Da quanto aveva varcato la soglia di quel tempio, Andrej era stato travolto da un turbine di attività che avevano quasi nascosto, alla sua mente, quanto di brutto gli era successo fino a quel momento. Come a volerlo sempre con la mente e il corpo occupati il Monach Borja, scelto direttamente da Valerian Reinev, aveva iniziato a seguire con particolare attenzione Andrej, dandogli ulteriori compiti quando a riposo, rimarcando ogni gesto e punendo laddove necessario ogni errore.
Il Monastero dello Scudo dell'Alba non è, infatti, un luogo per deboli, qui sono forgiati i migliori guerrieri del Mattino, coloro che un giorno riceveranno i doni per la vendetta della Luce.
Da tutti i templi del Signore del Mattino, infatti, ogni anno, sono scelti 10 bambini di 6 anni che hanno dimostrato le caratteristiche: fisiche, mentali e di devozione necessarie per diventare i Monach Guerrieri, seguendo l’esempio de “Il Mentore”, il primo Campione dell’Alba. Questi pochi selezionati vengono inviati al Monastero dello Scudo dell'Alba per ricevere la giusta educazione.
Arrivato già grande, ad Andrej non fu facile inserirsi nelle gerarchie e fra i giovani monaci, venne immediatamente isolato poiché molto indietro dal punto di vista culturale; sapendo leggere a malapena aveva difficoltà ne seguire le lezioni e gli insegnamenti teologici. La sua fortuna però fu la propria forza, Andrej infatti staccava già parecchi compagni per stazza, costituzione e tecnica di combattimento, sopratutto con l'arma sacra del Signore del Mattino: la lancia. Il Signore del Mattino gli aveva dato una valida merce di scambio e Andrej era molto capace nello barattare una lezione di combattimento con qualcuno che scriveva le sue orazioni oppure per non andarci con la mano troppo pesante in un combattimento di allenamento.
Quanto venne scoperto, Andrej fu punito molto duramente ma non espulso. C'era qualcosa che impediva di allontanarlo dal Monastero, c'era qualcosa di più che neanche lui comprendeva. Tuttavia vista l'impossibilità di espellerlo, i Monach decisero che Andrej doveva imparare l'umiltà e il rispetto tanto dell'amico quanto dell'avversario e iniziarono a farlo allenare, all'alba dei suoi 13 anni, con i Monach più anziani Questo gli portò non poche cicatrici, ma come dice il detto: "Ciò che non uccide, fortifica" e le sue capacità continuavano a migliorare, a differenza della disciplina.
Ai 14 anni,momento dell'Iniziazione, Andrej peccava di presunzione e di mancanza di disciplina. Fu però l'Iniziazione ha cambiarlo e fargli scoprire la vera via della fede. Ai giovani Adepti infatti veniva data una lancia, simbolo della lotta e della fede nella Luce, e li si lasciava alle pendici della montagna in piena notte. Compito dell'Adepto è quello di rientrare al Monastero, il cui simbolo viene illuminato per l'occasione da 1000 candele, che come la fede vanno curate e mantenute sempre accese, per poter brillare come un faro nel cuore di Barovia.
Quella serata era iniziata nel peggiore dei modi, con nubi cariche di pioggia che balenavano all'orizzonte. Il giovane Andrej e il Monach Borja, suo accompagnatore, erano arrivati alla base della montagna già zuppi. Andrej fu lasciato lì ad attendere l'arrivo della notte dappresso ad un piccolo altare votivo; all'ultimo raggio di luce sarebbe dovuto partire per scalare la montagna. La notte fu un tormento, non solo nel fisico per le ferite nei due scontri che Andrej dovette affrontare con animali e bestie feroci, ma sopratutto per la mente.
La notte e la tempesta possono giocare brutti scherzi. Andrej si sentì quasi impazzire quando fra un bagliore illuminò una figura altera e ammantata di nero che tendeva le sue grinfie su di lui. Il terrore pervase ogni cosa... Le orecchie fischiavano... La vista era annebbiata e il cuore batteva cosi forte da sembrare un minatore che scava la sua via di fuga attraverso il petto.
Inizio a correre per il bosco...
i rami laceravano i vestiti e la pelle...
la pioggia e la grandine sferzavano il volto rigato dalla lacrime...
quando cadde a terra, in preda all'orrore sembrava che ogni cosa fosse perduta....
credeva di rimanere lì per sempre...
...eppure con gli occhi chiusi, riuscì a percepire il calore delle mille candele del simbolo dello Scudo del Mattino.
Ne vide la calda luce che splendeva sul monte.
E lì la sua mente comprese la più grande rivelazione: che per quanto buia possa essere la notte, piena di orrore, arriverà sempre la calda luce del giorno a rischiararla e a dissipare ogni timore.
Da quel momento l'ardore della Fede brillò dentro Andrej. Spinto da questa forza e dalla sua prestanza Andrej si dedicò anima o corpo agli allenamenti e all'istruzione, desideroso soltanto di diventare un baluardo, diventare uno Svaty Mstitel (Santo Vendicatore), il Campione dell’Alba.
lunedì 16 febbraio 2015
giovedì 5 febbraio 2015
Il Rapimento
Si era trattata di un'imperdonabile leggerezza.
I vistani la seguivano da prima che entrasse nel tempio e non aspettavano altro che l'occasione per avvicinarla da sola, senza la protezione del suo accompagnatore.
Anche il loro approccio era perfettamente prevedibile: l'oscurità della sera e l'indifferenza dei baroviani erano lì a proteggerli, in due le venivano incontro mentre un terzo la attendeva nell'ombra, eppure c'era cascata in pieno.
