venerdì 2 giugno 2017

Errando per Laitia - Episodio 21

De li Prodigi de la Alchimia et sue Nefaste Conseguenze

Li Fossi di Etamar consistevano in uno sconfinato complesso sotterraneo di gallerie et grotte, naturali et non, completamente isolato da lo resto di Laitia, li cui abitanti erano mostri terribili, creature ancestrali et bizzarri soggetti che da tempo immemore avevano dimenticato vi fosse uno mondo sopra di loro, a la luce de lo sole.
Mentre li Eclettici Viandanti et lo mio mentore si addentravano ne le profondità di Rarte, io mi sistemai ne la Scuola de li Fossi che, protetta da li Bronzi di Batrace, sembrava assai più sicura di qualsiasi altro edificio ne lo borgo. Iniziai a risistemare lo laboratorio di Epirone, ignaro de li tragici avvenimenti che di lì a poco sarebbero accaduti. Tutto quanto sto per riportare non lo ho vissuto in prima persona, mi è stato riferito da Galvano et confermato da li altri compagni de lo Magistro Alburno che, ahimé, fu vittima di uno triste scherzo de lo fato.

Uno de li primi abitatori de li Fossi in cui li avventurieri si imbatterono fu una bizzarra donnicciola di nome Orzabotta. Viveva su lo fondo di una immane grotta cui si accedeva da uno pozzo di Ertama, in cui spazzatura et cianfrusaglie de lo borgo soprastante venivano solitamente gettate per non essere più riviste et le fungevano da sostentamento. Ricoperta di peli da testa a piedi, tanto fetente da annunciare la sua presenza a cento cubiti di distanza, ma tutto sommato gioviale et cortese, Orzabotta acconsentì ad aiutare li intrepidi in cambio di uno appassionato bacio da parte de lo fascinoso Peregrino Scarlatto che impavidamente, per lo bene de lo gruppo, si concesse et addirittura riuscì ne lo arduo compito di trattenere lo vomito. Orzabotta fornì loro uno stralcio di mappa, sebbene incompleta, che mostrava sia la conformazione de li Fossi che la posizione de li glifi piazzati da Epirone, o Piripicchio, ne lo suo folle piano di vendetta. Li eroi intrapresero quindi la via che conduceva a lo primo de li tre sigilli, quello recante lo simbolo di Aria.

La pericolosità de la grotta che dovettero attraversare traspariva persino da la mappa, essa aveva infatti vaga forma aracnoide et, manco a dirlo, si rivelò disseminata di viscide et appiccicose ragnatele. Li nostri si inoltrarono con grande cautela eppure non riuscirono in alcuno modo ad avere vantaggio quando uno nugolo di viscidi Ragni de li Fossi piombarono loro addosso da ogni direzione, ricoprendoli de la loro filamentosa bava appiccicosa. Lo scontro si mise male in pochissimi istanti, persino lo muscoloso Frandonato faticava a liberarsi et menar fendenti. Fu allora che lo prode Alburno ricorse a la sua ultima creazione: la Crisopea Viola.
Concentrandosi su la pietra che portava a lo collo ne uscì una nube che lo avvolse completamente, et in uno attimo si dissolse rivelando fattezze bestiali et feline, davanti a li occhi de li suoi compagni esterrefatti era mutato in una feroce et massiccia fiera leonina che iniziò a fare a brandelli li ragni ribaltando immantinente una situazione che si era rivelata estremamente pericolosa.
A la fine de lo scontro lo Magistro riprese le sue sembianze et si occupò, come sempre, de le ferite de li suoi compagni, stupiti et ammirati. Nessuno allora immaginava quale fosse lo rischio da correre per padroneggiare uno simile potere et quale caro prezzo di lì a poco sarebbe stato pagato.

Proseguirono et grazie a la mappa ottenuta da Orzabotta recuperarono in uno anfratto artificiale una curiosa pietra custodita su uno antico altare intitolato a Raim, entità pristina et oscura, in grado di assorbire lo calore intenso de le fiamme. Ovviamente Frandonato non ebbe remora alcuna a fare scattare la trappola che vegliava su di essa, ma ne sopportò anche le conseguenze et bruciacchiato proseguì lo cammino.
A uno tratto innanzi a loro si aprì una enorme grotta, in cui funghi sotterranei di variabili dimensioni sembravano letteralmente levitare a pochi metri da lo suolo, trattenuti da li filamenti de le loro radici et riempiti di una ignota sostanza gassosa più leggera de la aria et estremamente volatile.
Lo primo glifo de lo Piripicchio sembrava essere custodito su la cima di uno picco, isolato in uno immenso, profondissimo et tenebroso baratro, chiamato lo Orrido Nero, che da lì in avanti divideva li Fossi di Etamar in due. Ogni ponte precedentemente costruito sembrava reciso, di fatto tagliando fuori tutto ciò che c'era al di là da lo mondo di superficie.
Dopo lunghe discussioni et prove di galleggiamento Rafiseno tagliò i filamenti et si librò a cavallo di uno fungo, scoprendo di poterlo usare per levitare oltre lo baratro, sparì ne la oscurità.
Li altri invece legarono assieme due de li funghi più grandi, cercando di farne una piattaforma più stabile et coraggiosamente li diressero lungo la faglia, verso lo picco misterioso ove avvenne lo imprevedibile.

Quello che la mappa mostrava si rivelò essere veritiero et accurato. Ne lo mezzo de lo Orrido sorgeva uno pinnacolo su la cui sommità era stato costruito uno puzzolente nido di creatura che per fortuna sembrava essere altrove. Li eroi non avevano modo di approdarvi, già intenti a non cadere et manovrare li due funghi levitanti legati assieme, et così lo Magistro decise impavidamente di ricorrere di nuovo a la Crisopea mutandosi stavolta in creatura alata et avvezza a la oscurità di quelle sale. Dapprima si calò solo ne lo nido, frugò tra li resti umani et animali fino a trovare lo agognato medaglione argenteo di Aria et poi ricorse a lo suo potere.
Mutò in pipistrello gigante, la cui forma ricordava vagamente le sue fattezze, conservando pantaloni su le zampe posteriori et una frezza di pelo grigio su lo capo, et volò di nuovo dai compagni.
Quello di cui Alburno si rese subito conto fu la sfortunata contingenza de lo utilizzo de la pietra filosofale, giacché, per uno caso sfortunato, non calcolato, o forse per una semplice impurità non notata in precedenza, a lo scadere de lo effetto la sua forma non mutò: la trasformazione era resa permanente.
Ne li suoi studi aveva valutato questo genere di effetto collaterale, documentato da altri maghi, streghe et alchimisti prima di lui, ma ne aveva sottovalutato lo effetto o semplicemente reputato troppo rara la insorgenza in una opera raffinata da le sue sublimi capacità. Fatto stava che ora non poteva parlare, non poteva utilizzare li suoi strumenti et non poteva rimediare in alcuno modo, era prigioniero de lo suo incantesimo et ne le mani de li suoi compagni che avrebbero dovuto trovare uno rimedio.
Ad ogni modo non si diede per vinto et anzi, di lì a poco, la sua maledizione si rivelò provvidenziale giacché Frandonato su la via di ritorno perse lo equilibrio et precipitò ne lo Orrido, fu salvo solamente grazie a lo pipistrello Alburno che si gettò in picchiata et seppe afferrarlo et con fatica trascinarlo di nuovo a lo sicuro. Dopo di ciò la sua condizione fu chiara a tutti et concordarono che fosse lo caso di mettermene a parte.

Quando vidi Galvano apparirmi innanzi con tale bestia a lo seguito (mi perdoni lo saggio Alburno per averlo appellato in codesto modo) impallidii, ma quando seppi la verità fui veramente prossimo a lo svenimento! Occorreva fare qualcosa per porre rimedio et era chiaro che fossi io lo unico su cui lo Magistro contava realmente. Chiesi a lo mio mentore di rimanere ne lo laboratorio de la Scuola per guidarmi, in fondo possedeva ancora ogni facoltà mentale, sebbene non potesse comunicare se non con gesti semplici, ma lui volle tornare ne li Fossi di Etamar, capii dopo che aveva comunque intenzione di percorrere una seconda via, cioè trovare Epirone da Piretro, spezzare la Maledizione de lo Piripicchio et chiedergli supporto per riconquistare la sua forma originaria.
Rimasi così solo a finire di ordinare gli strumenti de lo alchimista di Calbatisia, sfogliando meticolosamente ogni suo tomo a la ricerca di uno filtro o controincantesimo adatto a lo scopo: lo mio maestro contava su di me.
Ne lo mentre li Eclettici Viandanti avevano fatto la conoscenza di Curucu, uno abitatore de le profondità, appartenente a lo popolo de li Cuccafratti, uomini da lo grosso naso che indossavano per lo più solo tuniche scure et vivevano da tempi immemori in uno villaggio sorto tra le rocce di una gigantesca grotta ne le profondità de li Fossi.
Curucu disse di essere la precedente guida de li Cuccafratti, spodestato da lo suo ruolo da quando le fonti di acqua de li Fossi vennero contaminate da la maledizione et giunse da la superficie uno figuro che si fece chiamare lo Cuciniere Nero, che aveva messo su uno enorme pentolone et dispensava uno antidoto temporaneo in grado di bloccare lo odioso "piripì" che si faceva altrimenti via via più presente in ogni forma di espressione.
Li Cuccafratti, incapaci di spezzare la maledizione, accettarono di portare offerte a lo Cuciniere Nero, lo elessero loro capo et quotidianamente facevano la fila dinnanzi a lo grosso calderone per una porzione di schifoso antidoto, preparato con vomitevoli sostanze. Quando li avventurieri rivelarono di conoscere lo modo per spezzare definitivamente la Maledizione de lo Piripicchio, Curucu decise di aiutarli come meglio poteva, fornendo loro nuove informazioni su li Fossi, sperando di riuscire così a scacciare lo usurpatore.

