocio poco prima dell'entrata nella tenuta dei Buchvold, tutto era pronto per la riscossione del debito con Pate.
Il momento di ripulire il nome della banda dello Straniero era finalmente giunto, era arrivato il momento di ridare il senso che avrebbe dovuto avere alla banda di Pate. Le bande si erano formate liberamente ed autonomamente per richiedere con i fatti un indipendenza ed un trattamento più equo per la popolazione gundarakita, era stata tentata la via diplomatica ma senza successo, a pochi dopotutto importava il destino di una minoranza seppur corposa del popolo di Barovia. Poco importava se quella minoranza erano in effetti i veri abitanti indigeni del luogo. Così pochi valorosi decisero di formare delle piccole bande per impegnare dove possibile gli eserciti del Conte, i primi successi, dovuti principalmente al fatto che fossero battaglie inaspettate ed alle quali l'esercito di Barovia non era pronto, diedero gran voce a quell'ideale. L'esempio della banda dello Straniero fu da stimolo per la vessata popolazione gundarakita, e la banda raddoppiò il proprio numero ed i propri sostenitori. Le bande così come erano conosciute nella valle del Gundar erano organizzazioni con un fine, con un ideale, che rispecchiavano il fiero popolo gundarakita e che miravano alla sua indipendenza. A seguito degli eventi tristemente noti e della persecuzione delle stesse bande, le stesse dovettero disperdersi, portando con se gli ideali che le avevano formate.

Di tutto questo Pate non proseguì nulla, quel mezzo cane bastardo, convinse e riunì un manipolo di delinquenti e disperati e si proclamò imperatore degli straccioni, andando ad occupare un posto che non gli competeva e strumentalizzando il concetto di banda per i suoi loschi fini criminali. 

Warwic nel freddo e nella lunga attesa pensava a come tutto questo fosse stato possibile, a come un mentecatto avesse avuto modo di continuare ad esercitare tale attività, era chiaro che fosse in combutta con qualcuno, che qualcuno avesse dato il proprio benestare, altrimenti gli eserciti del Conte avrebbero potuto spazzare via quella feccia senza esitazione ne perdite. Ma ancora una volta l'interrogativo pesante riecheggiava "A chi in realtà interessava il fato della povera gente gundarakita ? ". Non erano questi i problemi a cui Barovia doveva oggi pensare, era piuttosto una cospirazione nata dal suo stesso ventre, alimentata dal suo flaccido seno e fomentata da un morbo di antica era, una "malattia" che non conosceva padroni ne riconosceva ideali se non quello della propria esistenza e prosecuzione della propria progenie.

Warwic doveva ogni notte mandare giù quell'amaro boccone, la libertà del suo popolo raggiunta grazie ai "notturni", come a lui piaceva definirli, raggiunta solo ed esclusivamente grazie a loro, un prezzo molto alto al quale i comandanti della rivolta della valle del Gundar dovevano far fronte. Warwic eseguiva gli ordini come ogni altro soldato, sebbene di soldato aveva ben poco, ma non poteva far a meno di avere un peso sulla sua coscienza. Lo definiva un salto dalla brace alla padella, e quindi un miglioramento, aveva imparato che le rivoluzioni non si costruiscono dal nulla, e lo aveva imparato sul sangue dei suoi fratelli ed amici.

Non era stata una vita facile quella del giovane Maestro, era cresciuto con la morte nel cuore, ad iniziare dalla sua stessa famiglia che lo abbandonò fin da piccolo, si era sempre chiesto chi fossero e dove questa vena artistica che albergava in lui avesse avuto origine, erano troppo oscure le nebbie intorno al suo passato né oggettivamente aveva avuto un momento di calma per pensarci, nè tanto meno per indagare sulla sua vita.