La ragazza non fece in tempo a formulare il suo incanto per svanire da davanti ai loro occhi. Avrebbe dovuto farlo prima, appena uscita dal tempio, ma aveva ancora paura a rivelare la sua natura persino ai suoi compagni di viaggio.
Venne colpita alle spalle e sentì subito le gambe cederle, le forze venirle meno e perse i sensi.
Rinvenne all'interno di un vardo in movimento, ricoperto su tutte le pareti da drappi colorati, abbastanza spessi da oscurare qualsiasi fonte di luce esterna, relegando ad un piccolo lume ad olio oscillante il compito di rendere appena visibile l'ambiente circostante.
Era adagiata su una scomoda branda, imbavagliata e legata mani e piedi. Uno dei suoi rapitori era seduto di fronte a lei, la fissava senza realmente osservarla, il suo sguardo perso da qualche parte tra i ricordi e l'immaginazione. Erano Zarovan.
La testa le doleva ancora alla base della nuca, ma la debolezza che le attanagliava le membra non era dovuta a quello: era stata drogata, non riusciva a pensare nitidamente e quasi non sentiva le gambe, figuriamoci cercare di sollevarsi o ribellarsi.
Il vistani sorrise mostrando un vistoso quanto opaco dente d'oro.
Le somministrarono la stessa sostanza altre due volte durante il viaggio, provò a sputarla ma persino la lingua era intorpidita ed il compito più arduo del suo rapitore fu il sincerarsi che non soffocasse.Quando finalmente il vardo si fermò, la tenda rossa venne spostata e la piccola porta sul retro aperta. L'ambiente angusto venne inondato da luci abbaglianti e suoni di festa: tamburelli, liuti e flauti. Faticò a discernere se fossero reali o frutto della sua immaginazione distorta dalla droga.
Era quasi il tramonto e le acque della cascata di Tser riflettevano un cupo arancione schiantandosi fragorosamente nello stagno sottostante.
La sagoma del Castello incombeva inquietante sulle pareti aguzze e frastagliate del Passo di Svalich.
Un numero imprecisato di donne, sia bambine che fanciulle che rugose anziane, si affaccendarono attorno a lei lavandole il viso con panni umidi, spogliandola dei suoi abiti da viaggio sporchi e malconci e ricoprendola di nuovo in caldi, profumati e colorati tessuti vistani.
Le raccolsero i capelli e detersero la fronte, li fermarono con un fazzoletto, coprendole la fronte ed annodandolo sotto la nuca.
Rimase in balia del delirio e di decine di mani che continuavano a girarla, spostarla, spingerla e trascinarla.
Quando le luci e le ballate svanirono anche la trottola si fermò.
La testa continuava a pulsare e attorno le sagome dei colorati vistani avevano lasciato spazio alle tetre dimore degli abitanti del villaggio di Barovia, barricati dietro pesanti scuri già dal calar del sole.
La carrozza nel centro della piazza era lì per lei. Due maestosi destrieri dagli occhi neri come pece erano gli unici a condurla, nessun postiglione, nessun paggio. La porta si aprì per lei e l'invito silenzioso ad accomodarsi fu, nello stato mentale in cui si trovava, semplicemente irresistibile.
Sedette e le palpebre pesanti si chiusero mentre la carrozza prese la via per il fianco del monte.
Non passarono che pochi minuti quando rinvenne. Il mezzo era ancora in movimento, spostando la tenda vide dall'alto il cupo splendore del passo di Svalich, attraversando su uno stretto e lungo ponte di pietra le cascate di Tser, affacciata su una valle completamente sommersa dalla nebbia, con le poche luci del villaggio di Barovia e le molte del campo Zarovan a far capolino nella foschia.
Svanì tutto all'improvviso quando gli zoccoli dei destrieri iniziarono a calpestare il legno di un massiccio ponte levatoio ed i bastioni del castello avvolsero la carrozza facendola sparire dal resto del mondo.
La ragazza provò ad aprire lo sportello prima che fosse troppo tardi, ma una forza oscura lo bloccava e non poté nulla fino a quando il viaggio non fu concluso.
La testa le pulsava ancora, le membra deboli per lo stordimento e la gola arsa dalla sete; i colori vivaci del Campo di Tser avevano lasciato il posto ad un grigio cortile interno, circondato da muri invalicabili di pietra scura.
L'unica illuminazione proveniva dalla luna ormai quasi piena che appariva a tratti tra le nubi e da un paio di torce lasciate accese all'ingresso del mastio, ad indicarle la via. Lo sportello si aprì senza che nessuno fosse fuori ad attenderla, i destrieri immobili a capo chino, come se avessero improvvisamente esaurito ogni energia vitale.
Martha roteò lentamente su stessa e alzò lo sguardo, in cerca di altre vie d'uscita. il ponte levatoio cigolò e finì di chiudersi fragorosamente alle sue spalle, sagome terrificanti di immobili guardiani di pietra sembravano osservarla dalle merlature: orribili gargolle dalla fronte cornuta.
Tutto appariva vuoto e fermo, eppure la ragazza percepiva la presenza di infinite creature, tante quante erano le guglie e gli anfratti oscuri della colossale fortezza. Percepiva su di se lo sguardo di mille occhi malvagi e si sentì nuda, fragile, impotente.
Le gambe le cedettero nuovamente e cadde in ginocchio.