Frandonato, Rafiseno et Tristano vollero infiltrarsi ne lo villaggio et esplorarlo, ma attesero lo ritorno di Galvano et lo pipistrello Alburno prima di proseguire verso la nuova meta. Ne lo mentre esplorarono altre vie fino a giungere ad uno antico belvedere, affacciato su la parte opposta de lo Orrido, in cui, incastonato ne la parete rocciosa, uno volto di pietra sembrava bofonchiare frasi incomprensibili. Scoperto che uno pezzo di stoffa ostruiva la sua bocca, et liberatala, questa prese a ringraziarli et offrirsi di rispondere a domande su li Fossi di Etamar a patto che avessero risolto li suoi indovinelli.
Inutile dire che lo Peregrino et Rafiseno ci presero la mano, ottenendo quanto speravano. Compresero quindi che lo glifo di Fuoco era nascosto tra le fiamme de lo calderone de lo Cuciniere Nero, che altri non era che Epirone da Piretro sotto mentite spoglie, et che uno grosso tesoro era nascosto sotto una fontana. Ricongiuntisi con i compagni decisero quindi di tentare la sorte, anche per aiutare lo Magistro a tornare umano, recandosi a lo villaggio de li Cuccafratti,
Lo Cuciniere Nero indossava uno elmo da cavaliere di ferro scuro che ne occultava completamente le fattezze, dominava la grotta da uno scranno posto in cima ad una ripida scalinata. Supervisionava la fila di Cuccafratti intenti a mendicare la loro porzione di antidoto, protetto da alcuni di essi armati et uno mostro accucciato a li piedi de la scala: una temibile Manticora, creatura mitica, in parte leone, in parte serpente et da lo volto vagamente umano. 
Lo pipistrello Alburno seppe tenersi occultato strisciando su lo soffitto buio de la grotta et volando silenziosamente di appiglio in appiglio senza rivelare la sua presenza; li altri invece vennero su domanda accolti a la presenza de lo oscuro sovrano, ma prima che riuscissero ad esporre le loro ragioni, per qualche motivo, la Manticora scattò aggredendo Frandonato.
Ne scaturì battaglia in meno che non si dica et li nostri se la videro brutta finché non riuscirono a stendere lo mostro, poi lo pipistrello Alburno riuscì a sollevare lo Cuciniere Nero et farlo cadere in mezzo a li suoi compari, ai piedi de la scalinata, et lì, nonostante una strenua resistenza, dovette infine arrendersi.
Quando gli fu tolto lo elmo di metallo scuro, Epirone da Piretro, sembrò finalmente rimembrare chi fosse et impallidì. Li eroi compresero che lo anziano alchimista aveva perso la testa in seguito a le prese in giro su Piripicchio et aveva osato più di quanto dovesse, poi la cosa gli era completamente sfuggita di mano et qualche incanto su lo elmo lo aveva portato a nominarsi Cuciniere Nero et sovrano de li Cuccafratti tenendoli in ostaggio con lo antidoto a lo "piripì".
Ora Epirone era uomo distrutto da lo rimorso, non in grado di ragionare, et, come tristemente scoprì Alburno, non in condizione mentale di ritramutarlo. Pensarono che forse spezzando la maledizione (che tra l'altro si faceva ogni girodì più grave, sostituendo in "piripì" quasi ogni parola scritta o pronunziata) avrebbero ridato fiducia a lo alchimista.
Lo glifo di Fuoco venne recuperato facilmente grazie ad una intuizione sulla Pietra di Raim, gettandola ne le fiamme de lo calderone esse vennero infatti spente, permettendo di mettere mano a lo disco d'argento senza troppa fatica. I Cuccafratti però, di nuovo guidati da Curucu, insistetterò affinché Epirone rimanesse loro prigioniero et la maledizione venisse spezzata in tempi brevi, giacché ora nessuno avrebbe più preparato loro lo antidoto et presto li effetti si sarebbero nuovamente manifestati.

Ne lo frattempo, ne la sede de la Scuola de li Fossi, io continuavo a scartabellare in preda ad ansia ed angoscia per lo triste fato de lo mio signore et insegnante, ignaro de le ulteriori disgrazie che ancora lo attendevano.
Rimaneva lo terzo glifo, quello di Terra, che stando a la mappa et le indicazioni di Curucu sembrava trovarsi più a nord de lo suo villaggio, in uno ennesimo intrigo di grotte et caverne. Li eroi scelsero una de le due vie segnate et si ritrovarono loro malgrado ne la tana di una creatura incantata, assai pericolosa ma allo stesso tempo assai agognata da chiunque ne conosca lo valore: uno Basilisco, piccolo rettile piumato da la letale capacità di trasformare le sue prede in pietra con lo sguardo.
Mentre le giunture de li suoi compagni iniziavano lentamente ad irrigidirsi a causa de la malefica creatura, Frandonato prese ad inseguirla et prenderla a padellate finché la bestia non cadde, poi lo pipistrello Alburno, resosi conto di ciò che avevano di fronte, si affrettò a difenderne la carcassa memore de lo suo valore. Si dice infatti che li resti di uno Basilisco opportunamente bruciati siano parte fondamentale de lo processo alchemico di creazione de lo oro a partire da li metalli vili, in mani sapienti come quelle de lo Magistro avrebbe significato ricchezza assicurata per tutto lo gruppo.

Da la tana, attraverso una porta segreta, venne aperto uno cunicolo che portava ad una stanza più ampia, una sorta di mausoleo sotterraneo ne lo quale riposavano le spoglie immortali di uno cavaliere senza testa da la nera armatura. Non era la prima volta che uno spirito de lo passato riposava tormentato, né la prima volta che li Eclettici Viandanti avevano a che fare con cose simili, et così, quando lo fantasma si palesò animando li resti di ossa et metallo, nessuno ne fu sorpreso.
Attanasio Attenore, Gran Cavaliere di Sassofrasso, cadde combattendo eroicamente a la testa de li suoi cento armigeri su lo ponte a le porte di Etamar in tempi da lungo dimenticati, Rimembrato da li più come Attanasio Senza Testa perché dopo la sua morte essa venne persa, fu sepolto comunque con armatura et elmo, ma ora lamentava che anche questo ultimo gli fosse stato sottratto, nonostante fosse da secoli vuoto. Per di più a lo collo portava lo terzo sigillo, quello con lo glifo di Terra, chiave ultima per spezzare la maledizione.
Lo pensiero di tutti andò immediatamente a Epirone da Piretro, il fu Cuciniere Nero et odiato Piripicchio, et la via per il villaggio dei Cuccafratti fu percorsa di gran lena per recuperare et rendere lo elmo perduto a lo suo legittimo proprietario.
Attanasio Senza Testa fu di parola, lo Peregrino gli promise anche di riportare in auge le sue gesta tra i moderni laitiani, et egli consegnò lo disco argenteo et benedì gli eroici avventurieri.
In ultimo, su la via de lo ritorno, mezzo morto in una sala dimenticata, trovarono Pagnotta, assistente di Epirone et lo trassero in salvo. Lo pipistrello Alburno sperò fortemente che riunirlo a lo depresso alchimista avrebbe dato sprone per mettersi a lo lavoro su lo rimedio per la sua condizione.

Ogni pezzo sembrava essere finalmente andato a posto, la Maledizione de lo Piripicchio poteva finalmente essere spezzata, bastava recarsi a la sorgente, gettare li amuleti et pronunciare la formula magica che li nostri eroi avevano imparato a memoria. Poi li Cuccafratti avrebbero liberato Epirone, egli avrebbe aiutato me a salvare lo Magistro da la sua condizione et gli avremmo finalmente chiesto informazioni su la ambra incantata vero scopo de lo nostro viaggio in quel di Ertama.
Peccato che la via per la sorgente fosse disseminata di trappole et qualcuno, preso da la depressione, si fosse dimenticato di rivelarlo.
Quando li Eclettici Viandanti arrivarono infine a la sorgente erano tutti stremati da massi rotolanti et lance acuminate, Frandonato ferito gravemente, anche se caparbiamente si ostinava a non mostrarlo. Li nostri si fermarono per riprendere fiato et avvenne lo disastro: da la fonte maledetta si levò una orrenda et gigantesca creatura composta di acqua, con ben nove teste da le letali fauci et letale soffio.
Lo pipistrello Alburno venne preso di sorpresa, investito da uno getto di acqua rovente che lo scaraventò indietro lasciandolo in fin di vita. Anche gli altri vennero ferocemente aggrediti et tutti quanti riuscirono a guadagnare la via di fuga non senza immane rischio.