Il combattimento si svolse freneticamente, benché non tutto andò come programmato, le ottime abilità dei suoi compagni si rivelarono preziose, così come il loro sapiente uso della trama e non mancò nemmeno la fortuna ad assisterli, in pochi minuti Pate era agonizzante in terra. Un forza improvvisa permeo la mente ed i pensieri del bardo, le sue mani tremavano dalla rabbia, il dolore gli diede la forza di non vacillare. Mentre la corda tesa vibrando rilasciava la mortale freccia un suono vibrò nell'aria e ben presto si tramutò in un sibilo sussurrante antiche parole. La loro musicalità lasciò di stucco Mastro Warwic, mai avrebbe potuto comporre versi di tale linearità, mai nella sua vita avrebbe potuto eguagliare i suoni di quella lingua incomprensibile, eppure nella sua mente risuonavano le parole del giuramento e le sue labbra lo ripeterono afone per non disturbare quel suono che sospinse la freccia fin dentro l'orbita oculare del Segugio, di fatto concludendo la Vendetta.

Warwic rimase attonito per lo spettacolo di cui si sentiva spettatore più che esecutore, benché la sua perizia con l'arco, seppur non dichiarata era ben al di sopra della normalità, mai avrebbe potuto scoccare con tale precisione, mai aveva visto una delle sue frecce descrivere una parabola tanto precisa quanto inumanamente perfetta la rotazione con la quale vibrava nell'aree.

L'arco era ben più di quel che gli era stato detto, quell'arco quasi gli sussurrava all'orecchio, aveva quasi una sua volontà, ma il bardo impugnandolo non riusciva a considerarlo uno strumento esterno bensì come parte delle sue articolazioni, un estensione del suo stesso braccio. Il dolore lo sprofondò in un umore grigio e nero, benché fosse stato vendicato in quel preciso momento il lutto per la morte di Rannarth lo pervase completamente, come una diga che si infrange per il vigore di un fiume, la diga che tratteneva le sue emozioni si polverizzò, cercò di contenersi ma scoppiò in un pianto liberatorio, del quale non volle mettere a conoscenza i compagni. Per questo si defilò e dovette prendersi qualche minuto per tornare in se stesso. 

La razionalità tornò sovrana dei suoi pensieri e gli suggerì che non c'era tempo da perdere il resto della banda andava sgominato.    



lunedì 7 dicembre 2015

L'Ultimo Volo dell'Aquila




La trovò rannicchiata in un fosso, inerte, tumefatta, con le vesti lacere e ricoperta del suo stesso sangue rappreso. Rannarth temette che fosse morta.
Aveva seguito le ultime istruzioni dello Straniero, aveva condotto i suoi ranger al sicuro, preparandoli a difendersi al Pinnacolo dal nemico in avvicinamento, ma non era riuscito a rimanere lì con loro ad attendere al pensiero che lei non aveva ancora fatto ritorno.
Ridiscese a valle da solo, cercandola disperatamente, seguendo le indicazioni che la stessa Leda aveva condiviso prima di mettersi sulle tracce di Pate.
Il Segugio era quello della banda che si trovava più a suo agio in ambienti urbani, nascosto tra la folla piuttosto che nel fogliame. In qualsiasi borgo persino l'Uccisore avrebbe avuto più difficoltà di azione, non potendo invaderlo apertamente con il suo esercito di spiriti dannati; eppure anche Pate andava avvertito, andava messo in guardia. La banda era stata tradita: il nemico conosceva ogni loro nascondiglio, ogni rifugio e punto di raccolta, i nomi di tutti i Capocaccia.

Tre giorni dopo la sua partenza Leda era lì, riversa in terra ed in fin di vita.
Rannarth la individuò grazie alla vista acuta di Itzya, la regina del suo stormo, sollevò la ragazza tra le braccia e le baciò la fronte, poi intraprese nuovamente il cammino verso le montagne.
Sostò al vecchio Campo Roboris, dove il Grande Cacciatore riorganizzava una squadra di volontari:
"Galiena e i suoi sono caduti, Vas e gli altri esploratori non hanno fatto ritorno. Cosa è successo alla ragazza? Che ne è di Pate?"
"Non lo so Hugo, ma intendo scoprirlo, è viva per miracolo. Del Segugio nessuna traccia, spero sia riuscito a dileguarsi almeno lui."
"Attireremo l'Uccisore a nord, daremo il tempo agli altri gruppi di radunarsi e nascondersi e attenderemo lo Straniero come da programma, hai bisogno di una scorta?"
Rannarth scosse il capo: "Ho occhi su tutta la valle, raggiungerò i miei sui monti e ci barricheremo al Pinnacolo, devo prendermi cura di Leda."
"Allora buona fortuna amico mio, ci ritroveremo al ritorno dello Straniero oppure saremo di nuovo compagni di caccia nelle sconfinate foreste dell'aldilà. Qualsiasi cosa succeda, non permettergli di strapparti l'anima..."
"Mai fratello e nemmeno tu!"