Pensò di rimanere ferma lì, o trovare di nuovo rifugio nella carrozza. Era terrorizzata, la spaventava ancor di più il fatto che nulla stesse accadendo, come se il male in agguato non aspettasse che una sua mossa per manifestarsi e quindi preferiva restare ferma, inerme, cercando di calmarsi, di raccogliere le idee, detestandosi per come era finita in quella situazione, cercando di scardinare il portone immaginario che la separava dal resto dei suoi ricordi e che forse avrebbe potuto dare un senso a tutto ciò che ora le capitava.
Si portò le mani alla testa ed urlò all'aria fredda della notte tutta la sua frustrazione.
Come a rispondere al richiamo i portoni del mastio si aprirono, di nuovo senza che nessuno fosse lì, mostrando un corridoio illuminato e lussuosamente arredato, percorso fino in fondo da un lungo tappeto viola e nero.
Martha avvertiva il tepore provenire dall'interno della fortezza, le fiamme calde delle torce la invitavano ad avvicinarsi, la stessa sensazione che l'aveva portata ad entrare nella carrozza, lo stesso richiamo innaturale e ancora, nonostante la sua mente fosse stavolta sgombra, parimenti irresistibile.
Attraversò l'ampio corridoio, dipinti ed armature, arazzi e stendardi. Tutto immobile, tutto freddo, la temperatura interna del castello non era più alta di quella all'esterno, sul gelido pendio del monte, ma quell'inspiegabile calore continuava ad avvolgerla, a trainarla e lei, incantata, attraversò inseguendolo corridoi e rampe di scale, in cui le torce si accendevano al suo passaggio e spegnevano di nuovo alle sue spalle, facendo sprofondare nell'oscurità il sentiero da lei percorso.
Giunse infine nell'ampia sala da pranzo in cui il suo ospite la attendeva, seduto all'estremità opposta di un tavolo che poteva ospitare dozzine di invitati a cui erano però accostati soltanto due scranni sugli opposti lati corti.
La tavola era apparecchiata, servizi pregiatissimi in oro e cristallo, dovevano valere una fortuna, eppure nessuna pietanza era stata preparata, nessun maggiordomo era lì ad attenderla. La stanza era vasta e fredda ma anche vuota, poteva intuirlo nonostante il buio circostante dato che l'illuminazione era talmente scarsa da abbracciare solamente l'area appena circostante al tavolo.
Il calore, l'unico vero conforto in quel luogo terrificante, proveniva dall'uomo seduto all'altra estremità della tavolata. Strano a dirsi perché nel profondo dell'animo la ragazza poteva chiaramente avvertire che tutto il castello, tutto l'orrore che provava e tutto ciò che le era successo in passato e sarebbe presto accaduto dipendevano esclusivamente da quella figura: il Conte Strahd Von Zarovich.
Illuminato a malapena dalla fioca luce di un candeliere il Signore di Barovia sedeva impassibile carezzando con le dita affusolate un massiccio calice di vino. Gli occhi scuri, magnetici, incorniciati da folte sopracciglia brune, erano fissi sulla sua ospite, incapace a sua volta di distogliere lo sguardo.
La fece sedere, perché era ormai assodato che lei non potesse far nulla che non fosse la volontà del suo ospite, e poi rimase a fissarla in silenzio per lunghi istanti.
Martha voleva aprir bocca, voleva parlare, forse gridare, forse implorare pietà oppure porre mille domande sui perché che da troppo tempo continuavano a tormentarla, come se l'uomo davanti a lei fosse un dio, in grado di fornirle le risposte, fornirle una causa per ogni evento che aveva tormentato la sua esistenza fin dalla nascita ed in grado di renderla di nuovo cenere in un batter d'occhio.
Il cuore le balzò in gola quando il Conte parlò:
"Mi sembra ovvio che ci sia stato un malinteso."
La voce era calda e profonda, avrebbe potuto definirla persino affascinante se tutto il contesto non suggerisse invece soltanto solitudine e disperazione.
"Eppure la raunie ha insistito perché tu fossi qui ed ora ne comprendo il motivo."
Il Conte si alzò, rivelando una statura sopra la media e la corporatura massiccia di un condottiero, avanzò lungo il tavolo sfilandosi dalle dita un raffinato guanto di seta nera.
Un osservatore esterno avrebbe detto che la ragazza sembrava completamente ammaliata e concentrata su quella figura, ma non avrebbe saputo ascoltare le grida della sua anima terrorizzata ad ogni passo che la rendeva più vicina.
Le dita nude del Signore di Barovia erano fredde come metallo, carezzarono delicatamente il volto di Martha per scivolarle lungo il collo lasciato scoperto dagli abiti vistani e poi giù fino all'orlo del vestito. La ragazza chiuse gli occhi umidi di lacrime mentre il Conte le scopriva la spalla, rivelando il misterioso marchio che magicamente le era stato impresso.
"Ed ecco ciò che desta il mio interesse... ma ne discuteremo dopo cena."
Un istante dopo la ragazza venne violentemente pervasa dallo stesso calore che fino ad un istante prima percepiva provenire dal suo ospite, il suo corpo si sollevò in preda ad uno spasmo improvviso mentre canini sottili ed affilati come lame penetravano nella tenera carne del suo collo iniziando a risucchiarne sangue e linfa vitale.
La paura svanì insieme al dolore, la coscienza si perse in una dolce assuefazione mentre i sensi abbandonarono Martha, che finì esanime per abbandonarsi tra le braccia del Conte.
venerdì 23 gennaio 2015
L'ultimo saluto ad un amico
Dopo aver controllato la situazione intorno alla tana della gigantesca orsa, il gruppo decide di attirare il mostruoso animale fuori dalla tana, per vedere se al suo interno si nasconde Hugo come Pate aveva fatto sapere. Si occupano di questo diversivo Lukan, Kuzja ed Andrej.