Senza lo Magistro ad elargire unguenti, pozioni et fasciature, la guarigione fu lenta et dura per Tristano et Frandonato, ma soprattutto Alburno anche dopo dieci girodì ancora giaceva malconcio ne lo corpo non suo di uno acciaccato pipistrello gigante.
Dovettero quindi lasciarlo a le cure di Samasso, lo più saggio de li Cuccafratti, che poté far poco altro che lenire le sue sofferenze sperando in una sua ripresa.
Li altri, in pensiero ma tornati più o meno in forze, chiesero di nuovo consiglio a la bocca di pietra risolvendo lo ennesimo indovinello et scoprirono che la Pietra di Raim era arma potentissima contro lo spirito de la sorgente, risvegliato da la Maledizione de lo Piripicchio et che doveva essere sconfitto per potere finalmente risolvere la intera faccenda.
Tornarono coraggiosamente indietro, superarono facilmente le trappole ormai scattate et affrontarono la bestia. Tra tutti fu Rafiseno lo più spavaldo che, impugnata la sua fionda sgradena, la usò per colpire con la pietra direttamente la testa principale de lo mostro, sconfiggendolo con una unica, roboante esplosione di acqua et vapore.
Frandonato gettò li amuleti et pronunziò la formula et infine la maledizione fu spezzata.

Li Eclettici Viandanti si dimostrarono eroi anche in Calbatisia, ne la storica città di Ertama, ma stavolta uno caro prezzo era stato pagato, lo mio Magistro, la saggia guida de lo intero gruppo, era intrappolato in forma aliena et in preda a spasmi di agonia. Solo lo tempo et la sua tempra avrebbero decretato lo suo fato...

sabato 13 maggio 2017

La maledizione dell'Alchimista (Atto 1)

Alla fine arrivammo in quel di Ertama
per cercare gloria et fama

La calura era tanta come lo era la sete
deserto lo borgo, fontana con acqua fresca, ben presto cademmo nella rete

Lo tranello de lo Alchimista ci colse in pieno
iniziammo ad intervallar parole e "Piripì" senza n' freno

Alla locanda trovammo no vendramino mbriaco perso
a capicce quarcosa riuscimmo tra biaschichi senza senso

Ce preparammo per l'arrivo de Tarquinio er maledetto
che ce fregò l'ambra sotto ar naso con n'infame scherzetto

De Epirone da Piretro trovammo la magione
cercanno de trovà na cura pe sta maldezione

Du bronzi de Batrace ce sbarravan la strada
Frandonato tenne botta, Tristano aprì la porta nel tempo de na sciarada

Lo malanno sembrava peggiorar co lo tempo che passava
cercammo cose utili ne la casa che di merda puzzava

Alburno trovò no strano incartamento
ma per interpretarlo fu no tormento

Trovammo la discesa pe li fossi
scennemmo con cautela per non rompese l'ossi

Incontrammo no strano esserino puzzolente
con un sacrificio de Tristano ricevemmo un pezzo di mappa fetente

Ci dirigemmo verso la cava dei ragni ramati
ben presto finimmo nella loro trappola nsalamati

Quando il momento fu tragico et disperato
Alburno risolse in leonina figura tramutato

Ce fermammo per curar le ferite e la fatica
rimpiangei di aver lasciato la via a me amica

Ci inerpicammo pe la strada dalla mappa indicata
per rincuorar lo mulo dovetti sonà na ballata

Mentre incedevamo con fatica pe li cunicoli scavati ne li sassi
Galvano lo cavaliero, forse senza macchia, ce raggiunse a grandi passi

Arrivammo a na sala ovale co no drago de pietra nera torniata
no corpo bruciato ancora rannicchiato e n'altare co na gemma sopra appoggiata   

Non emmo lo tempo de studià la trappola infuocata
che Rafiseno e Frandonato rischiarono de fa del gruppo na grigliata

Recuperata la gemma ce avviammo verso l'antro successivo
e ce chiudemmo dietro la porta massiccia d'ulivo

Li funghi sapevo fosser leggeri
ma n'immaginavo volasser così fieri.









(fine primo atto )



La Tomba di Laitiano



Vogando e sudando lo stretto navigammo
scandiì lo tempo a li compagni ed arrivammo

Lo lido celato nella grotta oscura stava
scennemmo dal natante mentre la cascata spruzzava

Due creature di acqua ci aggredirono
con due furmini perirono

Ci inerpicammo per le ripide scale ed i cunicoli
esplorammo, saccheggiamo, cademmo ed evitam fine da ridicoli

Le prove pe l'Enotria ce furon offerte
per ingraziasse de Laitiano lo favore accettammo solerte
In quanto degni de Enotria dovemmo la patria difende
attaccammo lo Re degli Ausoni per evitar de dovesse arrende

La battaglia fu grande et sanguinosa
Ausone lo Re cadde ed in eterno ormai riposa

Nella battaglia purtroppo me legnaron sonoramente
come na puzza de cane divenni evanescente.


sabato 6 maggio 2017

Errando per Laitia - Episodio 20

De Etamar, li Fossi et Piripi

Laitia in estate è splendida, da la Gelatodia a la Bralacia lo sole sontuoso irradia coste et monti, laghi et piane, villaggi et selve, riscaldando et sciogliendo le gelide nevi, scacciando le abbondanti alluvioni et violenti acquazzoni, rinverdendo le folte chiome de li alberi lasciati spogli da lo rigido inverno et durante lo nostro peregrinare lungo la Via Gulpia seppe tenerci caldo et compagnia ne lo arco de le lunghe et luminose clessidre trascorse in viaggio tra la alba et lo vespro.
Li borghi di collina et montagna godono de lo clima ideale, abbracciati da caldo tepore et accarezzati da rinfrescanti brezze estive. Lungo le coste li laitiani invece sono soliti refrigerarsi ne le acque de lo mare, da lo Missogeo a quello Ilcisio.
Et infine vi sono zone meno fortunate, lontane da li piacevoli venti et da copiose riserve idriche, ne le quali li inverni sono duri ma le estati non sono da meno visto che la afa et siccità ne fanno loro regno et la gente che vi vive si abitua sino da la tenera età a trovare rifugio et sostentamento ne li luoghi più impensabili.

Sfortunatamente nessuno di noi possedeva le doti et competenze adatte a la situazione et come se non bastasse lo Magistro Alburno si astenne da lo dispensarci li suoi inestimabili consigli rimanendo per tutto lo viaggio rinchiuso ne la sua carrozza da la quale uscirono ininterrottamente fumi alchemici multicolori ogni girodì, intento ne lo perfezionamento di una nuova, incredibile, scoperta.
Arrivammo ne le vicinanze de lo borgo roccioso di Etamar schiacciati da la calura, madidi di sudore et arsi da la sete ne le clessidre più interminabili et torride che io possa ricordare ne la mia ancora giovane esistenza; li profili de li muri, li tetti, le torri et le ombre da essi proiettati ci invitavano allettanti ma trovammo alquanto strano non incrociare anima viva ne lo nostro appropinquarci a li vicoli stretti.
Lo Peregrino Scarlatto coraggiosamente ci precedette in avanscoperta, raccontandoci poi de lo bizzarro et fugace incontro con uno singolo anziano abitante le cui risposte vaghe sembravano formulate in una lingua a noi sconosciuta. Reputata comunque la situazione sicura, ancorché strana, decidemmo di non indugiare et varcammo le porte de la città precipitandoci a dissetarci con le copiose et fresche acque che sgorgavano da la fontana ne la piazza antistante, ove Rafiseno ebbe addirittura lo ardire di immergersi.
Etamar continuava ad apparirci deserta et lo timore di essere finiti in trappola finì di lì a poco per sostituire lo ricordo de la arsura patita.

Lo primo che seppe darci spiegazioni fu uno vendramino completamente brillo di nome Remì che incontrammo ne la prossima locanda ove cercammo vitto et alloggio, egli ci rivelò che le acque di Etamar erano state maledette tempo prima proprio da lo illustre arcanista che andavamo cercando: lo Magister Epirone da Piretro.
La maledizione era alquanto infame ma volutamente non letale. Lo alchimista condivideva con Alburno la fastidiosa condizione di non essere rispettato come appropriato per uno uomo di grande potere et siffatta levatura intellettuale, et mentre lo Magistro veniva sovente preso in giro su la sua età, appellandolo anziano per via de la sua integerrima morale et lo grigiore prematuro de la sua ancora folta chioma, lo arcinoto Epirone da Piretro veniva deriso a causa de lo suo nome, sentendosi chiamare Piripicchio con tono scettico et dispregiativo sia da li popolani ignoranti che da li altezzosi signorotti locali.
Stufo de li continui bisbigli, spiegò Remì tra uno calice et lo altro di buon vino rosso, lo alchimista aveva scagliato uno astuto et spietato incanto su le acque cittadine, facendo si che chiunque le bevesse andasse a perdere con lo passare de lo tempo la facoltà di favellare in laitiano, farfugliando al posto de le comuni et note parole solamente uno confuso "Piripi" senza neppure rendersene conto.
Inutile dire che, assetati come eravamo, ci ritrovammo tutti sotto scacco et lo trovare la ultima ambra et lo suo cesellatore divenne contingente a lo rinvenire una cura per lo nostro male.
Etamar quindi si rivelò abbandonata da li suoi abitanti oramai non più in grado di comunicare lo uno con lo altro et Remì, furbescamente, era lo unico rimasto; libero di fare li suoi comodi beveva vino invece che acqua et, sebbene perennemente ubriaco, era lo unico a non essere ancora maledetto.