Con passo lento ma fermo, attraverso sentieri che molte guide definivano impercorribili, Rannarth portò in spalla Leda fino alle vette dei monti Sawtooth.
Itzya ridiscese dal cielo in tempesta recando infauste notizie: nel becco stringeva un frammento di stoffa grigia e verde dei ranger dei monti intrisa di sangue. Di lì a poco le prime impronte, in salita ed in discesa, di un nutrito gruppo di persone.
Rannarth aveva bisogno di tornare nel rifugio per medicare Leda, pur sapendo che sarebbe potuto finire in una trappola mortale, ma fu sollevato dal dover prendere una decisione quando di fronte a lui si palesò il nemico.
Percepiva lo sguardo della creatura su di se, nonostante l'elmo fosse un teschio metallico privo delle orbite. Il silenzio fu rotto dopo lunghi attimi di tensione dal Maestro delle Aquile:
"Sei qui per me."
La voce dell'Uccisore era atona e metallica: "Soltanto per te, se è quello che ti preme sapere."
"E allora perché sterminare tutti gli altri?"
"Perché ho subito delle perdite e mi servivano rimpiazzi."
"Voglio che la ragazza viva."
Il nemico si fece di lato, liberando la via per il Pinnacolo. Rannarth la percorse e ad ogni passo sentiva gravargli maggiormente il peso della disfatta, l'avvicinarsi della sua ora, man mano che attorno, tra la neve e le rocce, si affacciavano i volti svuotati della vita e dell'anima dei suoi compagni di un tempo, ora marionette in mano all'Uccisore.

Nessuno dei suoi ranger era morto nel capanno di caccia sulla cima del monte, avevano tutti perso la vita combattendo o forse qualcuno, si augurava Rannarth, era riuscito a scampare sia alla morte che al ben più crudele destino che il nemico riservava loro.
Adagiò Leda sul giaciglio e accese il fuoco, lasciò accanto a lei coperte e ciò che avrebbe potuto utilizzare per medicarsi al suo risveglio. Tornò all'esterno privo di ogni arma.

Il Pinnacolo era un gigantesco sperone di roccia sulla sommità del monte, un trampolino sul vuoto con la magnifica cornice dei monti innevati tutto attorno.
Rannarth percorse la roccia e percepì verso metà la presenza del nemico alle sue spalle, si volse per affrontarlo:
"Manterrai la parola?"
"Morirai senza combattere?"
"Non avrai la mia anima."
"Gli accordi sono per la tua vita e quella degli altri comandanti."

...

L'Uccisore percorse i pochi passi che lo separavano dal ciglio del Pinnacolo e si affacciò oltre l'orlo.
Non ci fu nulla di epico né poetico nell'osservare attraverso l'elmo del teschio senza orbite il corpo del Maestro delle Aquile sfracellarsi al suolo, centinaia di metri più in basso.

domenica 6 dicembre 2015

Gelo e brama



Vassily riaprì gli occhi al buio, il respiro affannato: il freddo mordeva le sue carni come artigli di una fiera mentre penetrava sino al midollo. Bloccato sotto una slavina di neve, contuso ma vivo, cercò di muoversi all'impazzata nel tentativo di liberarsi mentre il panico cresceva dentro di lui. Non poteva morire così, aveva sempre immaginato di morire in mille altri modi:  pugnalato alle spalle da un presunto alleato, torturato da uno dei nemici dei Romanov, giustiziato per uno dei suoi tanti crimini, divorato da una delle immonde creature del Conte, persino avvelenato o ucciso nel sonno da una laida donna dopo aver giaciuto con lei. Tutti modi più consoni alla sua vita da sgherro, da bastardo cresciuto a pane, furti e coltelli: tutte morti cruente, infami, velate da tradimenti, complotti e scontri. Ma una morte così banale, come quella di qualunque commerciante sprovveduto colto dal maltempo, non l'aveva proprio mai immaginata.