Riescono nell'impresa in parte poiché l'orsa non appena si è accertata che parte degli assalitori si era dileguata di gran passo si appresta a tornare verso la tana, dove nel frattempo erano scattati Bogdan, Astrid e Mircej. Il gruppetto dei tre riesce a malapena nell'intento di trovare Hugo quando la figura imponente del grosso animale si staglia sull'entrata della tana.
Hugo appare agli occhi di Bogdan diverso, sembra soffrire qualche malattia, avendo molto meno irruenza e forza di come il giovane cacciatore ricordava. Non c'e' tempo per molte spiegazioni, ne per troppi giri di parole, bisogna uscire ed uscire in fretta prima che l'orsa sentendosi minacciata nella sua tana li attacchi tutti.
Infuria la battaglia, il gruppo cerca di uscire dalla delicata situazione, tentando al contempo di non uccidere la gigantesca orsa, che colpe non ha se non quella di difendere il proprio territorio. Bogdan sa bene che in quel caso nessun animale può essere indotto alla calma, la lotta per la sopravvivenza è più forte di qualsiasi amore, simpatia o affinità.
Messa fuori combattimento l'orsa, i tre non hanno nemmeno il tempo di riunirsi con Kuzja, Andrej e Lukan, che li hanno supportati nel combattimento, poiché tutto intorno alla tana li aspetta una terribile sorpresa. L'esercito dell' Uccisore, con lo stesso in testa, venendo meno l'impedimento del grande animale, aveva atteso il momento giusto per mostrarsi, reclamando allo stesso tempo la testa di Hugo.
Bogdan non può credere ai suoi occhi, si è appena ricongiunto con uno dei suoi amici e maestri e gli viene chiesto di abbandonarlo di nuovo. Hugo spiega al gruppo che parte della sua anima è già in possesso all' Uccisore e che non sopporterebbe l'idea di diventare un burattino nelle sue mani, come tutti i componenti del suo macabro esercito. Bogdan, in un primo momento non riesce a soddisfare la richiesta dell'amico, si rifiuta di dargli una giusta morte, in un attimo riaffiorano nella sua mente i momenti felici passati con la sua banda e sprofonda in buio di emozioni.
Dal quale si desta solo quando Hugo, visibilmente provato, sfodera le asce per uccidersi, in quel momento lo spirito selvaggio che in parte lo contraddistingue prende il sopravvento. Il giovane ranger, vicino al grande cacciatore capisce quale enorme onore gli è stato concesso, e sente di rispondere al codice non scritto che lo vincola nell'onorare la richiesta del suo amico. Con il cuore lacerato dal dolore, fa un cenno di intesa ad un rassegnato Hugo, individua il punto meno doloroso per affondare la lama e dona al suo amico una dolce morte. Il pugnale affilato si fa strada tra le carni dell'enorme uomo, più la vita abbandona il corpo di quest'ultimo, più a Bodo sembra che il viso provato e senza espressione, riguadagni quella possenza e quella vitalità che lo contraddistingueva un tempo. Hugo si accascia al terreno guardando l'amico e chiedendo un ultimo favore, di salvare l'orsa eroica che lo ha tenuto in vita fino ad ora. Forse solo nella sua mente o forse no Bogdan vede dipingersi un sorriso di serenità sul volto dell'amico si morente ma anche sollevato per aver raggiunto i suoi avi come spirito libero e non vincolato ad un essere malvagio.
Dal quale si desta solo quando Hugo, visibilmente provato, sfodera le asce per uccidersi, in quel momento lo spirito selvaggio che in parte lo contraddistingue prende il sopravvento. Il giovane ranger, vicino al grande cacciatore capisce quale enorme onore gli è stato concesso, e sente di rispondere al codice non scritto che lo vincola nell'onorare la richiesta del suo amico. Con il cuore lacerato dal dolore, fa un cenno di intesa ad un rassegnato Hugo, individua il punto meno doloroso per affondare la lama e dona al suo amico una dolce morte. Il pugnale affilato si fa strada tra le carni dell'enorme uomo, più la vita abbandona il corpo di quest'ultimo, più a Bodo sembra che il viso provato e senza espressione, riguadagni quella possenza e quella vitalità che lo contraddistingueva un tempo. Hugo si accascia al terreno guardando l'amico e chiedendo un ultimo favore, di salvare l'orsa eroica che lo ha tenuto in vita fino ad ora. Forse solo nella sua mente o forse no Bogdan vede dipingersi un sorriso di serenità sul volto dell'amico si morente ma anche sollevato per aver raggiunto i suoi avi come spirito libero e non vincolato ad un essere malvagio.
Dal fugace scambio di parole con l'Uccisore, che attendeva l'evolversi della vicenda di Hugo, il gruppo apprende che lo stesso non ha interesse nel combatterli, non essendo stato pagato per le loro teste, come invece è stato fatto per tutti i capi della ormai sgominata banda di Bodo.
Poco prima di andarsene l'Uccisore rivela a Bogdan che qualcuno ha pagato affinché fosse stata fatta salva la sua vita, ma non rivela il suo nome.