Tra uno "Piripi" et lo altro trascorse più di uno girodì, ne lo quale raccogliemmo provviste et rinforzammo uno robusto casolare ne lo quale barricarci in caso di attacco da parte de lo nostro instancabile inseguitore Tarquinio de Belloveso, poi iniziammo a cercare la soluzione de lo problema più impellente.
Epirone da Piretro era magister et primo esponente de li insegnamenti ancestrali di Ermete Trismegisto, et praticava la più scientifica de le arti arcane in quella che era nota come Scuola de li Fossi. Pensammo di iniziare da lì la ricerca et pensammo bene.
Lo cancello su la via conduceva ad uno chiostro interno, ove li studiosi solevano probabilmente passeggiare et disquisire de le loro ricerche et scoperte, da qui uno unico, massiccio portone conduceva a lo edificio interno, dimora et studio de lo deriso Piripicchio.
Lo nostro incedere venne inizialmente arrestato da due possenti guardiani, statue bronzee da lo nerboruto corpo di uomo et testa di rospo, che lo colto Alburno riconobbe come Tideo et Anfiaraio, li Bronzi di Batrace, opera scultorea antica assai rinomata et a quanto pare persino incantata!
Una volta capito come superarli senza combattere (giacché vi è modo per placarli ma non mi è concesso rivelarlo) grazie ad una eccellente intuizione di Frandonato, le porte de la Scuola de li Fossi ci furono spalancate.

Lo Magistro Alburno emerse assai soddisfatto da lo laboratorio di Epirone, avendo rinvenuto diversi tomi interessanti, formule et ingredienti, oltre che una fondamentale indicazione su come estirpare lo dannato "Piripi".
Usando uno complesso rituale arcano et alchemico erano stati infatti posti quattro glifi, uno per ogni elemento, in punti specifici ne li pressi de le falde acquifere sottostanti, et lo ultimo, ne la fonte, sigillava lo malefico incanto. Li glifi andavano rimossi uno ad uno et la formula magica, nascosta in piena vista, pronunziata al fine di spezzare lo ultimo sigillo.
Da Remì scoprimmo poi che in Etamar circolavano numerose leggende circa uno complesso di gallerie sotterranee, scavate in profondità ne lo suolo roccioso, chiamate I Fossi, che, antiche et misteriose come Rarte stessa, contenevano segreti da tempo dimenticati et la chiave stessa de la vendetta di Piripicchio.
Uno de li ingressi segreti era fortunatamente nascosto proprio ne lo laboratorio de lo permaloso alchimista, non abbastanza bene da sfuggire a la accurata analisi che lo scrupoloso Alburno aveva meticolosamente effettuato.
Per la mia incolumità lo Magistro mi ordinò di rimanere in città, protetto da Galvano, mentre li altri si sarebbero avventurati ne le profondità de la terra, in cerca di ambre, glifi et illustri alchimisti burloni.

mercoledì 19 aprile 2017

Errando per Laitia - Episodio 19

De la Splendida Polisnea et li suoi Torbidi Inciuci

Lo punto di incontro stabilito era la residenza di Ciro lo Mercante, ne la parte alta de la splendida civita portuale di Polisnea, prima per magnificenza et estensione in tutta la Piamanca.
Galvano et Rafiseno precedettero lo Scarlatto Peregrino et lo Magistro Alburno, giacché questi ultimi tornarono prima a Virnepro per avvertire lo sottoscritto Arcadio et lasciare avviso in locanda per Frandonato, ne la ipotesi che si fosse rifatto vivo dopo lo aspro inseguimento de lo villano che ci aveva sottratto la ambra di Re Laitiano.
La sera stessa, però, presso la ricca villa de lo mercante, ci presentammo solo noi in viaggio da Virnepro mentre de lo cavaliere et barbuto giovanotto non vi era traccia alcuna.

Ciro lo Mercante, conosciuto ne la selva pochi girodì prima con lo nome di Satollo lo puorc', aveva di buon grado ripreso le sue sembianze et le redini de li suoi affari. Si dimostrò di parola et diede cortese et ricca ospitalità a noi tre offrendoci vitto et alloggio.
Approfittando lasciando lo vardo de lo Magistro ne lo cortile de la magione, ma preferimmo non abusare de la gentilezza et dormimmo ne li nostri soliti giacigli.
A lo sorgere de lo sole de lo girodì successivo finalmente giunsero anche Galvano et Rafiseno, sporchi, affamati et alquanto provati da una nottata trascorsa a lo addiaccio dopo che, a loro dire, avevano avuto una baruffa presso una taberna de lo porto in cui persero una mano a carte ma riuscirono a raccogliere informazioni su lo furfante mascherato da frate che ci aveva rapinato: uno poco di buono et truffatore noto con lo soprannome di Manunta.

Alla compagnia mancava solamente Frandonato, dato per certamente morto da Rafiseno, in qualche bordello per Tristano et sicuramente illeso per Alburno. Decisero di attenderlo a Polisnea per qualche girodì approfittando de la ospitalità di Ciro et ne lo frattempo di rintracciare lo villano Manunta per estorcergli informazioni su li suoi mandatari et impartigli una severa lezione.
Una volta che anche li ultimi due giunti si furono ripresi con una sana dormita et lauto pasto lo gruppo si divise nuovamente per scovare lo nascondiglio de lo marpione.
Alburno et Galvano interrogarono la milizia cittadina, per capire se lo tizio fosse già noto a le autorità et scoprirono che trattavasi di uno pesce piccolo, lo cui vero nome era Raffaele, noto per lo più per furti e truffe a ignari viandanti o gente di altri posti, probabilmente risiedente ne la zona de lo porto.
Tristano et Rafiseno preferirono invece visitare li bordelli, pensando fossero luoghi frequentati da gente di bassa lega come Manunta, et in effetti, tra cosce et tette di cui non si negarono le morbidezze, scovarono qualche lavoratrice che lo aveva avuto come cliente et ne conosceva la residenza: la zona più pericolosa di tutta Polisnea, la famigerata Piazza Piamasca. Tale luogo era infatti interamente in mano a la malavita locale con sgherri et sicari appostati in ogni angolo et su ogni tetto, inaccessibile a chi non fosse ne lo giro o espressamente invitato et non sicuro per la sua incolumità nemmeno in quel caso.
Occorreva quindi trovare uno modo per introdursi ne lo appartamento di Raffaele Manunta senza destare troppo clamore et ci venne in mente di chiedere uno favore a lo nostro gentile ospite.

Ciro lo Mercante smentì con vigore di avere qualsiasi conoscenza tra la criminalità organizzata di Polisnea, difendendo la legittimità de li suoi traffici da ogni ingerenza esterna, però, fedele a lo suo intento di sdebitarsi con li suoi salvatori, seppe metterli in contatto con uno suo collega che occasionalmente aveva necessitato di alcuni favori et contatti et avrebbe potuto avere accesso a la zona.
Lo piano era semplice. Lo commerciante avrebbe condotto lo suo carro quanto più vicino possibile a la abitazione di Manunta, li nostri sarebbero scesi al volo senza farsi notare et si sarebbero intrufolati ne lo palazzo, avrebbero interrogato lo mariuolo et se la sarebbero data a gambe levate ne la direzione opposta, senza mai mettere piede ne la malfamata piazza. Et effettivamente andò quasi tutto come preventivato, con giusto uno paio di piccolissimi imprevisti che andrò presto a descrivervi.

Io rimasi a custodir lo carro et riordinare li reagenti alchemici, come a lo solito. Lo Magistro aveva alacremente lavorato tutta la notte su uno nuovo composto, ripetendomi continuamente di doverlo finire prima de la missione perché avrebbe avuto una eccellente occasione per testarlo proprio in quella occasione.
Mi furono raccontati raccapriccianti particolari et gravissimi atti riguardo quanto accadde quella mattina, ma rischiammo grosso, di nuovo, proprio per non esserci adeguatamente guardati le spalle.
Manunta venne trovato ignaro ne lo suo appartamento, facilmente bloccato et severamente interrogato. Come previsto disse di sapere poco su li suoi mandatari ma scoprimmo che la nera figura che lo assistette ne la Selva Racchina era uno evocatore de le Potenze Oscure et che anche lo nero cavaliere Tarquinio de Belloveso era coinvolto. Lo mariuolo era stato profumatamente pagato per li suoi servigi et Alburno volle impartigli una crudele lezione: versò le poche gocce de lo nuovo composto direttamente su lo dorso de la mano sinistra de lo poveretto, che iniziò immantinente a bruciare, mutandosi in grezza pietra che lentamente divorò le carni fino quasi a lo gomito prima di arrestarsi. Manunta soffrì le pene de li inferi per quei lunghi istanti et poi svenì con una violenta mazzata in capa infertagli da Rafiseno.
Lo filtro funzionava bene, tramutava la carne viva in immota pietra, ma, come ebbe modo di rivelarmi in seguito lo Magistro, non immaginava che lo processo fosse tanto doloroso. Si consolò pensando che in fondo lo omuncolo di bassa lega la tremenda punizione se la era sicuramente meritata.