Non si sarebbe arreso facilmente, non era nelle sue corde di bastardo,  avrebbe lottato fino al suo ultimo, gelido respiro. Iniziò a scavare come un indemoniato con le mani, la neve gli arrivava sul viso, nella bocca aperta mentre urlava chiedendo aiuto, congelandogli il fiato sin dentro i polmoni. Scavò per lunghi interminabili minuti finché le sue mani, ormai ridotte a pezzi di ghiaccio insensibili e mero strumento di salvezza, non grattarono via l'ultimo strato di neve. I suoi compagni videro la sua mano guantata spiccare nella neve e lo tirarono fuori, mezzo congelato, ferito e distrutto ma vivo. Aveva ancora tempo per morire in un modo a lui più consono.


Continuarono la loro marcia nella bufera, con tre cavalli in meno, con Feldon più morto che vivo a causa della slavina che li aveva sorpresi, finché la fortuna non arrise loro nella forma di un casino di caccia. La porta era mezza scardinata ma per il resto il rifugio era quanto di meglio si potessero augurare per trovare riparo dal freddo.

Mezzo nudo davanti all'ampio camino che scaldava il capanno, Vassily desiderò ardentemente che avvolta sotto la grossa coperta che lo copriva ci fosse anche Juliska. La bella, testarda e pericolosa donna che aveva lasciato a Zeindenburg a combinare chissà cosa a sua insaputa. Era ancora infuriato con lei per la vicenda di Feldon, ma non per questo non bramava le sue forme: l'avrebbe presa con forza, trattandola rudemente, per sfogare la sua rabbia, per ricordarle che le doveva obbedienza. Poi si sarebbe accasciato su di lei, scaldandosi tra i suoi seni. Si svegliò invece con la voce di John che cercava di metterlo in allerta riguarda a chissà quale pericolo, mentre lo scuoteva bruscamente. Esausto Vassily biascicò qualcosa al mercenario e si rigirò nelle coperte incurante dei reclami di John, del freddo e dei pericoli che si annidavano fuori del capanno. Quella sera i suoi compagni dovevano fare a meno di lui, era troppo stanco, non voleva pensare a niente, desiderava soltanto riposarsi tra le braccia di Juliska, inebriarsi del suo odore, della sua pelle per ricordarsi di essere ancora vivo. Si riaddormentò cercando invano nel sonno le calde carni della sua focosa ed imprevedibile amante distante miglia e miglia da lui, stringendo tra le mani la grezza lana della coperta.

giovedì 5 novembre 2015

Nostalgici ritorni

La prima volta che Kuzja uscì dalla Radura dei Sogni Infranti il suo cuore era in lutto per la scomparsa dei suoi fratelli di fede e la presa della Radura da parte del demone. In quel momento si sentì solo, ma consapevole di poter contare sui suoi compagni: Andrej, Mircej, Astrid, Mira e Martha. Non ebbe molto tempo per riflettere sulle conseguenze e sul futuro: incontrò i Romanov appena mossi pochi passi fuori dal portale ed in quel momento finì la sua vita per iniziare una nuova esistenza. Le preoccupazioni che assillavano il Kuzja umano e fedele di Hala scomparvero, ma su di lui gravò l'immane peso della sua condizione inumana ed innaturale di morto viventi in cui si ritrovò ingabbiato.


Un tenue e timido calore sembrò invece pervadere il petto di Kuzja quando uscì per la seconda volta nella sua vita dalla Radura dei Sogni Infranti. Nel suo petto non batteva più il suo cuore umano, ma si sentì per un breve momento felice per ciò che aveva fatto. Aveva liberato il Ministro e pur non riponendo più nessuna fede ultraterrena in lei, rimaneva una figura colma di vitalità e potere. Una volta che Andrej e Kuzja la liberarono dal pozzo la presenza del Ministro fu sufficiente a riportare la Radura al suo originale splendore, scacciando il demone che ne aveva corrotto la natura. Kuzja ora sapeva che il potere che permeava la  Radura non aveva nulla a che fare con la dea che in passato idolatrava, ma in ogni caso era affascinato dal potere che essa emanava. La sua mente era già proiettata su come sfruttare quell'enorme potere e su come attingervi ora che aveva trovato nuove vie per usare la Trama.