Il gruppo decide di partire alla ricerca dell' ultimo dei superstiti della banda, Rannarth il maestro delle aquile, che almeno a quanto affermava Hugo, dovrebbe trovarsi in un accampamento segreto sul Pinnacolo, tra i monti Sawtooth a sud est della posizione attuale. Dopo aver stabilizzato e parzialmente curato la gigantesca orsa, mandano il messaggio a Lev, tramite la coppia di pergamene magiche e si dirigono al punto di incontro precedentemente pattuito. Purtroppo aspettano invano, Lev non sembra arrivare, dopo aver scoperto che Lev non è mai tornato a Cuzau, trovano delle tracce che puntano verso l'accampamento della banda di Pate.
In seguito ad una veloce ricognizione di Bogdan, scoprono che Pate e la sua banda si sono impossessati della carrozza rinforzata e probabilmente tengono anche Lev in prigionia.
Il gruppo riflette su come liberare Lev e tornare in possesso della carrozza.
venerdì 9 gennaio 2015
Il sentiero interrotto
Pate interrogò Kuzja e Bodo in maniera dettagliata si
soffermò, chiedendo più volte all’esploratore come avesse fatto a salvarsi,
visto che tutti o quasi i componenti della sua vecchia banda erano o dispersi o
morti. Arrivò addirittura ad insinuare che fosse lui il traditore che avesse
rivelato la posizione della banda al Conte. In cuor suo Bogdan sentiva mescolarsi sentimenti differenti
che inesorabilmente andavano a minare le sue poche certezze, avrebbe voluto
dire basta a tutto questo e lasciarsi andare, avrebbe voluto piangere e
disperarsi alle terribili notizie che gli venivano riferite, ma sapeva che non
poteva permettersi questo lusso. I suoi amici, i suoi mentori, i suoi compagni non c’erano
più, quella flebile speranza di poter almeno riabbracciare Rennarth svanì alle
prime parole del Segugio.
Non appena Bogdan chiese informazioni sui suoi amici
e componenti della sua banda, inesorabili risuonarono nella spoglia stanza le
parole di morte. Pronunciando uno ad uno i nomi dei suoi amici, tra se e se,
dovette lottare per ricacciare le lacrime dai suoi occhi, lo sconforto prese il
posto dell’agitazione, ed a sua volta lasciò, ben presto il posto alla rabbia. Le nocche si serrarono inconsciamente in un maglio esangue,
il suo cuore che batteva all’impazzata per l’eccitazione di ritrovare vecchi
compagni, sembrò scandire con i suoi battiti dei rintocchi di una campana suonata
a morte, suona per chi aveva condiviso con lui il periodo più bello della sua
vita fino ad oggi.
Pate aveva lasciato un filo di speranza, nel giovane ranger,
Hugo il cacciatore era ancora vivo e si vociferava si fosse rintanato nei
luoghi che conosceva meglio di chiunque altro, luoghi perigliosi ai quali in pochi
avrebbero avuto l’ardire di addentrarsi.
Al suo inseguimento ovviamente si era gettato l’Uccisore con il suo
manipolo di morti ritornati, era passato da qualche giorno per le strade di
Cuzau, seminando orrore tra i cittadini residenti. Bogdan pensò che un
passaggio del genere alla luce del sole in una cittadina popolata, poteva
significare solo una cosa, i seguaci dello stendardo nero con un teschio senza
orbite campeggiante, non avevano paura di farsi notare, non temevano nessuno. Recuperate le armi di Astrid e Mircej, saggiamente nascoste
prima di presentarsi alla banda di fuorilegge di Pate, il gruppo si inoltrò
senza paura e con una certa fretta all’interno del bosco, sapendo, dalle
informazioni dettagliate ricevute, che l’Uccisore era entrato nello stesso
bosco qualche tempo prima, Bogdan e Lukan andarono in avanscoperta per evitare
di finire in trappola.
Evitate, non senza alcuni problemi, le sentinelle non morte poste
a delimitare il luogo dove l’Uccisore aveva posto il campo, il gruppo giunse,
grazie anche alle visioni di Mircej, in prossimità dell’entrata della tana dell’orso
gigantesco che infestava quel bosco. Superato un “incontro fortuito”, forse meglio
definirlo uno scontro, con un enorme cinghiale, di cui Mircej volle
disperatamente provare la possenza, si apprestarono ad entrare nella tana.
giovedì 8 gennaio 2015
Riti e ricordi

Quella notte Kuzja, proprio nelle stanze della locanda dall'infausto nome, si dedicò ad un lungo rito di comunione con la Dea, come non aveva avuto modo di fare negli ultimi turbolenti tempi.
Kuzja iniziò dapprima a purificare la stanza, accendendo dell'inceso ed aprendo la finestra, per far entrare qualche debole e pallido raggio della luna appena crescente. Poi si spogliò per purificare il suo corpo con acqua e sale. Nel farlo scoprì il torso, segnato dalle ustioni delle fiamme d'ombra scatenate dal demone pochi giorni addietro. Quella larga cicatrice, dal colore quasi nero, aveva resistito persine alle cure miracolose di Pan Goe e del suo Dio lontano. Sarebbe rimasta per sempre sul suo corpo, come ricordo dell'esperienza e come monito per i suoi dubbi. Un altro marchio da portare indosso a testimoniare la sua vita scandita da eventi tra il misterioso e lo stupefacente.
Finite le abluzione Kuzja posizionò una sedia in direzione del nord e su di essa appoggiò il suo pugnale ed una coppa di vino. Dopodiché disegnò un cerchio in terra che comprendeva all'interno la sedia, che avrebbe svolto le funzioni di un altare improvvisato.Kuzja s'inginocchiò davanti all'altare, recitando lunghi brani tratti dal testo sacro "I racconti dell'eternità". Terminate le preghiere iniziali prese il pugnale e lo affondò nella coppa piena di vino, esclamando : "Hala liberami dalle sofferenze, guidami verso la Tua saggezza!". Dopodiché Kuzja bevve il vino dalla coppa e rimase in meditazione per lungo tempo godendo della ritrovata comunione con la Dea.