La fuga da Piazza Piamasca fu più turbolenta de lo preventivato, giacché li malviventi notarono li intrusi et li inseguirono per i vicoli, ma li nostri furono più lesti et riuscirono a dileguarsi. Poi però, abbassata la guardia, vennero colti da uno altro, inaspettato, accadimento.
Attraversavano ignari una via più trafficata, diretti a la villa di Ciro quando improvvisamente si ritrovarono soli et davanti et dietro due file di miliziani sbarrarono loro lo cammino. Lo banditore incaricato da Lodovico II del Vasto, Viceré de lo Regno di Polisnea et Signore de la Piamanca in persona, proclamò mandato di arresto per "Frandonato et lo suo compare, rei di aver commesso duplice omicidio ne la taberna dei Tre Sette" a seguito di una mano di carte finita male. Ognuno reagì a modo suo.
Galvano et Rafiseno, rei de lo crimine, se la diedero a gambe. Lo Peregrino Scarlatto si mutò in fringuello et volò sopra li tetti. Lo Magistro Alburno invece decide inaspettatamente di consegnarsi, sicuro de la propria innocenza et ingenuamente certo ci fosse uno malinteso.
Lo unico malinteso fu che lo vero nome de lo assassino era Rafiseno, ne la giornata in cui con Galvano avevano cercato di rintracciare Manunta, appena giunti a Polisnea. Lo ragazzo infame, oltre ad avere levato arma contro ignari giocatori di azzardo, aveva proclamato il falso nome di Frandonato per gettare fango, et sangue, su lo compagno. Lo cavaliere Galvano era invece stato suo omertoso et inaspettato complice.
Ciò che invece sorprese ancora di più fu quel che accadde dopo che lo Magistro venne ammanettato: li tre compari rinunciarono a la fuga, aggredendo selvaggiamente la milizia de lo Viceré con incanti, mazze et lame, trasformando lo arresto in una vera et propria carneficina ne lo mezzo de la via, dinnanzi una esterrefatta moltitudine di testimoni et lo sguardo attonito de lo mio mentore che si affrettò a farsi portare in gabbia per dissociarsi da quanto accaduto.

Ovviamente non accadde quanto sperato, giacché a lo termine di quella giornata li tre assassini erano liberi et al sicuro, anche se malconci, mentre lo Magistro chiuso in cella in attesa di giudizio, come compare et loro complice. Nonostante vi fosse vero et proprio risentimento, oltre che sbigottimento, da parte di Alburno per lo operato de li suoi amici, sorse presto anche la sgradevole consapevolezza che la giustizia di Polisnea aveva avuto uno notevole incentivo da parte di una terza presenza interessata a li loro affari.
La sera stessa si presentò infatti a la sua cella, in tutta la sua boriosa fierezza, lo cavaliere Tarquinio de Belloveso in persona, pronto a minacciare et ricattare, certo di avere stavolta la vittoria in pugno.
Lo ostico antagonista propose la libertà de lo Magistro in cambio de la ambra di Castel Vero, ancora in mano a li Eclettici Viandanti, assicurando in caso contrario una lunghissima et sofferentissima permanenza ne le temibili Carceri di Lucullanum. Dunque la milizia era corrotta, forse non era nemmeno vero che Rafiseno et Galvano avevano ucciso al tavolo da gioco, ma la mattanza per le vie non era certo stata una finzione et, sebbene passata in secondo piano a causa di guai nuovi et più pressanti, non sarebbe stata dimenticata né perdonata da la inflessibile moralità de lo alchimista.
Tarquinio de Belloveso era invece figuro risoluto et carismatico, per quanto Alburno lo ritenesse ottuso, poco astuto et in torto marcio. Disse di operare per lo bene di Laitia, ma rifiutò di fornire spiegazioni a riguardo, diede lo suo ultimatum et lasciò lo ostinato Magistro a meditare su come fargliela pagare.

Lo stesso messaggio per consegnare la pietra venne recapitato a me, Arcadio, presso la villa di Ciro lo Mercante, che saputo de lo accaduto non esitò a prendere da noi le distanze et cacciarci via.
Né noi, né lo saggio, virtuoso et coraggioso Alburno, volemmo però saperne di cedere a lo ricatto et iniziammo subito ad organizzare una evasione.
La parte più ardua fu sicuramente capire dove fosse tenuto lo Magistro prima de lo suo trasferimento a Lucullanum, ma lo Peregrino fu caparbio et fortunato et la mattina stessa de lo girodì in cui al tramonto sarebbe dovuto avvenire lo scambio si introdusse tra le grate usando lo suo proverbiale "Animalis Mutanda!". Alburno stava già preparando una fuga per suo conto, cercando di mettere mano a li suoi filtri, ma lo intervento di Tristano fu rapido, efficace et risolutivo, et in breve fummo tutti di nuovo insieme, lungo la Via Gulpia, giacché riapparve anche lo vero frate Frandonato, che ignaro di tutti li recenti accadimenti si era attardato ne li pressi di Virnepro per decantare lo vangelo di uno sacro mai sentito, tale San Gaudente, dedito ai baccanali più che al sacrificio et al pentimento.
Quella sera al tramonto, su lo colle in cui Tarquinio de Belloveso attendeva che gli venisse consegnata la seconda ambra, venne recapitato solamente uno messaggio, arrotolato ad una comunissima roccia, volutamente provocatorio:

"Anche stavolta t'è andata male.
La prossima ti andrà peggio.
Ci vediamo ad Ertama."

Da "Lo Vangelo de lo Sacro Gaudente" - Capitolo II


A Virnepro Fra Frandonato era riuscito a stabile la base del culto dello nuovo Sacro; gli abitanti del posto infatti erano un buon terreno in cui gettare lo seme del nuovo Sacro. Et anche anche in qualche pastorella, ma questa est altra storia. Stabilitosi nella dismessa cappella de lo Signore Senza Tempo, lo frate aveva iniziato a celebrare giornalmente, compiendo i miracoli di moltiplicazione.
Li cittadini che iniziavano ad essere sempre più avevano iniziato addirittura ad abbellire la cappella, ormai in disuso, appendendo caci et realizzando una raffigurazione, seppure primitiva, de lo Sacro Gaudente. Et in mancanza di una descrizione de lo Sacro, fu FranDonato a far da modello. 


Era una truffa, è vero, ma li cittadini non se n'erano avvisi, e vivevano lo Sacro Gaudente come una benedizione scesa sulla città rinverdendo la fede; e fu durante la funzione del pranzo che FranDonato percepì una strana sensazione. Tutto era perfetto, li canti intonati dai fedeli, gli ingredienti che emanavano odori intensi e corroboranti, la luce che filtrava dalla finestrella illuminando la padella; era come se lo stesso Signore Senza Tempo benedicesse questo nuovo Sacro.

Fu cosi che dopo quella insolità, o forse irreale benedizione, lo Frate continuò a scrivere, ancora con più foga lo Vangelo, inserendo gli insegnamenti che aveva appreso nei suoi anni di convento; ovviamente opportunamente modificati.

A volte pensava di spararle assai grosse:
Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale a Fnina in Ciraocia, e c'era la madre de lo Sacro. E Gaudente pure fu invitato con i suoi seguaci alle nozze. 
Venuto a mancare il vino, la madre di Gaudente gli disse: "Non hanno più vino". Lo Sacro le disse: "Che c'è fra me e te, o donna? L'ora mia non è ancora venuta". Sua madre disse ai servitori: "Fate tutto quel che vi dirà". C'erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. 
Lo Sacro disse loro: "Riempite d'acqua i recipienti". Ed essi li riempirono fino all'orlo. Poi disse loro: "Adesso attingete e portatene al maestro di tavola". Ed essi gliene portarono. Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l'acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo e gli disse: "Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora. Ad ognuno non deve mai mancare niente"

Tal volta invece parafrasava avvenimenti a lui accaduti, e in qualche modo si sentiva Sacro anch'esso:
Approdarono nella regione di Connanna, che sta di fronte alla Sgradena. Lo Sacro era appena sceso a terra, quando gli venne incontro un uomo della città posseduto dai demòni. Da molto tempo non portava vestiti, né abitava in casa, ma nei sepolcri. Alla vista de lo Sacro Gaudente e della sua stazza, spalanco le fauci non più umane e disse «Che vuoi da me, Discepolo dello Signore Senza Tempo?». Gaudente gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Rispose: «Io sono Legione», perché molti demòni erano entrati in lui. E si avventò sul Sacro con la foga di mille bestie.
Nonostante fossero in molti a seguire lo Sacro, bastò la sua parola e la sua padella a tenerlo a bada. Fu cosi che lo Sacro liberò l'uomo dalla Legione e questi divenne suo seguace.