Ma una piccola parte di Kuzja, nel profondo, era contenta di aver dato una seconda possibilità ai suoi vecchi fratelli ed al culto di Hala. Anche se per rendere possibile ciò aveva probabilmente perso definitivamente i suoi ultimi compagni di quel folle viaggio iniziato pochi mesi fa. Agli occhi di Mircej ed Astrid era una creatura infida ed inaffidabile. Aveva una volta di più tradito la fiducia di Mircej, gettandolo nel pozzo per far si che la creatura immortale che camminava nascosta dentro il divinatore mezzo vistani finisse nel pozzo, liberando il Ministro. Dopo questo avvenimento Mircej e la sorellastra Astrid non si sarebbe più fidati, ammesso lo abbiano mai fatto, di Andrej e Kuzia: non più due compagni ma due cinici  morti viventi.
Kuzja lo comprendeva chiaramente: d'altronde anche lui non sapeva più di chi fidarsi. Bodo era morto da tempo e dopo di lui anche Mira. Lukan da tempo era distante e probabilmente non si era mai troppo interessato ai destini dei suoi compagni tanto da scappare con la coda fra le gambe: chissà alla fine forse è stato il più saggio.
Andrej era sempre più freddo e sanguinario, un cacciatore a tratti irrazionale solo desideroso di sangue senza altri apparenti fini. Martha era sempre più glaciale ed inumana: non parlava quasi più e si limitava a scrutarlo con i suoi occhi terrificanti. Prima Kuzja cercava la sua compagnia, vivevano la loro condizioni in modo simile e si supportavano vicendevolmente. Ormai era distante ed irragiungibile ed aveva abbandonato ogni rimasuglio di umanità per legarsi a doppio filo a Cornel. La presenza delle due inquietanti figure, ormai inseparabili, incuteva un profondo timore in Kuzja. Cornel e Carmilla, i suoi mentori, genitori e padroni lo trattavano come un bamboccio, un burattino nelle loro mani da cui si aspettavano soltanto che obedisse agli ordini senza dar troppo fastidio.

Kuzja si sentì nuovamente solo, ancora paradossalmente troppo attaccato alle sue vestigia umane per i suoi fratelli vampiri, una bestia immonda per i suoi compagni umani. Stava cercando di trovare un cammino che gli portasse un minimo di serenità, anche se gli sembrava ogni giorno un'impresa sempre più improba. Per questo ha deciso di dedicarsi alla riuscita della Congiura, unico pilastro cui aggrapparsi nella timida speranza di portarla a compimento e di riguadagnare se non altro almeno un minimo di libertà.


lunedì 5 ottobre 2015

Lettere a Clea





Mia dolce Clea,
Ancora una volta ti scrivo dalla penombra di questa angusta dimora, nascosta tra i sudici palazzi della parte più decadente della mia città. Eppure, cara Clea, ho il sentore che questa sarà l’ultima lettera sporca di polvere e fuliggine che scriverò di mio pugno. Finalmente il fato mi arride.
Qui in città regna il caos, è inverno e fa freddo, in molti sussurrano con terrore l’avvento della Notte delle Bestie, la gente muore per il gelo e la fame e molti miei fratelli minacciano di prendere le armi e sollevarsi contro le nobili casate che si fanno lotta tra loro invece che impegnarsi a governare… eppure io con queste lotte tra Baroviani e Baroviani, Baroviani e Gundarakiti o Baroviani e Mostri non ho proprio nulla a che fare, anzi, ne ho ben preso le distanze e questo spero potrà farti star tranquilla, mia dolce Clea.
Il mio nuovo lavoro procede bene, il dottore di cui ti ho scritto nella lettera precedente mi ha accettato come suo aiutante ed apprendista, il suo nome è James Nathaniel ed è molto ricco, è giunto in città meno di un anno fa e messo su famiglia. A volte mi chiedo perché scegliere un posto così remoto ed inospitale come Barovia se si è così abituati a viaggiare come lui dice di aver fatto, ma poi penso che la risposta sia l’Amore. Si è sposato ed ha avuto una figlia da una giovane fanciulla baroviana ed ora ha avviato la sua attività per garantir loro una vita agiata. Mia amata Clea mi sento così fortunato ad averlo incontrato! Nessun ricco baroviano avrebbe voluto un assistente gundarakita, ma il Dr.Nathaniel viene dall’occidente, dal regno chiamato Mordent, ed in cambio del mio aiuto mi permette di studiare sui suoi testi e persino di esercitarmi nelle sezioni dei cadaveri nel suo laboratorio.
Hai capito bene cara Clea… diventerò un chirurgo! Un medico! Chi l’avrebbe mai pensato? Il dottor Nathaniel dice che ho talento e imparo in fretta ed io non ho altra aspirazione che imparare la sua arte e guadagnare abbastanza per venire da te a Cuzau e chiedere la tua mano. Posso fingermi baroviano, davanti ad una ricca dote i tuoi non esiteranno e finalmente potremo sposarci!