Finito il rituale Kuzja si addomentò in un sonno profondo e ristoratore, in cui sognò frammenti del suo primo rituale, in cui fù iniziato al culto della Dea.
Il grosso pentacolo inscritto nell'erba che accoglieva quattro altari, il più grande dei quali rivolto a nord, illuminati dalla luce della luna piena. I volti delle tante persone presenti, avvolti nell'ombra indistinta dei ricordi,con poche eccezioni: Lucius, il Ministro ed il Maestro Sephir. Il ministro che invita Kuzaj ad entrare nel circolo: "La Dea ti ha giudicato meritevole. Entra nel circolo ed inginocchiata alla Sua presenza". L'odore pungente di incenso, la sensazione del sale sulla sua pelle, l'erba umida sotto i suoi piedi e l'acqua fredda che lava via tutto. I corpi svestiti, le preghiere mormorate da tutti all'unisono a formare un'unica potente voce.
"Novizio, i misteri della Dea sono infiniti. Non possiamo sperare di conoscerli tutti, possiamo però seguirli lungo il cammino della nostra vita. Come Novizio imparerai e crescerai ogni giorno. Cercherai nuova conoscenza e ne otterrai in proporzione ai tuoi sforzi. Lascia che La Dea ti guidi nel tuo cammino."
Solo frammenti sparsi, ma evocativi e potenti: Hala ha ascoltato le sue umili preghiere ed ha rievocato in lui il primissimo passo del suo lungo cammino non a caso. Molti altri ne seguiranno a patto di farsi guidare dalla saggezza della Dea.
venerdì 2 gennaio 2015
Oltre il velo
Un silenzioso buio mi accolse. Smisi infatti di udire anche il mio respiro ed il battito del cuore. Ogni dolore, straziante sino ad un attimo prima, sparito, sostuito da una innaturale pace dei sensi. L'animo pervaso da speranze: di ricongiugersi ai propri cari da cui mi ero prematuramente staccato e di unirmi ad Hala in un intimo abbraccio come mai mi era stato possibile sinora.
Quest'attimo eterno di pace fu bruscamente interrotto da un doloroso respiro che riempì nuovamente i miei polmoni di aria fresca, facendo di nuovo battere all'impazzata il cuore nel petto. Un rintocco di campana mi scosse e miei occhi, seppur chiusi, furono accecati da una forte luce calda che squarciò il buio profondo da cui eravamo circondati.
La voce di Lukan, lontane alle orecchie, mi richiamava alla realtà chiendendomi ripetutamente come stessi. Guardai intontito il caliban che si avvicinava, non sapendo come rispondere. Le ferite che avevano dilaniato le mie membra sembravano quasi del tutto scomparse e la luce che dapprima mi aveva accecato ora sembrava scaldarmi piacevolmente. Sommariamente potevo dire di star bene, sebbene profondamente scosso.
L'esperienza appena vissuta mi aveva però turbato a tal punto che dopo lunghi secondi non riuscii che a basciare un : "Si, credo di si" assai poco convinto. Difatti una profonda inquietudine aveva iniziato ad intaccare il mio animo vacillante, in preda a tremendi dubbi.
Mi alzai aiutato da Lukan e mi unii ai miei compagni riuniti intorno a Pan Goe: il nano impugnava un imponente arma dalla sembianze di una campana, da cui scaturiva una forte luce calda. Percepii una potente aura mistica, in cui erano avvolti sia Pan Goe che la sua arma, che riempiva prepotentemente la sala liberata dal demone.
Pan Goe confermò alcuni dei miei dubbi: avevo effettivamente oltrepassato la soglia della vita, seppur per un brevissimo istante. Se sono tornato indietro lo devo solo al nano ed alla sua campana che il sacerdote ha usato per compiere un potente miracolo che mi ha riportato in vita.
Non avevavo mai vissuto un miracolo simile, ne pensavo che Pan Goe potesse essere in grado di compiere miracoli minimamente comparabili a questo. Che io sappia solo il Ministro è così in comunione con la Dea da poter invocare miracoli comparabili a questo. Che il sacerdote nanico dicesse la verità parlando del suo Dio? Forse divintà venerate in altri piani concedevano ai mortali poteri e miracoli inaccessibili a noi fedeli Baroviani?
In quei momenti invidiai molto l'incrollabile fede del mio amico Andrej: a differenza mia neanche nel momento più oscuro, per lui quindi più temibile, ha vacillato. Il mio animo è ancora debole, attanaglianato da tanti dubbi e da troppe domande senza risposta: il Chaos ancora mi domina talvolta portandomi frustrazione e dolore.
Salutammo Pan Goe ed uscimmo dalle sale naniche, pronti a riprendere il nostro cammino. Sino a sera fui di ben poca compagnia per i miei amici: la mia testa era altrove, persa in mille pensiere e per i miei compagni devo essere stato poco più che una marionetta.
Giunto il crepuscolo mi ritirai in preghiera: la lontanza da quel demone maledetto, la comunione con la natura e con la Dea furono un balsamo salvifico per il mio spirito, placando i miei tormenti. Hala illumina il mio cammino ed ogni volta che indugio mi allontano dalla sua saggezza e mi riavvicino al Chaos. In cuor mio so che solamente la sua saggezza può rispondere ai miei quesiti e darmi la sospirata serenità. Ora anche la mia mente è tornata a perseguire senza tentennamenti la strada indicata dalla Dea posso ambire un giorno a trovare la Radura dei Sogni Infranti...