Et a volte prendeva spunto per creare racconti intorno a oggetti sacri appartenuti allo Sacro Gaudente, per poterli regalare/donare alle cittadine dove predicava:
Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il mare di Riba
e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola del Signore Senza Tempo vide due barche ormeggiate alla sponda. 
I pescatori erano scesi e lavavano le barche. Salì in una barca, che era di Anselmo, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Anselmo: "Prendi il largo e calate l'ami per la pesca".
Anselmo rispose: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò l'ami a mare" E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le barche straripavano.
Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Al veder questo, i pescatori si gettarono ai piedi de lo Sacro: "Signore, allontanati da noi che siamo peccatori infedeli".
Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto, 
lo Sacro disse ad Anselmo: "Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini. E mostrerai loro l'abbondanza e la benevolenza de lo Signore Senza Tempo" Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Ad ogni buon conto FranDonato portava sempre con se un rocchetto di filo, antica eredità del nonno, ma che era corredato da ami da pesca che aveva lasciato consumare in acqua e abbondante sale. Queste reliquie della pesca miracolosa venivano donate per ottenere favori et molto altro.

Errando per Laitia - Episodio 18

De le Imprese Epiche, li Premi et Aspre Beffe

Quando, in quel di Virnepro, mi ricongiunsi con lo saggio Magistro Alburno, egli mi raccontò frettolosamente de li eventi che mi accingo a narrarvi, giacché lo suo umore era tetro et spazientito a causa de la grande beffa pocanzi subita.

Lo portale che lo spiritico Re Laitiano fece loro varcare conduceva in verdi vallate di una epoca assai lontana ne la terra da cui ebbe origine la nostra odierna civiltà. A li Eclettici Viandanti parve subito chiaro di trovarsi in uno mondo tangibile ma in uno qualche modo anche fittizio, onirico, come fosse visione di uno passato perduto che avrebbero dovuto ripercorrere et affrontare per dar prova de lo loro impegno et valore.
Fu così che Laitiano, con presenza eterea et voce sovrana, presentò loro le vallate di Gioia de lo Tauro in cui dozzine di fieri bovini da li enormi attributi et corna pascolavano quieti. Lo Re spiegò loro di come li primi enotri dovettero imparare a conoscere quelle bestie, domarle et comandarle a le origini de li loro primi insediamenti, pretese che li eroi facessero altrettanto ne la prima de le loro prove.
Rafiseno et Tristano optarono per lo sotterfugio, avvicinandosi di soppiatto o ammansendo la bestia con soave melodia prima di saltare in groppa et domarla con destrezza.
Lo poliedrico Alburno si affidò a le sue conoscenze alchemiche per distillare uno estratto che tenne mansueto lo tauro et poi lo convinse di essere suo amico et padrone con pochi gesti fermi et gentili.
Frandonato et Galvano percorsero la via più diretta, prendendo lo toro per le corna, ma mentre lo frate seppe imporre la propria stazza et vincere facilmente, lo cavaliere venne sopraffatto et portato via, per lui le prove di Laitiano terminarono a la prima, lo videro divenire presenza eterea, spettatore di ciò che avvenne in seguito.

Ne la antica civiltà enotriana li Sissizi consistevano in importanti banchetti et concili cittadini cui erano ammessi a partecipare li più fidati et importanti consiglieri de lo Re. Ne la seconda prova li eroi avrebbero dovuto guadagnarsi lo diritto a presenziare presentando una offerta degna in vino, carne, frutta et formaggio da loro stessi procacciata ne li due girodì successivi.
Lo Magistro et li suoi compari ebbero così modo di immergersi completamente ne la quotidianità de la antica Enotria, da lo sorgere de lo sole a lo suo riporsi oltre lo orizzonte, et ne lo tempo concesso si dimostrarono eccellenti foraggiatori, cacciatori et abili mercanti in grado di scambiare ciò che avevano racimolato in più per quel che gli mancava. A lo scadere de lo tempo consegnarono offerte sufficienti a permettere a tutti loro di partecipare et vennero accolti a la tavola di Re Laitiano.
Durante lo banchetto et la consulta successiva vennero anche giudicati per li loro atteggiamenti et comportamento a tavola, et nonostante qualche cedimento di fronte a lo ottimo cibo nessuno ebbe da ridire di come Frandonato et li altri parteciparono a lo convivio, dando la loro opinione et giudizio su come contribuire a gestire la primitiva comunità.

Per la terza prova vennero catapultati di poco più in là ne lo tempo, quando la capitale de la Antica Enotria, Tanzacaro, subiva la minaccia di assedio da parte de lo guerrigliero Ausone, re de li ausoni.
Re Laitiano convocò lo concilio di guerra, cui Alburno, Tristano, Frandonato et Rafiseno furono ammessi, et insieme fu deciso et votato come affrontare la minaccia.
Si optò per uno inganno. Laitiano avrebbe annunciato di accettare la resa et inchinarsi a la sovranità di Re Ausone, ma in realtà sarebbe stato uno manipolo di sicari a prostrarsi a lo invasore solo per avere occasione di porre fine a la sua vita.
Fu così che Rafiseno si vestì de la armatura de lo re de li enotri, affiancato da la sua guardia personale Frandonato et seguito di presso da li fidi consiglieri Alburno et Tristano. Insieme superarono le fila de lo esercito schierato et varcarono le tende de lo padiglione de lo Re Ausone et diedero inizio a la mattanza. Volarono sonore mazzate et lo nemico cadde sotto li colpi de lo imbattibile frate guerriero, ma lo Peregrino Tristano venne mortalmente colpito da la alabarda di uno nemico et andò a far compagnia a Galvano tra le eteree presenze.

Superata con successo questa sfida, anche se ridotti in tre, dovettero affrontare la quarta et ultima prova. Sebbene la invasione de li ausoni fosse temporaneamente scampata a li enotri occorreva rinforzarsi per lo futuro, ma la creazione di uno esercito regolare richiedeva ingenti ricchezze per la sua preparazione et mantenimento. Re Laitiano dispose quindi che venisse rinvenuto et riportato a Tanzacaro lo perduto tesoro di Lairaco, re de li togi, sepolto insieme a le spoglie de lo antico condottiero sotto lo corso di uno fiume.
Lo recupero avvenne fruttuosamente, grazie a nuovi intrugli de lo preparatissimo Magistro che consentirono a lo gruppo di respirare sotto li flutti, et finalmente Laitiano riconobbe lo valore de li Eclettici Viandanti et li riportò su Caligo.

Con solenne cerimonia et parole di raccomandazione lo re de li enotri cavò da la sua corona la seconda ambra et la consegnò ad Alburno, che ossequioso ringraziò et chiese lumi su la sua provenienza. Laitiano seppe dire soltanto che la gemma fu cesellata et a lui donata da lo celeberrimo precursore de le scienze arcane, Ermete Trismegisto, noto a tutti li alchimisti come padre di molti principi che regolano la loro arte, fondatore de la Scuola de li Fossi ne la antica città pietrosa di Etamar, in Calbatisia, oggi nota con lo nome di Ertama et quindi successiva tappa de lo nostro viaggio.
Ricongiuntisi con li compagni che avevano fallito le prove et congedatisi da lo antico sovrano li eroi attesero lo sorgere de lo sole et lasciarono Caligo per far ritorno a Virnepro, dove lo sottoscritto diligentemente li attendeva.

Ci accingiamo a lo termine di questo sunto, direte voi, tutto è bene quel che finisce bene, direte voi, et invece così non è, giacché accadde qualcosa di assai grave prima che lo nostro viaggio potesse proseguire come preventivato lungo la Via Gulpia.
Galvanizzati da lo riconoscimento de lo loro valore da parte di una vera et propria autorità quale lo immortale Re Laitiano li eroi non si fecero venire troppi dubbi quando, nel bel mezzo de la Selva Piamanca, incontrarono uno frate polisneano ferito con in grembo uno grosso uovo che diceva essere di grifone.
Lo frate li intortò per benino, parlando di San Marzano et de la volontà di astenersi da la tentazione de lo cibo, de lo furto de lo uovo et de li ordini de lo abbate di riportarlo ne lo nido, implorò aiuto perché ferito et lo ignaro Magistro per primo volle proporre una deviazione per assisterlo.
Fece male, anzi, malissimo.
Lo frate si rivelò essere uno marpione a lo soldo de li loro nemici, lo uovo era di arpia, non di grifone, et vennero condotti ne lo mezzo de la loro tana. Mentre le alate bestie inferocite insultavano et attaccavano li suoi compari, Alburno ne le retrovie venne tagliato fuori da lo sorgere improvviso di uno muro di rovi et, isolato da lo gruppo et minacciato con una lama di consegnare entrambe le ambre da lo frate mentre una figura di scuro ammantata osservava cupa la scena nascosta tra le fronde.
Lo Magistro con lo pugnale a la gola dovette cedere la ambra appena ricevuta da Re Laitiano, ma mentì negando di avere con se anche la precedente, trovata ne le cripte di Castel Vero, lo tempo necessario per liberarsi et implorare aiuto a li suoi compari.
Sopraggiunti anche Tristano et Frandonato, mentre Rafiseno et Galvano coraggiosamente continuavano ad affrontare le arpie, lo falso frate et lo misterioso figuro si dettero a la fuga ne lo fitto de li boschi, Frandonato li inseguì sparendo dietro di loro mentre lo resto de lo gruppo riuscì infine ad avere la meglio de le ibride creature alate starnazzanti.