Domattina di buon’ora dovrò aprire la bottega e pulirla per bene prima che il maestro arrivi, a volte quando fa particolarmente freddo rimango a dormire lì, è più calda del rudere da cui oggi, spero per l’ultima volta, ti scrivo…

Con Amore.
Gyula


Cara Clea,
Anche oggi la giornata è stata lunga e faticosa, vorrei scriverti ancora molte cose, dato che d’inverno le consegne della corrispondenza sono più rare e non potrò farti pervenire notizie così spesso come vorrei, eppure sono molto stanco e condividerò con te un solo pensiero sul mio maestro.
Inizio a conoscerlo un po’ meglio, è un uomo vitale, ha buoni modi ed è molto convincente, mi accorgo solo ora, dopo settimane che passo con lui ogni giorno, che probabilmente lascia trasparire di se un’immagine che non corrisponde totalmente alla realtà.
Passo intere giornate a spolverare e mettere a posto i suoi unguenti, le sue misture e poi di notte, chiuso nel retrobottega con un qualche cadavere imbalsamato a leggere libri di medicina e botanica e mai e poi mai mi è capitato di notare qualcosa che si avvicini a ciò che lui vende. Oggi gli ho chiesto per la prima volta informazioni ma sono stato liquidato con un “non puoi ancora comprendere certe cose”. Eppure mia dolce CLea, tutto si può dire tranne che il tuo Gyula sia un fesso o uno sprovveduto e così durante la mia pausa, gli ho fatto qualche domanda di medicina, libro in mano, chiedendo conferma di frasi che fingevo di leggere dai suoi stessi volumi ma che in realtà distorcevo dandogli il significato opposto.
Non ci crederai, ma il Dr.Nathaniel mi ha confermato con le sue risposte vaghe o logorroiche di non conoscere molte delle basi della medicina moderna, come l’esatta collocazione delle viscere nell’addome.
Ho pensato potesse essere solo stanco, o poco interessato… eppure poi lo vedo parlare con un cliente e dargli consigli che documentandomi definirei a dir poco “azzardati”. Per un istante il mondo mi è crollato addosso ma poi ho pensato a te, e a me, e al fatto che anche se James Nathaniel si finge medico ma è in realtà un ciarlatano io ho comunque la possibilità di imparare tutto ciò che serve dai suoi libri! E poi se lui con così poche nozioni è riuscito a diventare così schifosamente ricco pensa a quanto potrei diventarlo io perfezionando l’arte della medicina!

Nei prossimi giorni dormirò in bottega, il gelo torna a farsi più pungente e di notte si sentono sempre più ululati, mi sento più al sicuro nel quartiere della torre che in questo buco. Tornerò presto a prendere le mie lettere e le consegnerò al messo viaggiatore per la metà del mese, dovrebbero giungerti entro pochi giorni.

Siamo così vicini mia amata Clea eppure così lontani.
Ma non temere, molto presto staremo insieme, io e te, per sempre.

Con Amore.

Gyula

sabato 3 ottobre 2015

Metallo e nebbia


Astrid non capiva ancora quali strani eventi del fato l'avessero mandata lì. 