Quest'attimo eterno di pace fu bruscamente interrotto da un doloroso respiro che riempì nuovamente i miei polmoni di aria fresca, facendo di nuovo battere all'impazzata il cuore nel petto. Un rintocco di campana mi scosse e miei occhi, seppur chiusi, furono accecati da una forte luce calda che squarciò il buio profondo da cui eravamo circondati.
La voce di Lukan, lontane alle orecchie, mi richiamava alla realtà chiendendomi ripetutamente come stessi. Guardai intontito il caliban che si avvicinava, non sapendo come rispondere. Le ferite che avevano dilaniato le mie membra sembravano quasi del tutto scomparse e la luce che dapprima mi aveva accecato ora sembrava scaldarmi piacevolmente. Sommariamente potevo dire di star bene, sebbene profondamente scosso.
L'esperienza appena vissuta mi aveva però turbato a tal punto che dopo lunghi secondi non riuscii che a basciare un : "Si, credo di si" assai poco convinto. Difatti una profonda inquietudine aveva iniziato ad intaccare il mio animo vacillante, in preda a tremendi dubbi.
Mi alzai aiutato da Lukan e mi unii ai miei compagni riuniti intorno a Pan Goe: il nano impugnava un imponente arma dalla sembianze di una campana, da cui scaturiva una forte luce calda. Percepii una potente aura mistica, in cui erano avvolti sia Pan Goe che la sua arma, che riempiva prepotentemente la sala liberata dal demone.
Pan Goe confermò alcuni dei miei dubbi: avevo effettivamente oltrepassato la soglia della vita, seppur per un brevissimo istante. Se sono tornato indietro lo devo solo al nano ed alla sua campana che il sacerdote ha usato per compiere un potente miracolo che mi ha riportato in vita.
Non avevavo mai vissuto un miracolo simile, ne pensavo che Pan Goe potesse essere in grado di compiere miracoli minimamente comparabili a questo. Che io sappia solo il Ministro è così in comunione con la Dea da poter invocare miracoli comparabili a questo. Che il sacerdote nanico dicesse la verità parlando del suo Dio? Forse divintà venerate in altri piani concedevano ai mortali poteri e miracoli inaccessibili a noi fedeli Baroviani?
In quei momenti invidiai molto l'incrollabile fede del mio amico Andrej: a differenza mia neanche nel momento più oscuro, per lui quindi più temibile, ha vacillato. Il mio animo è ancora debole, attanaglianato da tanti dubbi e da troppe domande senza risposta: il Chaos ancora mi domina talvolta portandomi frustrazione e dolore.
Salutammo Pan Goe ed uscimmo dalle sale naniche, pronti a riprendere il nostro cammino. Sino a sera fui di ben poca compagnia per i miei amici: la mia testa era altrove, persa in mille pensiere e per i miei compagni devo essere stato poco più che una marionetta.
Giunto il crepuscolo mi ritirai in preghiera: la lontanza da quel demone maledetto, la comunione con la natura e con la Dea furono un balsamo salvifico per il mio spirito, placando i miei tormenti. Hala illumina il mio cammino ed ogni volta che indugio mi allontano dalla sua saggezza e mi riavvicino al Chaos. In cuor mio so che solamente la sua saggezza può rispondere ai miei quesiti e darmi la sospirata serenità. Ora anche la mia mente è tornata a perseguire senza tentennamenti la strada indicata dalla Dea posso ambire un giorno a trovare la Radura dei Sogni Infranti...
giovedì 1 gennaio 2015
Il Teschio senza Orbite
Il vessillo del teschio senza orbite oculari su campo nero venne visto sventolare per la prima volta durante la lunga e sanguinosa guerra tra Re Azalin del Darkon e l'esercito invasore del Generale Vlad Drakov.
La guerra ebbe termine dopo anni di spargimenti di sangue quando le milizie Falkovniane, ormai stremate, decimate e soverchiate numericamente dai propri nemici, dovettero per forza di cose ritirarsi nuovamente entro i loro confini, ponendo fine ad ogni ambizione espansionistica del loro condottiero.
Azalin Rex lanciò un segnale potentissimo ai domini confinanti, elevando il Darkon, già notevole potenza commerciale, a prima potenza militare del Nucleo.
Il suo macabro vessillo riapparve anni dopo sui campi di battaglia del Richemulot e del Borca, dove, a capo di truppe mai composte da più di un centinaio di elementi, veniva impiegato principalmente nelle schermaglie e per stanare le avanguardie e gli esploratori nemici nascosti su terreni inospitali o impervii.
La comparsa del suo stendardo su suolo Baroviano è recentissima, non essendo in atto una vera e propria guerra civile e non avendo a che fare con gruppi militari addestrati, le truppe del Conte Strahd non avevano mai avuto bisogno del supporto di reggimenti esterni, ma lo scendere in campo di bande di fuorilegge più disciplinate ed organizzate al fianco di una fazione indipendentista Gundarakita sempre più attiva ha richiesto contromisure a dir poco drastiche.
Il Comandante Gurnbeld dei Gargoyle d'Ebano, emissario del Conte Strahd Von Zarovic, ha stipulato un contratto e sguinzagliato il cacciatore sulle tracce dello Straniero e della sua banda.