Beffati proprio a causa de li loro buoni propositi et animo eroico, usciti da la Selva Racchina, si trovarono ad uno bivio: Frandonato non era ancora tornato da lo inseguimento, a Virnepro v'ero io ad attenderli, li ladri invece si erano con ogni probabilità recati ne la vicina et caotica Polisnea. Decisero quindi di dividersi et darsi appuntamento ne la città marittima, presso la tenuta di Ciro lo Mercante, lo grasso maiale Satollo che avevano salvato da lo sortilegio de la Maga Calissa et che aveva loro promesso di sdebitarsi.
Presto mi accorsi che lo nobile animo de lo Magistro Alburno, ottenebrato et ferito da lo inganno subito, covava lo venefico seme de la vendetta.

giovedì 6 aprile 2017

Da "Lo Vangelo de lo Sacro Gaudente"

La Compagnia delle Virtù era sempre in viaggio e per racimolare qualche danaro, chi in un modo e chi in un'altro, si sfruttavano le singole capacità: lo Pellegrino suonando e intrattenendo le folle, Alburno curando e medicando e Rafiseno raccimolando a modo suo... sotto lo sguardo attento e inquisitorio dello Cavaliere dell'Equilibrio.


Fu così che dopo l'ultimo scontro con Mano Marcia, Frandonato rimase isolato dal gruppo nel bel mezzo della Selva Piamanca. Sapendo che lo paese più vicino, in cui era stato lasciato lo carretto Frandonato si avviò verso lo loco, sol per scoprire che li birboni dei suoi compagni eran partiti per Polisnea, lasciandolo con solo 10 CEI.

Prese perciò la decisione di sfruttare quelle conoscenze di religione che, per quanto mai applicate, servivano sempre ad ammansire le masse e raccimolare qualche soldo. Però era giunto lo momento per tentar un vero colpo.

Frandonato inizio a viaggiare e predicando la parola dello "Sacro Gaudente, che di ogni cosa non si fa mancar niente" del quale soleva dice di aver da poco scoperto lo Vangelo. Uno scritto che predicava le buone intenzioni, la fratellanza, et la iustizia ma giustamente et a proprio tornaconto, anche una gran libertà d'azioni e intenzioni.

Dalle lettere di Fra Dolcino ai Ciraoci:
Allora ecco, un certo dottore della legge si levò per metterlo alla prova e disse: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 
Ed egli disse: «Che cosa sta scritto nella legge? Come leggi?».  
E quegli, rispondendo, disse: «Ama il Signore Senza Tempo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso». Ed egli gli disse: «Hai risposto esattamente; fa' questo e vivrai». 
Ma egli, volendo giustificarsi, disse: «E chi è il mio prossimo?».
Il Maestro allora rispose e disse: «Un uomo scendeva da Virnepro a Cinatrera e cadde nelle mani dei bruti i quali, dopo averlo spogliato e coperto di ferite, se ne andarono lasciandolo mezzo morto nella selva Piamanca. Per caso un auruspico scendeva per quella stessa strada e, veduto quell'uomo, passò oltre, dall'altra parte. Similmente anche uno sgradeno si trovò a passare da quel luogo, lo vide e passò oltre, dall'altra parte. 
Ma lo Sacro Gaudente, che era in viaggio, passò accanto a lui, lo vide e ne ebbe compassione. E, accostatosi, fasciò le sue piaghe, versandovi sopra olio e vino; poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Mangiarono e bevvero insieme, ed essendo lo Sacro Gaudente nel fior degli anni, conobbero anche diverse fanciulle. Il giorno dopo, prima di partire, prese dieci denari e li diede al locandiere, dicendogli: "Prenditi cura di lui, dagli ciò che più desidera e non fargli mancare niente. Tutto quello che spenderai in più, te lo renderò al mio ritorno". Detto ciò si avviò in cerca dei bruti.
Quale dunque di questi tre ti pare sia stato il prossimo di colui che cadde nelle mani dei ladroni?». E quello disse: «Colui che usò misericordia verso di lui, non gli fece mancare niente e che rese giustizia.»
Il Maestro allora gli disse: «Va' e fa' lo stesso anche tu». 

Frandonato predicava anche dello miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, compiuta dallo Sacro Gaudente, proprio con la padella che porta con se.
Al loro ritorno, i seguaci raccontarono allo Sacro Gaudente tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò verso una città chiamata Etamar, dove anco Laitiano ebbe a vivere. Ma le folle lo seppero e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlar loro del regno dello Signore Senza Tempo e a guarire quanti avevan bisogno di cure. 
Il giorno cominciava a declinare e i seguaci gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Lo Sacro Gaudente disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare, non fateli mancare niente». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquecento uomini. Egli disse ai propri seguaci: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». 
Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. 
Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li mise nella padella. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

Predicato questo, Frandonato si cercava di farsi portare cibi e vini prelibati, che ad moltiplicava grazie alla sua padella in solenni abbuffate, che ammantate di sacralità rafforzavano le sue parole e riempivano la sua pancia. Fatto questo lo frate provvedeva quindi ad effettuare una seconda moltiplicazione che, in piccola parte, a maniere di eucarestia distribuiva ai convenuti.

Era ben conscio che questi "miracoli" avrebbero attirato l'attenzione di qualcuno, seguaci nel suo desiderio o forse altro.

mercoledì 5 aprile 2017

Errando per Laitia - Episodio 17

De li Antichi Rancori, mai dimenticati


La isola di Caligo consisteva in uno alto et aspro promontorio roccioso, immerso per lo più in una fitta nebbia da la quale emergevano soltanto le propaggini più alte, raggiungibili tramite uno stretto sentiero che si inerpicava su lo scosceso declivio per lo quale lo porco Satollo guidò senza indugio alcuno li avventurosi viandanti.
Man mano che si saliva, et la caliggine diradava, la vegetazione andava a farsi via via più presente, per arrivare ad essere variegata et lussureggiante su lo altopiano in cima. Fu qui che lo Magistro seppe individuare la ruta riasica che avrebbe potuto liberare lo Peregrino Scarlatto da lo suo recente problemino di peli superflui, ma la preparazione de lo decotto richiedeva tempo et pazienza et ora, dinnanzi a loro, si presentava una nuova sfida: erano giunti a la dimora de lo misterioso residente eremita da cui lo colagogo Maccarone li aveva messi in guardia.