Si trovava in una città grigia, piena di mendicanti e borseggiatori, sovrastata da un'altissima e tortuosa torre da dove facevano capolino una dozzina di mostri di pietra arricciati che sembravano dover attaccare da un momento all'altro. Di avventure ne aveva passate tante per essere una giovane Ragazza di Barovia, ma non riusciva proprio a sentirsi a proprio agio in quel luogo.  Per non parlare del borgomastro che li aveva accolti in casa, una misteriosa donna di nome Rebeka Ditrau. Permettere a personaggi come Antonija di educare i bambini del posto a rubare e borseggiare per strada...che assurdità! Bisogna avere mille occhi a Teufeldorf. Ed è proprio per lei che Astrid e la compagnia dei Romanov sono finiti qui. La Ditrau e la sua milizia avrebbero preso parte alla rivolta contro il Conte se il gruppo mandato dai Romanov avesse scovato l'assassino di un terribile omicidio. "Facile", pensava Astrid; "dopo tutti gli orrori ai quali ho dovuto assistere finora questo sarà solo una passeggiata". Ma non poteva ancora sapere cosa avrebbe visto di lì a poche ore. Il luogo dell'omicidio era la casa delle vittime. Dalla descrizione di Vassily poche cose erano rimaste di quelle povere anime. Secondo i dirimpettai la famiglia appena trucidata non era originaria di Teufeldorf. Il marito, scomparso da qualche ora, era un medico, barbiere o qualcosa di simile; la moglie, casalinga, badava alla bimba a casa. L'unica informazione che erano riusciti a tirar fuori da quelle persone era l'indirizzo dello studio dell'uomo. Poveri di informazioni e con un Mirsej poco presente andarono allo studio. La scena che si trovarono davanti era ben poco distante dalla precedente. Il garzone della bottega si trovava esanime a terra immerso in una chiazza di sangue. Profondi solchi causati presumibilmente da due grosse mani solcavano la gola del ragazzo, il quale aveva ancora stampata nel volto un'orribile espressione di terrore. Ormai convinti della colpevolezza del congiunto delle vittime si avventurarono nella casa del garzone. La porta era stata rotta. Un brivido percorse la schiena di Astrid. L'oscurità al di là del solco sulla porta, la cruenta scena appena vista...quale abominio aveva causato tutto questo. John rimase fuori a guardargli le spalle. Al di là della porta la mano esanime di un uomo spiccava sul fondo di un piccolo corridoio. Astrid prese coraggio e si avventurò nella stanza seguita dal resto del gruppo. Il corpo senza vita del presunto assassino giaceva a terra ed in piedi, dietro la vittima, si ergeva una figura incappucciata con le mani giunte di fronte all'inguine. Sembrava coperta da una pesante armatura metallica. La stanza buia, l'innaturale silenzio, lo scintillare del petto metallico. 

Astrid prese coraggio facendo un passo verso l'ignoto essere. In quell'istante la figura levò il capo scoprendo il volto completamente metallico. La ragazza non aveva mai visto un essere del genere. Sembrava un'umana, proprio come lei, ma al posto della pelle aveva una meravigliosa armatura cosparsa di ghirigori. Le mani erano dei guanti metallici completi di giunture ed il mantello che prima la nascondeva, marrone e consunto dalle numerose battaglie, ormai le copriva ben poco. Il gelo si diffuse nella stanza. Persino Vassily che abitualmente gestiva le situazioni con prontezza e sangue freddo, pareva ibernato dalla gelida figura di metallo che gli si era da poco palesata. La figura, in silenzio, iniziò ad avviarsi verso l'uscita. Nessuno provò a fermarla. Astrid non sapeva che fare. Mentre il costrutto si trovava nel piccolo corridoio della casetta Vassily provò a fermarla senza successo. Astrid seguì la figura che si allontanava a passo sempre più svelto verso una densa coltre di nebbia seguita dal resto del gruppo. 
Le nebbie...qualcosa di familiare se così si può dire. All'interno del bianco paesaggio John si trovava accasciato a terra con delle evidenti ferite che gli avevano imbrattato le vesti di sangue. Nonostante tutto brandiva ancora le due grosse pistole fumanti che portava sempre con lui. Fu un attimo... Un colpo di pistola, la figura metallica su di lui. John riversava a terra senza dar segni di vita. Astrid e gli altri corsero da lui accertandosi del fatto che fosse ancora vivo. Ma la figura metallica svanì nel nulla seguito da Mirsej che tornò fortunatamente poco dopo. 
Cos'era quell'essere? Chi era il mandante? E soprattutto, cosa stava cercando? Solo domande riecheggiavamo nelle menti degli avventurieri. In quel momento Astrid pensó che lo stufato di Lavinia, per quanto terribile possa essere stato, era la cosa che le mancava più di tutti in assoluto.