Da lì in poi la situazione per la resistenza Gundarakita è rapidamente precipitata, le voci a riguardo sono a cavallo tra realtà e superstizione, come è logico attendersi da un popolo oppresso e timoroso della notte come quello baroviano.
La rete dello Straniero era solida e composta da uomini fidati, il passo più difficile è stato pertanto quello di trovare un varco, una debolezza. Dopo poche settimane dall'arrivo dell'Uccisore è stata rivelata la collusione del Kapetan Emilian Buchvold con la banda di fuorilegge ed insieme a lui l'ubicazione di molti dei loro rifugi. Da quel momento in poi la caccia è stata spietata e sebbene si dica che alcuni dei capi, tra cui lo stesso Straniero, siano ancora latitanti, l'attività della banda è completamente cessata.
L'Uccisore si è rivelato predatore in grado di raggiungere risultati dove molti prima di lui avevano fallito, complice il suo aspetto terrificante, la sua abilità nel muoversi in ambienti selvaggi, la capacità di trovare e seguire la preda ed il nutrito numero di seguaci al suo comando completamente devoti.
Proprio a riguardo di questi ultimi circolano voci inquietanti che dicono che alcuni di quelli che l'Uccisore ha cacciato personalmente ed ucciso siano poi tornati dalla morte per servire il loro aguzzino.
Recentemente il borgo di Cuzau ha assistito alla macabra parata del Teschio Senza Orbite, in pieno giorno, guidati dal loro condottiero, un centinaio di soldati silenziosi e apparentemente senz'anima hanno percorso la via principale lasciando il centro abitato per dirigersi a nord, verso l'estremità della Foresta di Svalich nota come Bosco Crudele, in cerca forse degli ultimi capi della banda dello Straniero ancora in libertà.
Da questa inquietante marcia, tra i Gundarakiti, ha iniziato a circolare un nuovo nome per il cacciatore di uomini: lo Schiavista di Anime.
Dubbi
Bogdan percorrendo le ripide scale della vecchia magione ormai occupata da strani individui pensando tra se e se rimuginava sul recente passato. Le coincidenze che lo avevano portato a convincere il gruppo nel seguirlo verso questa svolta improvvisa degli eventi, lo opprimevano, spingevano sul suo stomaco come un macigno molto pesante e gli sembrava di avere il cuore in gola dalla trepidazione.
"Avrò fatto bene ? "
" Forse sono stato troppo avventato ? "
Eppure troppi indizi sembravano coincidere, troppi tasselli dall'incastro difficile sembravano accostarsi ed unirsi tra loro con naturalezza.
Chi era questo Pate? Come faceva a sapere tutte quelle cose? Sembrava un tipo sveglio ma nascondeva qualcosa. Mille domande cercavano risposta nella mente di Bodo, e quelle scale sembravano infinite.
Pete aveva uno strano modo di fare, troppo sospettoso, e quel difetto di dizione gli faceva sembrare fosse effetto di un sortilegio, sembrava come se un animale feroce fosse stato tramutato in essere umano.
Bogdan sorrise tra se e se, mentre rifletteva dove le mille domande avevano portato il suo pensiero...che sciocchezze stava pensando, l'adrenalinico momento stava offuscando i suoi pensieri, di solito fermi e razionali, ora idee gli esplodevano in mente come se fossero onde che si infrangono in un mare in tempesta.
Il loro girovagare, a volte verso una direzione sensata, altre verso direzioni sconosciute, gli faceva pensare ad un tronco in balia delle correnti, in un mare vasto, profondo, gelido e molto pericoloso, dove il gruppo suo malgrado era costretto a nuotare.
Bogdan sentiva il peso delle vite dei suoi compagni di avventura, ormai diventati fratelli nella notte e nella difficoltà, aumentare giorno dopo giorno. La suggestione di questo gli provocava una sensazione di bruciore proprio sul polpaccio dove era impresso quello strano tatuaggio, da quando ridestato in quella carrozza tempo fa, molte domande, giorno dopo giorno, si palesavano nel loro cammino, e le risposte, che erano riusciti a trovare, erano sempre insufficienti a rispondere a tutte le domande.
Una sensazione di frustrazione lo faceva sentire come in quegli incubi nei quali tenti di scappare da qualcosa, hai molto vantaggio, ma immancabilmente per quanto tu ti sforzi di correre veloce, il terreno sotto di te ti frena, diventa inconsistente, scivoloso, e tu non fai altro che annaspare, mentre da fuggitivo diventi preda, con il cuore in gola ti rendi conto che qualcosa sta accadendo ma tu sei impotente e non puoi evitarlo.
Qualcosa stava di sicuro accadendo, e chissà da quanto tempo, che loro fossero una flebile luce in un mondo di tenebre era ormai chiaro. In fondo lo erano tutti i cittadini di Barovia che giornalmente sopravvivevano con affanno ad un ambiente ostile e periglioso, ma loro avevano qualcosa in più, erano braccati dal Conte.
Non ci voleva un genio per capire che se un essere potente come il Conte li braccasse, poteva significare solo una cosa, che li temeva, o comunque temeva qualcosa che loro possedevano. Nessun predatore sicuro della propria forza investe tante energie e risorse per eliminare dei concorrenti, a meno che non abbia un interesse urgente di farlo.
Nel mentre mille pensieri si affollavano nella sua mente, intasando ed annebbiando la sua razionalità, la porta dello studio venne spinta da Pate, quello che successe dopo fu solo un precipitarsi di eventi, di certo vedere Martha mano nella mano in quel dipinto con Buchvald, non agevolò il districarsi dell'intreccio di domande e dubbi...
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