Dinnanzi a loro uno vialetto di ciottoli conduceva ad uno spartano edificio squadrato, di pietra bianca, solido et ben tenuto nonostante la remota architettura, prima di esso, in uno lussureggiante giardino con fiori et alberi da frutto, erano deposte numerose gabbie su entrambi li lati de lo sentiero, in cui placidamente giacevano animali di ogni sorta, per lo più maiali, ma anche lupi et altri piccoli predatori.
Straniti da la situazione et ben memori de li avvertimenti ricevuti, li Eclettici Viandanti decisero di appropinquarsi cauti, mandando avanti lo spavaldo Rafiseno, lo cavalier Galvano et lo saggio Alburno et lasciando ne le retrovie lo possente Frandonato et lo villosissimo Tristano.
Quando li primi tre si avvicinarono a lo uscio per palesare a lo padrone di casa la loro presenza vennero immediatamente raggiunti da uno canto delicato et delizioso, quanto di più sublime avessero mai udito et le loro menti subito fantasticarono, colte da malìa, su la innocenza et purezza de la sua fonte.
A lasciarli ancor più a bocca aperta et occhi sgranati fu la figura che aprì loro la porta, quasi sapesse che stessero per bussare: la donna di nome Calissa, era di gran lunga la creatura più bella et affascinante su cui avessero mai posato lo sguardo, con pelle di seta et bionda chioma che tornivano uno corpo prosperoso et statuario, la sua voce suadente li invitò ad accomodarsi.
Soltanto Alburno riuscì per qualche istante a non farsi ammaliare et mantenne una certa diffidenza, li altri due non poterono, o forse non vollero, farsi scrupoli ottenebrati da la visione celestiale et da la offerta di squisito cibo messo a loro disposizione ne la dimora.
Così li tre sedettero a tavola et cordialmente chiesero lumi su lo loro vero obiettivo, la Tomba di Laitiano. Mentre Galvano et Rafiseno si strafogavano et bevevano vino, Alburno si sforzava di dar retta a li avvertimenti de lo colagogo et trattenne li istinti, ma anche lui irretito da la perfezione di Calissa dubitava vi fosse realmente una minaccia in agguato.
La loro ospite si mostrò accondiscendente et falsamente interessata a li loro scopi, ma evitò di dar risposta a le domande et infine offrì a Galvano di accompagnarlo ne la stanza da letto, per rilassarsi uno poco. Fu allora che anche lo cavaliere ritrovò lo equilibrio, percependo qualcosa di strano in quella situazione, rifiutò con garbo ma Calissa reagì inaspettatamente.
Sollevata una bacchetta et pronunciate le parole: "Omnia homines porci sunt!" lanciò uno incanto su Galvano che in pochi istanti si rattrappì dentro la sua armatura trasformandosi in uno grosso porco. Rafiseno, con la bocca piena, rise, mentre lo Magistro iniziò a lamentarsi, ancora irretito da lo canto ammaliante de la strega, che non fosse carino trasformare li ospiti in maiali, in fondo erano lì solo per chiedere informazioni!
Calissa con odio inatteso rispose che non erano degni di avere lo suo aiuto et che li uomini di Laitia meritavano solo di esser resi ciò che li loro istinti meglio rappresentavano, così furono spiegati li animali in gabbia attorno a la casa, et forse anche la sorprendente intelligenza de lo porco Satollo. Mentre Rafiseno si abbuffava ignorando li discorsi, lo crescente mal di pancia et lo cavaliere-porco, la incantatrice rivolse la bacchetta anche contro Alburno et scagliò la sua maledizione ma la volontà de lo alchimista si rivelò forte a sufficienza per resistere et iniziò una colluttazione.
Dato che lo mio mentore non aveva intenzione alcuna di finire dentro una gabbia ma nemmeno di far male a la unica persona in grado di spezzare lo sortilegio, si alzò di scatto et bloccò la mano di Calissa, trattenendola dal compiere altri incanti, poi implorò Rafiseno di aprire la porta et chiamare li loro compari in soccorso, mentre lo ragazzo non capiva, o faceva finta di non capire la situazione et diceva loro di appartarsi et Galvano trasformato in porco girava agitato per la stanza.

Tristano et Frandonato dovettero attendere uno lungo tempo senza sapere cosa accadesse prima che la porta si spalancasse et ne uscisse uno porco trafelato che fece loro capire di seguirlo verso la dimora in cui rumori di lotta et fiammate si mescolavano a li versi di animali spaventati.
Intervennero mentre Rafiseno, finalmente ridestatosi se la vedeva con uno essere di puro fuoco, sorto da le braci de lo camino, che aveva preso le difese de la incantatrice in difficoltà. Lo Magistro, rintronato da li incanti et le fiamme, urlò a li compagni di non ferirla, comprendendone lo antico potere, ma Frandonato et Tristano, fiutato lo pericolo, agirono senza alcuna premura tra padellate et coltellate, et infine, uno spruzzo di sangue, Calissa cadde et lo elementale di fuoco si ritirò ne le sue braci.
Alburno si affrettò a soccorrerla, constatando che per pura fortuna era ancora viva et poteva esser medicata, la tenne lontana da li sguardi lussuriosi et poco virtuosi de li suoi compagni et le salvò la vita.

Quel che non poterono bende et unguenti poté la Crisopea. Quando infine Calissa si riprese si mostrò assai più docile et propensa a lo dialogo. Avvertì che cibo et vino offerti erano avvelenati, atti a piegare fisico et corpo degli ospiti per piegarli a lo suo volere, ma Frandonato non si trattenne comunque da lo mangiarne senza fare una piega. Acconsentì a ritrasformare Galvano in uomo et finalmente rispose a le domande circa la Tomba di Laitiano.
Calissa rivelò, tra lo stupore di tutti, di essere creatura assai più antica di quanto la sua perfetta forma non mostrasse, et di essere stata benedetta da li Dei Pristini in epoche remote quando, ritiratasi su la isola di Caligo ebbe promessa de la eterna giovinezza et uno continuo afflusso di stolti omuncoli in preda a li istinti più ferali che sarebbero giuntì lì in cerca di sollazzo o avventura.
Li nostri eroi si mostrarono diversi, se non altro per essere riusciti a sconfiggerla, et meritavano le risposte che andavano cercando: la incantatrice rivelò la posizione de lo sepolcro di Laitiano, rivelandolo essere suo nipote, Re degli Enotri che diede lo nome a la penisola, cacciato in esilio da lo suo stesso popolo che si dimostrò vile et ingrato. Lo rammarico per la perdita di suo figlio et lo infame esilio de lo nipote aveva portato la donna a nutrire sentimenti di odio verso gli abitanti di Laitia et in particolare verso lo genere maschile, et da secoli ella perpetrava la sua vendetta tramite crudeli metamorfosi, custodendo a lo stesso tempo le sale in cui Re Laitiano dimorava dopo la morte.

Quella notte Calissa offrì loro di rimanere, preparò con la ruta riasica lo decotto che guarì lo Peregrino da la maledizione de lo fauno et offrì a Rafiseno una notte di piacere. Lo mattino successivo tutti seppero che lo sfortunato ragazzo aveva fatto cilecca, ma ancora nessuno sospettava che lo motivo fosse sempre da imputare a la maledizione de lo flauto di Lupercolo che gli aveva provocato la Mollanza, male subdolo et difficilmente riconducibile a lo incanto.
La incantatrice sconfitta mise quindi da parte lo suo rancore, convincendosi de lo valore de lo gruppo di avventurieri et accettò di rendere la loro forma a tutti li precedenti avventori ancora rinchiusi in gabbia, anche Satollo tornò ad essere uno pingue mercante di Polisnea di nome Ciro, che non mancò di ringraziare sentitamente li suoi salvatori invitandoli a raggiungerlo ne la sua dimora una volta tornati su la terraferma.

Rimessa in sesto una barca a remi lo gruppo salpò poi su indicazione di Calissa verso la sponda più remota de la isola, ove, tra scogli et anfratti rocciosi, giaceva lo ingresso de la dimora de lo re sepolto.
Nonostante la poca dimestichezza con la navigazione lo gruppo riuscì ad approdare senza danni et venne subito accolto da ostili creature elementali, stavolta composte di acqua, che però vennero facilmente spazzate via da li incanti de lo flauto di uno ritrovato Peregrino Scarlatto.
Lo complesso di stanze et cunicoli si celava dietro una porta, tra grotte, ponti sospesi ne lo vuoto et sale di pietra arredate con la mobilia di una era ormai dimenticata. Lentamente lo gruppo si fece strada, deviando ne li corridoi secondari fino a giungere in quella che sembrava essere la sala di sepoltura di uno antico guerriero.
Re Laitiano giaceva sepolto in uno pesante et rifinito sarcofago, attorniato da le spoglie in armatura dei dieci guerrieri a lui rimasti fedeli: scheletrici guardiani tenuti in vita da una magia antica quanto Laitia stessa. Sicuri de le loro possibilità et pronti a menar le mani li Eclettici Viandanti decisero di affrontare di petto la situazione et varcarono la soglia proibita.
Rafiseno seppe fare uso eccellente de lo Respiro de lo Alchimista et vaporizzò metà de li nemici prima ancora che potessero reagire, poi Galvano et Frandonato pensarono a li restanti cinque, con poderosi fendenti et padellate che in breve ridussero li antichi scheletri ad ammasso di ossa rotte et metallo ammaccato.
Lo sarcofago scoperchiato rivelò ciò che cercavano. La corona de lo re era di per se di scarso valore, ma aveva in esso incastonata una ambra identica a quella rinvenuta in Bramoldia, eppure, prima che potessero mettervi le mani sopra, lo spirito di Re Laitiano si ridestò, terribile et funesto, adirato per la profanazione de lo suo sepolcro.

Il fantasma troneggiava ne la sala sopra le fragili spoglie de la sua vita passata, minacciando li intrusi con una scure fatta di tetra luce blu, inveendo in uno dialetto de la lingua antica ormai dimenticato anche dagli studiosi. Lo Magistro et lo Peregrino, inchinandosi davanti a lui, cercarono di farsi capire et motivare lo sacrilegio.
Senza mentire tirarono in ballo la visione de lo Magistro S, la ricerca de la Spada de lo Equilibrio et lo recente incontro con Calissa. Le tre cose insieme seppero placare lo spirito de lo Re, comunque contrariato da lo fatto che avessero profanato la sua tomba invece di chiedere udienza ne la sala de lo trono come consuetudine. Riconobbe pero la entità de la immane oscurità che incombeva su Laitia ma non acconsentì a concedere loro la gemma incastonata ne la sua corona prima che si fossero dimostrati degni di riceverla.
Lo Magistro Alburno non si aspettava nulla di semplice, ma sicuro de li suoi mezzi et soprattutto de la sua virtù seguì Re Laitiano attraverso le antiche sale in testa a lo gruppo et varcò per primo lo Portale Magico cui li condusse, ove avrebbero calcato lo suolo de la antica Enotria per mostrar lo loro reale valore.