venerdì 2 ottobre 2015

La sinfonia


Le notti del sud Barovia si assomigliavano immancabilmente l'una con l'altra il freddo pungente e le copiose piogge gli echi di una città che sta per venir avvolta dall'oblio della notte, l'incertezza su quel che avverrà il giorno dopo. Incertezza su chi ci sarà il giorno dopo.

Warwic se ne stava pensieroso alla finestra, il vetro rigato dalle gocce di pioggia che scorrevano giù, qui e la il cielo nero si illuminava con qualche lampo improvviso colorandosi di viola. 

"Il suono del violino, stridulo e potente, freddo ma intenso ". 

Quelle gocce sul vetro se avessero prodotto un suono sarebbe stato proprio quel suono li, pensava fra se e se.

Nel suo cuore invece suonava, già da tempo una melodia, che diventava ogni mese sempre più complessa. Da principio una semplice arpa solitaria nel silenzio della creatività, un motivetto pieno di speranza, voglia di cambiare gli eventi intorno a se, epicità, suoni forti squillanti potenti, si unirono ben presto piccoli corni, tintinnii di triangoli, tamburi. Man mano che passavano i giorni con l'evolversi degli sfortunati eventi quel motivetto cambiava ritmo, cambiava intensità sonore, cambiava la musica al cambiare degli scenari intorno a lui. Amici che partivano per il lungo viaggio senza ritorno, piccole gioie per piccole scaramucce trasformate in successi del tutto stuprate e cancellate e da battaglie perse in malo modo. La speranza tema portante di quella prima sinfonia, lasciava il passo alla rabbia, alla delusione allo sconforto. Quando il motivo era ormai diventato quasi un sibilo, ecco arrivare il suono di quel violino freddo, sinistro, ma potente, minaccioso, impetuoso che avvolgendosi a quel sibilo rimasto lo trasformò lo invigorì, gli fece da controcanto ed il sibilo tornò sinfonia. Si aggiunsero altri archi, timpani, piatti, i corni diventarono strumenti a fiato, arrivarono gli ottoni a dar corpo a quel motivetto che tale più non era. 
In fine si aggiunse una flebile voce che divenne ben presto coro, quello che , nel suo primo pensiero era un semplice tronco dove il Maestro stava suonando divenne un palco, il morbido e caldo velluto rosso sangue delle tende aperte, i cordoni d'oro che le tenevano spalancate. I pochi curiosi animali che ascoltavano il motivetto iniziale adesso erano folle, acclamanti, rumorose ed ansiose di poter battere le mani...

La musica suonava rigogliosa come una foresta in piena primavera, si sentivano suoni di sottofondo, la notte ora non era più buia, l'idea non era più tale ma trasudava realtà in ogni suo piccolo particolare, il motivetto ora era un concerto, potente, vibrante, il cuore gli batteva nel petto, il sangue ribolliva nelle sue vene, tutto quello che aveva sognato e sperato poteva diventare realtà. 
Su quel palco le sue mani stanche avevano ritrovato nuova vita, ed ora si agitavano e venivano seguite dai suoni emessi da ogni singolo strumento, alzandosi ancora suonando la sua arpa si guardò intorno ed una lacrima gli solcò il viso quello per cui aveva tanto studiato e lottato era li quella sera il suono era talmente perfetto che gli faceva male il cuore per tanta emozione.

Dal pubblico un sibilo si innalzò, impercettibile pian piano divenne sempre più scandito, più chiaro e più intenso...."vendetta vendetta vendetta vendetta"